Nell’autunno 1940 l’Italia allargava il conflitto alla Grecia, cogliendo in poche settimane due disastrose debacle sul fronte albanese e in nord Africa. Poco dopo sarebbe andata persa anche l’Impero in Africa Orientale, conquistato pochi anni prima. Quali furono le vere ragioni di quella catastrofe militare ma anche economico-industriale e politica? Perché nel 1940 l’Italia non fece quello che aveva fatto – anche brillantemente – nel 1915-18 durante la Prima guerra mondiale? Con un’inchiesta a puntate «Storia in Rete» prova a cercare alcune risposte fuori dai canoni dello “storicamente corretto” e dei cliché semplicistici che la divulgazione storica ha abbondantemente usato negli ultimi decenni

di Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci

La storia della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale è stata raccontata più col sarcasmo che con i dati scientifici. Un sarcasmo che ha giovato quasi a tutti, poiché con esso si sono potute scaricare facilmente le responsabilità di un intero sistema-paese solo sui vertici politici della nazione (e – anzi – fra questi solo su Mussolini e in subordine su Vittorio Emanuele III) e in qualche misura presentarsi come “vittime” della sconfitta e non come parti attive di essa. Fare ironia sullo iato fra la dura realtà e la roboante retorica delle “parole d’ordine” del Regime – dagli “otto milioni di baionette” allo “spezzeremo le reni alla Grecia”, dal “vincere, e vinceremo” a “li fermeremo sul bagnasciuga” – è un mestiere semplice e semplicistico. In molti casi si giunge perfino a credere che chi pronunciava questi slogan vi credesse realmente, quasi che fosse possibile che un capo di governo di consumata esperienza potesse davvero crogiolarsi – nel 1940 – nell’illusione di avere “otto milioni di baionette” e soprattutto che queste fossero poi militarmente utili. Vedere in prospettiva la parabola italiana dal 1915 al tracollo del 1943 significa dover constatare che è esistito un paese in grado di vincere sul proprio fronte pressoché da solo una guerra mondiale – annientando l’Impero Austroungarico e costituendo un fronte bavarese per la Germania, una minaccia tanto grave da spingerla all’armistizio con l’Intesa – e che negli anni successivi, riprendendonsi dallo sforzo bellico è riuscito a imporsi come potenza in crescita accumulando sviluppo e primati in campo industriale, tecnologico e scientifico, economico, sociale, urbanistico, artistico e sportivo. Il tutto condito da un prestigio politico e – a tratti – militare che spesso si tende a sottovalutare. E quel prestigio e quei successi rimangono tali anche se fatta la tara alla propaganda.

 

L’Italia – appena uscita da una guerra terribile, da un periodo di caos e guerra civile e da una rivoluzione – già nel 1923 era in grado d’affrontare le pressioni internazionali con un colpo di mano a Corfù [Vedi “Storia in Rete” n° 36 NdR], a riprendere lentamente ma inesorabilmente il controllo della Libia, perduta quasi del tutto negli anni precedenti, ad imporre una soluzione favorevole nella questione fiumana, ottenendo il ricongiungimento della città-simbolo alla madrepatria. Negli anni successivi le scienze applicate primeggiavano in diversi campi, consentendo al Regime di mietere successi di propaganda come le grandi trasvolate aeree e i primati del transatlantico Rex. Sulla produzione agricola, il miglioramento genetico delle sementi operato da Nazareno Strampelli [vedi l’articolo più oltre su questo numero NdR] consentiva un incremento delle rese cerealicole di oltre il 40% e le nuove sementi italiane venivano introdotte in mezzo mondo. Nel 1934 – lo schieramento al Brennero di alcune divisioni fu sufficiente a dissuadere Hitler dal procedere con l’Anschluss, segno che la macchina militare italiana incuteva rispetto. I due grandi conflitti della seconda metà degli anni Trenta – l’Abissinia e la Spagna – misero alla prova questa macchina ed ottenendo risultati incoraggianti.

La campagna d’Africa Orientale del 1935-1936 rappresentò una mobilitazione senza precedenti e riuscì – tra lo scetticismo internazionale – là dove i governi liberali avevano miseramente fallito. Un successo conquistato non certo per il solo uso (comunque limitatissimo) dei gas o per condizioni “presunte” favorevoli, visto l’impegno logistico necessario per proiettare intere armate ad oltre 10 mila km di distanza. Lo sforzo bellico in Spagna dal 1936 portò a un netto imporsi delle truppe italiane, nonostante il sopravvalutato smacco di Guadalajara. Nel 1939 l’occupazione dell’Albania avvenne quasi senza spargimento di sangue, mentre solo vent’anni prima la nostra guarnigione di Valona dovette essere imbarcata in fretta e furia sotto le fucilate degli irregolari albanesi. In breve, in soli quindici anni l’Italia aveva inanellato un crescendo di successi in diversi campi. Sul fronte interno questi successi davano fiato alle trombe della propaganda del regime, ma anche in campo internazionale l’Italia veniva “tenuta da conto” come arbitro. Eppure, già nell’estate del 1940 e poi soprattutto nell’autunno-inverno successivo, la macchina militare ed economica del paese subì un arresto clamoroso. Una vera e propria doccia gelata che in un pugno di mesi riuscì a spezzare il morale della nazione; lo scollamento tra il Regime e gli italiani, che fino a giugno ancora osannavano Mussolini, era iniziato e in breve tempo sarebbe diventato definitivo. Che cosa era successo? Per capirlo occorre mettere da parte le vulgate: da un lato le scarpe di cartone e gli “otto milioni di baionette” e dall’altro i generali e gli ammiragli in intelligenza col nemico, andando invece a vedere i particolari della situazione militare, industriale e psicologica dell’Italia. Dettagli che rivelano un panorama molto più complicato. E che si prestano a differenti interpretazioni. Interpretazioni che alla fine lasciano con più domande che risposte. Ma che almeno una risposta sanno darla: la vera differenza non stava tanto fra propaganda e dura realtà, ma fra ciò che risultava dalle carte – organigrammi, specifiche tecniche di mezzi ed armamenti, numero di uomini arruolati, produzione industriale – e la concreta resa di tutti questi numeri sul campo di battaglia.

La situazione militare dell’Italia nel 1940 era paradossale: da un lato vi era uno strumento bellico rodato e motivato, dall’altro questo strumento era completamente logoro ed aveva mostrato i propri limiti operativi costringendo ad una fase di totale revisione. Le esperienze in Abissinia e in Spagna infatti erano state messe a frutto con una radicale riforma dell’ordinamento. Nelle divisioni era stato ridotto il numero dei reggimenti di Arma da tre a due, trasformando così la pesante divisione “ternaria” nell’agile “binaria”. Nelle intenzioni della riforma, voluta dal sottosegretario alla Guerra e capo di Stato Maggiore Alberto Pariani (1876-1955), il nuovo asse della manovra doveva diventare il corpo d’armata, costituito da almeno due divisioni. Ma fra il progetto su carta e la sua esecuzione pratica, il passo non è breve: le resistenze al nuovo ordinamento furono dure e molti generali non entrarono nell’ottica che la divisione cambiava il suo ruolo come grande unità: non più una forza massiccia ed autonoma, ma uno degli strumenti del corpo d’armata superiore di cui era parte. Sul campo, il confronto diretto fra una divisione italiana ed una inglese (ancora ternaria) era chiaramente impari: ma un confronto corretto sarebbe dovuto avvenire fra corpo d’armata italiano e divisione britannica, cioè fra omologhi, non fra omonimi. Ma le nostre divisioni vennero considerate ed utilizzate – tanto politicamente quanto tatticamente – come fossero ancora le vecchie e pesanti unità ternarie. Col risultato di impiegarle in un ruolo che non era più il loro. E di condurle a rovinose disfatte. Si dirà poi – falsamente – che la struttura “binaria” fu una trovata di Mussolini per moltiplicare il numero di divisioni sulla carta (ogni due divisioni se ne ricavavano tre) sempre nell’ottica degli “otto milioni di baionette”. In realtà le considerazioni tattico-logistiche che avevano portato Pariani alla riforma erano indubbiamente corrette e “moderne” tanto è vero che nel corso del conflitto tanto i tedeschi quanto i sovietici adottarono il sistema binario, più agile e con un rapporto fra soldati e potenza di fuoco maggiore della vecchio modello. Più correttamente il generale Giuseppe Mancinelli (in “La preparazione dell’Italia fascista alla guerra”, su “Storia della Seconda guerra mondiale”, Rizzoli-Purnell) nel 1967 scriverà che non fu un’iniziativa di Mussolini a volere la divisione binaria, ma la volontà di alcuni generali di compiacere il Duce, fornendogli sulla carta un aumentato numero di divisioni. Anche Roberto Farinacci in una lettera incandescente a Mussolini accusa Pariani di aver voluto una riforma disastrosa con doppi fini (ma Farinacci non dice quali). Probabilmente non è tutta la verità ma, soprattutto delle considerazioni di Mancinelli, occorrerà comunque tenere conto, come vedremo oltre.

La rivoluzione nell’ordinamento si andava a sommare all’esaurimento dei mezzi e dei materiali cui tutte le Forze Armate erano andate incontro nelle tre guerre in cui furono coinvolte tra il 1935 e il 1939: le campagne di Abissinia, Spagna e Albania prosciugarono le riserve, usurarono i mezzi, imposero prestiti di armi ed equipaggiamenti alla causa franchista. Come ebbe poi a dire Mussolini nel 1944, una divisione senz’armi è un “sodalizio di ginnasti” e infatti nel 1940 la situazione “livelli” (come si dice in termine di caserma) era abbastanza seria: su 73 divisioni binarie, solo 19 erano a pieno organico ed avevano livelli di mezzi, quadrupedi, magazzini ed equipaggiamenti intorno al 100%. Altre 34 erano sotto organico e avevano difetto di mezzi e quadrupedi. Infine ben 20 divisioni erano al 50% o poco più per organico, mezzi ed equipaggiamenti. A questo si aggiunga che buona parte del parco automezzi non era dipendente dalla divisione, ma dal corpo d’armata superiore, che lo distribuiva alla bisogna e su richiesta: un ragionamento obsoleto che si rivelò drammaticamente inadeguato alle esigenze della guerra-lampo, o “guerra di rapido corso” come veniva chiamata dalla dottrina militare italiana. La mancanza di pezzi di ricambio inoltre rendeva i livelli di armi e mezzi solo nominali: per esempio, quando Graziani sostituì Balbo (caduto per fuoco amico il 28 giugno 1940) al comando delle forze in Africa Settentrionale, aveva a disposizione 3.787 autocarri. Ma alla fine dell’avanzata verso Sidi-el-Barrani (ottobre 1940), Graziani aveva solo 1.903 autocarri ancora efficienti, segno di come l’usura dell’autoparco fosse più rapida delle possibilità di riparazione delle officine, tanto più che ancora le sue forze non avevano pressoché affrontato alcun combattimento di una certa importanza con gli inglesi. E’ interessante notare che contemporaneamente Badoglio, ancora per poco capo di stato maggiore generale delle Forze Armate, cioè il massimo responsabile militare italiano – per ordine di Mussolini – ingiungeva a Graziani di far qualcosa per far accomodare oltre ottocento camion apparentemente riparabili: un eccellente esempio di come le guerre non si facciano solo coi numeri su carta, ma occorre tener conto di innumerevoli fattori apparentemente insignificanti. Senza pezzi di ricambio, gli ottocento camion giudicati da Roma “riparabili” restarono di fatto nelle officine in attesa d’esser catturati dai britannici (che peraltro li apprezzarono notevolmente).

Dunque, la guerra non si può fare solo con quanto risulta dai ruolini: la forza presente è sempre nominale e gli uomini per combattere hanno bisogno di tutta l’infernale assortimento di mezzi meccanici che sono il nerbo della guerra moderna. Uno degli esempi più calzanti è quello dell’uso dei corazzati nell’Africa Settentrionale: appena scoppiato il conflitto, Balbo chiese a Roma l’invio di nuovi carri medi M11. I mezzi giungeranno ad estate inoltrata, settantadue per la precisione, subito seguiti dai nuovi M13, mezzi che al momento della loro comparsa non risultavano sulla carta inferiori agli omologhi tedeschi o inglesi. Ma per essere utilizzati in battaglia, anche i mezzi più potenti hanno bisogno di alcune condizioni necessarie: i carri armati ad esempio richiedono molto carburante e soprattutto sul campo di battaglia devono poter arrivarci. Può sembrare un particolare da poco, altro esempio significativo, ma nell’estate 1940 il tragitto che separava il porto libico più vicino e utilizzabile per sbarcare carri armati al fronte di Sidi-el-Barrani – la località più ad est della costa egiziana catturata dalla 10a Armata italiana, a un centinaio di km dal confine libico – era comunque troppo lungo perché potesse essere percorso su cingoli. Innanzitutto perché le strade venivano distrutte dal passaggio dei cingolati. Secondo perché i cingoli sono soggetti a durissima usura, e vanno impiegati solo per lo stretto necessario della battaglia campale. Terzo, perché un carro armato ha un consumo di carburante enorme. Per questo i carri armati quando devono spostarsi per linee interne vengono caricati su appositi carrelli-rimorchio ferroviari o stradali. Carrelli che però non furono recapitati a Graziani assieme agli M13… Così, i nuovi carri italiani giunsero a Sidi-el-Barrani solo in piena controffensiva britannica, a piccoli gruppi e privi di rodaggio. Diedero buona prova di sé, ma – sfortunatamente – diedero miglior prova di sé proprio nelle mani del nemico, che ne catturò un gran numero. Grazie anche al fatto che molti equipaggi avevano dovuto abbandonare i propri mezzi per mancanza di carburante. Gli inglesi, che invece di carburante ne avevano, li riutilizzarono poco dopo e con successo nelle operazioni di annientamento delle divisioni italiane in Cirenaica.

Con questi pochi esempi si può iniziare ad abbozzare un quadro complesso. Non bastano più le sole “scarpe di cartone” a spiegare perché le armate italiane le abbiano prese di santa ragione in Nord Africa, in Grecia e in Albania nel 1940-41. Concorrono altri elementi, fra i quali senz’altro grande peso ebbero quelli organizzativi: pezzi di ricambio mancanti, reparti e mezzi efficienti solo sulla carta ma non sul campo, carenza di elementi logistici determinanti. Come si può spiegare? L’Italia non era forse la nazione che solo quattro anni prima aveva superato le enormi difficoltà di andare a fare una guerra di massa in Africa Orientale? Distanze dai centri d’approvvigionamento logistici enormi, un territorio da conquistare privo di strade e ferrovie, il rischio di vedersi in ogni momento tagliare i rifornimenti con la chiusura del canale di Suez. Eppure la guerra d’Abissinia fu un successo innanzitutto organizzativo e logistico. Quattro anni dopo invece, lo stesso esercito mandò i propri carri armati nuovi di zecca in Libia senza filtri per la sabbia e senza carrelli per il trasporto su lunga distanza. I reggimenti d’artiglieria vennero sbarcati in Albania con i cannoni in un porto ma con gli affusti in un altro. Ai reparti al fronte arrivarono scarponi di ricambio tutti destri o tutti sinistri… I problemi quindi, prima che al fronte, stavano nelle retrovie, là dove si doveva pianificare e organizzare la complessa macchina bellica necessaria in una guerra moderna e meccanizzata. Ma perché l’Italia del 1940 mostrò, d’improvviso e in modo clamoroso, questi difetti “manageriali”? Una possibile spiegazione (che non esaurisce la questione) è nel clima psicologico della nazione e dei vertici delle Forze Armate in quello scorcio d’anni Trenta.

Intanto occorre spazzar via la falsa, sebbene a prima vista ovvia e diffusa, convinzione che il Fascismo fosse un regime “militare” o “militarista”. Aveva velleità e attegiamenti “militareschi”, ma in quanto al rapporto con le Forze Armate esso fu sempre improntato a rivalità, diffidenza reciproca, reciproci tentativi di sfruttamento. Mussolini non esitò a tagliare le spese militari, aumentando contemporaneamente gli emolumenti agli alti ufficiali per blandirli. D’altro canto il risultato fu che una parte della classe dirigente militare si incancrenì nell’arrivismo, puntando a far “bella figura” col Duce col presentargli di volta in volta mezzi efficienti solo sulla carta e “granitiche certezze” sulle possibilità delle nostre armate (come in Grecia) e d’altra parte celando quei problemi che – se scambiati per “disfattismo” – avrebbero potuto pregiudicare i futuri scatti di carriera. Un atteggiamento che lo storico e giornalista militare Carlo De Risio ha icasticamente riassunto (in “Navi di ferro, teste di legno”, Ciarrapico, 1976) in “leggerezza”, “quieto vivere” o “per fare carriera”. Inoltre a  Mussolini mancavano le competenze tecnico-militari che invece dimostrò, almeno sulle questioni di guerra terrestre, d’avere Hitler (con stupore e stizza da parte dei suoi generali): non poteva intuire che un carro armato italiano come l’M13/40 potesse trovarsi in svantaggiato nei confronti dei suoi pari-classe nemici perché l’acciaio usato per le corazze era di una lega inferiore, con quantità insufficienti di quei metalli “droganti” (come il nickel) che fanno la differenza a parità di peso. Sulla carta delle specifiche tecniche, i mezzi erano invece nella media di quelli avversari.

Vedi anche  Mussolini e il fascismo cercarono di aiutare gli ebrei. #olocausto

Il mito delle scarpe di cartone nasce proprio in qualche punto del meccanismo dell’ingranaggio che andava dal fornitore al Duce. Quando confezionato a regola d’arte, lo scarponcino mod. 1912 era una buona calzatura, con cui l’Esercito aveva fatto tre anni di guerra nel ’15-’18. Una calzatura tanto buona che il tipo tropicale era molto ambito dagli inglesi che li prendevano ai nostri prigionieri o perfino ai cadaveri. Dunque non era una “scarpa di cartone” all’origine. Eppure molti militari racconteranno poi d’aver ricevuto scarpe confezionate con materiali infimi, fra cui suole che infradiciavano con l’umidità e il fango e causavano piaghe o congelamento. Gli scarponi erano stati commissionati per essere i più economici possibile o qualche fornitore aveva optato per usare materiali di scarsa qualità? Impossibile allo stato attuale dire dove la catena dal fornitore al Duce si sia interrotta. L’atteggiamento dell’ufficialità di derivazione sabauda era spesso quello della tradizione, durante le ispezioni, di dichiarare – sempre e comunque – che il rancio era “ottimo ed abbondante”. Una tradizione che ha spinto a nascondere i problemi organizzativi sotto il tappeto e che anche durante la Grande Guerra costò pesanti guasti alle Regie Forze Armate fino all’energica riforma di Diaz. Una tara che non è dunque nata col Fascismo, ma che il Fascismo ha mancato sicuramente di risolvere. Anzi, forse l’ha perfino peggiorata poiché nel 1915-18 – nonostante la minore industrializzazione e i “pescicani” approfittatori – almeno il sistema produttivo aveva saputo lavorare meglio di quanto poi avrebbe fatto nel 1940-’43.

 

A questa situazione andò ad aggiungersi un ulteriore problema di quelli difficilmente riconoscibili sulla carta: l’addestramento delle truppe. Vero è che gran parte degli ufficiali e della classe politica (Mussolini compreso) stava “preparando la guerra scorsa”. Sul Piave vennero spediti ragazzini diciottenni con addestramento sommario: tanto bastò per fermare gli austroungarici, in una guerra dove le masse umane venivano addestrate darwinianamente nel tritacarne dei reticolati (se sopravvivevano, ovvio). Ma la guerra del 1939 era oramai una guerra tecnica e tecnologica, di cui i prodromi sarebbero dovuti essere già chiari dopo Caporetto. La comparsa del carro armato e delle tattiche di infiltrazione della fanteria aveva reso obsoleti gli assalti in massa in stile napoleonico. I soldati non potevano più improvvisarsi tali: erano specialisti, tecnici appunto. La tattica era diventata una scienza, come apprenderanno i soldati italiani inviati in Germania nel 1944-’45 durante la RSI per costituire le “divisioni di Graziani”. Addestramento e coordinazione (fra uomini, fra reparti, fra Armi) contavano sul campo di battaglia più del calibro dei cannoni, dello spessore delle corazze e dei numeri, come il tracollo dell’esercito francese aveva dimostrato nel maggio-giugno 1940. La potenza della Panzerwaffe tedesca non risiedeva in “armi miracolose”, essendo i panzer generalmente inferiori ai carri francesi e britannici (e poi ai sovietici). Era l’addestramento degli equipaggi e delle fanterie il vero asso nella manica della Wehrmacht. Un addestramento che mancò quasi del tutto a gran parte delle forze italiane nel primo anno di guerra.

Risulta effettivamente incredibile constatare come una nazione il cui regime aveva inteso dare una impronta militaresca “dalla culla alla tomba”, alla prova del campo di battaglia abbia ceduto di schianto proprio su questo punto. Ceduto su tutta la linea, dalla fureria al fronte. Eppure, l’analisi di questo fenomeno porta ad interessanti considerazioni. Nel 1918 l’Italia – con gli Arditi – era stata all’avanguardia nella messa a punto delle tattiche di infiltrazione della fanteria. Poi nel 1920 si procedette con l’insensato scioglimento della specialità. L’Esercito rinunciò alle micidiali tattiche degli Arditi adducendo la scusa falsa che queste tattiche erano oramai estese a tutta la fanteria. In realtà gli arditi furono sciolti per paura di una deriva politica (paura non infondata, visto l’afflusso di ex arditi fra gli squadristi fascisti e, sul fronte politico opposto, tra gli “arditi del popolo”), ma anche per il malcelato odio che gran parte dell’alta ufficialità nutriva verso questi reparti: insofferenti della tradizionale disciplina, volontari (una categoria particolarmente disprezzata dalle “greche” fin dai tempi delle Camicie Rosse), estranei alle tradizioni gelosamente custodite dalle accademie sabaude. Scomparendo gli arditi, l’Esercito veniva ad essere privo di quelle forze d’urto necessarie alla guerra lampo (o “di rapido corso” che dir si voglia) prima ancora che i carri armati. Con l’avvento del Fascismo e la costituzione della Milizia, il problema dell’addestramento degli uomini si complicò ulteriormente, col risultato che i soldati finivano per non essere mai davvero istruiti tecnicamente. Ambiguo e non stabilito con certezza, il rapporto fra Milizia ed Esercito creava gelosie, competenze incrociate, sovrapposizioni. Alla Milizia in teoria spettava l’addestramento premilitare e postmilitare (coi richiami). Alle Forze Armate invece l’istruzione durante il periodo di servizio vero e proprio. In pratica, l’addestramento premilitare rimase nelle mani della Gioventù del Littorio e la postmilitare non divenne mai operativa. Inoltre la predilezione dell’addestramento formale e ginnico su quello tattico e tecnico rendeva il poco tirocinio ancora meno efficiente: l’idea fissa – infatti – era che il soldato ben inquadrato nei ranghi fosse già sufficientemente istruito.

Questa mentalità obsoleta dell’ufficialità – in parte spalleggiata da Mussolini, che riteneva che “è la guerra a fare l’addestramento” – condannò le Forze Armate italiane ad un anno di guerra in condizioni di inferiorità tattica. Era diffusa la convinzione che la guerra di manovra fosse solo una questione di “esecuzione di ordini dall’alto”, come in epoca napoleonica. La cieca obbedienza alle disposizioni delle “eccellenze generali” doveva essere la chiave della vittoria in battaglia. Ma da Marengo (1800) a Sidi el Barrani (1940) di acqua sotto i ponti ne era passata tantissima. La guerra era cambiata, ma non la mentalità di molti alti ufficiali che continuavano a guardare al mito dell’esercito francese (afflitto infatti da manchevolezze analoghe alle nostre, come dimostrò il suo crollo nel 1940) piuttosto che alle nuove realtà che la guerra tecnologica aveva portato. Non a caso i soldati italiani resero bene quando bene erano addestrati: le magnifiche pagine scritte dagli artiglieri, spesso caduti sul pezzo per aver tenuto le posizioni fino all’ultimo proiettile, l’epopea della Folgore ad El Alamein, assieme all’eroismo della Cavalleria in Russia restano a dimostrarlo. Artiglieri, paracadutisti e cavalieri sono infatti specialità che non è mai stato possibile improvvisare e che pertanto avevano ricevuto un’istruzione tecnica approfondita e pragmatica: nonostante l’obsolescenza delle armi, l’artiglieria italiana rese in certi casi perfino meglio di quella tedesca e quasi sempre di quella britannica. Altri reparti – come i Giovani Fascisti e i Battaglioni M – compensavano la scarsa istruzione tattica con una mentalità non ortodossa, coraggio al limite del fanatismo e soprattutto quello spirito d’iniziativa individuale che la tradizione militare italiana (spalleggiata da slogan fascisti come “credere-obbedire-combattere”, paradossalmente gli stessi che informavano il “credo” di Giovani Fascisti e di Emme, ma con un’interpretazione radicalmente differente) considerava come il fumo agli occhi, ma che era la condizione indispensabile per le moderne tattiche di fanteria d’assalto. Ma per le altre specialità la convinzione delle “greche” , cioè degli alti gradi, era che bastasse qualche marcia per fare di contadini dei fanti e di montanari degli alpini, mentre anche per i carristi (o meglio, per la “fanteria carrista”) fu necessaria l’influenza tedesca affinché si passasse da divisioni “da parata” a quelle buone per la battaglia. Nel febbraio 1940, nonostante fosse constatata l’impreparazione dei carristi italiani (emersa, peraltro, anche in Abissinia e Spagna, con una tendenza al “virtuosismo automobilistico” piuttosto che alla manovra tattica) le scuole per i carristi videro i corsi per il nuovo M13\40 ridotti da due a tre e con numero di giorni abbreviato di un mese: le stesse linee guida dei corsi prevedevano un certo numero di proiettili sparati (cinque per i capocarro, tre per gli altri componenti dell’equipaggio) che facevano da “brevetto” quale che fosse il livello di preparazione effettivo del personale. Insomma, un capocarro, al quinto colpo tirato doveva considerarsi pronto per il fronte. I corsi – per soprammercato – venivano effettuati quasi tutti con un limitato numero di mezzi a disposizione, per due-tre ore al giorno ciascun equipaggio. Ancora nel 1941 il generale Giuseppe Castellano – ufficiale di S.M. della 2a Armata – si raccomandava (fortunatamente inascoltato dagli interessati, che in Africa Settentrionale si organizzavano autonomamente) che i carristi della divisione Ariete fossero addestrati con “abbondante passo romano”! Questo rende l’idea di come ancora una volta la tradizione dell’ufficialità sabauda (fra l’altro ostile alla meccanizzazione perché “i camion rendono i soldati poltroni”!) e tutt’altro che “fascista”, fosse la principale palla al piede delle Forze Armate.

 

Ma se questi problemi hanno afflitto in maniera cronica le Forze Armate, non meno esiziali furono alcune disastrose scelte contingenti, dettate da considerazioni politiche. Prima fra tutti, la ritrosia del Regime di impegnare il sistema-paese in una economia da “Guerra totale”, in particolare rinunciando ad imporre un carico fiscale adeguato all’impegno in una guerra mondiale: «Il difetto nel rapporto regime/imprese durante il conflitto – dice a “Storia In Rete” il professor Fortunato Minniti, autore di diversi studi sulla preparazione industriale dell’Italia negli anni Trenta – sta nella riorganizzazione tardiva del sistema (fine 1942, primi del 1943 a secondo dei settori) e nella insufficiente quantità di risorse pubbliche che alimentano lo sforzo bellico il quale a lungo perde la sfida con il corso normale delle politiche di sviluppo in atto. Un prelievo fiscale massimo del 22% del PIL era due-tre volte inferiore a quello di tutti gli altri belligeranti in Europa». Poco dopo la mobilitazione del maggio-giugno 1940, Mussolini decise di far immediatamente congedare centinaia di migliaia di richiamati sotto le armi per… restituire le loro braccia all’agricoltura: a luglio, infatti, il raccolto di grano attendeva la manodopera per essere mietuto. La convinzione che la guerra fosse già virtualmente finita grazie al dilagare delle armate tedesche in Francia (e magari, per quanto riguarda l’Italia, anche in virtù di qualche accordo segreto stretto fuori dai canali ufficiali della diplomazia), e che fosse quindi sufficiente avere divisioni, corpi ed armate sulla carta per pesare al tavolo della pace portò allo scompaginamento di un esercito già afflitto da una crisi di riforma in corso (quella già illustrata di Pariani), da pesanti mancanze di mezzi e rifornimento, da un addestramento precario e da un’ufficialità di mentalità antiquata. Sciogliere battaglioni, accorparne altri, inviare a casa uomini e sostituirli con altri, se sulla carta lascia i numeri inalterati in pratica fa venir meno affiatamento e coordinazione fra i reparti e fra truppa, graduati e ufficiali.

 

Mussolini decise la smobilitazione parziale in base a considerazioni politiche, di consenso. La sua convinzione che il sistema produttivo nazionale dovesse essere funzionale all’“armonico collettivo” fu anche alla base di una serie di scelte politico-economiche ed industriali che resero il sistema-paese paradossalmente più debole che nel 1915-’18. L’industria italiana – con le spalle coperte da un protezionismo ideologico che aveva lo scopo di renderle “socialmente utili” come ammortizzatore della disoccupazione – rimase tecnologicamente arretrata rispetto a quella straniera. La Ansaldo – per esempio – nel 1940 lavorava con macchine siderurgiche vecchie di vent’anni e la produzione d’acciaio nazionale aveva costi quattro volte superiori a quella d’importazione. D’altro canto la capacità di lobbying delle più grandi industrie italiane restava notevole anche in piena dittatura: «Non è vero che non c’erano i mezzi. Mancava la volontà – accusa Piero Baroni, divulgatore, giornalista e storico militare – Le Forze Armate furono succubi della FIAT, come fu nel caso del caccia C.R.42». Questo aereo biplano era una macchina di discrete qualità ma ormai obsoleta, che la FIAT riuscì a vendere al governo italiano dal novembre 1939 – quando già tutte le aeronautiche del mondo puntavano solo sui caccia monoplani a struttura metallica – fino al 1941, consegnandone in tutto 1.800 esemplari. Inoltre, nella prospettiva di una guerra breve, Mussolini cercò di impegnare al minimo il paese, sperando in una rapida soluzione. Fu una guerra “sparagnina”, che non entrò mai nella logica della guerra totale anche quando fu evidente – soprattutto dall’autunno 1940 – che i margini politici di trattativa erano ormai ridotti al lumicino: «fu una guerra al risparmio sul piano strategico-politico – continua Minniti – programmata da tempo ma decisa affrettando i tempi e dunque sovrapponendola ad una preparazione militare fondata su un rinnovo degli armamenti programmato sul medio periodo (e per qualche arma sul lungo periodo ). Cosa che, dato il basso livello di impegno presunto, non era preoccupante”. E assieme agli Stati Maggiori, impegnati a preparare la “guerra passata”, c’era anche uno Stato più preoccupato delle ricadute sociali e sindacali per le maestranze che non della qualità delle forniture che riceveva dagli industriali: “Tutte le fabbriche, di prodotti civili e militari,  – nota Minniti – data l’importanza ancora relativa dell’impresa nella formazione del reddito nazionale, sono anche centri di occupazione monitorati con preoccupazione da federali e prefetti. Questo però non ha nulla a che vedere con il livello di sviluppo industriale del paese”. Peso determinante ebbe l’assenza di una vera concorrenza, che fece sì che le industrie scommettessero su progetti “da primato”, lasciando la produzione di serie a modelli mediocri per i quali era quasi sempre assicurata la commessa di Stato. Una qualità che – peraltro – veniva data per scontata, assicurata dalla sequela di primati e record colti dalla tecnologia italiana in campo navale, aeronautico ed automobilistico. Tuttavia – continua Minniti – “la qualità scadente di molti mezzi, soprattutto motori per aereo, aerei, mezzi corazzati, munizioni navali di grosso calibro, dipendeva sia dalla struttura monopolistica del mercato, sia dai livelli di innovazione tecnologica relativamente arretrati. Non si è trattato di una manifestazione di ingordigia industriale (anche se la formazione dei prezzi  favoriva, come ovunque, le imprese)”. Il risultato fu che ancora una volta, ciò che appare “sulla carta” non è poi la resa effettiva alla prova del fuoco. Come l’Italia sperimentò drammaticamente sulla propria pelle anche nella guerra aerea e sul mare.

Emanuele Mastrangelo

mastrangelo@storiainrete.com

Enrico Petrucci

e.petrucci@gmail.com

tratto da:

www.storiainrete.com/wp-content/…/la-fabbrica-della-sconfitta-2.1-prima-parte.doc

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