Scambio reciproco di accuse tra Mosca e Kiev, mentre a Donetsk e Lugansk parlano armi e rabbia

L’escalation di tensione verificatasi nelle ultime settimane in Donbass è stata al centro, in questi giorni, di contatti diplomatici e dichiarazioni, utili a ribadire le posizioni delle parti in causa ma prive, a quanto risulta, di effetti concretamente positivi.

Quanto a Mosca e Washington, il nuovo capo della diplomazia americana Tillerson ha incontrato mercoledì il ministro degli Esteri russo Lavrov, chiedendogli di “rispettare gli accordi di Minsk” e di “onorare l’impegno a ridurre le violenze in Ucraina”, dove Mosca è accusata di sostenere i ribelli filorussi delle repubbliche di Donetsk e Lugansk (da qui le sanzioni comminate alla Russia dalla comunità internazionale nel 2014). Dal canto suo il presidente ucraino Poroshenko, recentemente in visita a Berlino, ha rinnovato l’appello a “mantenere le sanzioni contro la Russia sino a che Mosca non rispetti gli impegni presi a Minsk e ristabilisca la sovranità territoriale ucraina”.

Quanto alle notizie che arrivano dal fronte, troppo spesso trascurate dai media mainstream (la conoscenza dettagliata di quel che accade davvero è dovuta al lavoro, in loco, pochi coraggiosi reporter: tra loro Vittorio Nicola Rangeloni di Donipress), si parla di un muro contro muro in cui le milizie separatiste, militarmente parlando, resistono agli attacchi di Kiev. Sembra inoltre che, stando a quanto dichiarato dal portavoce della Repubblica di Lugansk Anddrey Marochko, sul terreno – riferisce Ria Novosti – stiano operando anche mercenari stranieri. In precedenza lo stesso Marochko, ricorda Sputniknews, aveva riferito che le forze di sicurezza ucraine, “comportandosi come occupanti, hanno requisito le case dei civili lungo la linea di contatto nel Donbass”.

Una buona notizia, se risulterà confermata, è quella emergente dalla dichiarazione del capo-negoziatore dell’Osce Martin Sajdik, secondo cui l’esercito ucraino e le milizie ribelli avrebbero raggiunto un’intesa per il ritiro delle armi pesanti dalla linea del fronte entro il 20 febbraio. Un annuncio che arriva poco dopo la denuncia del ministero della Difesa della DNR del bombardamento ucraino sulla fabbrica di prodotti chimici situata alla periferia di Donetsk. Dove, dunque, la situazione resta molto tesa.

Nei giorni scorsi proprio a Donetsk è stato celebrato, con grande partecipazione popolare (55 mila, secondo le autorità, coloro che hanno presenziato), il funerale di Mikhail Tolstykh, meglio noto col nome di battaglia “Givi”, ucciso in un attentato l’8 febbraio. Descrivendo la cerimonia in un suo articolo su Donipress, Rangeloni ha commentato: “la gente di Donetsk oggi piange un figlio, un Eroe. Il governo ucraino invece esulta per la morte di quello che considera un terrorista. Questo dovrebbe far riflettere chi pensa che il Donbass possa (e voglia) tornare sotto il controllo di Kiev”. Che “se ne rende conto” e reagisce “bombardando e distruggendo per frustrazione, come dimostrato da quel che è accaduto nella settimana dal 29 gennaio al 5 febbraio, quando l’esercito ucraino ha aperto il fuoco sui quartieri residenziali lontani dal fronte senza più far distinzione tra obiettivi militari o civili”.

Vedi anche  Bandiere Italiane bruciate a Bengasi. Venti di Guerra. Il Capo del Governo di Tobruk lancia accuse all'Italia di sostenere il terrorismo, fomentando l'odio

Givi era il leggendario comandante del battaglione “Somali”, così chiamato perché dopo la vittoriosa battaglia di Iovalisk (agosto 2014), di cui Givi fu uno dei principali e più brillanti registi e protagonisti, qualcuno gli disse: “i tuoi uomini fanno più casino di un gruppo di pirati somali”. La cosa – si legge in un articolo su Gli Occhi della Guerra che cita il libro Ucraina. La guerra che non c’è di Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini – apparve divertente e da allora il battaglione di Givi è stato ribattezzato “Battaglione Somalia”. Da quei giorni Givi ha continuato a combattere e nelle ultime settimane (da quando, cioè, si è assistito ad una violenta ripresa degli scontri) era impegnato nella zona tra Avdeevka e Yasinovataya. Ma non è faccia a faccia con il nemico che ha trovato la morte. Lo ha infatti ucciso un missile anticarro sparato direttamente nel suo ufficio.

A Iovalisk c’era anche il Battaglione “Sparta”, allora guidato da Motorola, un comandante che, come Givi, per la gente del Donbass ha assunto il ruolo di simbolo e di leggenda. E che, allo stesso modo, è stato ucciso in un attentato lo scorso ottobre. Il loro, scrivono ancora Giroffi e Sceresini, “è il fascino del folklore ribelle: un’epopea che tra dieci anni potrebbe finire stampata nei libri per ragazzi, oppure, in alternativa, tra gli atti d’accusa di un processo per crimini contro l’umanità”. Dipende chi sarà a scrivere la storia. Quel che è certo, per ora, sono il dolore che queste morti hanno suscitato nella popolazione del Donbass. Un dolore espresso in maniera evidentemente spontanea (basta guardare, per prenderne atto, le immagini anche video della camera ardente di Motorola e dei funerali di Givi, pubblicate su you tube).

Altrettanto spontanea è poi la rabbia che tali assassinii hanno suscitato, condensata nelle poche parole pronunciate dal primo ministro della Repubblica Popolare di Donetsk il giorno della morte di Givi: “Combattiamo contro un governo che è diventato un’organizzazione terroristica. Non riescono batterci sul campo di battaglia – ha detto Aleksandr Zacharcenko – e allora ci uccidono in modo vile. Mi rivolgo alle autorità ucraine ed ai soldati: non riuscirete ad ucciderci tutti”. Parole che fanno ben comprendere lo spirito di questa gente che non ha nessuna intenzione di cedere di fronte ad un nemico – l’Ucraina – che ha appoggi internazionali sia politicamente che mediaticamente parlando. Appoggi che, quanto al secondo aspetto, si traducono nella volutamente scarsa diffusione di informazioni reali e documentate su quello che Marcello Berera, in un dettagliato articolo del 6 febbraio su L’Intellettuale dissidente, ha definito un “conflitto nel cuore dell’Europa”. Un conflitto che, nonostante gli accordi di Minsk del settebre 2014 (rinnovati nel febbraio 2015), non accenna a terminare. Perché una delle due parti in causa non sembra avere alcuna intenzione di rispettarli. E non si tratta certo delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.

fonte: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/885543/Donbass–tra-eroismo-e-sangue.html

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here