di GIANFRANCO FINI tratto da: http://www.liberadestra.com/dopo-il-boom-del-m5s-renzi-copiera-andreotti/

Fra i tanti elementi di riflessione forniti dal secondo turno delle elezioni amministrative ce n’è uno che merita di essere sottolineato con particolare evidenza: nei venti comuni con popolazione sopra ai 15 mila abitanti in cui il Movimento Cinque Stelle aveva un proprio esponente al ballottaggio, il movimento ha vinto diciannove volte!

Un risultato clamoroso che rende le vittorie a Roma e Torino, su cui come è logico si è soffermata l’attenzione di tutti gli osservatori anche a livello internazionale, ancor più significative perché dimostra una cosa: gli elettori che in prima battuta votano per il centrodestra quando nel ballottaggio non trovano più il proprio candidato o si astengono o votano per il candidato grillino, come del resto esplicitamente invitati a fare da Salvini (e non solo). Lo fanno a prescindere, nel nome dell’antirenzismo sono pronti a turarsi il naso pur di sconfiggere il “nemico”.

Esattamente quel che accadeva anni addietro quando gli elettori di sinistra erano pronti a votare (o a imbarcare in una coalizione) chiunque fosse contro Berlusconi.

La posizione antisistema, e alternativa a tutta la “vecchia politica”, del movimento 5 stelle fa però si che non ci sia alcuna reciprocità di comportamento: quando infatti al ballottaggio gli elettori di Grillo non trovano il proprio candidato, prevalentemente non votano. A Milano infatti non hanno scelto Parisi contro Sala (e Renzi) e anche a Bologna, nonostante al ballottaggio ci fosse una leghista e non un “moderato”, non si sono schierati contro il candidato del PD. Né a Trieste elettori dei cinque stelle hanno sostenuto al ballottaggio il sindaco uscente del PD per impedire che il primo cittadino fosse nuovamente il berlusconiano Di Piazza……

Se questa analisi sarà confermata, come crediamo, da studi scientifici sui flussi elettorali, sarà difficile sfuggire a qualche domanda. Accertato che l’intransigenza dei 5 stelle nel rifiutare qualsiasi alleanza con tutti gli altri partiti è il punto di forza del Movimento perché gli consente di capitalizzare al massimo il fortissimo desiderio di rinnovamento che c’è nel paese e il parallelo rifiuto di ogni forma tradizionale di politica, (aldilà del fatto che sia “buona o cattiva”), cosa accadrà se Raggi e Appendino non deluderanno le attese o perlomeno non saranno travolte dalla loro inesperienza? Facile prevedere un effetto domino alle prossime elezioni politiche, si svolgano nel 2017 o nel 2018 poco importa.

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Cosa accadrà da domani nel PD? Renzi premerà ancora l’acceleratore della rottamazione per dimostrare che lui  rappresenta il nuovo e la buona politica, correrà il rischio della resa dei conti col “vecchio” PD e si giocherà davvero tutto nel referendum costituzionale? O “cambierà verso” consapevole che oggi il potere logora chi ce l’ha, perché non siamo più ai tempi di Andreotti?

E nel centrodestra si avvierà davvero una seria discussione come merita un risultato elettorale che, nonostante la sconfitta di Milano lo ha visto raddoppiare rispetto a cinque anni fa il numero delle città in cui oggi è al governo? Una discussione, ampia e che parta dal basso, sulla identità, la cultura di riferimento, i valori e i programmi del centrodestra, non certo solo su chi debba essere il futuro candidato premier.

E infine un’altra domanda, quella più importante per il futuro dell’Italia: con quale legge elettorale si tornerà al voto? È davvero da escludere a priori che anche in caso di vittoria del SI al referendum (ipotesi che avversiamo) la futura camera sia eletta con un ballottaggio tra le prime due liste, come finora affermato categoricamente dal governo a difesa dell’italicum? Quel che è accaduto oggi a Fassino, domani potrebbe capitare a Renzi e magari lui per primo potrebbe essere indotto a pensare, sempre per restare alle metafore andreottiane, che “ è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

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