di Tino Oldani

Tratto da: ItaliaOggi

 

Nei 14 paesi dell’Africa subsahariana e del Centro Africa ai quali la Francia impone da oltre 70 anni l’uso del franco coloniale come strumento di rapina economica (vedi ItaliaOggi di ieri), la tentazione di uscire da questo giogo monetario si è affacciata più volte. Nel 1963 Sylvanus Olympio, primo presidente eletto della repubblica del Togo, ex colonia francese, si rifiutò di sottoscrivere il patto monetario con la Francia, avendo compreso molto bene che, se l’avesse fatto, il Togo sarebbe rimasto una colonia da sfruttare, qual era stato fino ad allora. Così il 10 gennaio 1963 ordinò di iniziare a stampare una moneta propria del suo paese. Tre giorni dopo, uno squadrone di soldati, appoggiati dalla Francia, lo assassinarono. L’ex legionario francese che lo uccise non fu mai punito, ma ricevette un compenso di 612 dollari dall’ambasciata francese locale. E il Togo dovette tenersi il franco Cfa come moneta.

La stessa sorte è toccata a Modiba Keita, primo presidente della repubblica del Mali, convinto pure lui che il franco Cfa sarebbe stato una trappola economica per il suo paese. Appena annunciò l’uscita dal franco coloniale, nel 1968 Keita fu vittima di un colpo di stato, guidato da un ex legionario francese, il luogotenente Moussa Traoré. Un classico della politica estera francese, che nel periodo immediatamente successivo alla fine del regime coloniale non esitò a servirsi di ex legionari per abbattere i presidenti riottosi, eletti democraticamente nelle ex colonie, per poi insediare al loro posto, come capi di governi fantoccio, gli stessi assassini, o qualche politico locale più malleabile e facile da comprare.

L’elenco dei colpi di stato compiuti in Africa, specie nelle ex colonie francesi, è impressionante. Cinque in Burkina Faso e nelle Comore. Quattro in Burundi, Repubblica Centrafricana, Niger e Mauritania. Tre in Congo e Ciad. Due in Algeria, Mali, Guinea Konakry. Almeno uno in Togo e Costa d’Avorio. Gli storici hanno calcolato che negli ultimi 50 anni vi sono stati 67 colpi di stato in 26 paesi africani, 16 dei quali erano ex colonie francesi. È la prova concreta che, dal 1945 in poi, la Francia ha fatto di tutto, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo, pur di tenere sotto controllo economico le sue ex colonie, per continuare a sfruttarle, con ricavi ingenti (circa 500 miliardi di dollari l’anno). Non a caso, già nel 1957, François Mitterrand, prima ancora di diventare presidente della repubblica, profetizzava che «senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21.mo secolo». Convinzione ribadita dal suo successore, Jacques Chirac: «Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe al livello di una potenza del Terzo mondo».

Il più esplicito, fino alla brutalità, è stato l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, che in un’intervista (poi rimossa da internet) è arrivato a dire: «La Francia non può permettere che le ex colonie creino una loro propria moneta per avere il controllo totale sulla loro banca centrale. Se questo avvenisse, sarebbe una catastrofe per il Tesoro pubblico, che potrebbe fare scendere la Francia al 20.mo posto nell’economia mondiale. Non possiamo permettere alle ex colonie francesi di avere le loro proprie monete».

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Una minaccia che, a sentire Mohamed Konare, leader di un movimento panafricano che si batte per la fine del franco coloniale, non è rimasta senza seguito: «Tra i leader africani, il più deciso a porre fine al sistema del franco Cfa era Gheddafi, che aveva messo sul tavolo più di 40 miliardi di dollari per dare vita al Fondo monetario africano, come strumento di liberazione economica e monetaria dei vicini stati subsahariani, dei quali pensava di assumere la leadership politica. Nei suoi progetti, vi era anche la costruzione di una moderna autostrada per collegare Tripoli al subsahara, come grande direttrice di sviluppo economico autonomo. Uno scenario che l’allora presidente Sarkozy vide come un attentato per l’economia francese: per questo, più che per il petrolio, decise di attaccare militarmente la Libia e di uccidere Gheddafi. Con una fretta che pochi allora compresero, forse anche i suoli stessi alleati inglesi e americani».

Dietro al monopolio monetario francese, nonostante la fine delle colonie, è rimasto in vita anche quello militare. Lo confermano numerose clausole, incluse nel patto sull’uso del franco Cfa. La Francia si è infatti attribuita il diritto esclusivo per la formazione e l’equipaggiamento dei soldati delle ex colonie. In pratica, tutti gli ufficiali delle 14 ex colonie, a cominciare dai più alti in grado, vengono addestrati in centri militari francesi e fidelizzati con incarichi ben retribuiti. Non solo: la Francia detiene anche il diritto di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nelle 14 ex colonie per tutelare i propri interessi economici, stabilirvi dei presidi permanenti, nonché autorizzare o vietare eventuali alleanze militari dei 14 paesi con altre nazioni. Il tutto coronato dall’obbligo, per le ex colonie, di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali: ovvero, combattere per chi le sfrutta.

Quando ho letto queste clausole, non ho potuto fare a meno di pensare che all’inizio di quest’anno il governo di Paolo Gentiloni aveva deciso di inviare una missione militare in Niger, con l’obiettivo di addestrare i soldati nigerini contro i terroristi dell’Isis e i trafficanti di uomini. Missione rifiutata poche settimane dopo dal governo del Niger con motivazioni fumose, interpretate da alcuni come conseguenza di una pressione occulta della Francia. In realtà non c’era bisogno di nessuna interpretazione: sarebbe bastato leggere le clausole militari che sono allegate al patto monetario del franco coloniale. Clausole poco note, in buona parte segrete, di cui anche il governo italiano, probabilmente, non era mai stato messo a conoscenza da Emmanuel Macron, che pure aveva invitato l’Italia in Niger, salvo poi rimangiarsi tutto su pressione dei suoi comandi militari, gelosi custodi dei loro privilegi in Africa, tra cui spicca la formazione militare. La Francia, dopo tutto, per risolvere i suoi problemi in Africa, non usa servirsi di alleati, ma di colpi di stato e di killer prezzolati.

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