da LIBERADESTRA

Esiste il diritto alla vita. Ed è alla base di tutte le legislazioni civili. Ma può esistere un “diritto alla morte”, anche quando la vita diviene intollerabile perché segnata da una degradante sofferenza? E’ un quesito tremendo, che interroga in profondità la coscienza dei cittadini e del legislatore.

E’ questa la domanda riproposta con fragore mediatico dalla tristissima storia di Dj Fabo, che è andato in Svizzera per porre fine alla sua vita e alle sue sofferenze.

Il legislatore elvetico il problema lo ha risolto da tempo, legalizzando la pratica, non solo dell’eutanasia, ma anche del “suicidio assistito”. Possiamo però dire, con ciò, che, su certi temi estremi, diciamo così di “etica di frontiera”, la Svizzera è più “civile” dell’Italia? Possiamo dire che, con il caso di Fabo, abbiamo assistito all’ennesima sconfitta del Parlamento italiano?

E’ una conclusione arbitraria e ingiusta, perché se è vero che langue da otto anni, dopo il caso Englaro, la proposta di legge sul “testamento biologico”, è altrettanto vero che la vicenda dello sfortunato 39enne italiano, non sarebbe potuta comunque rientrare nei casi previsti da tale proposta. Si tratta, per Dj Fabo, di “suicidio assistito”, non di “testamento biologico”, cioè della dichiarazione di volontà, resa in vita e in stato di piena coscienza da parte di una persona, che autorizza i medici a “staccargli la spina” se mai si dovesse trovare, in un malaugurato giorno, in una condizione di vita meramente vegetativa. Ma questo non è appunto il caso di Fabo, il quale ha invece deciso consapevolmente di farsi “assistere” nel suicidio.

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Invece, nel chiasso mediatico, s’è fatta di ogni erba un fascio e non si è messa in condizione l’opinione pubblica di cogliere la differenza, una differenza tutt’altro che trascurabile, trattandosi di delicatissimi problemi di coscienza.

Poi, certo, la vicenda di Fabo è atroce. E nessuno di noi, in cuor suo, può rispondere alla domanda su quale soluzione sceglierebbe se si trovasse in una situazione simile.

Ma con il “suicidio assistito” siamo comunque al di là della linea che il nostro legislatore, il legislatore italiano (e non solo), può ammettere.

Mai come in un caso simile occorrono buon senso, umanità e rispetto per la sofferenza umana. Invece abbiamo udito i soliti proclami ideologici. “Ciascuno deve poter disporre fino alla fine del proprio corpo”: è il terribile ritornello di questi giorni.

Vale la pena di ricordare, a chiosa di questo discorso, un altro caso di “suicidio assistito” che ha fatto molto discutere qualche anno fa. E’ quello di Lucio Magri. L’ex parlamentare, storico esponente della sinistra italiana, non era un malato terminale. Era solo depresso per la scomparsa della moglie e aveva deciso di farla finita. Però non aveva la forza di compiere da solo un gesto così estremo. Così, accompagnato dal suo medico, andò in Svizzera, dove ottenne il “suicidio assistito”.

Forse, chissà, se non avesse avuto una simile possibilità, oggi Magri sarebbe ancora vivo. E avrebbe magari trovato ragioni per tornare ad amare la vita.

Nel 2016 sono stati 150 gli italiani che sono andati in Svizzera a morire.

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