A Gela, se vi fermate all’altezza di Porta Marina, una lapide ora quasi cancellata ricorda il sacrificio del caporalmaggiore Cesare Pellegrini, un impiegato di banca del 1909, padre di famiglia, nativo della provincia di Lucca, di Querceta: soprattutto, un richiamato del CDXXIX°.
CESARE PELLEGRINI, caporalmaggiore

Al momento dello sbarco si trovava lì, proprio a Porta Marina, chiamato dal suo comandante Rabellino a fare da portaordini tra il suo comando ed il presidio ai giardini pubblici: come fosse capitato a quel bastione nessuno lo saprà mai, ma c’era capitato e aveva capito che in quel momento, in quel preciso momento, quel posto, proprio quel posto, era esattamente il posto dove doveva essere.

Proprio quando i mitici rangers, col 1° battaglione sbarcato ad est del pontile ed il 4° ad ovestavevano preso a risalire le dune sabbiose del litorale che portavano ai primi contrafforti cittadini, sotto il comando del carismatico tenente colonnello William Orlando Darby.

Proprio davanti a lui un nido di mitragliatrici tenuto dagli uomini della 616° mitraglieri era disperatamente impegnato a spazzare la spiaggia, mentre l’atmosfera satura degli odori e dei suoni della battaglia rendeva irrespirabile l’aria.

Cesare però ad un certo punto vide cadere con un grido strozzato in gola il mitragliere davanti a lui ed allora non ci pensò su due volte: lui, proprio lui, un semplice fante costiero, uno che doveva svolgere il suo compitino e basta, uno senz’arte né parte, si buttò in avanti e si mise a sparare. 
Perché lo fece, non si sa. 
Ma lo fece.
Da solo.
Contro migliaia di soldati diretti tutti lì, protetto solo da un muretto di calcinacci, sacchi di sabbia e soprattutto tanto, tantissimo coraggio.
Ma l’uomo non aveva paura, era un tignoso toscanaccio, in quel momento non si sarebbe fatto mettere i piedi in faccia da nessuno, piuttosto che arrendersi o fuggire si sarebbe fatto ammazzare lì, sul posto, a oltre mille chilometri da casa, senza che nessuno dei suoi sapesse dov’era, cosa faceva, se era ancora vivo…
Ta-ta-ta-ta-ta-ta…
I proiettili cominciarono a fluire dalla canna della sua mitragliera, tutti diretti verso il nemico avanzante in massa che sembrava non finire mai, e più uomini cadevano e più aumentavano…
Lui e i pochi altri attorno a lui difendevano quel lembo d’Italia, avamposti di una Nazione che per qualche anno si era creduta veramente grande ed ora si trovava sotto attacco sul suo stesso suolo, quel suolo che però loro avevano giurato davanti al Re ed Imperatore di difendere.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta…
Cadevano come birilli davanti e dietro di lui, alla sua destra e alla sua sinistra, ma lui sembrava protetto da un alone di magia, un Qualcosa che lui per primo non si sapeva spiegare…
Mai aveva sparato tanti colpi tutti insieme e così in poco tempo in vita sua, ma li tenne inchiodati lì, su quella maledetta spiaggia, per quattro ore, impedendogli di avanzare, dialogando fitto fitto in dialetto toscano con Dio e soprattutto con la sua Breda 37 sempre più incandescente, che non lo tradisse inceppandosi sul più bello, che era l’arma più bella del mondo e non doveva tradirlo, che era pazzo a stare lì a rischiare la vita e a farsi impallinare come un tordo, quindi doveva aiutarlo a farne fuori il più possibile…
Ta-ta-ta-ta-ta-ta…
Non si fermò un attimo, Cesare Pellegrini, continuò a sparare, colpi su colpi, per un tempo che sembrava infinito, mentre tutt’intorno a lui era l’orrore, gli scoppi delle granate rimbombavano sulla sua testa, le schegge volavano impazzite per ogni dove, urla di dolore e di morte, imprecazioni, preghiere frammiste a bestemmie s’innalzavano intorno a lui, amiche e nemiche, e davanti ai suoi occhi si svolgeva la gigantesca battaglia.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta…
Nel settore di spiaggia coperto dalla sua mitragliatrice gli americani furono addirittura costretti ad interrompere temporaneamente le operazioni di sbarco!!!
A Porta Marina non c’era più nessun soldato italiano vivo, ormai, era rimasto solo lui, il mite impiegato di banca, a combattere come una furia.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta…
Ma erano semplicemente troppi per uno solo.
Fu così che Cesare Pellegrini, caporalmaggiore del CDXXIX°, capitato per caso nel bastione di Porta Marina, vide compiersi il suo destino: aggirato in silenzio da una pattuglia di rangers, venne accoltellato a morte alle spalle da un gigantesco soldato di colore.
Morì senza un grido, confondendosi tra i tanti che quel giorno ci avrebbero rimesso la vita.
Di lui non resta nulla, se non una medaglia di bronzo alla memoria.
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In foto di copertina:
Il primo a sinistra è CESARE PELLEGRINI, di Querceta, caporalmaggiore del 429° battaglione costiero che fu ucciso nella “battaglia di Gela” (CL) il 9 luglio del 1943. “Fedele alla consegna, resisté sino alla morte, avvenuta per accoltellamento alla schiena, nello strenuo tentativo di proteggere il fortino di Porta Marina dall’attacco delle forze alleate, sbarcate in quei giorni in Sicilia”. Per questo atto gli è stata riconosciuta la Medaglia d’ Oro alla Memoria .
Querceta gli ha intitolato l’omonima Piazza Pellegrini …
Vedi anche  Lo status giuridico dei militari che combatterono nella Repubblica sociale italiana, attraverso un disegno di legge.

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