Giovanni Gentile (Castelvetrano, 29 maggio 1875 – Firenze, 15 aprile 1944) è stato un filosofo, pedagogista e politico italiano.

Fu insieme a Benedetto Croce uno dei maggiori esponenti del neoidealismo filosofico, un importante protagonista della cultura italiana nella prima metà del XX secolo, cofondatore dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Inoltre fu figura di spicco del fascismo italiano.

 

Gli studi e la carriera accademica

Gentile nasce nel 1875 da Giovanni Gentile senior, farmacista, e Teresa Curti, figlia di un notaio. Frequenta il ginnasio e il liceo classico “Ximenes” a Trapani. Vince quindi il concorso per quattro posti di interno della scuola normale superiore di Pisa, dove si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia: qui ha come maestri, tra gli altri, Alessandro D’Ancona, professore di letteratura, legato al metodo storico e al positivismo e di idee liberali, Amedeo Crivellucci, professore di storia, e Donato Jaja, professore di filosofia, hegeliano seguace di Spaventa, che influirono molto sul suo pensiero filosofico da adulto.

Dopo la laurea nel 1897 ed un corso di perfezionamento a Firenze, Gentile ottiene una cattedra in filosofia presso il convitto nazionale Mario Pagano di Campobasso. Nel 1900 si sposta al liceo Vittorio Emanuele di Napoli.

Nel 1901 sposa Erminia Nudi, conosciuta a Campobasso: dal loro matrimonio nasceranno Teresa (1902), Federico (1904), i gemelli Gaetano e Giovanni junior (1906), Benedetto (1908) e Fortunato (1910).

Nel 1902 ottiene la libera docenza in filosofia teoretica e l’anno successivo quella in pedagogia. Ottiene poi la cattedra universitaria, prima all’Università degli Studi di Palermo (1906-1914, storia della filosofia), dove frequenta il circolo “Giuseppe Amato Pojero” e fonda nel 1907 con Giuseppe Lombardo Radice la rivista Nuovi Doveri. Poi all’università di Pisa (fino al 1919, filosofia teoretica) ed infine alla Sapienza di Roma (già dal 1917 professore ordinario di Storia della filosofia, e nel 1926 professore ordinario di Filosofia teoretica).
È stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Palermo (27 marzo 1910), professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Pisa (9 agosto 1914), professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Roma (11 novembre 1917), professore ordinario di Filosofia teoretica alla Università di Roma (1926), commissario della scuola normale superiore di Pisa (1928-1932), direttore della Scuola Normale superiore di Pisa (1932-1943) e vicepresidente dell’Università Bocconidi Milano (1934-1944).

Durante gli studi a Pisa incontra Benedetto Croce con cui intratterrà un carteggio continuo dal 1896 al 1923: argomenti trattati dapprima la storia e la letteratura, poi la filosofia. Uniti dall’idealismo (su cui avevano comunque idee diverse), combattono insieme la loro battaglia intellettuale contro il positivismo e le degenerazioni dell’università italiana. Insieme fondano nel 1903 la rivista La Critica, per contribuire al rinnovamento della cultura italiana: Croce si occupa di letteratura e di storia, Gentile, invece, si dedica alla storia della filosofia. In quegli anni Gentile non ha ancora sviluppato il proprio sistema filosofico. L’attualismo avrà configurazione sistematica solo alle soglie della prima guerra mondiale. Dal 1915 fu membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, fino al 1919.

La politica nel fascismo

All’inizio della prima guerra mondiale, tra i dubbi della non belligeranza, Gentile si schiera a favore della guerra come conclusione del Risorgimento italiano.

Nel dopoguerra partecipa attivamente al dibattito politico e culturale. Nel 1919 è, insieme a Luigi Einaudi e Gioacchino Volpe, tra i firmatari del manifesto del Gruppo Nazionale Liberale romano, che, insieme ad altri gruppi nazionalisti e di ex combattenti forma l’Alleanza Nazionale per le elezioni politiche, il cui programma politico prevede la rivendicazione di uno «Stato forte», anche se provvisto di larghe autonomie regionali e comunali, capace di combattere la metastasi burocratica, i protezionismi, le aperture democratiche alla Nitti, rivelatosi «inetto a tutelare i supremi interessi della Nazione, incapace di cogliere e tanto meno interpretare i sentimenti più schietti e nobili».

Nel 1920 fonda il Giornale critico della filosofia italiana. Sempre nel 1920 diviene consigliere comunale al Municipio di Roma, mentre l’anno successivo viene nominato anche assessore supplente alla X Ripartizione, A.B.A., ovvero alle Antichità e alle belle Arti, sempre del Municipio di Roma. Nel 1922 diviene socio dell’Accademia dei Lincei.

Fino al 1922 Gentile non mostra particolare interesse nei confronti del fascismo. Il 31 ottobre, all’insediamento del regime viene nominato da Mussolini ministro della Pubblica Istruzione (1922-1924, per dimissioni volontarie), attuando nel 1923la riforma Gentile, fortemente innovativa rispetto alla precedente riforma basata sulla legge Casati di più di sessant’anni prima (1859). Il 5 novembre 1922 diviene senatore del Regno. Nel 1923 Gentile si iscrive al Partito Nazionale Fascista(PNF) con l’intento di fornire un programma ideologico e culturale. Dopo la crisi Matteotti, date le dimissioni da ministro, Gentile viene chiamato a presiedere la Commissione dei Quindici per il progetto di riforma dello Statuto Albertino (poi divenuta dei Diciotto per la riforma dell’ordinamento giuridico dello Stato).

L’impegno per una cultura fascista

Giovanni Gentile e Benito Mussolini mentre esaminano i primi volumi dell’Enciclopedia Italiana
Gentile resta fascista e nel 1925 pubblica il Manifesto degli intellettuali fascisti, in cui vede il fascismo come un possibile motore della rigenerazione morale e religiosa degli italiani e tenta di collegarlo direttamente al Risorgimento. Questo manifesto sancisce l’allontanamento definitivo di Gentile da Benedetto Croce, che gli risponde con un contromanifesto. Nel 1925 promuove la nascita dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, di cui è presidente fino al 1937.

Per le numerose cariche culturali e politiche, esercita durante tutto il ventennio fascista un forte influsso sulla cultura italiana, specialmente nel settore amministrativo e scolastico. È il direttore scientifico dell’Enciclopedia Italiana dell’Istituto Treccani dal 1925 al 1938 e vicepresidente dell’istituto dal 1933 al 1938 dove accolse numerosi “collaboratori non fascisti” come il socialista Rodolfo Mondolfo . Nel 1928 diventa regio commissario della Scuola Normale Superiore di Pisa, e nel 1932 direttore. Nel 1930 diventa vicepresidente dell’Università Bocconi. Nel 1932 diventa Socio Nazionale della Reale Accademia Nazionale dei Lincei. Lo stesso anno inaugura l’Istituto Italiano di Studi Germanici, di cui diviene presidente nel 1934. Nel 1933 inaugura e diviene presidente dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Nel 1934 inaugura a Genova l’Istituto mazziniano. Fu direttore della Nuova Antologia e accolse “collaboratori non fascisti” come il socialista Rodolfo Mondolfo. Nel 1937 diventa regio commissario, nel 1938 presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani e nel 1941 è presidente della Domus Galilaeana a Pisa.

Non mancano comunque i dissensi col regime: in particolare il suo pensiero subisce un duro colpo nel 1929, alla firma dei Patti Lateranensi tra Chiesa cattolica e Stato Italiano: sebbene Gentile riconosca il cattolicesimo come forma storica della spiritualità italiana, ritiene di non poter accettare uno Stato non laico. Questo evento segna una svolta nel suo impegno politico militante; è inoltre contrario all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole medie e superiori, mentre riteneva giusto – avendolo inserito nella sua riforma – quello nelle scuole elementari, in quanto lo riteneva una preparazione alla filosofia adatta ai bambini. Nel 1934 il Sant’Uffizio mette all’indice le opere di Gentile e di Croce, a causa del loro riconoscimento, nel solco dell’idealismo, del cristianesimo cattolico come mera “forma dello spirito”, ma considerato inferiore alla filosofia, come Gentile spiega nel discorso del 1943 La mia religione, in cui vi sono anche alcune velate critiche al papato storico, ispirate da Dante, Gioberti e Manzoni. Degna di nota anche la sua difesa di Giordano Bruno, il filosofo eretico condannato al rogo dall’Inquisizione nel 1600, al quale dedica un saggio[, impegnandosi anche presso Mussolini perché la statua del pensatore nolano – eretta in Campo de’ Fiori nel 1889 e opera dello scultore anticlericale Ettore Ferrari – non fosse rimossa, come richiesto da alcuni cattolici.

Nel 1936 comincia una lunga polemica contro il nuovo ministro dell’Educazione Nazionale Cesare Maria De Vecchi, che Gentile accusa di “inquinare la cultura nazionale”.

Gentile, personalmente, non condivise le leggi razziali del 1938, come si evince da un carteggio con Benvenuto Donati durato per tutto il periodo tra il 1920 ed il 1943. Già il 21 dicembre 1933, nel corso della giornata inaugurale dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente prese posizione contro le teorie razziste che si stavano propagando nella Germania nazista :

« Roma non ebbe mai un’idea che fosse esclusiva e negatrice…. Essa accolse sempre e fuse nel suo seno, idee e forze, costumi e popoli. Così poté attuare il suo programma di fare dell’urbe, l’orbe. La prima e la seconda volta, la Roma antica e la Roma cristiana: volgendosi con accogliente simpatia e pronta e conciliatrice intelligenza a ogni nazione a ogni forma di vivere civile, niente ritenendo alieno da sé che fosse umano. Sono i popoli piccoli e di scarse riserve quelli che si chiudono gelosamente in se stessi in un nazionalismo schivo e sterile »

Benché sia stato indicato da taluni come uno dei firmatari del Manifesto della razza, si tratta di una diceria, in quanto Gentile non lo firmò mai, come dimostrato dallo studioso Paolo Simoncelli.

Soprattutto dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia, si susseguirono gli interventi di Gentile a favore di colleghi ebrei come Mondolfo, Gino Arias  e Arnaldo Momigliano.

Il “Discorso agli Italiani”del 24 giugno 1943

Gli ultimi interventi politici sono rappresentati da due conferenze nel 1943. Nella prima, tenuta il 9 febbraio a Firenze, dal titolo La mia religione, in cui dichiarò di essere cristiano e cattolico, sebbene credente nello Stato laico.

Nella seconda, molto più importante, tenuta il 24 giugno su proposta di Carlo Scorza, nuovo segretario nazionale del PNF al Campidoglio a Roma, dal titolo Discorso agli Italiani, esortò all’unità nazionale, in un momento difficile della guerra. Dopo questi interventi si ritirò a Troghi (Fi), dove scrive la sua ultima opera, uscita postuma, Genesi e struttura della società, nella quale recupera l’antico interesse per la filosofia politica, e nel quale teorizzò “l’Umanesimo del lavoro”.

Gentile considerò questa sua ultima opera il coronamento dei suoi studi speculativi tanto che all’amico antifascista Mario Manlio Rossi, mostrandogli il manoscritto, scherzando disse: “I vostri amici possono uccidermi ora se vogliono. Il mio lavoro nella vita è concluso”.

La caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 non preoccupò particolarmente Gentile che intese il tutto come un avvicendamento al governo. Inoltre la nomina nel primo governo Badoglio di alcuni ministri che precedentemente erano stati suoi collaboratori come Domenico Bartolini e Leonardo Severi lo confortava. In particolare la vecchia amicizia con il ministro Severi spinse Gentile ad inviargli una lettera di auguri per la nomina e a sottoporgli alcune questioni rimaste in sospeso con il governo precedente.

Il 4 agosto Severi rispose a Gentile lanciandogli un duro e inatteso attacco . Travisandone volontariamente i contenuti evitando però di renderli noti avvalorò l’idea che Gentile gli si fosse proposto come consigliere ponendolo quindi in obbligo a respingerne la proposta. Gentile replicò al ministro e rassegnò le dimissioni da direttore della Scuola Normale di Pisa.

L’adesione alla Repubblica Sociale Italiana

Gentile respinse in un primo tempo la proposta di Carlo Alberto Biggini che nel frattempo era divenuto ministro, di entrare al Governo, dopo un incontro avvenuto il 17 novembre 1943 con Benito Mussolini sul lago di Garda si convinse ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Così Gentile alla figlia Teresa raccontò l’evento:

« Venne qui tempo fa un amico ministro a cercarmi, ed io dissi francamente i motivi personali e politici per cui desideravo restare in disparte. Ma egli mi assicurò che io potevo benissimo restare in disparte: ma dovevo fare una visita al mio vecchio amico che desiderava vedermi ed era addolorato di certe manifestazioni recenti, ostili alla mia persona. Negare questa visita non era possibile. Feci comodamente il viaggio con Fortunato. Ebbi il giorno 17 un colloquio di quasi due ore, che fu commovente. Dissi tutto il mio pensiero, feci molte osservazioni, di cui comincio a vedere qualche benefico aspetto. Credo di aver fatto molto bene al paese. Non mi chiese nulla, non mi fece offerta. Il colloquio fu a quattr’occhi. La nomina fu poi combinata col ministro amico e portata qui da me da un Direttore generale. Non accettarla sarebbe stata suprema vigliaccheria e demolizione di tutta la mia vita. »

Sostenne la chiamata alle armi e la coscrizione militare dei giovani nell’esercito della RSI, auspicando il ripristino dell’unità nazionale sotto la guida ancora una volta di Mussolini.

Nel novembre 1943 divenne presidente della Reale Accademia d’Italia, con l’obiettivo di riformare la vecchia Accademia dei Lincei che fu assorbita dall’Accademia.

L’assassinio da parte dei GAP

Il 30 marzo 1944 Giovanni Gentile, per il suo appoggio dichiarato alla leva per la difesa della RSI, ricevette diverse missive contenenti minacce di morte[25]. In una in particolare era riportato: “Tu come esponente del neofascismo sei responsabile dell’assassinio dei cinque giovani al mattino del 22 marzo 1944”. L’accusa era riferita alla fucilazione di cinque giovani renitenti alla leva rastrellati dai militi della RSI il 14 marzo dello stesso anno (fucilazione orchestrata dal maggiore Mario Carità, che detestava Gentile, ricambiato; il filosofo aveva infatti minacciato di denunciare le eccessive violenze del suo reparto allo stesso Mussolini).[26] Il governo fascista repubblicano gli offrì quindi una scorta armata[25] che però Gentile declinò: “Non sono così importante, ma poi se hanno delle accuse da muovermi sono sempre disponibile”.
Considerato in ambito resistenziale come uno dei principali teorici e responsabili del regime fascista, “apologo della repressione” e di “un regime ostaggio di un esercito occupante”, fu assassinato il 15 aprile 1944 sulla soglia della sua residenza di Firenze, la Villa di Montalto al Salviatino, da un gruppo partigiano fiorentino aderente ai GAP di ispirazione comunista.

Il commando gappista composto da Bruno Fanciullacci e Giuseppe Martini “Paolo”, si appostò alle 13,30 circa nei pressi della villa al Salviatino e, appena il filosofo giunse in auto, gli si avvicinarono tenendo sotto braccio dei libri per nascondere le armi e farsi così credere studenti. Il filosofo abbassò il vetro per prestare ascolto, ma fu subito raggiunto dai colpi delle rivoltelle. Fuggiti i gappisti in bicicletta, l’autista si diresse all’ospedale Careggi per trasferirvi il filosofo moribondo, ma Gentile in breve spirò.

Fu un episodio che divise lo stesso fronte antifascista e che ancora oggi è al centro di polemiche non sopite, venendo infatti già all’epoca disapprovato dal CLN toscano con la sola esclusione del Partito Comunista, che rivendicò l’esecuzione .

Vedi anche  Mircea Eliade

Il 18 aprile fu sepolto per iniziativa del ministro Carlo Alberto Biggini nella basilica di Santa Croce a Firenze.

In occasione della ricorrenza tra il 15 e il 17 aprile 1955 all’interno della basilica fu inaugurato il primo di una serie di convegni di “studi gentiliani”.

Pensiero filosofico

La filosofia di Gentile fu da lui denominata attualismo o idealismo attuale, poiché in esso l’unica vera realtà è l’atto puro del «pensiero che pensa», cioè l’autocoscienza, in cui si manifesta lo spirito che comprende tutto l’esistente; in altre parole, solo quello che si realizza tramite il pensiero rappresenta la realtà in cui il filosofo si riconosce.

Gentile avversa ogni dualismo e naturalismo rivendicando l’unità di natura e spirito (monismo), cioè di spirito e materia, nella coscienza, assieme al primato gnoseologico ed ontologico di questa. La coscienza è vista come sintesi di soggetto e oggetto, sintesi di un atto in cui il primo (il soggetto) pone il secondo (autoconcetto). Non hanno quindi senso orientamenti solo spiritualisti o solo materialisti, come non ne ha la divisione netta tra spirito e materia del platonismo, in quanto la realtà è unica (qui è evidente l’influsso del panteismo rinascimentale e dell’immanentismo, più che dell’hegelismo)

Di Hegel, a differenza di Benedetto Croce (fautore dello storicismo assoluto o idealismo storicista per cui tutta la realtà è storia e non atto, in senso aristotelico) Gentile non apprezza tanto l’orizzonte storicista quanto l’impianto idealistico relativo alla coscienza, ovvero la posizione della coscienza come fondamento del reale. Anche secondo Gentile vi è un errore, in Hegel, nella valutazione della dialettica, ma in modo diverso da Croce: Hegel avrebbe infatti confuso la dialettica del pensare (che ha individuato correttamente) lasciandovi forti residui della dialettica del pensato, ovvero quella del pensiero determinato e delle scienze.

L’attualismo di Gentile si esprime in questa riforma della dialettica idealista, con l’aggiunta della teoria dell’atto puro e l’esplicazione del rapporto tra logica del pensare e logica del pensato.

Recuperando Fichte, il filosofo afferma che lo spirito è fondante in quanto unità di coscienza ed autocoscienza, pensiero in atto; l’atto del pensiero pensante, o «atto puro», è il principio e la forma della realtà diveniente. Secondo Gentile la dialettica dell’atto puro si attua nella opposizione tra la soggettività rappresentata dall’arte (tesi) e l’oggettività rappresentata dalla religione (antitesi) cui fa da soluzione la filosofia (sintesi).

L’atto puro si fonda sull’opposizione della «logica del pensiero pensante» e la «logica del pensiero pensato»; la prima è una logica filosofica e dialettica, la seconda una logica formale ed erronea.

Gentile dedica la sua attenzione al tema della soggettività dell’arte e il suo rapporto con religione e filosofia, ovvero l’intera vita dello spirito; se da un lato l’arte è il prodotto di un sentimento soggettivo, dall’altro essa è un atto sintetico che coglie tutti i momenti della vita dello spirito, acquistando dunque alcuni caratteri del discorso razionale.

Pensiero politico

La sua è una filosofia politica fortemente attivista e attualista (cioè vuole trasporre l’attualismo nel campo civile e sociale). Essendo insoddisfatto di fronte alla realtà, in Gentile troviamo il primato del futuro, ma, allo stesso tempo, una forte matrice anti-razionalistica.

Il fascismo non è la sola qualificazione politica che dà della propria filosofia, Gentile infatti vorrebbe essere anche liberale, nonostante sembri respingere quasi in toto il liberalismo ottocentesco ne “La dottrina del fascismo”. [ Difatti la sua concezione politica riprende la problematica concezione hegeliana dello stato etico, per cui libero non è l’individuo atomisticamente e materialisticamente inteso, ma soltanto lo stato nel suo processo storico.

L’individuo può essere libero ed esplicare la sua moralità esclusivamente nelle forme istituzionali dello stato, come chiarisce nella voce «Fascismo» dell’Enciclopedia italiana.[35] L’individuo può maturare la sua libertà individuale solo all’interno dello Stato (“libertà nella legge”), con ciò a dire in un contesto istituzionale organizzato. Un esempio di questa concezione lo si può trovare nella Destra storica, la quale governò i primi anni dell’Unità d’Italia: impostò un governo autoritario(concezione ereditata poi dalla Sinistra storica di Francesco Crispi) che riuscì a moderare l’individualità dei singoli, quella che Gentile definisce come la spinta alla disgregazione; questo modello di governo forte è giusto per Gentile, in quanto lo Stato deve essere Stato etico, definito mazzinianamente come “educatore”. Se Gentile voglia uno stato totalitario vero e proprio è questione invece incerta, di certo nella sua fase prettamente fascista egli fa riferimento allo “Stato totale”, l’organismo che accoglie tutto in sé.
Giovanni Gentile negli ultimi anni

Con il fascismo si può avere vero “liberalismo” in quanto riporta ai valori primigeni del Risorgimento: Gentile dimostra qui un forte approccio storicistico, secondo il quale il fascismo trarrebbe la sua legittimazione dalla storia, sarebbe appunto una fase storica, non un’ideologia politica.

Il Risorgimento non fu solo un’operazione politica, ma un “atto di fede”: il campione di suddetto atto di fede fu Mazzini: anti-illuminista e romantico, anti-francese, spiritualista e nemico dei principi materialistici.

Lo Stato giolittiano rappresentò invece, secondo Gentile (concezione che lo divide radicalmente da Croce), un tradimento dei valori risorgimentali: per rompere questo status quo degenerativo del processo italiano fu necessario il ricorso all’illegalità e alla violenza del fascismo movimento: una violenza rivoluzionaria, perché portatrice di un nuovo assetto, ma anche statale, perché va a colmare le lacune che vigono nel sistema statale.Gentile insiste molto sulla novità del fascismo: è un modo nuovo di concepire la nazione, ha una consapevolezza mistica di ciò che sta compiendo.

Benito Mussolini viene perciò dipinto come un vero eroe idealistico. La missione del fascismo, secondo Gentile, è quella di creare l’Uomo nuovo: un uomo di fede, spirituale, anti-materialista, volto a grandi imprese. Questo nuovo tipo di uomo sarà antitetico al carattere che Giolitti tentò di imprimere alla nazione e che connotava l’Italia come scettica, mediocre e furbastra.

Egli, in quanto ideologo, sostiene che il fascismo si dovesse istituzionalizzare: ciò avverrà nei fatti attraverso l’istituzione del Gran Consiglio del Fascismo. Il fascismo si deve inoltre far assorbire dall’italianità (e non il contrario): il fine è che nella società non vi siano più contraddizioni, nessuna differenza tra cultura italiana e cultura fascista.

Bisogna arrivare ad una comunità omogenea e compatta anche in ambito lavorativo: attraverso l’istituzione della corporazione, la quale deve sanare la frattura sindacati-datori di lavoro tramite la collaborazione di classe; anche qua egli riprende le teorie mazziniane, oltre che il distributismo. Il corporativismo (di cui le estreme realizzazioni saranno la democrazia organica e la socializzazione dell’economia, progettate nella RSI) permetterà di giungere ad uno stato di fatto in cui i problemi economici si risolveranno all’interno della corporazione stessa, senza provocare fratture all’interno della società, ed evitando la lotta di classe, grazie alla terza via fascista.

Negli ultimi anni di vita Gentile insistette molto, opponendosi energicamente all’ala estrema e intransigente del fascismo, per una riconciliazione, la più ampia possibile, di tutti gli italiani, sia fascisti sia antifascisti. Riteneva infatti molto dannosa e controproducente la guerra civile fra italiani, di cui comunque non vedrà la fine.

Teorie pedagogiche

Gentile riflette a lungo sulla funzione pedagogica e unisce la pedagogia con la filosofia, avviando una rifondazione in senso idealistico della prima, negandone i nessi con la psicologia e con l’etica.

L’educazione deve essere intesa come un attuarsi, uno svolgersi dello spirito stesso che realizza così la propria autonomia. L’insegnamento è spirito in atto, in cui non si possono fissare le fasi o prescrivere il metodo: «il metodo è il maestro», il quale non deve attenersi ad alcuna didattica programmata ma affrontare questo compito sulla scorta delle proprie risorse interiori. Programmare la didattica sarebbe come cristallizzare il fuoco creatore e diveniente dello spirito che è alla base dell’educazione. Al maestro è richiesta una vasta cultura e null’altro, il metodo verrà da sé, perché il metodo risiede nella stessa cultura nel suo processo infinito di creazione e ricreazione.

Il dualismo scolaro – maestro deve risolversi in unità attraverso la comune partecipazione alla vita dello spirito che tramite la cultura muove l’educatore verso l’educando e lo riassorbe nell’universalità dell’atto spirituale. «il maestro è il sacerdote, l’interprete, il ministro dell’essere divino, dello “spirito”».

Il maestro incarna lo spirito stesso, l’allievo deve allora entrare in sintonia nell’ascolto col maestro, proprio per partecipare anche lui dell’attuarsi dello spirito, per farsi libero ed autonomo, e in questa relazione arriva ad autoeducarsi, facendo del tutto propri i grandi contenuti presentati.

Questi concetti ispirano la riforma scolastica del 1923 attuata da Gentile in veste di ministro della Pubblica istruzione. Altri concetti della filosofia di Gentile evidenti nella riforma scolastica sono in particolare la concezione della scuola come parte fondamentale dello Stato (viene infatti istituito un esame di Stato che sancisce la fine di ogni ciclo scolastico, anche se gli studi sono effettuati in un istituto privato) e il predominio delle discipline del gruppo retorico-filologico.
La riforma della scuola

Gentile fu ministro della pubblica istruzione e nel 1923 mise in atto la sua riforma scolastica, elaborata assieme a Giuseppe Lombardo Radice e definita da Mussolini “la più fascista delle riforme”, in sostituzione della vecchia legge Casati.

Essa era fortemente meritocratica e censitaria; dal punto di vista strutturale Gentile individua l’organizzazione della scuola secondo un ordinamento gerarchico e centralistico. Una scuola di tipo piramidale, cioè pensata e dedicata «ai migliori» e rigidamente suddivisa a livello secondario in un ramo classico-umanistico per i dirigenti e in un ramo professionale per il popolo. I gradi più elevati erano riservati agli alunni più meritevoli, o comunque a quelli appartenenti ai ceti più abbienti. Le scienze naturali e la matematica furono messe in secondo piano, poiché avevano la loro importanza solo a livello professionale. Tuttavia, questo non avvenne nelle Università; difatti Giovanni Gentile, a differenza di Croce che sosteneva l’assoluta preponderanza delle materie classiche sulla scienza, pur criticando gli eccessi del positivismo e considerando anch’egli le materie letterarie come superiori, intrattenne anche rapporti, improntati al dialogo, con matematici e fisici italiani[senza fonte] (come Ettore Majorana, che divenne anche amico del figlio Giovanni jr.) e cercò di instaurare un confronto costruttivo con la cultura scientifica.

L’obbligo scolastico fu innalzato a 14 anni e fu istituita la scuola elementare da sei ai dieci anni. L’allievo che terminava la scuola elementare aveva la possibilità di scegliere tra i licei classico e scientifico oppure gli istituti tecnici. Solo i due licei permettevano l’accesso all’università (il secondo solo alle facoltà scientifiche), in questo modo però veniva mantenuta una profonda divisione tra classi sociali (questo vincolo fu rimosso completamente solo nel 1969).

Fu aumentata la discriminazione nei confronti delle donne, sia mediante la creazione di un liceo femminile, sia mediante la loro esclusione dall’insegnamento nei licei.

Fra gli scopi dichiarati della riforma vi era la riduzione della popolazione scolastica:

« L’esclusione di un certo numero di alunni dalla scuola pubblica era stato il proposito ben chiaro della nostra riforma (…) Non si deve trovare posto per tutti (…) La riforma tende proprio a questo: a ridurre la popolazione scolastica. »
(Giovanni Gentile)
La religione è insegnata obbligatoriamente a livello primario, introdotta anche per le altre scuole con il Concordato, ma con parere contrario di Gentile. Nella riforma è prevista però la richiesta di esonero, per chi professi altre fedi.

Gentile riteneva che tutti i cittadini dovessero possedere una concezione religiosa e che la religione da insegnare fosse la religione cattolica in quanto religione dominante in Italia.

Nel triennio dell’istruzione classica veniva poi introdotta, in sostituzione, la filosofia, adatta alle classi dominanti e alla futura classe dirigente, ma non al popolo minuto.

Ribadisce che non esiste un metodo nell’insegnamento, ogni argomento è metodo a sé stesso, cioè non è una nozione astratta da memorizzare ma atto di ricerca attiva e creativa.[40] L’insegnante può adoperare delle indicazioni di metodo per preparare le fasi che precedono l’insegnamento. La riforma Gentile fu sostituita dalla riforma Bottai del 1940, che però non entrerà mai completamente in piena applicazione a causa della guerra, e sarà definitivamente archiviata dal 1962. Tuttavia, gran parte della suddivisione ideata da Gentile con la riforma del 1924, come la scuola elementare, media e superiore con i licei, è rimasta formalmente in vigore (venne invece eliminata la cosiddetta “scuola di avviamento”).

Gentile e la cultura successiva

Emissione filatelica dedicata dalla Repubblica Italiana a Gentile nel cinquantesimo anniversario della morte (1994)
Con l’uccisione di Gentile – il 15 aprile 1944 – e la fine del regime fascista che egli sino all’ultimo appoggiò, iniziò nei suoi confronti non tanto una forma di ostracismo, quanto di rimozione, attenuatasi però negli ultimi decenni grazie all’opera di studiosi spesso in polemica tra loro.

Secondo il filosofo cattolico Augusto Del Noce, uno dei suoi principali rivalutatori, Gentile è un pensatore della secolarizzazione e della risoluzione della trascendenza in prassi – in ciò accomunato a Marx -, determinante addirittura per lo stesso comunismo italiano attraverso la ripresa che ne fece Antonio Gramsci (da sottolineare che, sulla rivistaL’Ordine Nuovo, Piero Gobetti nel 1921 scrive che Gentile “ha veramente formato la nostra cultura filosofica” . Di tutt’altro avviso Gennaro Sasso, secondo il quale a dover essere rivalutata non è affatto la disastrosa prassi politica di Gentile, la cui «passionale» adesione al fascismo «fu filosofica, forse, a parole…ma nelle cose no». Ciò che merita ancora di essere studiato, sostiene Sasso, è invece «la filosofia dell’atto in atto», e tra essa «e il fascismo non c’è, né ci può essere, alcun nesso». Secondo Martin Beckstein, invece, proprio la filosofia di Gentile rappresenta la «fascistizzazione dell’attualismo» e pertanto una «deformazione dell’idealismo».

Per approfondire gli studi sull’opera del filosofo sono nati negli anni ’80 l’Istituto di studi gentiliani di Roma, presieduto da Antonio Fedee la “Fondazione Giovanni Gentile”, la cui sede, dal 1982, è presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”, e presieduta da Gennaro Sasso.

La filosofia gentiliana è stimata anche dal filosofo laico Emanuele Severino.

Nel 1994 gli venne dedicato un francobollo delle Poste italiane, unico tra le personalità di primo piano del regime fascista ad avere questa celebrazione da parte della Repubblica Italiana.

Mussolini visita la sede dell'Istituto Treccani dove si compila l'Enciclopedia Italiana ..
Mussolini visita la sede dell’Istituto Treccani dove si compila l’Enciclopedia Italiana ..

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