Giuseppina Ghersi  era una studentessa di 13 anni dell’istituto magistrale “Maria Giuseppa Rossello” del quartiere “La Villetta” di Savona.

Una bambina accorta e diligente, figlia di commercianti ortofrutticoli abitava in via Tallone, attualmente via Donizetti.

La storia è descritta dall’esposto del padre, Giovanni Ghersi, presentato al Procuratore della Repubblica di Savona in data 29 aprile 1949, di cui è possibile chiedere copia all’Archivio di Stato di Savona, e che consta di sei cartelle minuziosamente vergate a mano.

“Il 25 aprile ‘45, alle 5 pomeridiane” i partigiani, appena entrati a Savona, chiedono ai Ghersi del “materiale di medicazione” che la famiglia non esita a “fornire volentieri”.

Il giorno successivo, come di consueto, i coniugi si dirigono verso il loro banco di frutta e verdura, ma in zona San Michele, poco dopo le 6.00 del mattino, sono fermati da due partigiani armati di mitra. Vengono portati al Campo di Concentramento di Legino , situato nella zona dell’odierno complesso delle Scuole Medie Guidobono, dove un terzo partigiano sequestra loro le chiavi dell’appartamento e del magazzino.

Dopo circa mezz’ora viene deportata al Campo anche la cognata e i partigiani, senza testimoni, possono finalmente procedere rubando le merci dal negozio e tutti i beni della famiglia presenti in casa.

Solo Giuseppina manca all’appello perché ospitata da alcuni amici di famiglia in Via Paolo Boselli 6/8.

I Ghersi, ormai detenuti da due giorni senza lo straccio di un’accusa, chiedono spiegazioni ai partigiani .

Viene loro detto che si tratta di un semplice controllo e che hanno bisogno di fare delle domande alla figlioletta.

Siccome Giuseppina aveva precedentemente vinto un concorso a tema ricevendo, via lettera, i complimenti da parte del Segretario Particolare del Duce in persona, trattandosi di una bonaria quisquilia, i genitori si persuadono circa le intenzioni dei partigiani e, accompagnati da uomini armati, vanno a prendere la piccola.

L’intera famiglia Ghersi viene dunque tradotta nuovamente al Campo di Concentramento dove inizia il primo giorno di follia.

E’ il pomeriggio del 27 Aprile 1945: madre e figlia vengono malmenate e stuprate mentre il padre, bloccato da cinque uomini, è costretto ad assistere al macabro spettacolo percosso dal calcio di un fucile su schiena e testa. Per tutta la durata della scena gli aguzzini chiedono al padre di rivelare dove avesse nascosto altro denaro e oggetti preziosi.

Giuseppina cade probabilmente in stato comatoso perché, come riferisce l’esposto al Procuratore, “non aveva più la forza di chiamare suo papà”.

Verso sera inizia a piovere e le belve, stanche di soddisfare i propri istinti, conducono Giovanni e Laura Ghersi presso il Comando Partigiano di Via Niella dove viene chiaramente detto che a loro carico non è emerso nulla. Nonostante ciò i partigiani li rinchiudono nel carcere Sant’Agostino.

Giuseppina subisce da sola un lungo calvario di sofferenze finché, il 30 Aprile 1945, viene finita con un colpo di pistola per poi essere gettata davanti alle mura del Cimitero di Zinola su un cumulo di cadaveri. Il corpo viene disteso dal personale del luogo nella fila dei riconoscimenti dove per diversi giorni.

La testimonianza 

Qui viene notato dal Sig. Stelvio Murialdo per alcuni agghiaccianti particolari.

Riportiamo, testualmente, dalla memoria del Sig. Stelvio Murialdo:

“E proprio il primo era un cadavere di donna molto giovane; erano terribili le condizioni in cui l’ avevano ridotta, evidentemente avevano infierito in maniera brutale su di lei, senza riuscire a cancellare la sua giovane eta’. Una mano pietosa aveva steso su di lei una SUDICIA COPERTA GRIGIA che parzialmente la ricopriva dal collo alle ginocchia. La guerra ci aveva costretto a vedere tanti cadaveri e in verità, la morte concede ai morti una distesa serenità; ma lei , quella sconosciuta ragazza NO!!! L’ orrore era rimasto impresso sul suo viso, una maschera di sangue, con un occhio bluastro, tumefatto e l’ altro spalancato sull’ inferno. Ricordo che non riuscivo, come paralizzato, a staccarmi da quella povera disarticolata marionetta, con un braccio irrigidito verso l’ alto,come a proteggere la fronte, mentre un dito spezzato era piegato verso il dorso della mano.”

La Sig.ra Ghersi viene rilasciata dopo 12 giorni di detenzione ed è costretta a recarsi presso al sede Comunista del quartiere Fornaci per domandare le chiavi della propria casa. Queste le vengono restituite solo il giorno successivo quando, accompagnata da un caporione del PCI, può riappropriarsi parzialmente dell’appartamento: il funzionario politico provvede infatti a sigillare tutte le camere eccetto una stanzetta e la cucina.

E’ quasi estate e il marito viene liberato dal carcere l’11 giugno senza mai essere stato interrogato per tutta la durata della detenzione. In questa circostanza apprende la notizia della morte di sua figlia e, nonostante il tremendo peso che aggrava il suo cuore, ritrova dentro casa la moglie prossima alla follia.

Il Sig. Ghersi si rivolge alla Questura dove, per via delle ruberie, gli viene corrisposto un acconto di 150.000 Lire mentre un agente si offre d’aiutarlo nella rimozione dei sigilli apposti ai locali della propria casa.

L’uomo, dovendo provvedere a moglie e cognata, viene assunto “per compassione” presso il consorzio ortofrutticolo dove riesce a percepire il minimo necessario per sopravvivere.
Sembra quasi che le cose tendano verso una certa normalizzazione, quando la notte dell’11 Luglio, a un mese esatto dalla scarcerazione di Giovanni, si iniziano ad avvertire alcuni rumori che svegliano di sobbalzo la famiglia. Un gruppo non identificato di persone cerca di forzare la porta di casa Ghersi che, fortunatamente, non cede.

Giovanni e Laura non riescono più a sostenere l’onere delle violenze subite e fuggono da Savona affrontando una vita di stenti e povertà incontrando in ogni dove il sospetto dei funzionari politici del Pci. Situazione del tutto simile a quella dei profughi istriani che, giunti in Italia, si trovano costretti a fuggire in altri paesi per via della pressione esercitata sul Governo, da parte del Partito Comunista Italiano. “Abbiamo dovuto scappare – si legge nell’esposto del Sig Giovanni – all’alba come ladri, da casa nostra, dalla nostra città , senza mezzi e senza lavoro, vivendo per anni in povertà e miseria, pur sapendo che gli assassini della mia bambina di appena 13 anni, vivevano nel lusso impuniti, onorati e riveriti, con i nostri soldi e di tutti quelli che erano morti o che erano dovuti scappare.

Foto tratta da una foto ricordo della sua scuola

 

ESPOSTO DEL PADRE di  Giuseppina GHERSI 

Il 29 aprile del 1949, il padre della povera Giuseppina Ghersi, Pinuccia, rapita, stuprata ed assassinata da tre partigiani comunisti nella notte del 30 aprile 45, prende carta e penna e mosso dalla rabbia e dalla disperazione per cio’ che la sua famiglia ha subito, torture, percosse, espropri, omicidi, minacce, scrive un esposto alla Procura della Repubblica di Savona.

Ecco stralcio dell’ l’esposto , indirizzato al Procuratore di Savona e firmato dal Signor Ghersi, consta di sei cartelle, manoscritte con una grafia fitta, con delle correzioni, pieno di sofferenza.

Ma l’attuale Procura della Repubblica, non ritiene che sussistano gli elementi oggettivi per riaprire un caso molto spinoso che necessita di molti chiarimenti a tutt’oggi…

“…Il 25 aprile 45, alle 5 pomeridiane, sono arrivati a Savona, i partigiani, noi stavamo alla finestra, ci venne chiesto del materiale di medicazione che noi fornimmo volentieri.
Il 26 ci recammo al lavoro alle 6, al nostro ingrosso di frutta e verdure, accompagnati da un vetturino, Meriggi, abitante in Via Saredo, accanto a casa nostra.
Arrivati a San Michele, fummo fermati da due partigiani armati di mitra, uno rimase a guardia di noi e l’altro ando’ a telefonare in un garage, del Signor Filippo Cuneo. Venne un tale che si qualifico’ come tenente, della polizia partigiana.

Uno dei partigiani, De Benedetti Giuliano, volle che fossimo tradotti al campo di prigionia di Legino sotto scorta armata. Venni disarmato del coltello da lavoro che abitualmente portavo dietro.
Arrivati a campo di Legino, luogo di morte di tanti poveretti, fummo contattati da un certo Piovano, abitante a Savona in Via Valletta San Michele attualmente operaio delle FS, il quale ci sequestro’le chiavi di casa e del magazzino della nostra merce. Dopo circa mezz’ora fu tradotta al campo, anche mia cognata, coabitante con la mia famiglia. In questo modo la casa e il magazzino furono depredati di tutto senza testimoni, per portare via tutto sono stati usati camion e carretti. Anche dalla casa sparirono oro, argento e denari…”

“ il 27 aprile, verso le 10 del mattino, i partigiani del campo, minacciarono di morte mia moglie per sapere dove fosse la mia bambina, di appena 13 anni, terrorizzati, acconsentimmo ad accompagnarli a prenderla dove essa era, presso dei conoscenti in via Paolo Boselli 6/8 Savona.

Accompagnata da un “brutto ceffo” certo Guerci, abitante a Zinola, operaio ILVA, la presero e la condussero al campo.

Nel pomeriggio cominciarono le nostre torture, presero la bambina, e ci giocarono a pallone, portandola in uno stato comatoso, perdendo tanto sangue che non aveva piu’ la forza di chiamare suo papa’, poi si sfogarono su mia moglie, malmenandola e percuotendola in modo che lascio alla vostra immaginazione, poi in cinque cominciarono a battermi con il calcio del moschetto, sulla testa e sulla schiena, tutto cio’ perche’ rivelassi dove avevo nascosto altri soldi e altro oro.

Dopo aver conciato per bene io e mia moglie, da fare pieta’, verso le sei, mentre pioveva a catinelle, fummo condotti in via Niella, dal Comando partigiano, dove ci fu detto che a nostro carico non era emerso nulla. Nonostante cio’ fummo portati al Carcere di S. Agostino arbitrariamente da tale Serra, nato a Spotorno e residente a Legino.

Mia moglie dopo 12 gg. Fu rilasciata e si reco’ presso la sede Comunista delle Fornaci, dove chiese le chiavi di casa, che dopo grandi insistenze le vennero restituite. Ma per poco, infatti arrivo’ un certo Ferro abitante in Via Bove, che per ordine della sezione del PCI delle Fornaci, le riprese.

L’indomani, mia moglie torno’ al Comando Partigiano in Via Montenotte e riebbe le chiavi di casa nostra, ma appena in casa, entro’ anche un caporione del PCI tale Peragallo, abitante in Via Tallone 9/12, il quale sigillo’ tutte le camere tranne la cucina e una cameretta.

Il giorno 11 giugno, senza mai essere stato interrogato fui liberato, appresi della uccisione della mia bambina, Pinuccia, e ebbi grande sconforto da questa notizia. Andai in questura e chiesi di far togliere i sigilli alle camere, cosa che fece un agente. A causa delle ruberie subite l’intendenza di finanza mi corrispose un acconto di 150.000 lire.

Gli animali che avevo, conigli e galline, furono venduti ad un pubblico ristorante; essendo senza lavoro ed indigente, venni assunto per compassione presso il consorzio ortofrutticolo dove percepivo il necessario per poter vivere con mia moglie e sua sorella, era un periodo quasi sereno…

Ma una notte, l’11 luglio 45, un gruppo di persone tento’ di forzare la porta di casa per prelevarmi e farmi fare la stessa fine di mia figlia e di molti altri. La porta per fortuna non cedette. E quella notte, salvammo la vita…
Per questo motivo, abbiamo dovuto scappare all’alba come ladri, da casa nostra, dalla nostra citta’ , senza mezzi e senza lavoro, vivendo per anni in poverta’ e miseria, pur sapendo che gli assassini della mia bambina di appena 13 anni, vivevano nel lusso impuniti, onorati e riveriti, con i nostri soldi e di tutti quelli che erano morti o che erano dovuti scappare.

Signor Procuratore,
mia figlia fu assassinata il 30 aprile del 45, dopo mezzanotte, alle 4 del mattino a Legino e fu portata al cimitero di Zinola, e buttata come un sacco di patate nel mucchio dei morti amazzati che tutte le notti riempivano il piazzale davanti al cimitero, assieme a lei fu ammazzata Teresa Delfino , Vico Crema 1/1 Savona. Pare che l’autore degli assassini sia stato Gatti Pino di Bergeggi.

Sono arrivato alla determinazione di sottoporre alla S.V. i fatti, affinche’ sia fatta luce su questa faccenda, e vengano puniti i responsabili del delitto commesso in persona della mia bambina oltreche’ di tutti i furti che abbiamo dovuto subire.”

 

 

 

Vedi anche  La strage di Rovetta. I 43 ragazzi trucidati dai partigiani

PICCOLA MARTIRE SCONOSCIUTA – Parte I

CI SONO RICORDI CHE TENTI DI CANCELLARE, MA PRIMA O POI RITORNANO, PERCHE’ TI APPARTENGONO!!

 

PREMESSA

 

Durante gli ultimi giorni di aprile del 1945 ricordati come “le radiose giornate” venne commesso a savona un’ efferrato delitto su una ragazzina di tredici anni; un ‘omicidio brutale; ingiustificato!

Ho sempre sperato che la mia citta’ trovasse l’ onesta’ morale di ricordare quella bambina innocente ( ma quali gravi reati puo’ commettere una tredicenne…? )

Non per giustizia, che ormai chi commise quella atrocita’ deve rispondere a ben altro tribunale, ma per sentimento di pieta’; ed ora io avrei sepolto nella mia mente dei ricordi!

Ma ora , dopo sessant’ anni non spero certamente piu’ in una doverosa riabilitazione ed allora affido alla carta la memoria di un tragico evento che mi volle occasionale testimone di quel martirio.

Fu proprio negli ultimi giorni di aprile quando ormai il conflitto stava volgendo al termine in tutta europa, che di primo mattino vidi arrivare a casa nostra LINA CUTICA alla ricerca di suo fratello VALENTINO, milite della BRIGATA NERA di cui piu’ nulla si sapeva, anzi lei sperava di trovarlo presso di noi.

C’era molta amicizia con tutta la famiglia CUTTICA , amicizia nata qualche anno prima quando , ancora ragazzo, VALENTINO aveva lavorato nel negozio di ferramenta in cui mio PADRE era rappresentante.

Ed io in particolare ero molto legato a VALENTINO per il suo carattere allegro e la sua indole aperta, era quella gente disperata per la mancanza di notizie, penso’ di rivolgersi a mio padre, come unica persona in grado di cercare quel ragazzo o di sapere qualcosa sulla sua sorte; e lui , generoso e disponibile come fu’ sempre, con buona dose di coraggio, decise di cominciare le ricerche la’ dove venivano fucilati o scaricati dai vari luoghi dell’esecuzioni, i soldati della REPUBBLICA SOCIALE ( E NON SOLO LORO) ovvero contro i muri esterni del cimitero di zinola.

Si parlava allora della ” RESA DEI CONTI ” e tutti avevano capito che mio padre nutriva poche speranze di trovare la giovane BRIGATA NERA VALENTINO ancora vivo..

Volle accompagnarlo un boscaiolo che viveva solo in un piccolo alloggio della nostra scala, era VENTURINO , un uomo forte e buono, reduce della ” GRANDE GUERRA ” che piu’ volte mi aveva affascinato con i racconti di tragiche battaglie dell’ altipiano dell BAINSIZZA al SAN MICHELE.

Allora la bicicletta era il mezzo piu’ consueto per muoversi e , prima di partire, mio padre mi guardo’ dicendomi: ” sta vicino a LINA e tua MADRE , noi faremo presto! “, e soggiunse: ” non fare come il solito di testa tua e soprattutto non ci seguire!”

Maledizione! non avevo abbassato gli occhi in tempo e mio padre, come sempre quando mi guardava aveva letto il mio pensiero !

Naturalmente la tentazione era troppo forte e dopo aver aspettato qualche minuto che i due fossero ad una rispettosa distanza, inforcai la bicicletta di mia madre e li seguii……

La strada correva veloce sotto le ruote della bici; non c’ era certo il traffico di oggi, pero’ una lunga fila di grossi autocarri ” DOOGE ” con la bianca stella americana sul cofano e sulle portiere, sostava sull’ aurelia restringendo la carreggiata mentre numerose JEEP ( allora le chiamavano cammionette) sfrecciavano continuamente nei due sensi, era la prima volta che vedevo i soldati americani bianchi e neri.

Ancora oggi mi chiedo come non ci rendessimo conto del pericolo che correvamo nella ricerca del MILITE DELLA BRIGATA NERA VALENTINO , in quei giorni bastava molto meno per essere ammazzati, ma forse i quotidiani bombardamenti aerei ci avevano abituati al pericolo!!!

Fu proprio entrando in ZINOLA che mi accorsi di aver perso di vista mio padre, aumentai l’ andatura e , superata la chiesa e il passaggio a livello, imboccai velocemente la semi curva che portava davanti al cimitero…. e trovai mio padre che mi stava aspettando!!!!! mi guado con quell’espressione severa e triste che mi facava piu’ male di una sberla, poi mi disse ” mi rendo conto che dovremmo fare un lungo discorso noi due! per adesso siediti li’ e aspettaci!” mi aveva indicato un muretto nell’ argine lungo il torrente di Quiliano e , mentre ubbidivo a quell’ordine perentorio, loro due si avviavano verso una lunga fila di CADAVERI.

Ritengo che ancora una volta la curiosita’ fosse piu’ forte dell’ obbedienza e qiundi lentamente, molto lentamente, mi avvicinai ai primi corpi di quella fila.

E proprio il primo era un cadavere di donna molto giovane; erano terribili le condizioni in cui l’ avevano ridotta, evidentemente avevano infierito in maniera brutale su di lei, senza riuscire a cancellare la sua giovane eta’.

Una mano pietosa aveva steso su di lei una SUDICIA COPERTA GRIGIA che parzialmente la ricopriva dal collo alle ginocchia.

La guerra ci aveva costretto a vedere tanti cadaveri e in verita’, la morte concede ai morti una distesa serenita’; ma lei , quella sconosciuta ragazza NO!!! L’ orrore era rimasto impresso sul suo viso, una maschera di sangue, con un occhio bluastro, tumefatto e l’ altro spalancato sull’ inferno.

Ricordo che non riuscivo, come paralizzato, a staccarmi da quella povera disarticolata marionetta, con un braccio irrigidito verso l’ alto,come a proteggere la fronte, mentre UN DITO SPEZZATO ERA PIEGATO VERSO IL DORSO DELLA MANO.

Mi riscosse la voce di mio padre insolitamente dolce, che mi disse :” hai visto abbastanza! ora torniamo a casa!”

Nel ricordo del viaggio di ritorno, soltanto la voce di mio padre che, rivolta verso il nostro compagno di viaggio, diceva riferendosi evidentemente a VALENTINO: ” se non l’ abbiamo trovato tra i morti, speriamo che sia ancora trai vivi!”

 

PICCOLA MARTIRE SCONOSCIUTA – Parte II
 

Passarono alcuni anni:io avevo cominciato a lavorare;un lavoro che mi piaceva,anche se a volte mi costringeva lontano da casa per qualche settimana;e fu durante una diqueste mie assenze che mori una persona cara:Giobatta Vignolo,conosciuto come u ,un vecchio contadino dal quale avevo imparato molte cose,soprattutto saggezza e pazienza.

Naturalmente,appena mi fu possibile,in occasione di un intervallo festivo,volli onorarlo con una visita al cimitero di Zinola.

Fu un lungo giro, o meglio un pellegrinaggio, poichè erano già tante le persone a me care che non c’ erano piu!

Quando mi avviai all’uscita, passando tra i due campi più prossimi al cancello, notai una coppia che stava sistemando dei fiori su una tomba, fiori che, in parte, coprivano la lapide, ma lasciavano intravedere le date: 1931 – 1945; mi tornò in mente l’aprile del ’45 e…… ma non c’erano dubbi: quella data e quell’età corrispondevano alla giovane sconosciuta!

Esitai alquanto, poi chiesi ai due: “E’ LA RAGAZZINA CHE HANNO UCCISO A FINE APRILE?”

La donna mi guardò con diffidenza, poi, con voce ostile, mi chiese: “Perchè?”; mi resi conto che stavo rivolgendomi ai genitori, persone profondamente ferite, che non avevano mai avuto giustizia (così aveva voluto il dominante terrore politico) ed io, un po’ a disagio, ma senza recedere dal io proposito, risposi: “Se è lei, io l’ho vista laggiù contro il muro, come l’avevano lasciata dopo averla uccisa!”

La dura corteccia di rancore si stava aprendo e, dopo qualche istante, mi dissero: “Vieni pure, noi siamo i genitori”.

Ebbi così modo di leggere per intero la lapide:

GIUSEPPINA GHERSI

Parlai brevemente della coincidenza che mi aveva portato a Zinola in quei giorni e, dopo qualche frase di circostanza, mi allontanai.

E fu a questo punto che scattò qualcosa, per cui tornai sui miei passi e chiesi se avessero una fotografia di Giuseppina; oggi penso che ciò fosse dovuto all’inconscia necessità di cancellare dal mo ricordo quel GIOVANE VOLTO MARTORIATO.

Mi parve di capire che la mia richiesta facesse loro piacere, perchè la donna mi rispose: Io qui con me non ho nulla, però se passi da casa nostra, certamente qualcosa posso trovare!”

Mi diedero l’indirisso, ma poichè non potevo fissare il giorno a causa del mio lavoro, promisi che sarei passato da loro in un tardo pomeriggio festivo.

Dopo circa una settimana, come promesso, mi recai all’indirizzo avuto: Via Tallone (il numero civico non lo ricordo), una via che oggi ha cambiato nome; trovai, oltre ai genitori che già conoscevo, anche la zia di Pinuccua; mi accolsero con estrema cordialità, come fossi stato un vecchio amico e, se allora ne fui sorpreso, in seguito compresi l’isolamento che aveva circondato i signori Ghersi, considerati come appestati ( ed ancora peggio: FASCISTI) ed in malaugurato caso di incontro, i conoscenti e gli amici abbassavano gli occhi fingendo di non conoscerli! Questo era il clima in quel tempo “radioso”!

La signora Laura raccontò l’allucinante calvario suo e del marito: furono dapprima arrestati con la cervellotica accusa di aver avuto rapporti commerciali con i nazi-fascisti (gestivano un banco di frutta  e verdura al mercato); si volle inoltre che venisse rintracciata la figlia Giuseppina: “E che diamine! VOGLIAMO SOLTANTO INTERROGARLA! CHE ALTRO POSSIAMO VOLERE DA UNA RAGAZZINA?”

Rassicurati da quella infame menzogna, sempre accompagnati da uomini armati, trovarono Pinuccua in casa di una conoscente e per la giovane fu l’inizio della fine.

Con voce rotta dai singhiozzi la signora Laura continuò: “Io non rividi più mia figlia viva! Ci sequestrarono le chiavi di casa e, mentre noi eravamo in prigione, ci portaqrono via tutto! Per tutto il periodo della prigionia ogni giorno arrivavano, mi picchiavano, mi minacciavano senza una ragione…….”

Il suo pianto accorato creò una pausa nel suo racconto, ed io posi la domanda chiave che era all’origine di quell’omicidio: “MA PERCHE’ FU UCCISA?”

Mi risposero un po’ tutti, ovvero l’accusa ufficiale era spionaggio, accusa ridicoa data l’erà della vittima, però la zia azzardò un’altra ipotesi: Giuseppina aveva partecipato ad un concorso a tema per cui ricevette i COMPLIMENTI DAL DUCE IN PERSONA; poteva essere questo, la sua condanna a morte!

Poi ancora disse che, con molto coraggio, era andata nelle scuoli di Legino, diventate per l’occasione CAMPO DI CONCENTRAMENTO, dove Giuseppina era “detenuta” ed in effetti riusci a parlarle per pochi minuti: “ERA RIDOTTA IN UNO STATO PIETOSO; MI DISSE DI AVER SUBITO OGNI SORTA DI VIOLENZA……..” (a questo punto tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo supporre).

Ero sconcertato e, se non avessi visto con i miei occhi l’oggetto di quel martirio, non avrei creduto a tanta ferocia! Comunque osai ancora chiedere: “Nessuno ha assistito alla sua morte?” Mi rispose il signor Ghersi: Ero io con lei; prima mi hanno preso a pugni e mi hanno colpito col calcio del fucile, perchè volevo difendere mia figlia, POI HANNO UCCISO PINUCCIA A CALCI!”. Azzardai una domanda: “Ma non le avevano sparato?” Con voce alterata mi rispose : “Le spararono un colpo allaq nuca, ma la mia bambina era morente, o forse già morta!”.

Per ciò che ricordo, la mia visita volgeva al termine, ma al momento del commiato, ricordai qualcosa che mi aveva colpito e ancora chiesi:
“SCUSATEMI, MA PINUCCIA AVEVA FORSE UN ANELLO AL DITO?” Dopo un momento di perplessità la zia della bambina mi rispose “SI CERTO! UN ANELLINO D’ORO, ma perchè me lo chiedi?” Abbassai il capo e mormorai: “No niente, chiedevo così.”

Lasciai quella casa intrisa di dolore e, scendendo le scale, ebbi la sensazione che non avrei più rivisto nessuno di loro; e infatti fu proprio così.

Stava piovigginando quando uscii in strada; avevo tanta rabbia dentro.

Non potevo accettare l’ingiustizia, da qualunque parte pervenisse, non potevo accettare l’idea che i criminali fossero da una sola parte; non riuscivo a capire perchè, dopo aver eliminato la “tirannide” si sognasse alla guida della nostra nazione dei tiranni così spietati e feroci…….

Dal cielo buio una  fine acquerugiola mi scorreva sul viso; meglio così per passare inosservato tra la gente.

Molto, molto tempo dopo lessi che forse un poeta, forse un disperato disse che gli occhi velati di lacrime vedono molto lontano…..

Ma allora non potevo saperlo.

https://web.archive.org/web/20120506163841/http://www.ragazzidelmanfrei.it/giuseppinaghersi3.php?nws=3

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