Febbraio 1947. In Friuli Venezia Giulia duemila  giovani, ex partigiani e operai, decidono di raggiungere la Jugoslavia.

Hanno un sogno, contribuire alla costruzione del socialismo. Ma finiranno nei gulag di Tito. Pochi furono i sopravvissuti.

Tra l’inizio del 1946 e la fine del 1947 due flussi «migratori» si incrociano sull’incerto confine che divide Italia e Jugoslavia. Tutti parlano l’italiano pieno di influssi dialettali dell’alto Adriatico, ma lo spirito e le ragioni della migrazione sono molto diversi, quasi opposti. La prima «corrente», più numerosa, parte dalle coste istriane e dalmate e fugge alla «slavizzazione» di quelle terre, portandosi addosso l’accusa di complicità nazionale con il fascismo che in quelle terre ha seminato discriminazioni durante il ventennio di pace e terrore nei cinque anni di guerra.

In senso inverso si muove l’altra «corrente», per correre incontro ai propri ideali politici, decidendo di «andare a costruire il socialismo» nella neonata repubblica popolare di Jugoslavia.

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LETTURE

I 2000 operai di Monfalcone traditi da Tito e abbandonati dal Pci

di Marzio Breda

La guerra di memorie che negli ultimi cinquant’anni ha diviso l’Alto Adriatico è coincisa con l’odissea degli italiani fuggiti da Fiume, Pola, Spalato e da cento villaggi dell’«altro mare», davanti ai soldati di Tito. Da allora è serpeggiato un conflitto di identità forse scontato in un periodo di limite della storia come quello. Le «vittime» furono tante. In primo luogo i 350 mila che partirono per l’esilio, abbandonando tutto. E poi chi l’esilio l’ha sofferto in casa, rimanendo oltreconfine: i 35 mila «fratelli d’Istria» schiacciati dalla slavizzazione. Infine 2.000 altri uomini imbarazzanti per tutti, e perciò dimenticati, che in quegli stessi giorni diedero vita a un controesodo su cui è calata un’amnesia generale: la loro sfortuna fu di essere sempre «dalla parte sbagliata nel momento sbagliato, circondati dalle frontiere più dure e feroci», come ha scritto Claudio Magris, che li ha ricordati in un passo di «Utopia e disincanto».
Erano duemila operai comunisti di Monfalcone, dei «duri e puri» già perseguitati da camicie nere e SS. Attraversarono il golfo per edificare con i compagni titini «il vero socialismo». Pochi mesi dopo l’arrivo, quando nel 1948 il maresciallo jugoslavo venne scomunicato dal Cominform e ruppe con Stalin, furono visti con sospetto da Belgrado, minacciati, e molti di loro sbattuti nei gulag, perché «non ortodossi». Insomma, erano rimasti stalinisti. Subirono pestaggi e violenze, prima di tornare in Italia. Ma anche in patria quel destino «sbagliato» non cambiò: furono umiliati, emarginati e vessati, in quanto testimoni di un passato del quale il Pci ormai si vergognava.
Vicenda che su quella gente è pesata come un fallimento morale, tanto da indurla a non parlarne per anni. Lo ha fatto in tempi recenti qualche superstite, come per liberarsi la coscienza, parlando con uno storico, Giacomo Scotti, che ha ricostruito la storia. Tutto ha inizio subito dopo la guerra di liberazione, quando molti operai comunisti del cantiere navale di Monfalcone, affascinati dalla scommessa di Tito, varcano il confine e si trasferiscono a Pola e Fiume, nelle cui industrie c’è appunto un gran bisogno di manodopera qualificata.
E’ un controesodo di almeno 2.000 persone, convinte di fare una scelta definitiva e che perciò in parecchi casi si portano dietro pure le famiglie. A loro si aggiungono altri militanti mobilitati dal Pci in mezza Italia: intellettuali (come il critico d’arte Mario De Micheli), attori (come Sandro Bianchi), musicisti (come il violinista della Scala, Carlo La Spina). I «monfalconesi» restano «agli ordini» della federazione comunista di Trieste: da lì viene la linea politica che li condannerà a partire dal 28 giugno ’48, quando Mosca accusa Tito di deviazionismo. Il Pci, infatti, resta stalinista e firma la risoluzione antititoista del Cominform, proprio mentre Stalin è ormai un nemico a Belgrado. Di colpo diventano tutti e 2.000 «persone sospette», oggetto di purghe ed epurazioni. Ciò significa il gulag di Goli Otok, sull’Isola Calva, o altre prigionie in Bosnia Erzegovina. Mesi durissimi. Alla fine rientrano a casa, ma anche lì si ritrovano discriminati dalla loro stessa gente. Il Pci ha fatto uno strappo, ed è meglio che si tolgano di mezzo. «Fatelo per il bene della Causa e dell’Idea», viene detto loro. E il paradosso è che obbediscono.

(Corriere della Sera 8 ottobre 2001)

 

FUGA DALL’UTOPIA. LA TRAGEDIA DEI “MONFALCONESI”. 1947-1949

PREMESSA: L’UTOPIA COMUNISTA

Nel 1947, più di duemila operai e tecnici dei Cantieri navali di Monfalcone, provenienti da varie località del Friuli Venezia Giulia, minacciati dai licenziamenti a causa della crisi produttiva, decisero di emigrare spesso con le famiglie in Jugoslavia, dove era richiesta manodopera specializzata. I “duemila” scelsero di varcare il confine anche per una convinta scelta politica. Ai duemila operai dei Cantieri si aggiunse anche un migliaio di lavoratori, operai e contadini provenienti da altre località della regione. In seguito, la delusione per le condizioni di vita e la scelta di appoggiare Stalin contro Tito dopo la “scomunica” del partito comunista jugoslavo in seguito alla Risoluzione del Cominform del 28 giugno 1948, causarono una sconfitta bruciante che ebbe devastanti ripercussioni sulle vite personali e familiari: dal ritorno a casa alla detenzione nei gulag di Tito, tra i quali “l’inferno” di Goli Otok.

Questa conclusione tragica è una delle vicende più drammatiche, ma ancora poco conosciute della storia novecentesca della Venezia Giulia, per lunghi anni rimossa e solo recentemente studiata dalla storiografia per lo più locale. I fatti rinviano a una complessità di questioni non ancora del tutto analizzate e rielaborate. E’ un tema storiograficamente complesso, perché vi si intrecciano, spesso in modo contraddittorio, fattori, motivazioni e dipanarsi di avvenimenti storici. Ma proprio per questo, può tradursi in un’efficace attività didattica. In particolare, l’interesse può riguardare l’incrocio tra condizioni lavorative all’interno di una grande fabbrica moderna nell’area del confine orientale, le rivendicazioni economiche e gli ideali di rinnovamento sociale e politico in un’ottica di appartenenza alla classe che preferisce la solidarietà e la fratellanza rispetto alle contrapposizioni tra nazionalismi.

Il dopoguerra difficile

La storia della frontiera orientale è segnata da due aspetti fondamentali. Dal settembre del 1943, con la costituzione del Litorale Adriatico, il territorio della Venezia Giulia fu annesso, di fatto, al Reich hitleriano subendone il dominio ideologico, politico ed economico; mentre, dopo la fine della guerra e fino al 15 settembre 1947, l’Isontino (Gorizia e Monfalcone) fu attraversato da conflitti e lacerazioni che procrastinarono l’instaurarsi della pace e delle regole democratiche[1].

L’amministrazione angloamericana, che subentrò a quella provvisoria partigiana, ripristinò la legalità del vivere civile, ma di fatto escluse dal governo del territorio le popolazioni che lo abitavano. Dal punto di vista della partecipazione politica, gli Alleati avevano portato una democrazia formale, con le libertà di pensiero, parola e opinione, l’uguaglianza tra i cittadini ed alcune importanti forme di assistenza economica e sociale in regioni martoriate da una guerra durissima. Ma non avevano portato la democrazia dell’autogoverno delle comunità, delle elezioni libere e degli amministratori scelti dal popolo. A Monfalcone non si votò per il referendum nel quale il resto d’Italia scelse tra monarchia e repubblica, come non si votò per la Costituente o per le amministrazioni locali. In assenza di elezioni, i partiti utilizzarono la piazza non solo per esporre le proprie idee e programmi, ma anche per valutare la propria forza, e per imporre la propria visione del mondo agli amministratori alleati. Per questo motivo, vi furono manifestazioni politiche che degenerarono nella violenza.

Il “controesodo”

In questa situazione, dove la legalità imposta dagli Alleati da molti veniva vista come parziale e poco rispondente agli ideali perseguiti durante la guerra partigiana di liberazione, e nella prospettiva ormai concreta del ritorno della sovranità italiana nell’Isontino, a Gorizia e a Monfalcone, tra la fine del 1946 e la metà del 1948, un numero notevole di lavoratori dei Cantieri navali di Monfalcone emigrò nella giovane Repubblica federativa socialista jugoslava. Allo stato attuale delle ricerche non ci sono elementi quantitativi definitivi, anche per le difficoltà di recuperare i dati nelle anagrafi comunali. Ma da varie fonti italiane e slovene si può ricavare che dai Cantieri di Monfalcone si spostarono in Jugoslavia tra i duemila e i duemilacinquecento operai, pressappoco un quinto del totale delle maestranze allora impiegate.

Partirono per la Jugoslavia anche diverse famiglie contadine e coloniche delle zone limitrofe, del Gradiscano, del Cormonese, della Bassa Friulana. Inoltre, alcune testimonianze raccontano di partenze dal Pordenonese e dalla Carnia.

Un intreccio di motivazioni è alla base di quello che è stato definito nel linguaggio popolare come il “contro esodo”. Il termine marca la contemporaneità di due fenomeni di peso diverso e di segno contrario. A fronte dei trecentocinquantamila esuli dall’Istria che scelsero, a partire dal 1947, di abbandonare le proprie case in seguito all’occupazione jugoslava delle terre dell’ex Regno d’Italia, spinti dalla paura o dai cambiamenti avvenuti nei loro paesi di origine, i lavoratori monfalconesi attratti dal mito jugoslavo decisero invece di contribuire con la propria competenza ed esperienza professionale alla costruzione di una società socialista in cui avevano creduto con convinzione.

Nella nuova Jugoslavia parecchie persone vedevano la possibile realizzazione delle molte liberazioni cui aspiravano: una società che avrebbe dovuto fondarsi sull’uguaglianza, un’economia dove i gruppi di lavoratori potevano autogestire la propria attività, una forma politica federale che avrebbe dovuto tutelare le specificità locali e gli interessi dei cittadini[2].

Molti scelsero la nuova patria come effetto della propria militanza politica. Come scrive Galliano Fogar nell’introduzione alle Memorie di un monfalconese nella Jugoslavia del dopoguerra[3]

Il comunismo monfalconese aveva svolto fra le due guerre un’azione cospirativa e mobilitante, lunga e tenace, dentro e fuori il Cantiere navale monfalconese, grande struttura della navalmeccanica nazionale, irradiandosi non solo nell’area isontina della provincia ma in quella finitima carsica e basso-friulana. Nella storia dell’attività clandestina del partito in Italia, quella dei militanti monfalconesi era stata una delle più significative anche con la partecipazione di operai e contadini sloveni e perché nel suo svolgersi, fra gravi persecuzioni e perdite, aveva coinvolto centinaia di famiglie di un vasto territorio che andava dal Friuli orientale da una parte e il Carso tra Monfalcone e Trieste dall’altra e nella stessa città di Trieste che forniva nuclei operai al Cantiere monfalconese.

La concentrazione industriale di Monfalcone

Tra le due guerre, il mandamento di Monfalcone, nel basso Isontino, era una zona di grande concentrazione industriale [doc.1]. Le principali fabbriche di Monfalcone erano, oltre ai Cantieri, un lanificio, una raffineria di olio, una fabbrica di soda Solvay, una di pece, una di scatole di latta, una fabbrica di prodotti chimici. Alla fine degli anni Trenta, le fabbriche nel complesso occupavano circa ventimila operai. L’industria navalmeccanica dei Cantieri del gruppo CRDA (Cantieri Riuniti dell’Adriatico) costituiva uno dei maggiori complessi italiani del settore. Il gruppo formalmente costituito nel 1930 era una delle grandi eredità dell’Impero austro-ungarico che nell’area di Trieste, Muggia, Monfalcone aveva il suo più importante centro di costruzioni navali e di motori marini.

I nuovi modi di produzione del grande complesso industriale monfalconese segnarono profondamente tutta la zona meridionale dell’Isontino e anche in parte il Basso Friuli che fornivano la manodopera ai Cantieri di Monfalcone. La crescita di una classe operaia modificava gli usi, le tradizioni e strutture di un mondo contadino composto in gran parte di piccoli proprietari, mezzadri e braccianti spesso costretti all’emigrazione a causa della miseria e di patti agrari iniqui. La fabbrica, inoltre, era il centro di un forte movimento operaio che nel partito socialista prima e in quello comunista dopo il 1921, trovava il suo sbocco ideologico e organizzativo. Uno dei dati più importanti fu la formazione di una coscienza internazionalista in una comunità italiana di confine che includeva una consistente minoranza slovena (Carso goriziano e triestino) vessata dallo sciovinismo fascista.

Il movimento comunista

Negli anni della dittatura fascista operarono in Cantiere clandestinamente cellule comuniste da cui dipendevano altre cellule sparse sul territorio [doc.1]. La loro attività principale era il Soccorso Rosso cioè la raccolta di fondi per gli arrestati e i condannati dal Tribunale speciale. Era un’esperienza di solidarietà militante. Il Soccorso Rosso, dopo l’annessione della provincia di Lubiana allo stato italiano (1941) e l’inizio della resistenza slovena, fu uno strumento logistico paramilitare in collegamento con i partigiani sloveni ai quali giungevano denaro, medicinali, viveri.

Il movimento poi diede un forte apporto di quadri e militanti al movimento partigiano dopo l’otto settembre. La saldatura tra antifascismo politico e Resistenza armata fu molto marcata perché già dal 1942 fu anticipata dai collegamenti tra comunisti locali e organi politici e militari sloveni operanti nel retroterra della provincia.

Lo scenario della lotta a fianco delle formazioni slovene con il partito comunista sloveno in posizione dominante e in una zona, fra l’Isonzo e il vecchio confine a netta prevalenza slovena, ebbe dunque un carattere plurinazionale e uno sviluppo non sempre facile per gli “steccati” eretti dalla fallimentare politica fascista. I nodi apparvero alla fine risolti con l’inquadramento militare, operativo e politico nell’esercito sloveno in contrasto con gli accordi presi con il PCI nazionale nel 1944, di una parte delle formazioni italiane. […] L’affinità ideologica fra partiti comunisti, il marcato internazionalismo d’impronta filosovietica dei comunisti italiani, alimentarono in parecchi dirigenti e militanti, la convinzione di una soluzione di “classe” della guerra partigiana, propiziata dalla presenza egemonica dei comunisti di Tito.[4]

Dopo l’otto settembre del 1943, gli operai di Monfalcone diedero o vita a un’insurrezione spontanea, la “Brigata Proletaria”, la cui struttura politica era formata da militanti comunisti, già attivi e perseguitati durante il ventennio fascista [doc.2]. In seguito, dopo la sconfitta nella Battaglia di Gorizia, molti lavoratori in fuga entrarono nelle formazioni partigiane sia collaborando con l’esercito popolare jugoslavo sia combattendo all’interno dello stesso come nel caso della formazione italiana “Fratelli Fontanot” che, nata nel dicembre del 1944, operò sempre alle dipendenze del VII Corpus sloveno nel territorio della Bela Krajina e della Suha Krajina in Slovenia.

L’Isontino, una regione contesa

Alla fine della guerra, nel 1945, a differenza di quanto accadeva nel resto d’Italia con il lento avvio dell’economia e la ricostruzione democratica, nell’Isontino il problema principale fu la questione dell’appartenenza statale: dai quaranta giorni dell’occupazione jugoslava con l’insediamento dei poteri popolari (1 maggio – 12 giugno 1945) ai due anni del Governo Militare Alleato (12 giugno 1945 – 15 settembre 1947) che controllava e gestiva direttamente la politica locale.

La questione del confine determinò una spaccatura netta e profonda tra chi chiedeva l’annessione alla Jugoslava socialista e chi si batteva per rimanere in Italia nel nuovo stato repubblicano. Così la vita civile fu lacerata da tensioni e conflitti.

E’ in questa situazione che si determina la partenza per la Jugoslavia di migliaia di lavoratori. Nell’autunno del 1946 si erano concluse le trattative internazionali sull’appartenenza statale della Venezia Giulia. Questo territorio, dopo quaranta giorni di occupazione jugoslava nel maggio del 1945 con l’insediamento dei poteri popolari, era stato diviso in via provvisoria in due zone. La Zona A, amministrata dal Governo Militare Alleato (GMA), anglo-americano, era costituita dalle province di Gorizia e di Trieste e dalla città di Pola, L’Istria e la città di Fiume, invece, formavano la Zona B, posta sotto amministrazione militare jugoslava.

Da quel momento la situazione del confine italo – jugoslavo fu argomento di discussione e mezzo di lotta politica a livello locale e internazionale. In seguito, gli accordi del luglio del 1946 sistemarono il passaggio definitivo di Gorizia e Monfalcone all’Italia e la creazione di un Territorio Libero comprendente la città di Trieste sotto amministrazione anglo-americana. L’Istria rimaneva sotto il governo militare jugoslavo, compresa la città di Pola [doc.3].

Il movimento comunista, fra Italia e Jugoslavia

Fino all’estate del 1946, il partito comunista della Regione Giulia (PCRG), che era nato il 12 agosto 1945 sulla base di un accordo tra il partito comunista italiano e sloveno, si era impegnato per l’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia Socialista. Era questa una scelta condivisa con sincera convinzione da una buona parte dai militanti del PCRG. Le prime manifestazioni organizzate del partito giuliano erano espressione di un internazionalismo che considerava l’appartenenza alla multinazionale e rivoluzionaria Repubblica Federativa di Jugoslavia una soluzione più vicina agli interessi di classe del movimento operaio locale[doc.4]. L’Unione antifascista italo – slovena (UAIS), l’organizzazione di massa legata ai due partiti comunisti italiano e sloveno, sosteneva la fratellanza tra le diverse nazionalità e rifiutava la divisione della Venezia Giulia in due zone. Ben presto le organizzazioni del partito della Regione Giulia dovettero affrontare le organizzazioni dei partiti e dei movimenti filo-italiani appoggiate dallo stesso Governo militare alleato.

La tensione più forte si ebbe alla fine di giugno del 1946, quando alcuni militanti del partito giuliano bloccarono poco oltre il ponte sull’Isonzo a Pieris i ciclisti del Giro d’Italia, diretti a Trieste nel quadro di un’operazione gestita dall’autorità italiane in funzione propagandistica. Il blocco scatenò una reazione delle squadre filo-italiane che diedero vita a episodi di violenza con incendi di sedi comuniste e slovene a Trieste e nell’Isontino. Ne seguì uno sciopero generale proclamato dai Sindacati Unici (SU) legati al partito comunista giuliano. Lo sciopero fu dichiarato illegale dal GMA: l’intero comitato per sfuggire all’arresto riparò nella zona B. Lo sciopero finì il 12 luglio del 1946 con la sconfitta delle organizzazioni comuniste. Tre furono i morti, 138 i feriti e oltre 400 gli arresti.

Alla vigilia della firma del trattato di Pace del febbraio del 1947 fu data, per la prima volta, in assemblee tenute a livello locale e sulla stampa, la direttiva da parte dei quadri sindacali e di partito per operai, tecnici, militanti, di trasferirsi definitivamente in Jugoslavia.

I due esodi

In questo stesso periodo dall’Istria, e soprattutto dalla città di Pola, si stava avviando l’uscita di migliaia e migliaia d’italiani. Ci fu il tentativo di contrapporre i due esodi in termini propagandistici, ma la direttiva del PCRG, dei Sindacati Unici e dell’UAIS di emigrare nella vicina Repubblica, incontrò l’entusiasmo tra i lavoratori che diedero vita a un’emigrazione imponente che superò le previsioni e sconvolse la strategia dello stesso partito, costringendolo a una parziale retromarcia [doc.7]. Peraltro, le partenze non venivano ostacolate dal Governo Militare Alleato.

I motivi che stavano alla base delle partenze erano diversi e intrecciati tra di loro: la volontà di contribuire in prima persona alla costruzione del socialismo in Jugoslavia; l’esito deludente delle trattative sulla questione dei confini; la previsione di un drastico ridimensionamento delle maestranze in Cantiere [doc.5]; l’obiettiva carenza di operai qualificati e di tecnici nei Cantieri di Pola e Fiume; le violenze delle squadre nazionalistiche e neo-fasciste contro gli attivisti politici e sindacali. Infine, pesò una certa tradizione austro-ungarica che aveva sempre visto nell’Italia una realtà sociale ed economica arretrata.

L’accoglienza in Jugoslavia

Inizialmente, l’accoglienza ricevuta dai lavoratori emigrati, in particolare a Fiume e a Pola, fu senz’altro positiva. I lavoratori singoli furono alloggiati nei grandi alberghi delle due cittadine costiere, mentre alle famiglie furono assegnate delle abitazioni dignitose, spesso case lasciate vuote da coloro che si dirigevano verso l’Italia. Trovarono subito lavoro ai Cantieri Tre Maggio e al silurificio Ranković di Fiume, e ai Cantieri Scoglio Olivi di Pola. In questi primi mesi riuscirono anche a inviare ogni mese a famiglie e parenti del denaro [6].

La “Risoluzione” del Cominform (il comitato internazionale comunista, controllato dall’Urss) che sanciva l’espulsione di Tiro dall’organizzazione internazionale dei partiti comunisti del 28 giugno 1948, giunse inaspettata. Cambiò radicalmente la situazione. Fu un vero terremoto politico: nel Territorio libero di Trieste il partito comunista, nato dopo lo scioglimento del PCRG, si divise. Il Cominform non solo lacerò il movimento comunista italiano e quello sloveno. I rappresentati dei lavoratori monfalconesi nei Cantieri di Fiume e di Pola presero subito posizione a favore della Russia sovietica. Su questa decisione così rapida influì sicuramente l’adesione alle posizioni dell’Urss, propria di molti militanti comunisti; ma furono decisive anche le critiche maturate verso il partito jugoslavo, sia durante la Resistenza sia nel corso dei mesi di permanenza nei Cantieri croati, critiche che fino allora erano passate sotto silenzio.

La situazione si fa pesante

Ai primi di agosto 1948, le autorità jugoslave operarono una prima, vasta retata tra gli emigrati italiani, arrestando gli esponenti più in vista del gruppo di Fiume[5]. Dopo un breve periodo di carcere, i prigionieri furono trasferiti sotto sorveglianza su un treno nel villaggio minerario di Zenica, nella Bosnia Erzegovina. Pare che, alla partenza del treno dalla stazione di Fiume, un gruppo di operai monfalconesi avesse cantato l’Internazionale per solidarizzare con gli internati. A Zenica gli arrestati furono completamente isolati. La vicenda si chiuse qualche mese dopo con una fuga ben organizzata, grazie al consolato italiano di Zagabria. Dopo i primi arresti a Fiume e a Pola, i monfalconesi decisero di creare un’organizzazione per la tutela delle famiglie degli arrestati. Furono predisposte sottoscrizioni, ma questa iniziativa causò una seconda ondata di arresti, a catena, nel corso del 1949. I prigionieri subirono una sorte peggiore di quella occorsa gli internati di Zenica [doc. 8, 9, 10].

All’inizio del 1949, la situazione per il gruppo dei monfalconesi si fece pesantissima, con l’inasprirsi della repressione e del sospetto verso buona parte degli emigrati italiani. Il gruppo operaio si divise a causa di sospetti e delazioni: molti compagni furono ritenute spie “titine” e i sospetti divisero gli stessi gruppi familiari[6].

La reazione dei comunisti italiani e la repressione jugoslava

Nello stesso tempo, in forma indipendente dalle vicende del gruppo di monfalconesi, si costituì una cellula clandestina di militanti italiani, con l’obiettivo di operare in favore del Cominform e per abbattere la Jugoslavia di Tito. A Fiume parteciparono al gruppo anche il lombardo Alfredo Bonelli, il sardo Andrea Scano e il friulano Giovanni Pellizzari. Reduci dalle prigioni fasciste o dal confino, o anche dalle Brigate internazionali che avevano combattuto in Spagna, intervennero pubblicamente nell’aprile del 1949 con un lancio di manifestini.

Dal 1949, gli attivisti della cellula “cominformista” di Fiume sopportarono il carcere e la deportazione nei campi di detenzione situati nelle isole, da Goli Otok (Isola Calva) all’isola di Svet Grgur (San Gregorio) [doc.9]. Secondo le indagini di Giacomo Scotti, furono circa una quarantina i monfalconesi che dovettero affrontare mesi ed anni di detenzione durissima e il calvario delle torture delle prigioni  titoiste[7].

Sui prigionieri s’infieriva con lo stroj: pestaggi continui all’arrivo e sbarco nell’isola dove si era costretti a sfilare fra due lunghe ali di detenuti che dovevano colpire senza soste i nuovi arrivati; il bojkot: isolamento totale del boicottato costretto per settimane, anche mesi a lavori pesantissimi e nel silenzio più assoluto; la jazbina: caverna, spelonca con l’interruzione sistematica del sonno al punito, sepolto sotto un ammasso soffocante di coperte e bersagliato da pestaggi improvvisi. Ma vi erano varianti e “integrazioni” come la proibizione di dissetarsi durante le lunghe ore di un massacrante lavoro, lo stare immersi nell’acqua gelida del mare per tutta la giornata a scavar sabbia e via dicendo. Oltre alle torture fisiche c’erano i ricatti morali per indurre i prigionieri a trasformarsi in delatori dei loro compagni, a farsi confidenti dell’UDBA anche dopo il rilascio[8].

Andrea Scano ha lasciato una descrizione intensa della sua esperienza nell’isola di Goli Otok[9]:

Quando sbarcammo, gli internati ci attendevano schierati su due file. Noi dovevamo passare in mezzo … Man mano che si procedeva venivamo colpiti a pugni, calci, sputi, tra urla e insulti di ogni genere … Io non ce la facevo più, la strada era in salita, ero carico della mia roba e indebolito dal carcere e dal viaggio … Mi sembrava che la doppia fila non finisse mai … In particolare avevo il fratello di Juretich che mi si era attaccato davanti e continuava a percuotermi sulla faccia … Ero coperto di sangue, boccheggiavo, e invocavo basta, che la smettesse, che mi lasciasse andare avanti. Ma lui a insistere e a gridare: sei un cominformista, vero? Ebbene prendi, prendi, prendi ancora!.. Ogni volta che arrivava un carico dovevamo schierarci e picchiare. In pratica si riusciva molto a fingere, e a dare le spinte per aiutare i nuovi arrivati a percorrere più in fretta il loro calvario. Ma c’erano sempre gli zelanti, come il fratello di Juretich, e alla fine tutti ne uscivano massacrati (…) A differenza dei campi nazisti, a Goli Otok non si uccideva. Se vi furono dei morti, fu per disgrazia, involontariamente. L’obiettivo era di umiliarci, fino alla distruzione della nostra identità. Ma mentre nei campi nazisti la repressione era amministrata direttamente dalle SS, e le SS le vedevi dappertutto, a Goli Otok la repressione era amministrata dagli stessi internati cominformisti. I titini neanche li vedevi … La fama di Goli Otok era tale che la maggioranza di coloro che vi erano inviati capitolavano prima di arrivarci: cosicché la maggioranza dei nuovi arrivati, mentre subiva le percosse passando tra le due file, inneggiava a Tito e al Partito comunista jugoslavo.

Dopo la morte di Stalin, il riavvicinamento tra Jugoslavia e Unione Sovietica fu percepito come un inganno. Il partito comunista mantenne per molto tempo il silenzio sulla vicenda e molta documentazione prodotta dai cominformisti fu distrutta.

Vedi anche  Le ultime ore di Claretta Petacci..

Il ritorno dei lavoratori

Se la sorte dei militanti più attivi fu la detenzione nei lager di Tito, per le migliaia di lavoratori che si erano spostati tra il 1946 e il 1948 nella vicina Repubblica con la convinzione di trovare una società libera e più giusta, ci fu l’immediato rientro per sfuggire alla carcerazione, alla disoccupazione conseguente ai licenziamenti, all’isolamento. Coloro che ritornarono non ritrovarono più il lavoro, in alcuni casi neanche la casa. Delusi, umiliati, e sfiduciati si chiusero nel silenzio e vollero dimenticare. Altri decisero di emigrare nuovamente, diretti in altri paesi d’Europa.

Il PCI manterrà per lungo tempo il silenzio sulla vicenda, giudicando che il ritornarvi sarebbe stato dannoso per le buone relazioni con il Partito jugoslavo e negli stessi rapporti tra Italia e Jugoslavia nel momento in cui questi, dopo la morte di Stalin, segnavano un positivo disgelo. ùDocumenti, relazioni, lettere inviate a suo tempo dagli “agenti” cominformisti, tutto fu bruciato. Ma va detto anche che il PCI non abbandonò i protagonisti di queste vicende, e talora si impegnò per trovare una sistemazione dignitosa ai vari “reduci” dalla Jugoslavia, i quali non sempre dal canto loro accettarono, chiedendo piuttosto di riuscire a riflettere e rielaborare collettivamente l’esperienza drammatica che avevano vissuto[10].

 

BIBLIOGRAFIA

 

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  • Giuricin L., La memoria di Goli Otok – Isola Calva, Rovigno, Centro Ricerche storiche di Rovigno, 2007.
  • Giuseppini A., Il sogno di una cosa. Contadini e operai friulani e monfalconesi nella Jugoslavia di Tito, Amis, Radioparole, Assessorato alla Cultura Regione Friuli Venezia Giulia, 100′, Italia, 2006.
  • Lusenti L., La soglia di Gorizia : storia di un italiano nell’Istria della guerra fredda, edizioni Comedit 2000, Milano, 1998
  • Lusenti L., Una storia silenziosa – gli italiani che scelsero Tito, edizioni Comedit2000, Milano 2009.
  • Magris C., Alla cieca, Milano, Garzanti, 2005.
  • Marin L., Vita, ideali, anni di galera di Milio Cristian comunista, Cercivento, Cjargne Culture, 2004.
  • Marini V., Il 25 luglio 1943 a Monfalcone: gli operai allo scoperto, Monfalcone, ANPI, 2003.
  • Mellinato G., Crescita senza sviluppo. L’economia marittima della Venezia Giulia tra Impero asburgico e autarchia (1914-1936), San Canzian d’Isonzo, Consorzio Culturale del Monfalconese, 2001.
  • Morena A., La valigia e l’idea. Memorie di Mario Tonzar, Ronchi dei Legionari, Consorzio Culturale del Monfalconese, 2006.
  • Pasolini P., Il sogno di una cosa, Milano, Garzanti, 1962.
  • Pupo R., Guerra e dopoguerra al confine orientale d’Italia (1938-1956), Udine, Del Bianco, 1999.
  • Puppini M. (a cura di), Il mosaico giuliano. Società e politica nella Venezia Giulia del secondo dopoguerra (1945-1954), Gorizia, Centro Isontino di ricerca e Documentazione Storica e Sociale “Leopoldo Gasparini”- Comune di Monfalcone, 2003.
  • Puppini M. Costruire un mondo nuovo. Un secolo di lotte operaie nel Cantiere di Monfalcone, Gorizia, Comune di Monfalcone, ANPI – Monfalcone, Centro isontino di documentazione storica e sociale “L. Gasparini”, 2008.
  • Scotti G., Goli Otok. Ritorno all’Isola Calva. A quarant’anni di distanza le rivelazioni su un gulag dell’Adriatico voluto da Tito, Trieste, Lint, 1991.
  • Scotti G., Goli Otok. Italiani nel gulag di Tito, Trieste, Lint, 1997.
  • Scotti G., Il dito mignolo, Milano, La Pietra, 1980.
  • Troha N., La regione Giulia fra Italia e Jugoslavia.1945-1947, in “Storia contemporanea in Friuli”, anno XXXIII, n. 34, 2003.

Sitografia

Documento n. 3
Il confine orientale. Le modifiche territoriali dal 1924 al 1954.

Fig. 1 Il confine del Regno d’Italia dal 1924 al 1941

Fig. 1 Il confine del Regno d’Italia dal 1924 al 1941

Fig.2 Il confine del Regno d’Italia dal 1941 al 1943

Fig.2 Il confine del Regno d’Italia dal 1941 al 1943

Figura 3. Zona di operazioni Litorale adriatico: 1943 -1945

Figura 3. Zona di operazioni Litorale adriatico: 1943 -1945

Figura 4. Operazioni militari alleate e jugoslave - aprile - maggio 1945. La corsa per Trieste.

Figura 4. Operazioni militari alleate e jugoslave – aprile – maggio 1945. La corsa per Trieste.

Figura 5. Venezia Giulia 1945-1947. Linea Morgan

Figura 5. Venezia Giulia 1945-1947. Linea Morgan

Figura 6. Conferenza di Pace. Parigi 1945-1947. Principali proposte di nuovi confini.

Figura 6. Conferenza di Pace. Parigi 1945-1947. Principali proposte di nuovi confini.

Figura 7. Territorio libero di Trieste 1947-1954

Figura 7. Territorio libero di Trieste 1947-1954

 

Da F. Cecotti, B. Pizzamei B., Storia del confine orientale italiano 1797  2007. Cartografia, documenti, immagini, demografia, CD-ROM, Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, 2007.

Documento n. 4
Manifestazioni pro Jugoslavia a Monfalcone nel 1946

Figura 1-2.  Monfalcone, 11 agosto 1946 –  Manifestazione filo jugoslava

Figure 3-4. Monfalcone, 1946. Onoranze funebri per i partigiani caduti in Jugoslavia.

Documento n. 5
I Cantieri Navali di Monfalcone nel secondo dopoguerra

Erano anche anni di profonda crisi economica. Il Cantiere navale contava nell’ultima parte della guerra più di 11.000 occupati, per poco meno della metà impiegati nelle costruzioni aereonautiche che, si sapeva, non sarebbero state riprese nel dopoguerra. Una precisa clausola dell’Armistizio impegnava l’Italia a smantellare tutte le industrie utilizzabili per fini bellici, e tra queste rientravano pienamente anche la costruzione di aerei (indifferentemente se militari o civili) e quella di sommergibili. Si trattava delle costruzioni di punta dello stabilimento monfalconese, che quindi alla fine del conflitto si trovava non solo semidistrutto dai bombardamenti, ma anche privo di prospettive certe per il proprio avvenire, al quale erano legati i redditi e le aspettative di vita di buona parte della popolazione monfalconese e del circondario. La difficile, ma fondamentale ricostruzione dei Cantieri faceva parte di un complesso gioco nel quale gli elementi locali (proprietà e Governo militare alleato) avevano poca voce in capitolo, mentre le vere decisioni venivano prese dal Governo italiano e dalla Commissione alleata di controllo, che aveva sede a Roma.

Mellinato, Monfalcone 15 settembre 1947. Una storia da ricordare, in “Nuova Iniziativa Isontina”, n. 2, agosto 2007, pp. 35- 38.

Documento n. 6
Parlano i “monfalconesi”

Intervista a Riccardo  Bellobarbich, nato a Lussinpiccolo (oggi Croazia) nel 1919.

“Arrivati a Fiume, a seconda delle professioni, ci mandavano nelle industrie, dove potevamo essere più utili e così a me ed altri dell’aeronautica ci hanno mandato in treno a Zemum, dove fummo impiegati nelle officine aeronautiche “Icarus”.

Quando siamo arrivati a Zemum, abbiamo trovato la neve alta e noi eravamo con le scarpette basse e tutta la neve ci entrava dentro. Il freddo era insopportabile e l’impatto è stato duro. Alla stazione non c’era nessuno che ci aspettasse e non sapevamo nemmeno da che parte andare. Insomma l’organizzazione era inesistente. Siamo arrivati in città e qualcuno ci ha indicato la strada. Noi poi non conoscevamo la lingua a parte qualche bestemmia. Solo dopo sei o sette mesi riuscivo a farmi capire.

Ci hanno messo in una specie di caserma, un dormitorio con i letti a castello. Mangiavamo alla mensa della fabbrica. Comunque non si stava male. Certo non c’erano lussi ma insomma era il dopoguerra anche per loro. Noi non ci si lamentava, anche perché eravamo andati con uno spirito già preparato alle privazioni. Sapevamo che non avremmo trovato le galline gratis o cose così. Insomma all’inizio non era male, dopo invece è venuto il male, ma veramente male ….”.

Intervista a Mario Tonzar, nato a Turriaco (Gorizia) nel 1920.

“Sono partito il 3 marzo 1947 assieme ad altri tre giovani. Il punto d’arrivo era Fiume, siamo arrivati in treno.

A Fiume c’era l’ufficio del lavoro e ci hanno detto dove dovevamo andare. Io sono stato destinato a Zenica in Bosnia, dove più tardi saranno confluiti molti monfalconesi. Sono rimasto là un anno e posso dire di essermi trovato in mezzo a gente veramente con sentimenti fraterni. Ho avuto tutto l’aiuto possibile e immaginabile. Lavoravo in un’officina come falegname, avevo una paga discreta però era difficile per noi abituarsi, soprattutto per l’alimentazione. Sono stato più di due mesi malato per le conseguenze del cibo. Avevo tanti amici, ero trattato benissimo, però non riuscivo ad adattarmi alla nuova alimentazione. Ho fatto amicizia anche con il segretario d’officina del partito, un tipo politicamente preparato che sapeva il motivo per il quale noi abbiamo abbandonato le nostre case e siamo venuti a lavorare in Jugoslavia. Sapeva che non eravamo andati in cerca di lavoro per se stesso, ma che avevamo abbandonato l’Italia per motivi politici. Aveva una certa considerazione di noi. Dunque siamo stati accolti bene non solo dalla gente, ma anche dai quadri del partito. Sono rimasto in Bosnia fino all’aprile del ’48 e poi sono tornato a Fiume per ragioni di salute. Ho chiesto io di poter andare via perché non riuscivo neanche a lavorare. A Fiume per circa un mese ho fatto una cura per potermi rimettere. Poi mi sono ripreso e sono andato a lavorare in Cantiere a Fiume. Lì nel giugno ’48 è arrivata la risoluzione del Cominform”.

Intervista a Valerio Beltrame, nato a Manzano (Udine) nel 1913.

“Quando è venuta fuori la faccenda di partire per andare a costruire il socialismo – perché lì non c’era il socialismo e non lo hanno fatto neanche dopo- siamo andati, ma eravamo buttati allo sbaraglio. Il partito comunista, la sinistra italiana non è che ci ha detto “Ma Valerio, ma Calvo, cosa state facendo?”. Nessuno ci ha detto niente. Noi eravamo convinti che il nostro dovere di comunisti era di fare quello che abbiamo fatto. Il mio gruppo era composto da circa venti persone: italiani di Cormons e di altri paesi. Come insegnante alla scuola quadri avevamo anche Silvano Bacicchi e poi Aldo Fumis. Nei due mesi di corso intensivo che abbiamo fatto ci insegnavano la storia dei partiti comunisti, ma non hanno mai menzionato il partito comunista  italiano. Ci hanno insegnato tutte le fasi del partito comunista dell’Unione Sovietica, del PC greco e di altri paesi europei, ma sul PCI niente”.

Da A. Di Gianantonio, T. Montanari, A. Morena, S. Perini, L’immaginario imprigionato. Dinamiche sociali, nuovi scenari politici e costruzione della memoria nel secondo dopoguerra monfalconese, Monfalcone, Consorzio culturale del monfalconese e Irsml- Fvg, 2005, pp. 169-175.

Documento n.7
Il sogno di una cosa

“ Anch’io forse andrò via”, disse il Nini guardandosi intorno.

“E dove?”, fece Pieri Susanna che si era avvicinato: si grattava stupito la testa sotto il berretto, perché era la prima volta che il Nini accennava a emigrare, e lo diceva con tanta spavalderia e leggerezza che era impossibile prenderlo sul serio.

“In Jugoslavia”, rispose il Nini con tutta semplicità, “là almeno c’è il comunismo!”.

“Tu da solo?”.

“No, a Ligugnana siamo in cinque o sei che abbiamo questa idea … E poi c’è qualcun altro qui”, e ammiccò verso Eligio. “Ma ancora tutto è indeciso…vedremo!”. E bevve quel po’ di vino che era rimasto sul fiasco.

[…] Il 14 luglio 1948 il Nini ed Eligio, con Antonio e Pietro Nonis, Basilio Nio e Germano Giacomuzzi, partirono da Ligugnana per andare in Jugoslavia.

Tutta la loro compagnia venne ad accompagnarli alla stazione di Casarsa a prendere il treno, e a bere l’ultimo bicchiere di bianco insieme: Milio aveva portato la fisarmonica, e si salutarono cantando e gridando.

E piangendo anche. Ma quelli erano i giorni della speranza: la guerra pareva ormai lontana e, per la gioventù, cominciava la vita.

Verso le quattro del pomeriggio arrivarono a Gorizia e per passare il tempo vollero salire sul castello. Da lassù, in cima ai bastioni che sorgevano sopra un colle, si poteva vedere lungo una distesa verde e azzurra di alture e montagne, il confine con la Jugoslavia e la Jugoslavia stessa, come addormentata nel sole.

Coi loro fagotti ai piedi, i ragazzi guardavano zitti verso quell’orizzonte limpido, turchino e imbevuto di una luce che toglieva il respiro, lungo le curve delle prealpi, tra boschi, borgate e radure. Proprio sotto il castello, sul costone di una colina, si vedeva a non più di due o trecento metri, una strada bianca, disegnata tra case e orticelli; degli uomini vi camminavano; una donna venne alla finestra a sbattere un panno. Là non c’era più l’Italia: pareva che non ci fosse più mondo, o che avesse inizio un mondo del tutto nuovo, libero, luminoso.

 

Da P. P. Pasolini, Il sogno di una cosa, Milano, Garzanti, 1962.

Edizione speciale per il Messaggero Veneto pubblicata nel 2003, pp. 30 – 33.

Documento 8.
Gli anni di galera di Milio Cristian comunista

Mi chiamo Cristian Emilio, sono nato a Villa Santina (Udine) il 6 gennaio 1915, e vi risiedo tuttora.

L’anno 1947, mio padre, mio fratello ed io, decidemmo di recarci in Jugoslavia perché delusi, in Italia, del mancato riconoscimento per noi, combattenti della libertà (partigiani garibaldini); qualificati, invece, dai dirigenti del regime capitalista, come Banditi. Rammaricati e umiliati, prendemmo la via della Jugoslavia, credendo di trovare il clima per il quale avevamo combattuto e sofferto, l’agognata meta del socialismo.

Era il mese di aprile 1947. Arrivammo a Titograd (Montenegro) il primo maggio. Dopo pochi giorni ci accorgemmo di non essere benvoluti e che il clima della fraternità socialista si era parecchio affievolito. Tanto è vero che, a causa del clima politico pesante, a Titograd restammo soltanto pochi mesi.

Decidemmo di trasferirci a Fiume; e qui ci sentiamo subito un poco meglio. Trovammo lavoro nei Cantieri navali 3 Maggio, di Fiume; io come elettricista.

Per un paio di mesi la vita trascorse normale; poi arrivò la Risoluzione del Cominform, che per noi italiani fu un fulmine a ciel sereno caduto sulle nostre teste.

Per qualche giorno restammo annichiliti, come colpiti da paralisi totale. Poi parlammo, come è giusto, a favore del Cominform.

Una spia, mandata da me sul lavoro, riportò in modo distorto la mia tesi in favore del Cominform. Due giorni dopo venni chiamato nell’ufficio del Udba di Cantiere, davanti a un ufficiale di nome Dušan. Subito venni trasferito nelle carceri di via Vittime Antifasciste (ex via Roma), a Fiume, e qui mi lasciarono per un mese, tagliato fiori da ogni soccorso morale e materiale dei familiari. Il vitto era inferiore al vitto dei campi di sterminio tedeschi (tipo Mauthausen). Tanto è vero che, tornato in libertà, per diversi giorni consecutivi non facevo altro che mangiare e rigettare, tanta era la fame arretrata.

[…] Dopo parecchi ore arrivammo a Stara Gradiška, e qui rimanemmo annichiliti per ciò che avveniva dentro le mura del carcere. Tanto per citare un fatto: un prigioniero ebbe il coraggio di dire Viva Stalin e venne ridotto in fin di vita a pugni e a calci da parte degli altri prigionieri, che finirono di soffocarlo nel buco del gabinetto.

Per quanto mi riguarda, dopo alcuni giorni mi misero in bojkot. Passare in bojkot voleva dire essere picchiato a sangue e seviziato da tutti i nostri simili. Per esempio, alla sera giù i pantaloni, e sulla nuda pelle cinghiate da farti morire. Qualcun altro si divertiva a bruciarmi i piedi con la sigaretta accesa: e qui purtroppo si trattava di un italiano, un certo Franti. Poi ci facevano prendere a pugni fra di noi in bojkot; e quasi ogni sera dovevamo fare il girotondo sotto a luce della camerata, mentre diversi nostri colleghi camminavano e ci pestavano con i piedi sulle nostre teste.

Una mattina ci accorgemmo che un mio vicino, che dormiva accanto a me, si era tagliato i polsi ed era svenuto.

Ciò avvenne perché l a sera prima era stato picchiato a sangue dai suoi simili. Fu salvato, ma perse per sempre la mano.

Da L. Marin, Vita, ideali, anni di galera di Milio Cristian comunista, Rodeano Alto (Ud), Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia, pp.73-74; 76-77.

Documento n. 9
L’inferno di Goli Otok

Il caso di Riccardo Bellobarbich è emblematico e perciò va raccontato. Anche lui era un comunista dello zoccolo duro, venuto dal cantiere navale di Monfalcone per scegliere il socialismo nella vicina repubblica, dove pagò duramente l’opzione staliniana. All’epoca Bellobarbich, montatore aeronautico, aveva trentatré anni. Licenziato dai cantieri nel 1946 perché ci lavorava già suo padre, si trovò in una situazione pietosa il giorno in cui il genitore si ammalò; decise, con un fratello, di portare la famiglia oltre confine, a Fiume, dove giunse nel gennaio del ’47.  Da Fiume fu destinato a Zemum, alla periferia di Belgrado, nelle officine aeronautiche Icarus.

Eravamo in duecento monfalconesi nella zona. Organizzammo uno dei primi scioperi della Jugoslavia contro il cibo piccante: quelli del posto ci guardavano come se fossimo marziani. Tutto andò liscio fino a quando ci fu lo ‘scisma’ di Tito e noi sposammo tutti la causa filosovietica. Nel frattempo avevo chiesto il trasferimento a Fiume, al silurificio, ed a Fiume cominciarono le repressioni.

Credendo di poter lavorare alla luce del sole senza conseguenze, Riccardo Bellobarbich organizzò una colletta per le famiglie dei deportati in Bosnia, per cui fu trasferito al tribunale militare di Susak (ora parte integrante di Fiume) per un processo-farsa. La condanna fu: 28 mesi di “lavoro socialmente utile” nell’isola di Sveti Grgur.

Era un periodo di grande confusione e incertezza: dopo qualche mese furono internati anche il giudice che mi aveva condannato e il pubblico ministero. La detenzione serviva al ravvedimento: a comandare ogni baracca c’era un kapò, un ravveduto, e ogni giorno c’erano riunioni con interrogatori stringenti. Volevano sapere tutto sui nostri rapporti esterni con i compagni e se non parlavamo ci bastonavano. Alcuni sono arrivati al suicidio, altri al punto di denunciare parenti e familiari. Era inverno: subii dieci giorni di isolamento, con cibo razionato a metà e senza indumenti pesanti. Alla fine dei 28 mesi il tribunale interno decise che non ero ancora ravveduto e mi portarono sull’Isola Calva- Goli Otok per l’ultima fase di rieducazione. Dovevamo spaccare pietre servendoci di altre pietre. Chi non lo faceva era bastonato dai compagni e chi non picchiava era a sua volta picchiato. Passai così altri sei mesi a Goli Otok prima di essere liberato. Tornato a Fiume, volevo rientrare in Italia, ma ero privo di soldi, di lavoro, di passaporto. E qui cominciò il tentativo della polizia di farmi diventare delatore. Ero avvicinato di continuo da agenti e provocatori mandati apposta per verificare se ci si poteva fidare di me. Riuscii a farglielo credere, ripresi il vecchio lavoro in fabbrica fino a quando non chiesi un permesso temporaneo per rientrare in Italia. Me lo concessero  e nel ’52 tornai a casa.

Per sempre. Gli accenni di Bellobarbich all’Isola Calva danno una sola idea di quell’inferno. Nelle parti seconda e terza di questo libro scenderemo in quei gironi e bolge.

Da G. Scotti, Goli Otok. Ritorno all’isola Calva. A quarant’anni di distanza le rivelazioni su un gulag dell’Adriatico voluto da Tito, Trieste, Lint, 1991, pp. 28-29.

Documento n. 10
La prigionia di un monfalconese in Jugoslavia

“Mia moglie ed io, rientrando dal lavoro, trovammo ad attenderci due poliziotti sula porta di casa. Perquisita l’abitazione, mi invitarono a seguirli alla polizia. Siccome ero un ex carcerato politico sotto il fascismo, chiesi alla polizia se potevo portare una coperta. Mi risposero che, se volevo, potevo portarla, ma che sarei subito rientrato a casa. In vece mi condussero direttamente nel carcere di Pola, in via Santi Martiri.

Nel carcere do Pola venni rinchiuso in una piccola cella, di metri 2 per tre. Era fredda e umida. L’arredamento consisteva in un tavolaccio in legno per dormire, col guanciale pure di legno (come nelle celle di sicurezza delle caserme dei carabinieri di anteguerra), una coperta da campo e una chibla per i bisogni. Nient’altro.

In quella cella rimasi isolato per circa tre mesi; poi, in compagnia, per altri cinque o sei, senza mai andare all’aria. Al mattino il custode apriva la porta affinché il detenuto passasse in una cella accanto, adibita a gabinetto, per lavarsi e vuotare la chibla. Il tempo disponibile era di circa 10 minuti per carcerato.

Il vitto era impressionante. Al mattino distribuivano una tazza di caffè d’orzo, pura acqua nera. A pranzo davano un mestolo di brodaglia di orzo e granoturco: il mestolo non conteneva mai più di due o tre chicchi di orzo o di mais. Per cena la stessa brodaglia. Davano, poi, due pallette di pane al giorno, esclusivamente confezionato con farina di mais (in tutto circa 250 grammi). Questo fu il mio menù durante i 280 giorni trascorsi in quel carcere, sempre così, uguale. Per fortuna il regolamento carcerario permetteva al detenuto di ricevere, una volta la settimana, un pacchetto di viveri dalla famiglia: altrimenti si doveva morire di fame o subire gravi conseguenze nel fisico.

Per tutto il periodo di detenzione non ebbi mai colloqui con familiari, non potei mai scrivere e mai ricevetti posta. Per tutto il periodo di isolamento non ebbi mai nemmeno giornali o libri da leggere. Isolato dal mondo esterno e interno, vedevo solo due guardie carcerarie, certi Rabar e Viskovič, due aguzzini freddi, viscidi e taciturni.

Al terzo giorno venni sottoposto al primo interrogatorio. Conobbi così le accuse che mi venivano mosse. Secondo queste accuse avevo fatto parte di bande cominformiste guidate dall’URSS e dal PCI in prima persona; avevo ideato piani di sabotaggio contro la produzione industriale e i mezzi di produzione; avevo tentato di creare gruppi eversivi di cominformisti con lo scopo di rovesciare il governo socialista della Repubblica federativa jugoslava. Erano accuse sufficienti per dare addio per sempre alla nostra Monfalcone. L’interrogante che sfornava queste accuse parlava serio e convinto della veridicità di ciò che diceva.

Da G. Fogar (a cura di), Memorie di un monfalconese nella Jugoslavia del dopoguerra,
in “Qualestoria” n.1- aprile 1993, pp. 51-102.

Fonte: http://www.novecento.org/dossier/italia-didattica/fuga-dallutopia-la-tragedia-dei-monfalconesi-1947-1949/

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