Il “caso Pirelli”
Assente la politica industriale: I gravi rischi per il sistema Paese.
di Mario Bozzi Sentieri

via: http://centrostudicesi.it/sestante53.pdf
A chi “appartiene” un’azienda ? Al solo proprietario di maggioranza? Agli azionisti?
O non è piuttosto espressione di una realtà ben più complessa? Al di là dei fattori formali
che ne determinano la piena proprietà dal punto di vista giuridico, ogni azienda è
espressione di una complessità di interessi quali sono quelli dei dipendenti, del
management, del territorio, degli stessi cittadini-consumatori.
Per la sua storicità si può dire che ogni azienda appartenga spiritualmente al vissuto
delle comunità che intorno ad essa sono cresciute, l’hanno sostenuta, in essa si sono
riconosciute.
Non ci sentiamo perciò, sulla base di queste considerazioni, di archiviare la recente
“scalata” della Pirelli da parte della China National Chemical Corporation (Cncc), come la
migliore delle scelte possibili – parola di Marco Tronchetti Provera, Presidente –
Amministratore delegato del Gruppo milanese – né di risolvere la questione
circoscrivendola nell’ambito delle ineluttabili necessità del mercato.
La questione – ci sia consentito – è un po’ più complessa.
Il vero problema non è assecondare il mitico mercato nel nome della
ricapitalizzazione delle aziende, della competitività internazionale, dell’immancabile
concorrenza. Accettare fatalisticamente queste “logiche” vuole dire non rendersi conto delle
debolezze del nostro sistema produttivo e quindi non correre ai ripari per cercare di
risolverle.
Di fronte alla “gracilità” del nostro capitalismo (con le sue carenze strutturali e con
la sua mancanza di liquidità, a causa di un mondo bancario lontano dall’economia reale e di
uno Stato che ha abbandonato ogni ruolo in materia), considerate le oggettive
manchevolezze del nostro sistema-Paese (con le infrastrutture inadeguate, la burocrazia
soffocante, la tassazione ai massimi livelli , la ricerca sottovalutata) e vista l’ assenza di una
vera politica industriale, è più facile aprire le frontiere e vendere i nostri “gioielli
produttivi” che impegnarsi seriamente a rendere competitive le nostre aziende sui mercati.
La recente “scalata” della Pirelli è la classica punta d’iceberg di un’invasione,
neppure tanto strisciante, che ha già interessato decine di aziende italiane. Gruppo Ferretti
(yacht), De Tomaso Automobili, Fiorucci (alimentari), Miss Sixty (moda), Benelli
(motociclette), Cdp Rieti, che controlla Snam e Terna, Ansaldo Energia sono solo alcune
delle grandi aziende passate, negli ultimi anni, sotto il controllo cinese.
E’ facile – del resto – per i nuovi “Paesi emergenti” (con in testa la Cina ed gli
Emirati Arabi, ma anche con le più recenti attenzioni degli investitori indiani verso le
aziende siderurgiche, da Bagnoli a Taranto, e nei confronti di Pininfarina) muoversi con
grande spregiudicatezza facendo incetta delle nostre eccellenze produttive.
Intanto perché quei Paesi hanno a disposizione grandi risorse (nel 2014 gli
investimenti cinesi all’estero hanno superato la soglia dei 100 miliardi di dollari, mentre per
quest’anno l’obiettivo è di 113 miliardi), accumulate – per la Cina – grazie alle aperture
commerciali, utilizzate dalle aziende europee nell’ultimo ventennio, attraverso forme di
delocalizzazione produttiva selvaggia. E poi perché il terreno pare essere senza barriere,
senza controlli ed intermediazioni politiche.
Da una parte c’è il ruolo pubblico dei grandi gruppi cinesi (State Grid Corporation,
ChemChina, People’s Bank of China), strategicamente impegnati a realizzare gli indirizzi
della politica economica ed estera, secondo la linea tracciata dal governo di Pechino e così 3
sintetizzata dal presidente del Center for China & Globalization, Long Yongtu : «Andare
all’estero servirà a costruire una piattaforma per i gruppi cinesi per crescere attraverso la
partecipazione nell’economia globale. La crescita sostenibile e la capacità di competere sul
palcoscenico globale dipendono dalla velocità con la Cina può favorire le sue compagnie
internazionali».
Dall’altra parte c’è un’Italia senza strategia economica ed estera, ma soprattutto
senza adeguati strumenti di indirizzo, di controllo e d’intervento, costretta a subire i processi
di colonizzazione industriale, ed un’Europa “parcellizzata”, dove a persistere sono i singoli
interessi nazionali piuttosto che una unitaria volontà e capacità di competere.
Pensiamo – nello specifico – a quello che avrebbe potuto essere realizzato proprio nel
settore dei pneumatici, dove tra i quattro big mondiali a fianco della giapponese Bridgestone
e l’americana Goodyear, compaiono due aziende europee, la francese Michelin e la tedesca
Continental. L’aggressività cinese non risparmierà nessuno, laddove una politica di
concertazione europea avrebbe potuto essere realizzata con successo. Il risultato ? Secondo
il “Financial Times”, in un settore che necessita un consolidamento, la potenza finanziaria
cinese metterà sotto pressione le varie Goodyear, Michelin, Continental, Hankook. «Nei
loro panni», dice Stuart Pearson, analista di Exane Bnp Paribas, «sarei atterrito
(horrified)».
Nel vecchio continente ed in particolare nel suo ventre molle, costituito dall’Italia,
oltre l’idea del laissez-faire non si va, perdendo così di vista le nuove dimensioni della sfida
globale, le forze in campo e soprattutto la necessità di sviluppare nuove forme di difesa ed
attacco sui mercati.
Le ragioni di fondo della strategia cinese non sono infatti finanziarie. A Pechino più
che remunerare i propri capitali interessa acquisire tecnologie, competenze e potere
decisionale. L’entrata in Pirelli a questo porta, com’è confermato dall’accordo con
ChemChina a cui toccherà un numero di consiglieri di amministrazione pari a quelli
nominati dai soci italiani, ma a cui sarà garantita la scelta del presidente del Cda che, in
caso di parità fra voti a favore e contrari su una determinata decisione, potrà esprimere un
voto doppio, superando così eventuali scogli.
Il tempo dirà – per usare le parole di Tronchetti Provera – se quella realizzata è stata
la migliore delle scelte possibili. Già da oggi possiamo dire che lo è per chi realizzerà
significative plusvalenze, ma certamente non per il nostro Paese che comunque perderà
un’ulteriore porzione della propria “sovranità economica”.
A vincere, alla fine, è sempre la logica del “fare cassa”, laddove altri dimostrano di
lavorare sulle strategie e gli investimenti di lunga durata. Quelli che, poi, in termini
finanziari, industriali e geopolitici contano realmente, non solo per le singole aziende,
quanto soprattutto per i singoli Paesi, misurandone, nel loro complesso, la tenuta e la forza
espansiva.

Vedi anche  La #rinascita demografica per salvare l’ #Italia | #destra

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