«L’Italia di Salò» è il titolo del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri (Il Mulino, pagg. 489, euro28) che venerdì alle 18 sarà presentato presso il Circolo della Stampa di Avellino. Con Avagliano interverranno Federica Caprio, Berardino Zoina, Luigi Anzalone e Generoso Picone.

«Noi eravamo quelli là ragazzi alla deriva, le ultime scorie di una mareggiata, delusi, incattiviti, avevamo commesso violenze e soperchierie, posseduti da quella rabbia, quella volontà cattiva di trovare un responsabile su cui sfogare tutte le delusioni, la miseria in cui era precipitata la vita». Nelle parole Carlo Mazzantini, all’ultima pagine del suo romanzo «A cercar la bella morte», c’è il senso profondo, tragico e disperato, della scelta compiuta dalla cosiddetta generazione dei ragazzi di Salò. Lui era uno di questi, diciottenne nel momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si unì a un battaglione di camicie nere e andò a combattere in Valsesia per essere il 25 aprile 1985 a Milano testimone delle ultime ore della Repubblica sociale italiana catturato, rischiò la fucilazione per poi essere liberato. Nel 1986 pubblicò il racconto della sua esperienza, una autobiografia dai toni dostoevskijani, dove si recupera quello che Italo Calvino nel 1947 aveva fatto dire al suo Kim de «I sentieri dei nidi di ragno»: «Basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trova dall’altra parte». Mazzantini non avrebbe mai ammesso di aver compiuto un passo falso, come il Marco Laudato del «Tiro al piccione» di Giose Rimanelli – altro romanzo del 1945 apprezzato da Calvino, forse una delle prime testimonianze letterarie su quei giorni, al suo autore si deve la dizione «la parte sbagliata» utilizzata nel presentare il testo a Cesare Pavese – si ritrovò consapevole in quella che Giorgio Bocca avrebbe definito «la pentecoste dei diversi», una stagione unica anche se dannata, il girone dantesco con il quale Pier Paolo Pasolini inaugurò nel 1975 la trilogia della morte, «Salò o le 120 giornate di Sodoma» che sarebbe rimasto il suo ultimo film.

Ragazzi alla deriva sono loro i protagonisti de «L’Italia di Salò» di Mario Avagliano e Marco Palmieri, un ulteriore importante tassello nel percorso di ricerca e divulgazione sugli anni del fascismo, delle persecuzioni razziali, della lotta partigiana e della Seconda guerra mondiale. Se ne narra la vicenda collocandoli nella fase cruciale che dall’8 settembre 1943 va fino all’amnistia Azara del 1953, proponendosi di dare voce ai diari e agli epistolari, alle corrispondenze e alle relazioni informative per un’ indagine «dal basso» che pur considerando il denso filone storiografico sull’argomento punta a cogliere il merito sostanziale di un’esperienza tanto intensa Chi scelse Salò lo fece non per Benito Mussolini, o almeno non esclusivamente per lui. C’è un’espressione di Mario Gandini, altro reduce della Rsi, sufficientemente eloquente: «Non ci aspettavamo niente, niente proprio, e anche al posto di Mussolini ci fosse stata Greta Garbo sarebbe statolo stesso, voglio dire saremo stati ugualmente in quei campi a sparare».

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Ma perché, giusto quando quel mondo stava crollando? Con quale obiettivo giovani e giovanissimi come Dario Fo, Raimondo Vianello, Benito Loreni, Giulio Bedeschi, Ugo Tognazzi, Dante Troisi Giuseppe Berto, Gaetano Tumiati, Mario Sironi, Ardengo Soffici e tanti altri, e solo per rimanere in un ambito di società civile, andarono a cercare la bella morte? La risposta di Avagliano e Palmieri: « La cesura del 25 luglio e quella dell’8settembre 1943 per molti italiani non rappresentarono un taglio netto con il precedente ventennio, bensì una svolta in continuità i cui seguito e la cui naturale conseguenza furono l’adesione e la partecipazione all’esperienza della Rsi, che a sua volta non fu un evento senza propagazioni e conseguenze sulla storia e politica e sociale del dopoguerra». Perché recuperando lo slancio vitalistico del primo fascismo si pensò di mettere da parte il periodo del regime in doppiopetto e così, in una simbolica uccisione dei padri, si immaginò disfidare il destino scommettendo su un futuro prevedibilmente drammatico che però avrebbe lasciato in eredità all’Italia democratica il polo degli esclusi: una sorta di magazzino di segue simulacri del fascismo della celtica assai prossimo al nazismo che avrebbe contribuito a fondare l’Msi come il partito degli esuli in patria, così detto da Marco Tarchi. Esuli al cui vittimismo corrisponderà l’assenza di pietas da parte dei vincitori, con la malcelata ipocrisia di utilizzarli nell’occasione opportuna. Rimarrà il sentimento di una giovinezza bruciata in tragedia, con conseguenze anche buie nella storia nazionale, e soprattutto la sensazione che Avagliano e Palmieri consegnano con grande cura di non aver sciolto ancora del tutto i nodi del sistema democratico italiano.

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