La grande fuga da Varsavia

Protagonista principale ne fu un giovane diplomatico, Mario Di Stefano, che nel 1939 si trovava a Varsavia come primo segretario della nostra Ambasciata e che divenne poi ambasciatore a Ottawa, a Mosca e a Rio de Janeiro. Appena occupata la Polonia, infatti, i tedeschi avevano costretto tutti i diplomatici stranieri ad abbandonare il territorio della Nazione vinta.

Nel dicembre del ’39, però, consentirono a un gruppo di diplomatici di rientrare a Varsavia per tre giorni.

Di Stefano faceva parte del convoglio con un piccolo seguito, ma, invece di tre giorni, con vari e pericolosi stratagemmi riuscì a rimanere a Varsavia cinque mesi, durante i quali prese il comando del consolato italiano nella capitale e si prodigò a favore non solo dei connazionali ma anche dei polacchi e degli ebrei.

L’opera di Di Stefano, va detto subito, venne resa possibile dal tacito ma operante consenso dei suoi superiori, primo tra tutti in nostro ambasciatore a Berlino, Bernardo Attolico, e dalla approvazione di Mussolini.

La testimonianza più autorevole a proposito di questa azione di salvataggio è quella contenuta nel libro Il destino passa per Varsavia (editore Cappelli, 1949), scritto dalla signora Luciana Frassati, figlia dell’antifascista senatore Alfredo Frassati e moglie del diplomatico polacco conte Gawronsky.

 

La signora Frassati, che tra il 1939 e il 1942 fece continuamente la spola tra Roma e Varsavia, recapitando tra l’altro, consenziente Mussolini, ingenti aiuti in denaro alle formazioni clandestine anticomuniste polacche (è necessario ricordare che, in quel periodo, la Germania nazista era alleata all’URRS: n.d.a.) e portando in salvo in Italia personalità polacche ricercate dai tedeschi, racconta fra l’altro che quando il Duce seppe delle persecuzioni e delle spietate rappresaglie in corso contro la popolazione e gli ebrei polacchi, scrisse personalmente a Hitler invitandolo a porre un freno a tante inutili crudeltà.

Nella lettera, inviata in data 3 gennaio del 1940, Mussolini diceva, tra l’altro: «Un popolo che è stato ignominiosamente tradito dalla sua miserabile classe dirigente, ma che, come voi stesso avete riconosciuto nel vostro discorso a Danzica, si è battuto con coraggio, merita il trattamento dei vinti, non quello degli schiavi».

Per quanto riguarda l’azione compiuta da Di Stefano a favore degli ebrei, la signora Frassati ha scritto tra l’altro: «Sembrano mille. Sono presenti dappertutto. Non c’è azione che si compia senza di loro e dovunque si mettano in testa di arrivare, arrivano contro tutti, pregando, minacciando, attribuendosi più potere di quanto ufficialmente ne abbiano. Sono i soli capaci di tener testa e di imbrogliare le carte alla Gestapo».

A sua volta, in una intervista concessa al settimanale Gente (n. 17 del 28 aprile 1961), lo stesso ambasciatore Di Stefano raccontò: «Debbo ricordare subito che quel che potemmo fare fu opera dell’intero gruppo, di cui facevano parte il ministro Soro ed il dottor Stendardo.

Nell’inverno 1939-1940, a Varsavia, la situazione era tragica. Dal punto di vista umano, commovente: non si poteva rimanere insensibili alle sofferenze dei polacchi e particolarmente degli ebrei, che a Varsavia erano molti.

Anche il governo fascista si rendeva conto della situazione e, nonostante l’ufficiale linea politica antisemita, in varie occasioni mi diede istruzioni di intervenire per far concedere permessi di uscita dalla Polonia a personalità ebraiche. Ricordo vivamente, ad esempio, il caso della famiglia del rabbino capo di Gora Kalwaraya, Alter, colui che in Polonia veniva chiamato, con singolare espressione, il “Papa degli ebrei”.

Fu Mussolini stesso a darmi istruzioni di ottenere che Alter e la sua famiglia potessero espatriare e recarsi in Palestina. A sua volta Mussolini era stato sollecitato in tale senso da Saul Bloom, importante membro del Congresso americano (va ricordato che a quell’epoca l’Italia non era ancora scesa il guerra a fianco della Germania). Gli Alter formavano un gruppo familiare numeroso, comprendente nonni, zii, nipoti, cugini. Erano visibilmente preoccupati di quel che poteva loro accadere: nel loro intimo, terrorizzati. In contrasto con le disposizioni emanate dagli occupanti nei riguardi degli ebrei essi poterono lasciare la Polonia in treno e raggiungere poi la Palestina. Un’altra volta si trattò di far uscire personalità ebraiche già rinchiuse nel ghetto di Lodz. Un’impresa disperata. L’impressione visiva del ghetto era raccapricciante, dantesca, direi.

Ma anche quell’impresa, come molte altre, riuscì» Si trattò, anche se Mario Di Stefano non lo dice di centinaia e centinaia di casi. Tutti gli ebrei italiani che potevano correre dei pericoli furono muniti di documenti capaci di proteggerli. Personalità ebraiche polacche dell’uno e dell’altro sesso furono fatte passare per elementi al servizio italiano. Furono distribuiti passaporti e denaro. Naturalmente questo traffico, dopo qualche tempo, venne scoperto. Alla fine di marzo del 1940 Hitler stesso, in un suo incontro con Mussolini al Brennero, chiese perentoriamente il rientro di Di Stefano in Italia. Ma Di Stefano riuscì a rimanere a Varsavia un’altra ventina di giorni, rilasciando quanti più visti potè, allontanandosi solo quando comprese che stava per essere arrestato.

La diplomazia Italiana durante la Seconda Guerra Mondiale

Ma fu un caso isolato?

Recentemente è emerso  che il Ministero degli Esteri durante il periodo 1938-1943 organizzo una rete di protezione degli Ebrei in Europa.

Ricordiamo che il Ministro degli Esteri era Galeazzo Ciano.

Diplomazia e diritti umani. Nel Giorno della Memoria

di Emilio Barbarani

Il “Giorno della Memoria” è giorno di meste rievocazioni per tanti, in particolare per gli ebrei, che portano nell’anima le tracce di secoli di discriminazioni, sfociate da ultimo nella tragica Shoah.

Esiste negli archivi del Ministero degli Affari Esteri una scarna documentazione sul tema della protezione fornita dai funzionari diplomatici italiani ad alcune comunità ebraiche in Europa, durante il periodo 1938-1943.

Ai rapporti pervenuti dalla rete diplomatico-consolare italiana dell’epoca, si aggiunge, nella traduzione in francese, una serie di documenti rinvenuti a Parigi al termine del conflitto, negli archivi segreti della Gestapo. Ne risulta, ancora una volta, un quadro a dir poco sconvolgente.

Dalla documentazione emerge – fatto fino ad oggi rimasto nell’ombra – la luminosa azione che alcuni dei nostri diplomatici hanno svolto all’estero a tutela degli ebrei italiani e stranieri collegati al territorio della rispettiva giurisdizione, a difesa della loro integrità fisica e dei loro beni.

Vedi anche  NOI FASCISTI E GLI EBREI di Giorgio Pisanò

L’alternativa – è noto – era l’arresto e la deportazione nei campi di concentramento e di sterminio. L’azione del Ministero degli Esteri e dei suoi funzionari nei Paesi europei in guerra si è sovente contrapposta a quella delle autorità tedesche di occupazione: i documenti al riguardo sono espliciti, numerosi.

Soprattutto in Grecia e in Francia gli attriti tra la linea italiana e tedesca nella gestione della questione ebraica sono stati vivaci, generando una “discreta” disputa tra alleati che aveva come punti terminali il Ministero degli Esteri in Roma, le nostre Ambasciate a Berlino, Parigi, Atene, Varsavia, l’Ambasciata tedesca in Italia.

Risulta inoltre che in Francia le truppe italiane di occupazione non abbiano perso occasione per proteggere, nascondere, aiutare gli ebrei che, fuggendo dalle zone occupate o controllate dai nazisti, tentavano di raggiungere l’Italia.

Dall’esame dei documenti – a parte la probabile finalità apologetica – risulta che diversi funzionari diplomatico-consolari italiani, hanno adottato – sotto la loro responsabilità – una linea spesso “passiva” nella applicazione delle leggi razziali, quando non di “attiva” contrapposizione ai tedeschi in presenza di singoli casi di emergenza.

Esistono in proposito lettere di ringraziamento delle collettività ebraiche per la condotta assunta dai nostri rappresentanti in quel periodo.

Sul tema dell’impegno personale a difesa degli ebrei, italiani e stranieri, assunto da una parte della nostra diplomazia durante il periodo bellico e negli anni che lo precedettero, non posso non evocare qualche nome, ben sapendo che altri funzionari, anche di differenti amministrazioni, meritano ugualmente il nostro ammirato ricordo.

Sono in questo confortato da un colloquio avuto con la Professoressa Liliana Picciotto, Direttrice del CDEC – Centro documentazione ebraica contemporanea di Milano – e grande esperta di antisemitismo in Europa. La materia merita di essere approfondita, ad evitare che si perda la memoria di nomi e fatti che onorano la tradizione del corpo diplomatico italiano a difesa dei diritti umani.

Spicca in questo contesto la figura del Ministro Plenipotenziario conte Luigi Vidau, capo dell’Ufficio IV della Direzione Affari Generali, di cui il Ministro Plenipotenziario Leonardo Vitetti era Direttore Generale.

A Vidau spettava approvare “discretamente” le iniziative che la rete diplomatico-consolare attuava in Europa a favore degli ebrei. Il rischio di queste operazioni non era trascurabile.

Le autorità tedesche, grazie alla rete dei loro informatori, avevano scoperto il gioco. Le loro reazioni si esprimevano attraverso i Comandi delle forze di occupazione in loco, fino ai richiami che Berlino, mediante la propria Ambasciata a Roma, faceva pervenire alle competenti autorità italiane.

Dai documenti risulta che il Ministero degli Esteri, a livello di funzionari, ha spesso tentato di neutralizzare, almeno nei suoi aspetti più incisivi, l’impatto della legislazione antiebraica e delle direttive di politica razziale che pervenivano dalla Germania. A molti è noto il nome di Guelfo Zamboni che, a Salonicco, attraverso il rilascio di documenti “provvisori”, ha esteso la protezione italiana a numerosi ebrei di nazionalità dubbia, urtandosi con le locali autorità militari tedesche di occupazione.

Nella nostra Legazione a Varsavia, operavano due diplomatici, Mario Di Stefano e Giovanni Soro, che giunsero a concedere, tra il settembre ’39 e l’aprile del ’40, un imprecisato numero di documenti di rimpatrio in Italia a ebrei che, non essendo italiani, non ne avevano diritto. “Non è noto quanti documenti abbiano rilasciato – osserva la Professoressa Picciotto -, ma si sa che sono stati molti e che hanno salvato molte vite.”

La lista dei benemeriti funzionari italiani appare destinata ad allungarsi qualora il tema venisse approfondito. Il periodo prebellico e bellico del secondo conflitto mondiale si presta infatti a un’indagine di questo tipo, fino ad ora trascurata per intuibili motivi.

Ma anche nel periodo post-bellico e nei decenni successivi non mancano le luci. Riguardano la condotta dei nostri funzionari diplomatici nel mondo di fronte a eventi eccezionali, in favore dei perseguitati, dei bisognosi di aiuto, a difesa dei diritti umani. Essi hanno a volte agito di propria iniziativa, andando oltre le istruzioni ricevute, sotto la loro responsabilità. Cito, per tutti, soltanto un nome: Enrico Calamai. La recente fiction di Rai1, “Tango della libertà”, che si ispira alla azione da lui condotta a Buenos Aires sotto la repressione militare, ne è un esempio.

La data del 27 gennaio, “Giorno della Memoria”, evoca drammatici ricordi. Essi non coinvolgono soltanto il popolo ebraico, ma anche altri “popoli”, altre collettività che nel corso della storia hanno subito discriminazioni, disprezzo, persecuzioni, odio. La memoria – nel sentire di molti – non può porsi oggi come elemento di rivalsa, divisione, contrapposizione. Essa deve piuttosto costituire un richiamo permanente, un monito agli uomini, ai loro leader religiosi e politici, per scongiurare il rischio che certi confini vengano di nuovo superati, certi strappi reiterati, certe pulsioni rievocate. Alla religione e alla politica spetta un ruolo primordiale nel rendere più ragionevoli gli uomini, ad evitare che in un mondo globalizzato e intercomunicante i confini della pacifica convivenza vengano violati.

Ogni giorno i mass-media raffigurano il pericolo e le conseguenze che la violenza che alberga nell’uomo possa tracimare ed essere canalizzata verso gruppi umani “diversi” per fede politica, religiosa, per il colore della pelle, il censo, i costumi sessuali e altro. La gente è puntualmente informata di quanto accade nel mondo, eventi lodevoli, eventi inammissibili: tutti sanno. La “maggioranza silenziosa”, i “benpensanti” non possono oggi giustificare il loro silenzio dicendo: “io non sapevo”. Anche loro sono chiamati a prendere posizione, ad alzare la voce per esigere che certi comportamenti non vengano più tollerati, che non abbiano più a ripetersi, che finiscano.
La Corte penale internazionale – è un auspicio di tanti – deve venire rafforzata, avere le competenze e i mezzi per perseguire in perpetuo coloro che, per qualsivoglia motivo, si sono macchiati di gravi delitti contro i loro simili.
Diversi diplomatici italiani meritano – a giudizio di molti – di venire ricordati al grande pubblico per la loro azione generosa, piena di coraggio, di fronte a situazioni di emergenza. Alcuni di loro potrebbero forse anche entrare nel “Giardino dei Giusti” italiano (GARIWO), che accoglie coloro che hanno dato prova di comportamenti eccezionali a difesa del loro prossimo. Per non dimenticare.

https://it.gariwo.net/editoriali/diplomazia-italiana-e-diritti-umani-14417.html

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