La Medaglia d’oro alla memoria a Francesco De Gregori fu riconosciuta, nel 1945, con una motivazione contenente la seguente frase: «Cadeva vittima della tragica situazione creata dal fascismo ed alimentata dall’oppressore tedesco in quel martoriato lembo d’Italia dove il comune spirito patriottico non sempre riusciva a fondere in un sol blocco le forze della Resistenza».

Sembra che sia stata una vittima del Fascismo, fucilato da qualche plotone di esecuzione della RSI.

Invece fu trucidato dai partigiani comunisti a 35 anni nelle malghe di Porzus , perché il “Bolla” nome di battaglia di Francesco De Gregori,  ufficiale del Regio Esercito rifiutava «di aggregarsi alla formazioni titine» e di aver difeso l’Italianità contro i slavocomunisti.

Nel 1964 Roberto Battaglia  – storico iscritto al PCI, già comandante partigiano – affermò, nella sua opera Storia della Resistenza italiana, che la motivazione dell’onorificenza aveva «tagliato corto a qualsiasi tentativo di speculazione politica».

Non facendo riferimento alle circostanze della morte di De Gregori e ai suoi esecutori, la stessa motivazione fu invece molti anni dopo considerata indice di «contorsionismo» dallo scrittore Alfio Caruso, o «ineffabile» e «reticente» dallo storico Paolo Simoncelli.

Francesco De Gregori è stato un grande italiano vilipeso con questa VERGOGNOSA omissiva  motivazione alla sua memoria, a cui occorre rimediare.

 

La motivazione omissiva

Soldato fedele e deciso, animato da vivo amor di Patria, dopo lo armistizio prodigava ogni sua attività alla lotta di liberazione organizzando, animando e guidando da posti di responsabilità e di comando il movimento partigiano nella Carnia e nella zona montana ad est del Tagliamento. Comandante capace e soldato valoroso, dopo essersi ripetutamente affermato in numerosi combattimenti, si distingueva particolarmente durante la dura offensiva condotta da preponderanti forze tedesche alla fine di settembre 1944 nella zona montana del Torre Natisone.In condizioni particolarmente difficili di tempo e di ambiente, fermo, deciso e coraggioso riaffermava l’italianità della regione e la intangibilità dei confini della Patria. Cadeva vittima della tragica situazione creata dal fascismo ed alimentata dall’oppressore tedesco in quel martoriato lembo d’Italia dove il comune spirito patriottico non sempre riusciva a fondere in un sol blocco le forze della Resistenza. Friuli, settembre 1943 – 7 febbraio 1945.

http://www.quirinale.it/onorificenze/insigniti/14540

La sua vita

Dopo aver frequentato l’Accademia Militare di Modena, viene assegnato all’8º Reggimento Alpini. Durante la seconda guerra mondiale è attivo sul fronte occidentale e successivamente sul fronte greco-albanese dove comanda, anche se per un breve periodo, il Battaglione alpini “Val Tagliamento” in seno alla Divisione Alpina “Julia”. Rimpatriato per malattia, viene promosso capitano e riceve l’incarico per un breve periodo di insegnamento nella Scuola militare di Bassano del Grappa (Vicenza) per tornare sul fronte in Albania, come addetto allo stato maggiore dell’VIII Corpo d’armata.

L’8 settembre 1943, lo trova in Friuli, dove entra a far parte subito della resistenza come comandante nella Gruppo delle Brigate Est della Divisione partigiana Osoppo, prendendo il nome “Bolla”.

Il 24 settembre 1944 aveva partecipato ai colloqui intercorsi tra i partigiani comunisti delle brigate Garibaldi, gli osovani e un ufficiale jugoslavo che chiedeva il passaggio delle formazioni italiane sotto il comando del IX Korpus Jugoslavo. I partigiani osovani “Bolla” e “Paolo” si dichiararono contrari, a differenza dei comunisti che, dopo un iniziale tentennamento, accettarono la proposta slovena. Le trattative continuarono l’11 ottobre con l’emissario jugoslavo Albert Jakopič, detto colonnello Kajtimir. In quella occasione, i capi garibaldini formalizzarono il passaggio sotto il Comando jugoslavo[1] mentre gli osovani opposero un nuovo rifiuto.

Il 12 ottobre, gli osovani abbandonarono le trattative e, recatisi a Canebola (frazione di Faedis), inviarono al “Comando militare Triveneto” il rapporto relativo agli incontri avvenuti con gli jugoslavi. In quel rapporto, “Bolla” denunciò le mire annessionistiche su ampie porzioni di territorio italiano (provincia di Pordenone compresa) da parte degli Jugoslavi presenti nell’area con il IX Corpus e la sostanziale acquiescenza dei partigiani comunisti della brigata Garibaldi.

Il 22 novembre, avvenne un nuovo incontro tra gli osovani e gli ex garibaldini (ormai saldamente inquadrati nell’esercito Jugoslavo). Rappresentava gli ex-garibaldini il commissario politico Giovanni Padoan, detto “Vanni”, che ribadì la necessità di far passare alle dipendenze degli jugoslavi anche delle formazioni osovane[2]. Di questo incontro, e delle proposte di “Vanni”, “Bolla” informò il “Comando 1 brigata Osoppo” il 23 novembre.

«8) Fece comprendere a noi, responsabili della “Brigata Osoppo”, che avremmo dovuto seguire le loro stesse direttive di carattere militare-politico e che un nostro eventuale atteggiamento diverso dal loro sarebbe stato interpretato quale palese intenzione da parte nostra di voler indebolire il fronte comune e quindi, come tale, represso.
9) Propose pertanto alla nostra brigata di passare essa pure immediatamente alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno, non essendo compatibile in questa zona l’esistenza di formazioni partigiane non dipendenti dai comandi sloveni.»
(Francesco De Gregori detto “Bolla” nel rapporto inviato il 23 novembre al Comando “1 Brigata Osoppo”)
Nel gennaio 1945 si verificarono diversi incidenti ai danni di partigiani osovani. Il 16 gennaio 1945 tre di essi, dislocati a presidio di Taipana, furono sequestrati e uccisi da partigiani jugoslavi.

. Al riguardo, “Bolla” informò il Comando lamentando anche l’isolamento in cui si trovava il proprio reparto:

«Questo Comando ha iniziato a gettare i suoi gridi di allarme sulla questione slovena fin dall’ottobre scorso, chiedendo a chi di ragione accordi diplomatici, soluzioni politiche ed apporto di forze per potenziare le possibilità di reazione di questo Comando. Se la situazione politica esige che malgrado tutto quello che è avvenuto, i reparti garibaldini e sloveni debbano essere ancora considerati come reparti amici, vengano elementi politici ad assumere il comando di questi nostri reparti, che nei disagi considerevoli imposti dalla stagione vedono intorno a sé ovunque nemici e non vedono dietro le proprie spalle nessuna forza che li sostenga moralmente e materialmente.»
(Francesco De Gregori detto “Bolla” nel rapporto inviato al Comando subito dopo il sequestro dei tre osovani da parte di partigiani jugoslavi[5])
Il 6 febbraio 1945 fu radunato un reparto di circa un centinaio di uomini con il compito di effettuare un’azione contro gli uomini della brigata Osoppo comandata da “Bolla”. Gli uomini provenivano dalla 1ª brigata GAP e dalla brigata “Amor”, oltre a una trentina provenienti da quelli agli ordini di Mario Toffanin detto “Giacca”[6] che ne assunse il comando.

Vedi anche  Quel treno della vergogna #foibe #istria e #comunisti #genova

Il 7 febbraio 1945 iniziò l’operazione dei partigiani comunisti guidata da “Giacca”. Giunti a contatto con gli osovani, ignari di ciò che stava per accadere, fu inviato presso di loro il partigiano “Dinamite” che comunicò di essere alla guida di un gruppo di sbandati intenzionati ad arruolarsi con i partigiani e a incontrare “Bolla”, il quale aveva appena effettuato lo scambio di consegne con Aldo Bricco “Centina”, giunto a sostituirlo al comando delle Brigate Osoppo dell’Est. Fu così inviata una staffetta ad avvertire “Bolla”, ma quando questa si fu allontanata, il gruppo degli osovani, inferiore di numero, fu fatto prigioniero. La stessa sorte toccò a “Bolla” quando giunse a sua volta. Il giovane Giovanni Comin detto “Gruaro”, accortosi della situazione, tentò la fuga ma fu fulminato dopo pochi passi.

Catturati i restanti osovani, questi furono radunati e “Giacca” interrogò “Bolla” per farsi dire dove erano depositate tutte le armi e le munizioni. Requisite le armi, gli osovani furono portati via ad eccezione di Francesco De Gregori e di Gastone Valente detto “Enea” (commissario politico delle Brigate Giustizia e Libertà) sotto il controllo di Mario Toffanin e di alcuni garibaldini.

«Caricato il materiale saccheggiato sulle spalle dei prigionieri, venne formata la colonna per scendere in pianura. L’operazione non era però finita. Circa venti garibaldini con a capo “Giacca” rimasero alla malga e dopo non molto furono udite delle raffiche. Era la fine di “Bolla” ed “Enea”. I loro corpi vennero poi trasfigurati, pugnalati e sputacchiati.»
([5])
I prigionieri furono condotti al Comando garibaldino e interrogati. Il giorno seguente, gli osovani furono smistati presso i battaglioni “Ardito” e “Giotto”. Alcuni di essi furono poi prelevati e fatti sparire. Tra questi vi fu Guido Pasolini detto “Ermes”, fratello dello scrittore Pier Paolo Pasolini.

Rapporto al Comando Militare del Triveneto

Nel periodo più critico della ricostruzione della nostra brigata, allorquando questo Comando aveva il massimo bisogno di tranquillità per compiere il suo lavoro riorganizzativo, con azioni di disturbo attuate contro i cosacchi del presidio di Attimis (scoppio di mine sulle strade e assalto di pattuglie), reparti della XVIII brigata tendevano, adottando il sistema di sottrarsi immediatamente dopo l’attacco, a far cadere la ritorsione nemica sulle popolazioni locali e sui nostri reparti dislocati nella zona. L’evidente intenzione loro era di rendere impossibile alla nostra brigata l’ulteriore permanenza in questa località, cercando così di mandare a monte la nostra ricostruzione mal vista da essi, dato che, dopo il passaggio della “1 divisione Garibaldi” alle dirette dipendenze del IX Corpus, le nostre formazioni osovane sono rimaste ormai le uniche italiane in grado di contrapporsi alle mire nazionalistiche slovene in territorio veneto-friulano.
Il commissario politico della XVIII brigata slovena (un tenente regolare di Tito) parlando presso il nostro comando (dove si era tentato di dissuaderlo dal compiere una inutile azione contro un presidio di zona, date le tristi rappresaglie che ne sarebbero derivate), ci chiedeva sfacciatamente ragione del perché portassimo il tricolore, facendoci capire che, mentre egli combatteva per la patria, noi rappresentavamo invece in questa zona delle bande irregolari fuori posto.
Ovunque le formazioni slovene si portino, riempiono i nostri paesi, a scopo di propaganda, di loro bandiere e fanno discorsi, dando ad intendere di trovarsi in territorio già annesso definitivamente alla Jugoslavia.
Questo Comando è casualmente venuto in possesso di un numero del giornale Matajur, edito dalle formazioni slovene. In esso, rivolgendosi agli sloveni del Veneto, viene svolta una feroce propaganda a favore della Jugoslavia e della annessione ad essa di questo territorio. Si rivendicavano infatti, antichi diritti (risalenti nientemeno che a 1400 anni fa) sulla provincia di Udine, su Cividale, su Resia, sulle Valli del Natisone e dello Iudrio, sulla zona del Collio e su quella di Tarcento. I diritti territoriali sloveni dovrebbero estendersi addirittura fino a Pordenone. Ci si rivolge alle masse del Veneto, chiedendo la loro cooperazione per il trionfo della causa slovena in terre che viceversa sono ed intendono rimanere italiane. Questi fatti si rappresentano come aggiunta a quelli già esposti nel nostro rapporto, affinché codesto Camando ne tragga le considerazioni ed adotti i provvedimenti del caso.
Il comandante “Bolla” – Il delegato politico “Paolo”.

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