Il prossimo assessore all’urbanistica di Roma, sarà un’urbanista di sinistra, che si è posto una missione: recuperare le periferieprogettate da urbansiti di sinistra. Meglio tardi che mai.

Possibile mai che occorre anche nell’urbanistica,  cacciare fuori la vecchia storia delle ideologie?

Ebbene si, oggi quasi tutto quello che vediamo è l’espressione  del consociativismo che ha regnato negli anni ’50, ’60, ’70, ’80.

Il territorio fu diviso sistematicamente: il centro urbano (tranne quello di Bologna) e le zone più appetibili paesaggisticamente alla DC, e le periferie al PCI.

Con questa raccolta di scritti , si vuole ricostruire l’urbanistica italiana del dopoguerra, attraverso una lettura  critica “di destra”, proprio per accentuare le differenze, collimando le responsabilità.

La falsa utopia del cemento Quelle periferie “sinistre”

Le violenze dei quartieri ai margini della città sono figlie del degrado. Ma dietro quei ghetti ci sono le menti migliori dell’urbanistica comunista

Il problema è sempre a monte. O in periferia. Ma la causa di tutto resta al centro. E il centro del problema è che, se è vero che dietro gli episodi di rivolta e violenza nelle periferie di Roma o Milano c’è il disagio di un grande numero di persone economicamente sofferenti costrette a sopravvivere in un’area ristretta e isolata rispetto al resto della città, terreno di coltura per prostituzione, droga e degrado, con in più magari l’onere di urbanizzazione di un centro di accoglienza per immigrati, è altrettanto vero che queste anti-città, cimiteri di cemento&graffiti per vivi, qualcuno le ha pur volute, progettate e costruite.

Dietro l’aggressività e il malessere delle nostre periferie c’è – oltre la speculazione edilizia e l’affarismo che non hanno colore politico – la bruttezza e il disagio di territori deboli dal punto di vista architettonico e urbanistico. Questo lo sappiamo tutti. Ma dietro la mala urbanistica, chi c’è? Questo non ce lo chiediamo mai. Chiunque intuisce che gli alveari umani in formato casermoni producono deserto sociale e giungle criminali. Ma nessuno si chiede chi siano gli autori di quei lager abitativi nelle periferie metropolitane che tutti giustamente deplorano.

La distanza tra centro e periferia è inversamente proporzionale a quella tra incuria fisica e degrado morale. Immensa la prima, minima la seconda.

I quartieri caratterizzati dall’edilizia economica e popolare, realizzati soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta, senza più alcun legame organico con la tradizionale idea di città, hanno generato, sorta di figliastri illegittimi e abusivi, l’aggressività, la microcriminalità, i conflitti sociali. Senza ipocrisie, gli stessi intellettuali che condannano le periferie-ghetto, oggi dovrebbero chiamare in giudizio i loro padri.

Chi ha pianificato e realizzato il Corviale di Roma e lo Zen a Palermo? Rozzano a Milano o le Vele di Scampia, a Napoli? San Paolo, a Bari o le Vallette e Falchera a Torino, o il Biscione a Genova? E ogni città italiana potrebbe citare il proprio quartiere periferico nato con le più eleganti intenzioni architettoniche e sprofondato nella invivibilità nel migliore dei casi, nell’abbruttimento sociale nel peggiore. Dovevano essere nuove mirabili comunità umane, sono spaventose decrepite gabbie-dormitorio. Le hanno progettate Vittorio Gregotti (lo Zen), Mario Fiorentino (Corviale), Franz Di Salvo (le Vele), e poi – a Tor Sapienza a Roma, a Genova, a Bologna, a Torino, a Terni, a Le Piagge a Firenze – architetti, urbanisti e progettisti che quando non erano comunisti ispirati a modelli sovietici erano «modernisti» progressisti, organici o vicini ai partiti della sinistra, comunque nominati dalle giunte amiche. L’egemonia culturale, in Italia, è passata anche dai Piani regolatori.

Gli edifici avevano disegni creativi, ma l’ideologia che li cementava era fortemente orientata. Una ideologia-visione deviante, al di fuori della tradizione italiana. E i risultati – con l’aiuto di palazzinari senza scrupoli e l’abusivismo democristiano, che completarono il disastro – sono i quartieri degradati che oggi tristemente conosciamo.

Peggio dei sindaci più interessanti a pedonalizzare il centro storico che a umanizzare le periferie, ci sono solo gli architetti che hanno creduto all’utopia «comunitaria». Per loro un attico in via del Tritone, a tutti gli altri loculi e ballatoi comunitari.

Già dieci anni fa, da sinistra (!), l’archistar Massimiliano Fuksas sferrò un attacco micidiale alle «soluzioni militari» adottate per le periferie italiane «tutte nate nell’ambito della cultura di sinistra». Le periferie, dal Corviale di Roma allo Zen a Palermo – disse – sono figlie della stessa utopia: dare un ordine al mondo, trovare un modello per il mondo. Ma nessuno di quei modelli ha mai funzionato. «L’errore era nell’idea di partenza: aggregare artificiosamente persone estranee tra loro che spesso non si amano nemmeno e finiscono, tutti insieme, per odiare te che li hai deportati in quel luogo estraneo e rigido». E oggi – che di quell’utopia restano le macerie, e non solo metaforiche – arrivano a disprezzare anche gli ultimi arrivati, nuovi deportati – neri, slavi e arabi – nel ghetto dei reclusi bianchi. Un anno fa, Paolo Portoghesi, geoarchitetto della decrescita, sentenziò in una famosa intervista: «La sinistra ha tradito l’urbanistica». Demolendo un’utopia marcia fin dalle fondamenta.

Tratto: http://www.ilgiornale.it/news/cultura/falsa-utopia-cemento-quelle-periferie-sinistre-1068971.html

MALEDETTO ARCHITETTO – CORVIALE, ZEN, VELE DI SCAMPIA, ETC. GRAZIE ALLE FOLLIE DI QUALCHE ARCHITETTO ‘’CREATIVO’’ DE SINISTRA, OGGI CI RITROVIAMO PERIFERIE DEGRADATE DIVENTATE VERE E PROPRIE ANTI-CITTÀ

 

 di Tomaso Montanari per ‘Il Fatto Quotidiano

Uno dei tanti motivi per cui è istruttivo mettere a confronto la Grande bellezza (2013) con la Dolce vita (1960) è che si può così toccare con mano quanto sia avanzata la rimozione delle periferie dall’immaginario collettivo dell’Italia di oggi. In Fellini, Roma è presente in tutta la sua scalatura urbanistica e sociale, in Sorrentino la città si identifica con il suo centro, e con un centro liftatissimo, senza nemmeno un segno di degrado (a parte quello morale di chi lo abita). Il discorso sulle periferie sembra riservato ai tecnici, ai sociologi o agli urbanisti: e quando approda al grande pubblico lo fa semmai con un documentario (vedi il caso di Sacro Gra).

Ci sono, ovviamente, molte eccezioni, e proprio una di esse (l’indimenticabile Gomorra di Matteo Garrone, 2008), ha permesso agli italiani di ricordarsi che c’è un nesso strettissimo tra la malattia delle nostre città (le periferie) e la malattia della nostra comunità (in questo caso, la bestialità della camorra).

Ma se oggi fatichiamo a parlare di periferie, è perché gli schemi di lettura elaborati nella seconda metà del Novecento sembrano inadeguati a rendere conto della loro estrema evoluzione (o piuttosto involuzione). L’immagine classica della periferia è legata al tragico fallimento di progetti nati con intenzioni opposte ai risultati che poi si verificarono.

Il Corviale di Roma (progettato nel 1972, ultimato nel 1982) nasce come una reazione ‘ordinata’ e pianificata al disastro dei palazzinari; lo Zen (Zona Espansione Nord) di Palermo è un’opera pensatissima di Vittorio Gregotti; le Vele di Scampia, progettate negli anni Sessanta, da Franz Di Salvo avevano l’ambizione di fare Le Corbusier a Napoli; le Piagge di Firenze, nacquero, negli stessi anni, come un quartiere modello.

Eppure tutti questi quartieri sono stati clamorosi fallimenti, diventati simbolo di una convivenza ridotta a macelleria reciproca, anti-città per eccellenza: e questo è avvenuto un po’ per problemi intrinseci alla progettazione, ma moltissimo per l’incapacità della politica di governare e assistere il cambiamento sociale che questi quartieri imponevano. Periferia è, letteralmente, ciò che sta intorno: e tutti questi luoghi sono stati pensati, ma non sono mai diventati, parti di un tutto orbitante intorno ad un centro.

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Ma oggi è quasi impossibile parlare di periferie in questo senso classico. Oggi non siamo di fronte a progetti falliti, ma all’assenza di un qualsiasi progetto, cioè alla proliferazione cancerosa di quello che gli urbanisti chiamano «sprawl» (letteralmente: disordine): un’urbanizzazione selvaggia che consuma il suolo intorno alle città senza alcuna pianificazione.

 

Un italiano su quattro vive o lavora in queste aree: come ha scritto l’architetto e antropologo Franco La Cecla, «la forma urbis è scoppiata. La sua espansione indefinita ne vanifica non solo i confini, ma anche il centro. Nel nuovo paesaggio di suburbi, lo spazio restante tra gli agglomerati perde il carattere di filtro e assume quello di terra di nessuno».

LE VELE DI SCAMPIALE VELE DI SCAMPIA

È quello che è accaduto al Veneto (esemplare il caso di Negrar, a Verona), ma anche in Emilia o vicino a Pescara, tra Firenze e Pistoia o tra Roma e Napoli, due metropoli che si avviano ad essere «una sola disordinata conurbazione che cresce per una sorta di propagazione spontanea» (Salvatore Settis). E questo è lo scenario di un nuovo scontro: non il conflitto di classi delle vecchie periferie, ma la «guerra civile molecolare», cioè la guerriglia degli individui isolati, di cui parla lo scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger.

Contemporaneamente, anche i centri storici si trasformano in scenari dello stesso conflitto. Lo storico e sociologo americano Cristopher Lasch ha notato che fra le ragioni del deterioramento della democrazia va annoverata la «decadenza delle istituzioni civiche, dai partiti politici ai parchi pubblici, ai luoghi d’incontro informali … su di loro, oggi, incombe la minaccia dell’estinzione, man mano che i ritrovi di quartiere cedono il passo agli shopping malls, alle catene di fast food, ai take away. … Gli shopping malls sono abitati da corporazioni di transeunti, non da una comunità … Quando il mercato esercita il diritto di prelazione su qualsiasi spazio pubblico e la socializzazione deve ‘ritirarsi’ nei club privati, la gente corre il rischio di perdere la capacità di autogovernarsi».

Tuttavia, i sindaci delle nostre città preferiscono commissionare un logo, costruire un brand, commissionare l’ennesimo lifting ai monumenti-simbolo piuttosto che porsi il problema di questi imbarazzanti cimiteri verticali per vivi che ci ostiniamo a chiamare periferie, anche se crescono ormai intorno al nulla. Come sempre in Italia, l’unica reazione è la rimozione.

 

Di cosa si tratta: Il Corviale, le Vele e lo Zen sono tre complessi/strutture /quartieri residenziali di edilizia popolare che si trovano rispettivamente a Roma, Napoli e Palermo, edificati a cavallo tra anni ’60 e ’70 sotto l’egida di I.A.C.P. (Istituto Autonomo Case Popolari) secondo principi architettonici/urbanistici ispirati a Le Corbusier, al Neorealismo Architettonico, al Razionalismo Italiano, al Brutalismo e al Macrostrutturalismo.

Cos’erano Ieri: Una scommessa contro quelli che, in un’intervista dell’epoca, Mario Fiorentino architetto responsabile di Corviale, definiva “gli schemi super testati che l’edilizia pubblica in Italia ha accettato”. Rispetto a essi, Corviale rappresentava “la strada della sperimentazione”; un approccio semi-inedito, per il nostro paese, all’architettura e all’urbanistica, una fusione delle due discipline in un’unica “macchina per abitare”: l’edificio/città, l’alveare residenziale strutturato a partire da singole unità abitative sul modello de “les unitès d’habitation” di Le Corbusier: le cellule fondamentali di un organismo pluricellulare estensibile all’infinito delle necessità urbanistiche e abitative. Fu – o almeno lo voglio immaginare – con entusiasmo sincero e un armamentario di buone intenzioni che alcuni protagonisti del dibattito architettonico/urbanistico italiano a cavallo tra ’50 e ’60, raccolsero queste idee e le introdussero nel nostro paese, per dare risposte innovative al problema dell’edilizia civile prodotto dal boom demografico di quegli anni.

Fu così che – nelle periferie di diverse città italiane – spuntarono una serie di enclavi residenziali indipendenti, dotate di servizi autonomi (uffici comunali, Usl, negozi) integrati all’interno di un unico spazio edificato. Nelle intenzioni dei loro “demiurghi”, questi complessi avrebbero dato alloggio al maggior numero di famiglie possibile, garantendo contemporaneamente condizioni di vita dignitose ed efficienti in un contesto edilizio “predisposto” ad agevolarne l’inserimento.  Tra queste enclavi, le più celebri restano il Serpentone di un km ininterrotto di cemento armato costruito a Corviale (1972), gli edifici (oggi ne sono sopravvissute solo due) a forma di “Vela” di Scampia (1962 – 1975) e il quartiere ZEN (acronimo di Zona Espansione Nord) di Palermo (1969). Testimoniano di una scommessa – compiuta all’epoca della loro costruzione – più simile a un atto di fede che a un’utopia, sono i figli di una concezione dell’ “abitare come movimento eroico (…) che avrebbe fatto prevalere gli interessi collettivi su quelli privati” come scrive Franco Purini a proposito dell’idea di architettura che aveva Mario Fiorentini.

Cosa sono Oggi: A 40 anni dalla loro costruzione, Corviale, le Vele e lo Zen sono le vestigia residue di una macroscopica distopia: l’edilizia civile nostrana calata dall’alto cielo di principii nati e funzionati altrove (i modelli erano quartieri/costruzioni francesi e svedesi). Secondo alcuni, tra cui Massimiliano Fuksas, andrebbero abbattute immediatamente. Secondo altri – come l’australo-greco Salingaros – rappresentano archivi di idee che meritano il beneficio della bonifica. In attesa di scoprire che ne sarà di loro, per il momento sono complessi residenziali entrati nella leggenda del degrado sociale e dell’incuria di Stato; memorie della storica distanza tra politica e territorio in Italia. Distanza qui è quasi sinonimo di assenza.

Consegnate chiavi in mano da architetti visionari a gestori disinteressati, rapidamente si sono trasformate in circoscrizioni di crimine ed emarginazione, famigerate anche fuori dei nostri confini, e per questo immortalate da fotografi, scrittori e registi come accade a certe favela. È il caso in particolare delle Vele, ormai note a tutti per essere state il set di Gomorra (divenuto quasi un sinonimo di Scampia, dove la disoccupazione raggiunge il 75%).

Un’altra cosa che mi colpisce di Corviale, le Vele e lo Zen è che sembrano (sembrano!) rivelare fin dai loro nomi una densità problematica, quasi un destino: una suggestione che si verifica a volte con la toponomastica dei luoghi di guerra o di grandi tragedie. La loro grande tragedia (che è insieme anche il loro fascino) è quella di essersi trasformate in cattedrali postapocalittiche; mostruosi concistori di cemento dove, in ogni istante, si riaffermano – in forma di autoevidenza – le ragioni per cui le teorie (da sole) non salveranno il mondo; tombe delle migliori intenzioni finite a muri scrostati, vetri frantumati e armature di ferro a vista.

Ma, forse più di tutto, essi gettano un luce di tetraggine sull’arroganza fondamentale e sul versante osceno della grande architettura, ben riassunto da questa frase di Rem Koolhass: “fare in modo che il mondo accetti visioni che esso non vuole, costruendole”.

continua….

http://www.gizmoweb.org/2015/03/manfredo-tafuri-storia-e-sviluppo-capitalistico/

 

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