Apparato paramilitare del PCI indica una struttura paramilitare di natura clandestina, organizzata all’indomani della Liberazione (1945) e presumibilmente sciolta nel 1974, costituita da ex partigiani e militanti del Partito Comunista Italiano.

Storia

Prima fase: 1944-1954

La formazione dell’apparato paramilitare

La nascita di un’organizzazione paramilitare comunista risale agli ultimi anni della guerra e alla direttiva del Pcus che invitò i partiti comunisti dell’Europa occidentale (segnatamente PCI e PCF) a nascondere le armi utilizzate nella lotta partigiana per un loro utilizzo futuro. Nel 1944 Stalin impresse al PCI la linea strategica da seguire: nell’Italia liberata il Partito comunista italiano avrebbe svolto la propria azione in un quadro di legalità, anche se accompagnata da un’attività clandestina. La linea fu attuata da Palmiro Togliatti che, nell’aprile dello stesso anno, partì da Mosca per tornare in Italia. Tra i dirigenti comunisti, soltanto Pietro Secchia, membro della direzione nazionale, fu favorevole sin dall’inizio a un’azione insurrezionale.

Nel febbraio 1945, l’ultimo anno di guerra, Stati Uniti, URSS e Regno Unito si riunirono alla Conferenza di Jalta. In base agli accordi, l’Italia fu assegnata alla zona d’influenza degli Stati Uniti. In ragione della divisione del mondo in due sfere d’influenza, Stalin decise di non aprire un fronte contro l’occidente e di conservare lo status quo. L’organizzazione del partito fu improntata, quindi, a svolgere una duplice funzione: sia quella di prepararsi a un’azione insurrezionale decisa da Mosca, sia quella di reagire a un eventuale colpo di stato ordito dagli avversari.

Secondo le ricerche di Gianni Donno (consulente della Commissione Mitrokhin e Professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università del Salento), nel 1945, al momento del disarmo delle disciolte formazioni partigiane imposto dagli alleati, le armi più moderne ed efficienti non furono restituite. Venne invece costituito un nucleo di azione clandestino, costituito in maggioranza di ex-membri delle brigate partigiane «Garibaldi», con base soprattutto nel centro e nel nord del paese (teatro della guerra di liberazione dopo l’8 settembre 1943). Tale forza clandestina sarebbe stata direttamente dipendente dalle strutture dirigenti del Partito Comunista Italiano, in particolare da Pietro Secchia, braccio destro di Palmiro Togliatti, segretario del partito.

Il fatto che Mosca fosse costantemente informata dell’esistenza della forza paramilitare è confermato da un rapporto dell’ambasciatore sovietico ai suoi superiori, datato 15 giugno 1945. In esso il diplomatico riferisce che “i partigiani del Nord continuano a nascondere le loro armi”.

L’organizzazione paramilitare comunista avrebbe ottenuto aiuti in uomini, armi e mezzi dalla Jugoslavia e sarebbe stata guidata da combattenti addestrati dai sovietici o da ex-comandanti partigiani. Secondo altre fonti l’apparato ebbe contatti anche con la Politická škola soudruha Synka, formazione armata attiva in Cecoslovacchia. Che tale struttura fosse finalizzata a compiti offensivi lo dimostra il fatto che i militanti comunisti italiani venivano militarmente addestrati oltre cortina a tre livelli (guerriglia, sabotaggio, intercettazione), del tutto sproporzionati se si accettasse l’ipotesi dei soli compiti difensivi.

Come ebbe a dichiarare Paolo Emilio Taviani, furono due le funzioni principali cui la struttura paramilitare del PCI fu predisposta: sostenere una possibile insurrezione popolare; operare come “quinta colonna” in caso d’attacco da parte dell’Unione Sovietica sul continente europeo[9].

Nel 1947 l’Urss impose una svolta radicale ai partiti comunisti europei (PCI e PCF). In quell’anno l’Unione Sovietica creò il Cominform, un organismo di coordinamento internazionale attraverso il quale Mosca esercitò un controllo più diretto sui partiti comunisti europei. Dopo la riunione costitutiva del Cominform (22-27 settembre 1947), Togliatti modificò la linea tenuta fino a quel momento sulla possibilità della lotta armata. Condannò le «incertezze, la mancanza di una linea nuova» e avvertì che bisognava prepararsi «se non alla illegalità, certo a una lotta molto dura».

Dopo il grave episodio dell’occupazione della prefettura di Milano, avvenuto il 28 novembre 1947 da parte di militanti comunisti guidati da Giancarlo Pajetta[11][12], il 5 febbraio 1948 il governo emanò nuovi provvedimenti per l’ordine pubblico. In particolare furono approvate pene più severe per i detentori di armi e per le manifestazioni che vedevano l’uso di armi o di esplosivi; inoltre, fu stabilito il divieto assoluto di dar vita ad associazioni paramilitari e la condanna per omessa denuncia dell’ospitalità data agli stranieri.

Dal 1948 al 1954

Il 1948 fu un anno cruciale per la stabilità politica dell’Italia. In quell’anno avvenne il primo determinante scontro tra le forze centriste (in primo luogo la Democrazia Cristiana) e quelle della sinistra, coalizzate in un’alleanza social-comunista, denominata Fronte Democratico Popolare. Creato per vincere le elezioni politiche del 18 aprile, il Fronte era dato nettamente per favorito, come confermarono alcune elezioni locali tenutesi nei mesi precedenti nel centro Italia e vinte largamente. Tra i due schieramenti non c’era riconoscimento reciproco. Il PCI credeva fermamente che la DC non avrebbe riconosciuto la probabile vittoria. L’apparato paramilitare fu quindi tenuto in stato di allerta per tutta la durata della campagna elettorale, pronto ad intervenire nel caso in cui la vittoria elettorale del Fronte popolare fosse stata negata dalle forze avversarie.

Nell’imminenza delle elezioni Togliatti chiese un incontro con l’ambasciatore sovietico Kostylev per chiedere «se si deve, nel caso di una o più provocazioni da parte dei democristiani, iniziare l’insurrezione armata delle forze del Fronte democratico popolare per prendere il potere». Nel corso del colloquio, che ebbe luogo il 23 marzo in un luogo segreto fuori Roma, Togliatti riferì che i membri dell’apparato paramilitare erano stati allertati (soprattutto nell’Italia settentrionale), rassicurando il diplomatico sul fatto che prima di lanciare un’eventuale insurrezione armata avrebbe chiesto il consenso di Mosca.

La risposta del governo sovietico giunse il 26 marzo: Mosca fece sapere che soltanto in caso di attacco alle sedi del PCI i militanti avrebbero dovuto imbracciare le armi, ma «per quanto riguarda la presa del potere attraverso un’insurrezione armata, consideriamo che il PCI in questo momento non può attuarla in nessun modo». Alle elezioni la Democrazia Cristiana vinse con il 48,5% dei voti, battendo il Fronte popolare, che si fermò al 31%.

All’insediamento del nuovo governo non fece seguito l’adozione di alcun provvedimento di repressione nei confronti delle opposizioni politiche. Questo non significa però che l’apparato paramilitare del PCI fosse stato smantellato. Lo dimostra la reazione delle forze di sinistra all’attentato a Palmiro Togliatti. Il 14 luglio 1948 lo studente Antonio Pallante tentò di uccidere il segretario del PCI. I militanti del partito reagirono immediatamente e tutto il Paese fu teatro di disordini: vennero occupate fabbriche ed edifici pubblici, furono attuati blocchi stradali, scioperi, requisizioni di mezzi militari, assalti alle forze dell’ordine, con morti e feriti. La CGIL indisse il giorno stesso uno sciopero generale. Secondo alcune interpretazioni, tale reazione fu il segno dell’attivazione dell’organizzazione paramilitare del partito, la quale ritenne che fosse giunto il momento di agire. Secondo altre, si trattò di una reazione popolare a quella che venne ritenuta una gravissima provocazione politica.

Ricoverato in ospedale, ferito ma allarmato per le possibili conseguenze sociali e politiche, il capo del PCI mandò un messaggio ai propri compagni di partito: «State attenti, non perdete la testa». Il gruppo dirigente comunista, riunitosi la sera stessa, ribadì il no ad ogni ipotesi di insurrezione armata, che pure aveva cominciato a manifestarsi. Di quella riunione non esiste tuttavia alcun verbale: secondo la testimonianza del figlio Matteo, fu Pietro Secchia a dare le direttive per bloccare ogni tentativo rivoluzionario, argomentando che «non vogliamo la guerra civile, anche perché non la vogliono i nostri amici». Lo stesso Secchia indicò la posizione del PCI riguardo all’ipotesi insurrezionale in un dettagliato resoconto di quelle giornate:

«[…] Il compagno Togliatti ha avuto occasione di spiegare ripetutamente e l’ultima volta alla Camera nel suo discorso del 10 luglio 1948 che “quando un Partito Comunista ritiene che le circostanze oggettive e soggettive pongono all’ordine del giorno la necessità per le forze popolari avanzanti di prendere il potere con le armi, cioè con un’insurrezione, esso proclama questa necessità, lo dice apertamente. Così fecero i bolscevichi nel 1917 e marciarono alla insurrezione a vele spiegate, così abbiamo fatto noi comunisti italiani a partire dal settembre 1943, senza nascondere a nessuno la via che avevamo presa e proponevamo al popolo”. “Non si portano – ha detto giustamente il compagno Longo nel forte discorso alla Camera – milioni di uomini alla battaglia e alla vittoria con circolari segrete e ridicoli piani K”. Per mobilitare e portare alla lotta armata milioni e milioni di uomini, anche quando le circostanze oggettive e soggettive pongono all’ordine del giorno tale necessità, occorre che l’appello alle armi sia lanciato apertamente a tutto il popolo. […]»

Nella riunione del Consiglio dei ministri del 29 luglio 1948 si affermò:

«Il tentativo insurrezionale c’è stato, tanto che a Milano i carabinieri hanno fatto denunce per atto di insurrezione contro i poteri dello Stato. Dopo aver visto in un’ora assumere dai comunisti posizioni di battaglia, non si può negare l’esistenza di programmi prestabiliti.»
(Aldo G. Ricci, «I timori di guerra civile nelle discussioni dei governi De Gasperi», in (a cura di) Fabrizio Cicchitto, L’influenza del comunismo nella storia d’Italia, Rubbettino, 2008, pag. 86.)
Nella successiva riunione del Consiglio dei ministri, Mario Scelba, titolare degli Interni, presentò un’imponente documentazione: non solo venivano elencati i reati compiuti dai singoli, ma appariva evidente come essi poggiassero sull’esistenza di una rete organizzata. Venne posto il problema di un partito, quello comunista che, con la sua organizzazione ed i suoi metodi di lotta politica, si allontanava da un piano di legalità. La questione della messa al bando del partito venne chiusa dal presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, che si mostrò subito contrario all’ipotesi.

Che l’organizzazione sia stata mantenuta in vita anche dopo le elezioni del 1948 viene affermato anche in un rapporto del Sifar. Secondo la relazione, datata dicembre 1950, i dirigenti dell’apparato militare del partito erano:

Arrigo Boldrini, che ricopriva le cariche di presidente dell’ANPI e comandante dei comitati rivoluzionari dell’Italia settentrionale;
Vincenzo Moscatelli, capo dell’organizzazione delle ex brigate partigiane piemontesi e responsabile dei quadri e delle brigate autonome;
Ilio Barontini, responsabile del controllo militare dell’Emilia e dell’organizzazione dei GAP e dei gruppi di sabotatori addestrati per l’azione nei centri abitati delle più importanti città;
Giorgio Amendola, responsabile dell’organizzazione militare dell’Italia centro-meridionale.
«I documenti attestano in modo inequivocabile che l’organizzazione paramilitare era parte integrante del partito e rimase subordinata alla sua autorità».

Seconda fase: 1955-1974

Dopo la costituzione nel 1955 del Patto di Varsavia, il PCI decise di riorganizzare il suo apparato militare clandestino, formando squadre ristrette di specialisti addestrati nei campi oltre cortina, destinate a fungere da “quinte colonne” a sostegno di forze d’invasione del Patto[24]. Al vecchio esercito di massa di derivazione partigiana si sostituì una struttura più agile e coesa. Parallelamente, nel partito la responsabilità dell’organizzazione passò dalle mani di Secchia a quelle di Giorgio Amendola.

Nel 1958, documenti di Questure e Prefetture dimostrano che l’organizzazione, alla fine degli anni cinquanta, era ancora in vita. Solo a partire dagli anni sessanta la struttura perse importanza strategica; fu quindi lasciata ad un lento, ma continuo, declino. I depositi di armi esistenti furono liquidati segretamente dai detentori. Alla fine degli anni sessanta la struttura non era ancora stata smobilitata, tanto che nel 1967 Giorgio Amendola fu incaricato dal partito di “chiedere formalmente l’assistenza sovietica per preparare il partito alla sopravvivenza come movimento illegale e clandestino nel caso di un colpo di Stato”.

Fino al 1989

Non sono presenti documenti in merito, molti sono i documenti distrutti dopo la caduta del muro di Berlino.

Considerando che isterismo della Guerra fredda aveva raggiunto un picco fra il 7 e l’11 novembre 1983.

Probabilmente i piani di Invasione del Patto di Varsavia dell’Europa, prevedeva una 5 colonna in Italia.

 

Documenti, ricerche ed inchieste

Archivi del Ministero dell’Interno

Le forze dell’ordine ebbero degli informatori dentro il PCI, sia a livello nazionale, sia ai livelli regionale e provinciale. Essi relazionavano periodicamente ai servizi segreti. La documentazione raccolta dal ministero, corposa, attraversa un arco di tempo ultraventennale che va dal 1945 alla fine degli anni sessanta. I dirigenti dei servizi chiesero agli informatori soprattutto verifiche e conferme delle notizie ricevute.

Dossier del Sifar

Il primo documento in possesso del Ministero dell’Interno sull’organizzazione clandestina del PCI è un dossier del SIFAR, il servizio segreto militare dell’epoca. L’ampia relazione, datata 28 febbraio 1950, descrive nel dettaglio la struttura di comando, suddividendola per regioni: i capi politici che sovraintendevano all’apparato militare erano Luigi Longo (per le formazioni garibaldine), Sandro Pertini (per le brigate “Matteotti”), Emilio Lussu (per le formazioni “Giustizia e Libertà”), Ettore Troylo (per gli indipendenti), Arnaldo Azzi (per le formazioni all’estero), mentre i capi militari erano indicati in Arrigo Boldrini, Ilio Barontini, Gisella Floreanini, Fausto Nitti e Mario Roveda. Nel documento sono riportati anche gli obiettivi da colpire, la dislocazione delle forze in campo regione per regione, le strutture d’appoggio. Secondo il SIFAR, nel dopoguerra il PCI poteva contare su un esercito occulto di 250 000 unità, che sarebbero quadruplicate in caso di invasione da Est da parte delle forze del Patto di Varsavia.

Il ministro Mario Scelba chiese più volte di mettere fuori legge il PCI per i suoi programmi eversivi, ma nel Consiglio dei Ministri prevalse la linea morbida per non trascinare il paese nella guerra civile, come dichiarato anche da Francesco Cossiga nella sua audizione parlamentare (vedi infra).

Archivi degli Stati Uniti

La documentazione proveniente dagli archivi degli USA dimostra che il governo americano fu al corrente della potenzialità insurrezionale del PCI. Il console degli USA a Milano fu autore della prima relazione “occidentale” conosciuta sull’articolazione dell’organizzazione paramilitare:

«A capo dell’apparato vi sarebbero Longo, Sereni e Grieco, a loro volta comandanti dalla sezione Comintern di Lubiana-Ginevra-Lisbona. Le operazioni militari sono gestite dall’ex-partigiano Cino Moscatelli. L’articolazione interna è suddivisa in vari nuclei e settori comandati dalla legazione sovietica in Milano di Via Filodrammatici 5.»
Secondo le fonti americane la forza così costituita avrebbe contato tra i 130.000 e 160.000 miliziani, mentre altre stime ritenute più attendibili valuterebbero gli effettivi in circa 77.000 unità.

Archivio del PCI e memorialistica

Sono scarse le informazioni sull’apparato paramilitare del partito comunista provenienti dallo stesso partito, nei cui archivi si trovano quasi soltanto tracce indirette. Un’eccezione importante è rappresentata dalle relazioni presentate da Pietro Secchia durante la visita effettuata a Mosca nel dicembre 1947 alla dirigenza del Pcus. In essa il dirigente del PCI informò i colleghi sovietici dell’attività propagandistica dei comunisti italiani nell’esercito e nella polizia e ne approfittò per sostenere l’inevitabilità di un’azione “preventiva” nel caso in cui le forze reazionarie avessero impedito ai socialcomunisti di prendere il potere[29].
Altre informazioni provengono dalla memorialistica: ad esempio gli scritti di Miriam Mafai (che ricorda tra l’altro l’esistenza di un apparato separato di cui facevano parte anche ex partigiani, evidente nell’episodio dell’occupazione della prefettura di Milano nel novembre 1947)[30] e di Massimo Caprara.
Un’altra testimonianza proviene da un capo partigiano, Mario Tonghini (“Stefano”), comandante della Brigata Gap-Sap “Perretta”, che operò nel comasco. Dichiarò:

«Sono testimone del fatto che il Pci, subito dopo la Liberazione, diede ordine a tutte le formazioni garibaldine di non consegnare le armi agli Alleati, ma di nasconderle per la rivoluzione. Fu una direttiva trasmessa verbalmente. Io la ricevetti da “Remo”, Giovanni Aglietto, che aveva retto la Federazione clandestina del Pci di Como in assenza di Dante Gorreri. Le disposizioni dicevano di consegnare, alla smobilitazione, la sole armi leggere (fucili), mentre i mitragliatori dovevano essere smontati e nascosti insieme alle bombe a mano. Nel settembre 1945, in occasione della festività della Madonna di Rogoredo, che si celebrava ad Alzate Brianza, il mio paese adottivo, incontrai uno dei miei partigiani di Cantù, il comunista Andrea Bartesaghi, il quale mi disse: “Comandante, le armi sono state nascoste. Le abbiamo sotterrate in posti segreti”»
La rivelazione de L’Europeo: la «Gladio rossa»[modifica | modifica wikitesto]
Con la caduta del muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica è stato possibile accedere a documenti in precedenza coperti da segreto che provano l’esistenza di un’organizzazione segreta composta da fiancheggiatori del Partito comunista italiano con l’appoggio del KGB. Tale apparato, operante esclusivamente in Italia ma presente in modo autonomo in altri paesi occidentali senza legami reciproci, sarebbe stato organizzato immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale e ristrutturato circa un decennio dopo con forti riduzioni degli organici.

Su questo aspetto nascosto della storia comunista si sono cominciate ad avere notizie più approfondite a partire dal 1991 per uno scoop del settimanale «L’Europeo». L’articolo, uscito nel nº 22 del 31 maggio, apparve con il titolo Di Gladio ne esisteva un’altra: quella rossa. In seguito l’apparato paramilitare del PCI è stato giornalisticamente denominato «Gladio rossa». Firmata da Romano Cantore e Vittorio Scutti, l’inchiesta rivela quanto segue:
«Suddivisi in nuclei autonomi, ognuno dei quali composto da dieci elementi, i gladiatori rossi erano distribuiti in tutte le più importanti federazioni provinciali del partito, dove figuravano come semplici attivisti. Ma solo gli uomini dell’ufficio organizzazione conoscevano il loro vero ruolo e potevano mobilitarli e provvedere a mantenerli in addestramento. Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria e Toscana erano le regioni dove esisteva il massimo concentramento di gladiatori rossi». E inoltre: «I depositi clandestini di armi erano in caverne, casolari abbandonati e cimiteri».

L’articolo comprendeva un’intervista a Siro Cocchi, ex dirigente della federazione fiorentina del PCI. Cocchi rivela che i membri del partito chiamavano la struttura «Vigilanza rivoluzionaria». Cocchi sosteneva che l’organizzazione avesse solo compiti difensivi. Nei primi anni dopo la fine della guerra, in Francia era stato arrestato uno dei segretari del PCF, Jacques Duclos; i comunisti erano stati messi fuori legge in Grecia. L’organizzazione doveva proteggere i dirigenti del PCI in caso di messa al bando del partito in Italia. Per quanto riguarda chi dava gli ordini, Cocchi dichiarò che «PCI e Vigilanza si muovevano su due piani paralleli, senza alcun punto ufficiale di contatto».

Poi aggiunse che i capi della Vigilanza «erano i dirigenti dell’ufficio organizzazione, diretto fino al 1955 da Pietro Secchia, vicesegretario generale del partito e fautore della lotta armata. Con lui c’erano ex partigiani di grande esperienza militare e clandestina come suo fratello Matteo». Cocchi elencò alcune personalità locali: l’elenco finiva con Pietro Verga, «uno dei vice di Secchia, e Giulio Seniga, ex partigiano della Val d’Ossola, braccio destro di Secchia». L’anno in cui ci si avvicinò di più ad imbracciare le armi fu il 1948, non solo per le elezioni politiche, ma anche per l’attentato a Togliatti. [I capi del partito] «Volevano avere la capacità di difendersi militarmente senza che gli avversari lo sapessero».

«L’Europeo» però faceva notare come, «nonostante l’assoluta segretezza, il controspionaggio Usa aveva intuito l’esistenza dell’organizzazione». «Le corrispondenze riservate inviate nel 1950 al Dipartimento di Stato da due agenti che operavano in Italia dicevano che l’armata clandestina del PCI era forte di 75 mila uomini, i quali si addestravano sull’Appennino tosco-emiliano». «Un rapporto del Ministero dell’Interno denuncia che negli anni tra il 1955 e il 1965 vennero ritrovati casualmente 73 cannoni, 319 mortai, 3.500 mitra, 3.700 pistole, 250 mila bombe a mano, molti chili di esplosivi di ogni tipo e ben 109 radiotrasmittenti». A cosa servissero le radiotrasmittenti, lo spiega ancora Siro Cocchi: servivano per comunicare di nascosto con i compagni rifugiati a Praga, cui venivano chiesti «aiuti e consigli per addestrare e tenere in efficienza la macchina militare della Vigilanza rivoluzionaria». Cocchi stesso trasportò per anni con la sua automobile un membro della Vigilanza da Firenze fino al Passo della Futa, il punto da cui lanciava i segnali radio diretti in Cecoslovacchia.

Nel numero successivo, uscito il 7 giugno 1991, giunsero nuove rivelazioni relative agli ultimi anni dell’organizzazione paramilitare del PCI:

Nel 1969 esistevano ancora dei depositi di armi, in luoghi imprecisati dell’Appennino ligure (forse anche nella parte appenninica compresa nella provincia di Pavia);
Luigi Longo era il “capo ideale” dell’organizzazione. Sosteneva in privato che bisognasse “organizzarsi” per resistere contro “un golpe della reazione”. Dopo il colpo di Stato di Augusto Pinochet in Cile nel 1973, si diffuse infatti nel PCI l’idea che un golpe di destra fosse possibile anche in Italia. Scrive il settimanale: “La doppiezza comunista ebbe di nuovo una sua grande stagione in quel “radioso” 1973. Da una parte Enrico Berlinguer e il suo riformismo; dall’altra la vecchia base stalinista-partigiana e la nuova, gruppettara-operaista, unite nella paura autoritaria e pronte a reagire militarmente contro le provocazioni “da qualunque parte provenienti”.

L’inverno 1973-1974 trascorse nella costante vigilanza operativa, uno o due gradini sotto il livello di allarme.

Il 12 ottobre 1974 il generale Vito Miceli, al vertice del SID, il servizio segreto militare, fu arrestato, accusato di cospirazione contro lo Stato. “Secondo la rete informativa del PCI occultata dentro le forze armate, vi era la possibilità di un tentativo autoritario”.

Nell’organizzazione clandestina scattò l’allarme rosso. L’ordine di mobilitazione partì il 1º novembre 1974 direttamente da Via delle Botteghe oscure (sede nazionale del PCI), emesso dall’ufficio organizzazione del partito. “Tutti i compagni più sicuri dovevano dormire fuori casa, in rifugi insospettabili”. Fu dato ordine alle cellule occultate nella Rai e nel «Corriere della Sera» di sabotare telecomunicazioni e giornale in caso di golpe. I miliziani misero sotto tiro il trasmettitore Rai di Monte Penice, mentre i “compagni” nascosti sull’appennino si schierarono nelle zone di rispettiva competenza, ritirando fuori le mitragliatrici Sten e i mortai. Tutto ciò fu fatto all’insaputa di Enrico Berlinguer e di molti dirigenti regionali a lui fedeli. Quando il segretario venne a sapere della mobilitazione, ordinò un’inchiesta. E alla fine dell’indagine Berlinguer decise di sciogliere le “Commissioni antifascismo” (dietro le quali si celavano gli uomini dell’apparato paramilitare del partito). Era il novembre del 1974.
Nel 1994 il settimanale satirico «La peste» pubblicò per diversi numeri lunghi elenchi con nomi e cognomi e città di residenza degli appartenenti a tale supposta “Gladio Rossa”[38], molti dei quali ancora in vita; nessuno di essi ha smentito o querelato il settimanale.

L’inchiesta della Procura di Roma

A seguito delle rivelazioni del settimanale «L’Europeo», la Procura della Repubblica di Roma decise di avviare un’inchiesta (8393/92 poi 8393/92B), protrattasi dal 1991 al 1994. I P.M. Luigi de Ficchy e Franco Ionta poterono indagare solo su fonti di tipo indiretto, in cui l’organizzazione veniva descritta nella sua articolazione generale. Da esse non vennero individuati reati attribuibili a singole persone. L’indagine preliminare si concluse nel maggio 1994. I due magistrati, e il G.I.P. Claudio D’Angelo, che nel luglio dello stesso anno dispose l’archiviazione dell’indagine, rilevarono l’effettiva esistenza di un’organizzazione armata occulta facente capo al PCI attiva fin dall’immediato dopoguerra e come alcuni suoi militanti fossero stati addestrati al sabotaggio ed alla guerriglia al di là della Cortina di ferro, anche se “l’accertata predisposizione da parte del PCI di meccanismi difensivi in vista del temuto cambiamento del clima politico in Italia” non avrebbe assunto “dimensioni tali da costituire un serio, concreto pericolo per lo Stato”. Eventuali richieste di rinvio a giudizio per banda armata si sarebbero comunque scontrate con i tempi di prescrizione, già ampiamente scaduti.
Rimane peraltro ineludibile che i dossier esaminati dai PM, sia quelli dei servizi sia quelli della polizia hanno dato della Gladio Rossa descrizioni analoghe.

Le relazioni della “Commissione stragi”

Della struttura paramilitare del PCI si è occupata inoltre la «Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi» (“Commissione stragi”), che nel 1998 ha affidato ricerche a Victor Zaslavsky e a Bradley Smith, rispettivamente sugli archivi del KGB e della CIA.

Nel 1999 venne divulgato da parte della stampa inglese il cosiddetto “dossier Mitrokhin”, consistente in una serie di schede trascritte di nascosto dagli archivi del KGB da un funzionario dell’agenzia, Vasilij Mitrochin, relative alle attività del KGB in Italia. Il dossier, conosciuto anche come “materiale” o “rapporto Impedian”, venne trasmesso dai servizi segreti britannici a quelli italiani tra il 1995 e il novembre del 1998, e venne quindi inviato dal Governo alla Procura della Repubblica e quindi da questa alla “Commissione stragi”. La “Commissione stragi”, dopo aver affidato ulteriori incarichi di ricerca a Victor Zaslavzky e ad altri, si è pronunciata a favore dell’istituzione di una nuova separata commissione d’inchiesta parlamentare su questo argomento. La nuova commissione (“Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il “dossier Mitrokhin” e l’attività d’intelligence italiana”) è stata in seguito costituita nella successiva legislatura nel 2002, su iniziativa della Lega Nord.

Nel 2000, giunta al termine dei suoi lavori, la “Commissione stragi”, constatata l’impossibilità di produrre un’unica relazione condivisa, ha pubblicato 18 diverse relazioni firmate da singoli membri o da gruppi di essi, rinunciando così a trarne una sintesi unitaria. La relazione di un altro consulente della commissione, Gianni Donno, consegnata nel 2001 e riguardante la “Gladio rossa”, fu trasmessa dal vicepresidente della Commissione stessa, Vincenzo Manca (Forza Italia) alla Procura della Repubblica di Roma. Fu aperta una seconda inchiesta che si concluse anch’essa con la richiesta di archiviazione (2002).

Audizione dell’ammiraglio Fulvio Martini

Secondo l’ammiraglio Fulvio Martini, già direttore del Sismi, audito dalla Commissione stragi, il KGB aveva interesse che in Italia, Paese assegnato dagli accordi di Jalta alla sfera d’influenza statunitense, ci fosse un partito comunista molto forte, ma che questo non andasse mai al potere per non sconvolgere gli equilibri stabiliti dagli accordi stessi:

«MARTINI. “Krjuchkov (il capo del KGB) mi disse, ad esempio, che loro erano i più precisi osservanti degli accordi di Jalta. Ed era verosimile per il semplice motivo che i tre paesi confinanti, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, che si erano ribellati, loro non volevano che fossero aggrediti dalla propaganda americana. A loro faceva comodo che ci fosse in Italia un forte Partito comunista. Mi disse Krjuchkov: il Partito comunista in Italia non arriverà mai al potere perché noi cominceremmo a preoccuparci veramente, visto che è stato assegnato a Jalta agli americani, non è un paese grigio come la Jugoslavia, è un paese bianco; noi arriveremmo persino a prendere misure attive. Misure attive nel gergo dei servizi significa fare la disinformazione: introdurre documenti falsi ed altre cose del genere. Quindi loro avevano interesse che ci fosse un forte Partito comunista, ma non che potesse arrivare al potere perché avrebbe turbato l’equilibrio al quale loro tenevano molto, perché secondo loro l’Italia non valeva i tre paesi confinanti, che si erano già ribellati a loro.”»
(Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 54ª seduta, Audizione dell’ammiraglio Fulvio Martini, già direttore del Sismi, su recenti notizie concernenti attività spionistiche collegate a fenomeni eversivi e sul caso Moro.)

La forza militare clandestina sarebbe stata tuttavia mantenuta per intervenire contro un’eventuale opposizione armata ad una legittima vittoria elettorale del PCI: in tal caso sarebbero potuti intervenire in appoggio anche gli eserciti della Jugoslavia e dell’Ungheria, senza per questo disattendere gli accordi di Jalta.

Audizione dell’onorevole Francesco Cossiga

Le conclusioni dei magistrati Ionta e Covatta hanno suscitato critiche, in ragione del fatto che l’equivoco di fondo tra formazioni clandestine (volte alla vigilanza e difesa del PCI) e formazioni paramilitari del partito, era stato alla fine messo alla luce con evidenza. A ciò aveva contribuito la lunga testimonianza in commissione Stragi del presidente Francesco Cossiga, in passato Ministro dell’interno e Presidente del Consiglio, nell’audizione del novembre 1997, allorché aveva parlato di tre differenti strutture legate al PCI:

  • ufficiale;
  • clandestina;
  • paramilitare.

Francesco Cossiga, audito dalla Commissione stragi a proposito dell’apparato paramilitare e della politica parlamentare del PCI, disse:

«PRESIDENTE. Per la sua esperienza di Governo, che inizia nel 1966 come sottosegretario alla difesa e poi prosegue con l’assunzione del Dicastero dell’interno, su queste strutture clandestine del Pci che informazioni avevate?

COSSIGA. “Secondo il briefing che sostenni quando divenni sottosegretario alla difesa (non mi chieda chi me lo fece perché onestamente non me lo ricordo che poi fu lo stesso che tenne anche, per incarico del ministro Tremelloni, il briefíng su «Stay behind») mi fu detto che a quell’epoca il Partito comunista italiano era strutturato ancora su tre livelli:

La struttura del Partito comunista vera e propria entro cui, come poi ha dichiarato con molta onestà ed ha confermato Zagladin, esisteva la cosiddetta amministrazione speciale di cui erano al corrente in un secondo momento solo il segretario del Partito e il capo della segreteria (quindi prima Longo e Cossutta e poi Berlinguer e Cervetti).

Esistevano due altre strutture:
La struttura paramilitare, sia ben chiaro, nulla ha a che fare con il cosiddetto «Triangolo rosso». Tant’è vero che, come è noto, Togliatti, quando accaddero questi episodi, si precipitò a parlare in quelle federazioni. Sono amico di quel povero sindaco il quale, pur di tenere fuori il partito, si è fatto sbattere in galera per l’omicidio di don Pessina, mentre lui non c’entrava niente: gli dissero che era meglio se andava in galera lui piuttosto che far scoprire tutti gli altri e lui è rimasto in galera. Solo la grande onestà dei discendenti delle persone coinvolte ha portato ad una soluzione del caso, anche se credo che non abbiano neppure fatto la revisione del processo.

L’altra struttura era quella di cui avete senz’altro letto perché se ne può trovare traccia in qualunque testo sulla storia del Partito comunista: si trattava di una struttura clandestina, un partito parallelo che veniva tenuto dormiente per il caso – e comprendo benissimo la prudenza – che il Partito comunista venisse dichiarato illegale, in modo che potesse essere subito sostituito da una struttura in grado di funzionare. È quella per la quale si è parlato di una cosiddetta «Gladio rossa» che non era tale, tanto è vero che è intervenuta la richiesta di archiviazione da parte dei magistrati, approvata dal Gip. Si trattava di una struttura difensiva del Partito comunista, organizzata certamente dal Comitato per la politica estera del Partito comunista dell’Unione Sovietica con l’aiuto del Kgb. Non è stata considerata illegale in quanto era una struttura puramente difensiva: una Gladio alla rovescia, dotata di stazioni trasmittenti. Mandarono in Unione Sovietica a fare dei corsi quindici o venti persone, come risulta dagli atti della procura della Repubblica, nell’eventualità che il Partito comunista legale fosse dichiarato illegale.”

PRESIDENTE. Ed anche nell’ipotesi in cui potesse verificarsi una involuzione autoritaria della situazione italiana…

COSSIGA. “Sì, certamente. Tant’è vero che, benché si trattasse di una struttura clandestina, l’autorità giudiziaria di Roma ha chiesto l’archiviazione anche dopo aver accertato che i fatti contestati erano veri: si trattava infatti di una attività non rivolta contro lo Stato italiano, perché prepararsi a far fuggire delle persone dall’aeroporto dell’Urbe, addestrarsi a truccarle o altre attività del genere non vedo in quale altro modo potevano essere giudicate. Se io fossi stato un dirigente del Partito comunista avrei fatto io stesso. Come lei capisce, signor Presidente, ho una grande simpatia nei confronti di queste organizzazioni clandestine del Partito comunista.”

PRESIDENTE. Del resto lei lo ha detto, parlando di se stesso: spione una volta, spione per sempre. Ammiro questa sua sincerità e l’amicizia cui lei accennava prima nasce proprio dall’ammirazione per la sua sincerità.

COSSIGA. “Sono cose vere, che però devono essere inquadrate.”

PRESIDENTE. Storicizzate.

COSSIGA. “Se noi cominciamo a dire che il Partito comunista mandava venti o trenta giovani nell’Unione Sovietica ad addestrarsi per far scappare la gente, a fare corsi di cifrario, sembra che stessero facendo attività di spionaggio. Invece il Partito comunista si trovava da una parte del mondo dove se fosse scoppiata la guerra i dirigenti comunisti sarebbero finiti tutti in galera: che il Partito comunista si preparasse a farli scappare mi sembra assolutamente logico e non tale da far scandalizzare nessuno.”

……

PRESIDENTE. Mi scusi se la interrompo. Lei esclude che subito dopo la strage di piazza Fontana l’idea di dichiarare lo stato di emergenza sia stata esaminata in sede politica?

COSSIGA. “Assolutamente.”

PRESIDENTE. Quindi anche quello che racconta Moro sul suo ritorno da Parigi non sarebbe vero.

COSSIGA. “No. Proclamare lo stadio di assedio o cose del genere? Assolutamente. Tra l’altro ho l’impressione che la gente non comprenda che la proclamazione dello stato di assedio avrebbe voluto dire lo scoppio della guerra civile in Italia. Quando mi sono chiesto per quale motivo il Partito comunista non si sia impadronito del potere con la forza, dato l’alto grado di penetrazione che aveva in tutti gli apparati dello Stato, la spiegazione è stata solo una: la scelta irrevocabilmente democratica e parlamentare fatta da Togliatti e la divisione del mondo in due. Lo Stato italiano non sarebbe stato assolutamente in grado di impedire una presa del potere per infiltrazione o per violenza da parte del Partito comunista. Di questo non ho dubbio alcuno. Ecco il motivo del mio giudizio di democraticità sul Partito comunista: perché il Partito comunista non ha fatto quello che avrebbe potuto facilmente fare. E non lo ha fatto per due motivi: perché Mosca non glielo avrebbe permesso, anzi li avrebbe mollati, e in secondo luogo perché la scelta democratica e parlamentare di Togliatti (la «via nuova») era irrevocabile. La «Bolognina» non è stata fatta da Occhetto, ma da Togliatti.”»
(Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 27ª seduta, Inchiesta su stragi e depistaggi: audizione del senatore Francesco Cossiga, Presidenza del Presidente Pellegrino[41])

Nuove ricerche pubblicate dopo il 2010

Rocco Turi ha ricostruito la storia dei rapporti tra PCI e Partito comunista cecoslovacco (PCC) durante la Guerra fredda ed è giunto alla conclusione che un ruolo di raccordo fondamentale tra le due organizzazioni e il PCUS fu svolto dalla «Scuola politica del compagno Synka» (Politicka Skola Soudruha Synka), un’emanazione del partito comunista ceco.

Tale organismo, istituito a Praga nel 1950, celava dietro al nome ufficiale una struttura occulta che si occupava di insegnare ai comunisti italiani tecniche di sabotaggio e preparazione di attentati.

Il PCI si occupava di inviare in Cecoslovacchia gli elementi fidati. Tutto il processo si svolgeva sotto il controllo del PCUS. Questa struttura fu chiusa alla metà degli anni settanta, ma rimase segreta fino al 1990.

Nel 1990, com’è noto, emerse allo scoperto la struttura NATO «Stay Behind», formata per contrastare le operazioni illegali del PCI in Cecoslovacchia.

Poco tempo dopo venne coniata la denominazione “Gladio Rossa”: essa ricomprende gli aderenti a PCI, ANPI, PCC e “Scuola politica del compagno Synka” considerandoli un unicum compatto.

Secondo la ricostruzione di Rocco Turi, “Gladio Rossa” è quindi una denominazione nata a posteriori.

I DOCUMENTI

Ministero dell’Interno
Direzione Generale della Pubblica SicurezzaRoma, 4 ottobre 1945All’On. GABINETTO DEL SIG. MINISTRO
SEDEDivisione A.G.R. – Sez. 1^
Protocollo 441/09036Oggetto: Partito Comunista ItalianoPer opportuna conoscenza, si trasmette copia di una segnalazione fiduciaria riguardante l’organizzazione “L’Apparato” (Comitato di agitazione) che agisce in seno al Partito Comunista. È stata interessata la locale R. Questura per opportune indagini e si fa riserva di comunicarne l’esito.

IL CAPO DELLA POLIZIA

MINISTERO DELL’INTERNO

Li 29 settembre 1945

APPUNTI

Fonte confidenziale di prim’ordine ha riferito che in seno al Partito Comunista Italiano esiste una organizzazione denominata “L’Apparato” (comitato di agitazione), la quale avrebbe il compito di preparare gli scioperi e l’azione rivoluzionaria.

Detta organizzazione è diretta dall’esponente Grieco Ruggero e da Longo Luigi per quanto riguarda la parte militare dell’organizzazione.

La preparazione segreta viene effettuata attraverso un “Centro” al quale fanno capo numerose cellule a forma piramidale. Ogni cellula è composta di tre elementi dei quali solo uno conosce ed ha relazioni con l’esponente della cellula immediatamente superiore. La struttura ha molte diramazioni e ad esse fanno capo molti prigionieri che hanno avuto il permesso dalla Russia di rientrare in Italia.

Molte di queste cellule avrebbero ramificazioni nelle varie branche della vita nazionale (Ministeri, banche, magistratura, ecc.), nella polizia, nelle forze armate e financo – in numero molto limitato – nei carabinieri.

 

4 agosto (194)8
SIG. PREFETTO DI BOLOGNASegnalazioniRACCOMANDATA A MANO RISERVATISSIMA
DOPPIA BUSTAPer opportuna conoscenza, si trasmettono le unite copie di notizie relative ad attività svolte in codesta provincia.D’ORDINE DEL MINISTRO
IL CAPO DI GABINETTONOTIZIE RIGUARDANTI L’ATTIVITÀ DEL PARTITO COMUNISTA, DELL’ANPI E DELLA ORGANIZZAZIONE PARAMILITARE IN EMILIA

ATTIVITÀ PARAMILITARE A BOLOGNA

Si sono riuniti a Bologna, presso la Federazione Bolognese, tutti i dirigenti e comandanti militari dell’Emilia-Romagna. Presiedeva la riunione il Senatore Terracini ed assistevano l’On. Bottonali, C , M .

Ordine del giorno:

  • Mobilitazione generale Forze partigiane
  • Equipaggiamento e armamento
  • Trasferimenti e viaggi
  • Servizi collegamenti
  • Ordini di operazioni

Molto distesamente, il Sen. Terracini ha impostato il problema dei partigiani e, data lettura di una circolare a paragrafi della Direzione Generale di tutto il Mediterraneo, ha impartito i seguenti ordini prima di discutere l’ordine del giorno.
Tutti i comandanti con i loro uomini debbono sapere che il partito ha dato una parola d’onore al Kominform; questa parola è “riuscire costi quello che costi”.
La data sarà, comunicata tempestivamente in tutta l’Italia, e in tutte le regioni avrà l’immediato sopravvento; occorre dare gli ultimi ritocchi ai quadri operativi, dopo si può essere certi che la operazione sarà di facile riuscita.
Nessuno di sua testa faccia azioni che possono compromettere tutto l’operato dei tecnici e dei compagni.
Ognuno abbia il senso della responsabilità; cerchiamo di occultare bene le armi, tenerle sempre in efficienza; il momento è vicino. Dopo varie discussioni sui punti di cui all’ordine del giorno si è stabilito:

La mobilitazione avverrà per sciopero generale e mentre gli operai dovranno scendere in piazza per comizi di protesta, gruppi di sabotatori, all’alba faranno saltare le varie vie di comunicazione e i vari stabilimenti telefonici e telegrafici.
Squadre speciali di partigiani di punta provvederanno ad occupare le caserme ed i presidi, comprese le Prefetture e le Questure a mezzo delle cellule interne ed esterne militari.
L’equipaggianento e l’armamento dovranno essere curatissimi. In un primo tempo saranno compiute le operazioni di mobilitazione delle forze, immediatamente poi entreranno in azione le formazioni in divisa partigiane.
L’armamento dovrà essere consegnato al momento di entrare in azione. Ognuno sarà responsabile della propria arma e di tutte le munizioni consegnate. Nessuno deve sparare se non dietro ordine preciso o per assoluta necessità.
I trasferimenti verranno immediatamente effettuati allo scopo di poter disporre di forze e di organizzati sicuri e non conosciuti nelle zone dove opereranno. Saranno i Comandi a disporre ogni movimento; nessuno pensi di ottenere il trasferimento almeno per i primi tempi, se non motivato per cause speciali, o per servizio o per particolare conoscenza dei posti.
I servizi di collegamento entreranno immediatamente in funzione, anche a mezzo radio e con staffette di provata fede. Sarà compito dell’UDI assegnare alle operazioni donne molto a posto che possano compiere il servizio con scrupolosità e sicura riuscita.
Nessun comando comunale faccia operazioni arbitrarie, specie operazioni militari. Sarà compito dei comandi comunali di studiare bene i problemi della zona e renderne edotto il comando provinciale, che studiata e vagliata la questione darà il suo benestare. Così al momento stabilito tutti i disertori e traditori trovino l’arma dei compagni rivolta contro loro in modo da renderli innoqui.
Gli ispettori di zona debbono essere immediatamente portati sul posto coi mezzi veloci in dotazione, debbono cercare di collegarsi subito con tutti i comandanti in modo da rendere efficiente tutto l’operato organizzativo e operativo. Alla domanda dell’ispettore V , Terracini ha risposto:

-domanda: i comandanti di Brigata possono destituire sindaci, i commissari prefettizi o le autorità comunali, comunque nominate? -risposta: i comandanti di Brigata sono comandanti militari della propria zona. Appena avranno occupata la zona e fortificato le posizioni, dovranno subito rimuovere dall’incarico gli elementi dubbi, sorvegliando tutta la popolazione. Primo compito sarà di istituire un centro raccolta comunale per fascisti ed esponenti di partiti governativi e reazionari, da dove, appena il comando provinciale potrà farlo, i nemici dovranno essere inviati in campi di concentramento regionali.
Sono stati confermati i prelevamenti notturni e la deportazione degli elementi direttivi di aziende e di società.
È stato disposto il blocco immediato di tutte le banche, con prelevamenti riservati solo agli Ispettori di Zona.
La riunione è durata circa quattro ore.

 

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTURA DI FIRENZE

Firenze, 15 marzo 1949

Num. 1013 Div Gab.

Al MINISTERO DELL’INTERNO – Gabinetto
Al MINISTERO DELL’INTERNO – Dir. Gen.le di P.S.
ROMA

OGGETTO: Attività del P.C.I.

Viene riferito che durante una riunione svoltasi il 27 febbraio al circolo “Progresso” di Rifredi e durata circa due ore (sembra fossero presenti il comandante generale dei G.A.P., quello di Firenze e quello dell’Emilia, che risiede a Marradi 1) si è nuovamente parlato dell’entrata in azione dei G.A.P. di tutta Italia.

I gruppi dell’Emilia dovrebbero operare oltre che in Piemonte anche in Toscana. Al comandante di Marradi sarebbe stata consegnata la nota di sei indesiderabili, fra cui sarebbero un industriale di Prato, un commerciante di pellami ed uno dei dirigenti delle Officine “Galileo” di Firenze.

È stato infine riferito che un elemento di fiducia degli agenti sovietici per la costituzione di una rete informativa dovrebbe seguire l’itinerario Firenze-Pistoia-Lucca-Massa Carrara-Bologna-Torino-Brescia-Firenze.

A Brescia dovrebbe incontrarsi con elementi del partito comunista.
La scelta di tale incarico cadrebbe su tale P**** A**** di **** e ****, nato ad Agnone il ***.1893, abitante a Firenze – via **** n.80, meccanico, pericoloso attivista, indicato come uno dei compilatori degli elenchi di proscrizione per l’eliminazione di elementi anticomunisti.-

IL PREFETTO
(Soldaini)

Note

  1.  Paese dell’Appennino tosco-romagnolo.

 

Prefettura di Forlì

Prot. 1117- Div. Gab
Li 1 aprile 1950

Oggetto: Rimini – Attività antidemocratica del P.C.I.

RACCOMANDATA RISERVATA
DOPPIA BUSTA

AL MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto
ROMA

AL MINISTERO DELL’INTERNO
Direzione Gen.le della P.S.
ROMA

Facendo seguito alle precedenti segnalazioni si comunica che il 20 marzo scorso ha avuto inizio in Rimini, a cura della Federazione del P.C., il corso di preparazione militare, al quale dovevano partecipare elementi fidatissimi del partito stesso.

S’informa, altresì, di avere appreso da fonte degna di fede, che la Direzione Generale del P.C.I. ha inviato alla sopracitata Federazione una circolare, datata 13 marzo, con la quale vengono date disposizioni in merito all’inquadramento delle squadre della “volante rossa”, le quali dovranno essere suddivise in gruppi di 25 unità ciascuno, e dovranno trovarsi da ora in piena efficienza poiché, secondo quanto specificato nella suddetta circolare, verso la metà del mese corrente avranno inizio le agitazioni sindacali.

Si è altresì appreso che la stessa Federazione comunista ha ritirato, presso quella di Bologna, un numero imprecisato di bracciali color rosso e verde da distribuire alle formazioni paramilitari in caso di insurrezione popolare.
Di detti bracciali, che sono stati fabbricati a Milano, alcuni portano al centro la scritta “Brigata Garibaldina” ed altri “Brigate Volontari del lavoro”.

Si fa riserva di ulteriori notizie in merito.

IL PREFETTO
(Gius – Loy)

 

Milano, 26 giugno 1951

RISERVATA

L’attività culturale del P.C.I. è tutta imperniata su un’organizzazione a carattere internazionale, che ha le sue ramificazioni in ogni Paese ed in ogni grande centro dell’Occidente. Accanto agli scrittori, poeti, insegnanti ed artisti, oramai noti per le loro attività di affiancamento delle iniziative del P.C., vi sono dei finanziatori e degli elementi, oscuri talvolta, che purtuttavia hanno grande importanza sia in seno alle file del partito che in quelle dell’apparato.
Questi elementi costituiscono centri di spionaggio politico ed anche militare di primo piano e formano, probabilmente, la “élite” del P.C.I. qualificata come “base dei quadri”, a pochi nota e da non confondersi con le “scuole quadri” che preparano i giovani per avviarli a mansioni direttive. La base, o “vivaio quadri”, sarebbe composta di elementi già selezionati e di vasta cultura, i quali sarebbero i dirigenti clandestini veri e propri del P.C.I., coloro i quali, con l’avvento del regime comunista, dovrebbero avere le mansioni di governo o le funzioni di alti dirigenti degli organi statali più sensibili. Molti di tali elementi non figurano neppure iscritti al PCI o non frequentano le riunioni di massa.

In Italia tale attività è concentrata sulle “MESSAGGERIE ITALIANE” (che poi finanziano anche la Casa Editrice EINAUDI con tutte le sue librerie – recapito di agenti cominformisti) il cui vero direttore sarebbe il noto on.le DOZZA, sindaco comunista di Bologna. Le “Messaggerie” nominalmente sono dirette da certo Dr. B_____ di Bologna, la cui figlia ha sposato S._____ T_______ già direttore de “l’Unità” di Bologna, da vari anni abitante in Milano, prima in Via Marcona 39 e poi in Piazza Piemonte al n. 7 od al n. 9, dirigente del servizio assistenziale presso lo stabilimento “FACE” di Musocco e consulente dell’editore EINAUDI. Il S______ sarebbe il vero capo della sezione culturale-spionistica milanese che, attraverso il DOZZA, fa capo alla direzione centrale del PCI.
Accanto al S____ vi è un altro elemento di una certa importanza, e precisamente un medico, il Dr. B______, in servizio presso l’Ospedale Fatebenefratelli. Quest’ultimo, attraverso la Dr/ssa_____, figlia dell’ex proprietario del caffè omonimo di Piazza Filodrammatici, è a contatto con il dirigente ufficiale della sezione culturale comunista ITALIA-URSS, Prof. BANFI. Il quale, in questi ultimi tempi, è sorvegliatissimo dai comunisti dell’apparato e sembrerebbe caduto in disgrazia.
La sede dell’associazione suddetta è, come ben si sa, in Via Filodrammatici. Alcuni vogliono che di detta organizzazione si sia servito il Prof .P_____ per la sua fuga oltre-cortina, ma non vi è nessun indizio fondato in proposito.

Le cellule dell’organizzazione culturale-spionistica che lavorerebbero con elementi del locale “Comiliter” nel campo militare (e si dice anche in seno all’Arma dei CC. od alla Polizia) sarebbero composte con la nota formula 4+1, cioè 4 gregari ed 1 capo, che rimane sempre sconosciuto, mentre i 4 invece sono a contatto fra loro.
Generalmente i dirigenti comunisti farebbero fare la parte del gregario ad elementi ex fascisti compromessi, poi passati al PCI, in modo da poterli sconfessare nel caso si presentasse la necessità di salvare l’organizzazione.
Uno dei centri di attività dove elementi del PCI e fascisti verrebbero spesso a contatto sarebbe il Caffè KRAIA; altri dicono che anche al “BIFFI-SCALA” vi sarebbero riunioni dello stesso genere.

Alle dipendenze del gruppo di Via Filodrammatici, indirettamente capeggiato dal S._____e dai suoi satelliti, agirebbe anche il gruppo del noto FELTRINELLI Giangiacomo al quale, in questi ultimi tempi, si sarebbe aggiunto qualche elemento francese.-

 

SEGRETO

22/9/1951

DAL “S.I.F.A.R.”

OGGETTO: Attività del p.c.i. – Censimento

Da accertamenti effettuati in merito alla notizia che il p.c.i. avrebbe ordinato alle organizzazioni periferiche di raccogliere ogni possibile notizia sulle persone e sull’attività di :

  • autorità civili, militari, religiose;
  • funzionari di P.S.- Carabinieri;
  • avversari politici;

è risultato che:

  • effettivamente alcune federazioni provinciali (Bologna – Viterbo – Terni) hanno organizzato il lavoro in questione. In qualche caso gli incaricati della raccolta sono stati muniti di schede appositamente preparate;
  • in altre regioni (Milano – Udine – Genova – Bari – Napoli) il censimento – esteso in qualche provincia anche alle personalità più in vista ed aventi maggiore ascendente – fatto fin dal 1948, è mantenuto aggiornato.

Inoltre, in questi ultimi tempi, in altre provincie1 (Gorizia – Caserta – Foggia – Bari – Sassari) elementi comunisti hanno tratto occasione dalla raccolta di firme per “l’appello ai 5 grandi” per prendere nota di coloro decisamente orientati in senso anticomunista.

Si può, quindi, dedurre che la direzione centrale del p.c.i., in epoca recente, ha rimesso a fuoco l’argomento, ciò che è indizio sicuro di previsione di doversi servire degli elenchi a scadenza non lontana.

Note

  1.  Così nel testo.

 

Nota generale:
i dati sono stati stabiliti in base ad alcuni documenti comunisti intercettati, o tramite informatori in seno al P.C.I. – Secondo la fonte, le informazioni debbono essere verificate sul posto, perché, in molti casi, si potrebbe trattare dei vecchi piani stabiliti durante il periodo 1945— 4( ) i quali esistono soltanto sulla carta.
L’organizzazione “clandestina” del P.C.I. ha subito una riorganizzazione totale durante gli ultimi due-tre anni. Questa riorganizzazione riguarda in primo luogo i quadri dei “clandestini” e la revisione delle cifre dei “mobilitabili”, le quali, un tempo, arrivavano a centinaia di migliaia di militanti. Secondo la fonte, è talvolta difficile stabilire se i dati corrispondono alle nuove condizioni, o se si tratta dei vecchi schemi. Si stanno facendo verifiche sul posto ovunque dove è possibile farlo, onde evitare valutazioni esagerate della forza comunista. In generale, tuttavia, le fonti sono del parere che attualmente si tende troppo a sottovalutare il pericolo comunista.II P.C.I. ha abbandonato i piani grandiosi per il possesso del potere attraverso il movimento rivoluzionario delle masse etc. Ma in luogo di ciò sta tentando di mettere in piedi una organizzazione ristretta di numero, ma composta di elementi fanatici e decisi a tutto. L’organizzazione è maggiormente diretta dai membri del partito che hanno frequentato corsi di proselitismo speciali in URSS. Per quanto riguarda l’organizzazione stessa, la maggior parte dei membri non è iscritta al partito, ma appartiene alle organizzazioni “amiche” – ANPI, CGIL e PSI, ovvero, esteriormente, ostenta una “apartiticità”. Questo metodo è stato introdotto al momento in cui P.C.I. ha iniziato a riorganizzare la forza “clandestina” dipendente dall’UFFICIO DIFESA (o “D”) della Direzione del P.C.I. – Se ne è avuto la prova quando il partito ha ordinato ad alcuni membri di lasciare ufficialmente i ranghi, allo scopo di camuffare meglio la loro partecipazione all’organizzazione “clandestina”.Ecco alcune informazioni su questa organizzazione1:

1. FORMAZIONI PARA-MILITARI:

Tutta l’Italia è divisa in tre zone: Italia Settentrionale – Italia Centrale e Italia Meridionale. Ogni zona è composta di un certo numero di settori, in tutto 24.

ITALIA SETTENTRIONALE: comprende 15 settori, stabiliti come segue:
Liguria: Ventimiglia
Piemonte: Cuneo
Saluzzo
Pinerolo
Bardonecchia
Torino
Vercelli
Novara
Luino
Lombardia: Como (e Milano)
Colico
Tirano
Alto Adige-Trentino:
settore “Alto Adige”
composto di tre gruppi:
Bolzano
Belluno
Vigo
Veneto
settore
”Venezia”, composto
di tre gruppi
Gemona
Udine
Gorizia
settore “Venezia Giulia”
composto di due gruppi
Trieste
Capodistria
ITALIA CENTRALE: comprende 5 settori, stabiliti come segue:
Liguria: settore “Passo Scoffera”
Emilia: settore “Passo della Futa”
Toscana: settore “Livorno”
Marche: settore “Marchigiano” (mancano notizie)
Abruzzi (Nord): settore “Abruzzi” (idem)
ITALIA MERIDIONALE: comprende 4 settori, stabiliti come segue:
Napoli: settore “Partenopeo”
Abruzzi (Sud): settore “Abruzzi”, quartiere generale Avellino
Puglie: settore “Puglie”, quartiere generale Termoli o Manfredonia
Sud: settore “Calabro-Siculo” (Sicilia compresa)

L’unità più piccola delle formazioni para-militari si chiama “pattuglia”, composta di 5 uomini.
L’unità base è la brigata, divisa in due mezze-brigate.
Mezza brigata mobile (o volante): 29 pattuglie, oltre al comando di 5 uomini: i membri di questa formazione sono muniti soltanto di armi leggere individuali: niente depositi, in principio (ma al Nord sono stati scoperti piccoli depositi visibilmente destinati a pattuglie di 5 uomini).
Mezza brigata pesante: 150 uomini (egualmente con comando), ma la divisione interna è diversa, non necessariamente in gruppi di 5: queste formazioni si pensa siano approvvigionate in armi da depositi speciali, in cui sono contenute armi, come mitragliatrici, mortai etc.

In ciascuna brigata esiste il comandante, il suo sostituto e “il commissario di guerra” (questa denominazione viene usata oggi, al posto di quella di “commissario politico”).
Esiste il caso in cui il comandante della brigata comandi “mezza brigata pesante” e il suo sostituto “mezza brigata volante” (o viceversa). Il numero totale degli uomini iscritti in una brigata varia perciò da 151 a 153.

Secondo informazioni raccolte, in Italia vi sono 154 brigate, di cui tre (NN. 1, 52 e 113) non sono “unità d’azione” ma comprendono stati maggiori delle zone, stato maggiore generale etc. La cifra totale dei “clandestini” nelle formazioni para-militari, ammonterebbe, in tali condizioni, tra i 45 e i 46 mila in tutto il paese.

Esiste anche l’unità “divisione” e pare ve ne siano 67. Dette unità dovrebbero comprendere non soltanto i “clandestini”, ma anche i “mobilitabili”.
È difficile stabilire esattamente questa categoria, perché si tratta di persone le quali dovrebbero “radunare” le armi in caso dell’ “azione diretta” soltanto, (cioè: azione insurrezionale). Pare queste cifre ammontino a centinaia di migliaia nelle liste stabilite dal partito comunista, già a suo tempo. Attualmente pare che queste cifre siano state rivedute e ridotte di molto.
Per esempio: pare che per Torino-Piemonte (ad eccezione di Vercelli, Novara e piccole unità “mobili” sulla frontiera italo-francese) la valutazione di “forza” è di 16 mila. I centri di “mobilitazione”, oltre a Torino, sono, pare, Novi Ligure, Asti e Alessandria.

Il numero delle unità varia per ogni settore e pare non esista alcuna regola generale in questo caso. Ciò rende necessario investigare separatamente in ogni settore.
Durante l’ultimo sciopero generale proclamato dai comunisti per protestare contro la nuova legge elettorale, è stata potuta osservare la mobilitazione delle formazioni para-militari in alcune località, come p.e. Savona, Sestri Levante e Milano. A Milano, i “clandestini” e gli “attivisti” sono stati portati da altre città con i camions, per es/ da Brescia e Bergamo.

2. SEZIONE TECNICA DELL’UFFICIO “D”
Questa sezione è molto importante, secondo le fonti. Si occupa del trasporto, dell’approvvigionamento, dei depositi di armi etc. Particolare attenzione è rivolta alla questione del trasporto e l’organizzazione dispone di molte cellule nelle compagnie di trasporti, grandi autorimesse etc. al fine di poter “mobilitare” un numero di automezzi in caso di bisogno.

Il partito procede anche alla registrazione regolare dei mezzi di trasporto in possesso dei membri. Sono anche registrate le lambrette, motociclette e biciclette, e i registri sono messi a disposizione della Sezione Tecnica, onde rendere possibile la “mobilitazione” dei mezzi di trasporto individuali, in caso di bisogno.
La Sezione Tecnica si occupa anche dei depositi di commercio all’ingrosso, degli alimentari e dei tessili, in primo luogo.

Talvolta, hanno luogo commissioni speciali. È stato accertato quest’inverno che la Sezione Tecnica ha commissionato per le organizzazioni del Piemonte e della Lombardia 15 mila occhiali per neve (usati per escursioni in alta montagna).
Questa commissione potrebbe spiegarsi facilmente col fatto che in seno alle formazioni “clandestine” si parla sempre della eventualità, che in caso di “azione diretta” queste formazioni dovranno ritirarsi nelle regioni montane e stabilirvi il loro quartiere. Si parla molto della Valtournance, della Valsesia e della Val d’Ossola, p. es.
Le brigate para-militari pare siano provviste di apparecchi radio trasmittenti, almentre [sic] tre per brigata. È sempre la Sezione Tecnica che si occupa, nuovamente, dell’approvvigionamento di questo genere.

3. SEZIONE INFORMAZIONI

È la sezione più numerosa di tutta l’organizzazione “clandestina”, composta di un gran numero di informatori disseminati dappertutto, nelle poste, nei telefoni e telegrafi etc.
Questa sezione è autonoma, in rapporto alle due altre, e non impone ai suoi membri alcun obbligo di “mobilitazione”. Il loro lavoro e strettamente limitato a fornire le informazioni desiderate.

Il numero dei membri di questa seziona in tutta Italia è valutato a 200.000.
Oltre a ciò, la sezione può sempre utilizzare l’apparato normale del partito, dell’ANPI, della CGIL (in particolare, i consigli di gestione nelle imprese).

4. PERSONALE DIRIGENTE DELL’ ORGANIZZAZIONE CLANDESTINA

Le fonti hanno potuto accertare alcuni nomi nell’Italia Settentrionale. Risulta che molti dirigenti appartengono non soltanto al P.C.I. o ANPI, ma anche al P.S.I. Il numero dei non-iscritti nei partiti è molto importante.
In generale si considera che Luigi LONGO sia il capo supremo dell’organizzazione, ma si è del parere che la direzione effettiva si trovi nelle mani dei “professionisti”. Il nome del Generale M**** , iscritto al P.S.I., è spesso citato in questa occasione. Nel Nord, MOSCATELLI e F. *** S.*** hanno un ruolo importante.

Note

  1.  Nel testo originale la numerazione è sbagliata: dal punto 1 si passa al punto 3. Qui appare la numerazione corretta.
COMANDO GENERALE DELL’ARMA DEI CARABINIERI
IL CAPO DI STATO MAGGIORERoma, li 29 luglio 1953S.222/10 R.P. 1952All’Onorevole
Amintore Fanfani
Ministero dell’Interno
RomaSignor Ministro,
Per incarico del Signor Comandante Generale, temporaneamente assente, Le trasmetto gli uniti 2 appunti.
Gradisca, Signor Ministro, i miei deferenti saluti.

Gen. Brig. E. Anedda

ATTIVITÀ DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO E ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI ITALIANI

Fa seguito all’appunto del 12 gennaio 1953. –

Fonte confidenziale attendibile riferisce che dopo un periodo di apparente rallentamento dell’attività clandestina della A.N.P.I. – dovuta probabilmente all’impiego di tutti gli elementi nella lotta per la campagna elettorale – da alcune settimane sarebbe stato ripreso e piuttosto intensificato il lavoro per il perfezionamento dell’organizzazione paramilitare nella zona della Valle Scrivia e Val Pelcevera (Genova).-

Infatti, secondo la stessa fonte, in giorni diversi dello scorso mese esponenti dell’A.N.P.I e del P.C.I. sarebbero stati incaricati di eseguire la ricognizione di taluni settori dell’Ap-pennino Ligure, dandosi convegno nelle ore serali in Busalla e Ronco Scrivia, per poi dirigersi isolatamente – a bordo di motoscooter o automezzi – nelle alture comprese fra il triangolo: Busalla-Ronco Scrivia (Genova)-Voltaggio (Alessandria).
Intanto un insolito movimento è stato anche notato nei Comuni di Mignanego— Savignone-Casella-Campomorone e Pontedecimo e tenderebbe ad una più estesa e migliore conoscenza della zona e del terreno di azione.-

L’attività generale, sempre secondo la fonte confidenziale, sarebbe diretta a potenziare e perfezionare vieppiù l’apparato paramilitare del p.c.i. con lo scopo di mettere a punto un prestabilito piano di azione da attuarsi in caso di gravi perturbamenti o situazioni di emergenza, al fine di isolare la grande Genova da ogni movimento da e per il Piemonte e la Lombardia con la contemporanea interruzione di tutte le arterie stradali e ferroviarie di accesso alla città.
Fonte confidenziale conferma che la zona compresa tra le province di Genova ed Alessandria sarebbe stata suddivisa in 4 settori, come segnalato con l’appunto al quale si fa seguito.1.

L’attività clandestina viene abilmente camuffata sotto forma di ambigua propaganda per la cosidetta “Rinascita dell’Alta Valle Scrivia”, argomento del p.c.i.- Infatti, in questi giorni, i sindaci dei comuni di: Busalla – Casella – Savignone – Valbrevenna – Crocefieschi – Ronco Scrivia – Vobbia – Isola del Cantone e Montaggio – hanno ricevuto una circolare (allegata in copia)2 del “Consiglio pei la Rinascita dell’Alta Valle Scrivia”, con la quale vengono esaminati i problemi di detta zona dal lato industriale, commerciale, agricolo, ecc. indicandone i rimedi.

La stessa fonte confidenziale segnala alcuni elementi inca-ricati di svolgere attività nell’apparato paramilitare del p.c.i. (allegato n.2); di essi, parte sono già noti e parte sono in via di migliore identificazione.
Indagini in corso.

Note

  1.  Qui non riprodotto.
  2.  Non c’è

 

MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto del Ministro

Roma, 25 gennaio 1954

Al Ministero degli Affari Esteri
– Ufficio Stampa
Roma

OGGETTO: Questionario del giornalista F. Th. De Jong sul comunismo italiano

RISERVATA

Facendo seguito alla nota sopradistinta, relativa all’oggetto, si comunicano i seguenti elementi in possesso di questo Ministero per i sottospecificati punti del questionario del giornalista F.Th.De Jong:

5) il numero degli iscritti al p.c.i. si aggira sui due milioni;
6) dal 1945 a tutto il 31 dicembre 1953 sono state rastrellate le seguenti armi e munizioni:

a) cannoni 173
b) mortai a lanciagranate 729
c) mitragliatrici 5.235
d) fucili e miltragliatori 35.577
e) fucili e moscehetti da guerra 170.174
f) pistole e rivoltelle 40.989
g) bombe a mano 266.728
h) munizioni varle 22.201.241
i) esplosivo: quintali 11.354;

sono state inoltre sequestrate n.332 radio trasmittenti;

7) dagli atti non risultano precedenti al nome dell’on.le. Palmiro Togliatti. Si fa, tuttavia, presente che, qualora l’interessato avesse acquistato la cittadinanza russa, avrebbe riacquistato la nostra cittadinanza ope legis dopo due anni dal ritorno nella Repubblica italiana a termini dell’articolo 9, n. 3 della legge 13 giugno 1912, n. 555;

8) dei 7872 comuni italiani, 1632 sono attualmente retti da amministrazioni social-comuniste o di estrema sinistra. Di questi ultimi, 1024 hanno il Sindaco comunista.

D’ORDINE DEL MINISTERO
IL CAPO DI GABINETTO

(F.to Palamara)

MINISTERO DELL’INTERNO
DIREZIONE GENERALE DELLA PUBBLICA SICUREZZA

Divisione AA.RR. Sez. 1^
Prot. N. 224/26305

Roma, 1° ottobre 1954

Al Gabinetto del Sig. Ministro
SEDE

OGGETTO: Bologna – Attività del p.c.i.

RISERVATA Ad opportuna conoscenza, si trascrive qui di seguito quanto ha riferito il Prefetto di Bologna, con nota n° 09421 in data 23/9 u.s., significando che le notizie riguardanti lo stato di disagio degli appartenenti alle forze dell’ordine trovano conferme in altre fonti:

“””Da fonte confidenziale, degna di fede, viene riferito che, negli ambienti di cellula, corre voce che, qualora il partito comunista venga costretto a scendere in piazza per rintuzzare il tentativo – da parte del Governo – di porlo fuori legge, o per il verificarsi di sfavorevoli eventi in campo internazionale, l’attuale organizzazione civile del partito si trasformerebbe in apparato militare, sotto la direzione dell’ A.N.P.I.-

Da parte dei dirigenti responsabili si ritiene certo che, in tali contingenze, si ripeterà inevitabilmente una situazione analoga a quella dell’ 8 settembre 1943.
In caso di conflitto internazionale, poi, è prevista l’immediata disgregazione dell’esercito, e per l’alta percentuale di militari di ogni grado di fede comunista (i quali, nonostante le misure adottate dai Comandi per neutralizzarne l’attività, sono ugualmente in grado di provocare gravi fratture nei gangli vitali) e per il fatale esodo dei militari che diserteranno, allo scopo di raggiungere le proprie famiglie, nella certezza loro inculcata dalla propaganda, della formazione di una nuova “linea gotica”, che dividerà in due la Penisola.
Si afferma poi con assoluta sicurezza, che nella polizia si produrrà, in tutti i casi, un’analoga disgregazione, che sarà cagionata sopratutto dalla mancanza di ogni ideale di lotta.

Sono state raccolte voci concordi sulla perfetta conoscenza, da parte degli ambienti direttivi estremisti, delle condizioni di disagio in cui versano gli appartenenti alle forze dell’ordine, a qualsiasi categoria essi appartengano, a causa dei gravosi servizi e delle complesse responsabilità, cui corrispondono magri emolumenti.
Da ciò, le predette organizzazioni sovversive traggono la conclusione che sugli elementi estremisti, animati da sicura fede, non potrà mai prevalere una compagine di polizia, secondo loro, stanca e depressa, nonché male istruita e tecnicamente ineffìciente.

IL CAPO DELLA POLIZIA

 

MINISTERO DELL’INTERNO

14 aprile 1955

agenti comunisti accertati di appartenere al Kominform.

Su richiesta diretta della CENTRALE COMUNISTA INTERNAZIONALE – nota sotto la denominazione del KOMINFORM – il P.C.I. ha, da tempo imprecisato, messo a disposizione di quella organizzazione un gruppo di agenti comunisti qualificati di indiscussa fede ideologica marxista-leninista, di fiducia e ritenuti capaci, riservati e fidati.
Si comunicano i nomi di alcuni di essi, con un cenno biografico sul loro passato politico:

  • COLONNI Arturo di Luigi nato a Massa Carrara, comunista residente a Bologna. Fa parte dell’apparato militare.
  • L___ G____ nato a Pirri (Cagliari), è socialista ma riferisce al P.C.I.tutta l’attività di Nenni e altri esponenti del P.S.I. È elemento controllora1 del P.S.I, per conto del Kominform;
  • SANTHIA’ Luigi Battista fu Luigi – nato a Santhià – Organizzatore delle brigate Partigiane di Biella. Membro della Commissione di Controllo e fa parte del Comitato Centrale del partito. Fa parte dell’organizzazione paramilitare.
  • CACCIAPIUOTI Salvatore, nato a Napoli. Dirigente massimo del partilo comunista a Napoli e dirigente di una rete di agenti che controllano i comandi della Nato a Napoli.
  • CICALINI Antonio – d’ignoti, nato ad Imola. Coniugato con Baroncini Nella, sorella di Baroncini Maria seconda moglie dell’on.Scoccimarro. È il “responsabile” del gruppo kominformista italiano. Fuoruscito in Russia ha frequentato ivi le scuole di Partito.Fa parte dell’ufficio Organizzazione di ControIlo – membro del Comitato Centrale. S’interessa della Organiazzione paramilitare del partito. Fa parte dell’A.N.P.I. Compie viaggi nell’URSS. Attivissimo, scaltro e fidato.
  • N______G_____ fu ______, nato a Certaldo, residente a Firenze, s’in[…] dell’organizzazione paramilitare della Toscana e del […] di Livorno. Elemento molto pericoloso.
  • P______S_____ di ______, nato in Asti residente a Genova via Felice Cavallotti. Agente del Kominform per la Liguria e coordinatore dei vari servizi al collegamenti col P.F.C.2della zona di Nizza. Si è recato in Russia uno o due volte sotto lo specioso motivo culturale, quanto3 negli ambienti del Partito è risaputo che il P è un ex parrucchiere senza una base culturale.
  • L______A_____ di ______, e di ______, nato in Urbino. Opera al di fuori dell’ambienti4 del partito.
  • V______A_____ fu ______, nato a Milano. È stato segretario di molte federazioni comuniste. Elemento molto fidato e quotato;

BARBIERI Orazio di Oreste, nato a Firenze. È uno dei capi dell’organizzazlone paramilitare comunista. A suo tempo ha frequentato un corso nella scuola nazionale di Villa Crismayer di Marino. Fa parte del Comitato Centrale.

  • L______P_____ di ______, e di ______, nata a Roma il /1923, moglie del comunista, F______F_____, fidatissima.

Altri membri di cui non si possono fornire notizie: D______G_____, F______G_____, V______J_____, […]______C_____ Quest’ultima, nata in Acqui, insegnante, comunista residente a Torino, dirige uno dei più importanti servizi informazioni dell’apparato para-militare del PCI. Conosce e parla il russo e mantiene contatti con agenti sovietici operanti in Italia.

Note

  1.  Così nel testo
  2.  Partito comunista francese
  3.  Così nel testo
  4.  Così nel testo

MINISTERO DELL’INTERNO

14 maggio 1955

Elementi del PCI incaricati ad aver contatti con agenti del Kominform.

Da alcune indiscrezioni captate in alcuni ambienti qualificati del PCI si è appreso che i seguenti elementi del PCI sarebbero autorizzati ad aver contatti con gli agenti del Kominform sovietici e di oltrecortina:

  • ROBOTTI Paolo – Persona di fiducia di alcuni gerarchi sovietici; parla il russo;
  • GHINI Gelso – Sposato con una russa: parla e scrive correttamente il russo;
  • BERTI Giuseppe – Parla il russo. Ha molte amicizie nell’URSS;
  • RAVERA Camilla – Sebbene di una certa età, è tuttora tenuta in considerazione dalle alte gerarchie sovietiche. Parla il russo;
  • F___(non meglio indicata) È una donna. È tenuta1 anche dagli stessi agenti sovietici e comunisti italiani. Parla il russo;
  • G___G____ – Parla e scrive una decina di lingue. Fu quello che per primo riferì a Mosca sul voltafaccia di Tito e per questo gode molta considerazione.

Oltre ai nominati, si indica M_____ e Cicalini, ma dopo lo2 allontanamento di Secchia dal C.C. i predetti, che facevano parte del suo entourage, sono tenuti in disparte.-

Note

  1.  Sottinteso: in considerazione
  2.  Così nel testo

 

RISERVATA-PERSONALE

Roma, 5 marzo 1956

N. 101 P/7/I

A.S.E.
l’On. Paolo Emilio Taviani
Ministro della Difesa
ROMA

Caro Taviani,

di seguito alla mia n. 161/97/2 del 29 febbraio scorso, ti trasmetto, per opportuna notizia, l’unito appunto.

Cordiali saluti

APPUNTO

I militanti della Federazione Giovanile Comunista Italiana (F.G.C.I.) chiamati ad assolvere gli obblighi di leva, non vengono abbandonati a sé stessi, ma sono dall’organizzazione comunista seguiti scrupolosamente, nelle città cui sono stati destinati; fra l’altro, la loro formazione politica continua ad essere curata, onde impedire “contaminazioni borghesi e militaristiche”.

  • a) – i circoli giovanili segnalano agli organi centrali della FGCI — che ha creato una apposita sezione, denominata “Ufficio assistenza” — i giovani comunisti chiamati al servizio di leva e la loro destinazione, fornendo, nel contempo, notizie sul “livello ideologico” dei singoli;
  • b) – l’Ufficio anzidetto trasmette gli elenchi, divisi per CAR1 alle Segreterie nazionali dell’Unione Italiana Sports Popolari (UISP) e dell’Unione Donne Italiane.

Gli stessi elenchi, completati da succinte biografie politiche per la parte di competenza, vengono inviati alle Federazioni provinciali del PC.2 e della F.G.C.I. interessate.
La Segreterie Naz. Uisp e Udi, a loro volta, ritrasmettono gli elenchi alle rispettive unioni provinciali competenti.

  • e) – Le Uisp provinciali prendono subito contatti con i militari segnalati, li invitano in sede e li fanno partecipare alla attività associativa.
  • d) – Le Udi provinciali, messe intanto in contatto con i giovani, tramite l’Uisp, passano loro in lettura, (che avviene in una delle sedi) la stampa di partito; affiancando loro giovani della stessa Udi, o ragazze della F.G.C.I.; li tengono informati della linea di partito, in relazione ai principali avvenimenti politici; informano il giovane delle battaglie sindacali che a lui stanno più a cuore (a seconda si tratti di bracciante, contadino, operaio ecc.) e quando non comportano rischi, li fa partecipare a riunioni, convegni ecc. e in ogni caso, alle feste da balli3 ed ai trattenimenti dell’UDI, alle manifestazioni sportive dell’UISP. L’interessamento si concreta anche nella concessione di biglietti di ingresso gratuiti alle partite di calcio, agli incontri di pugilato, ed alle varie manifestazioni sportive.
  • e) Gli elementi segnalati come ideologicamente più fidati e meglio preparati sono oggetto di particolari attenzioni. Mentre gli altri giovani comunisti, all’atto della partenza, hanno ricevuto dalla FGCI istruzioni ed avvertimenti di carattere generale, costoro ricevono speciali direttive: in particolare si raccomanda ad essi di mostrarsi volenterosi e diligenti per conquistarsi la stima e l’affetto dei propri superiori, e conseguentemente l’assegnazione di incarichi di fiducia: le specialità e gli Uffici più delicati debbono costituire il loro obiettivo.
  • f) non appena saranno riusciti ad ottenere un incarico importante sono avvicinati da elementi del p.c.i. e della FGCI, nella sede dell’UISP o dell’UDI, mai in quelle di partito.
  • g) le informazioni che normalmente vengono richieste ai giovani militari comunisti riguardano, in linea di massima:

– effettivi dei centri e dei reggimenti;
– metodi di istruzione;
– armi in dotazione;
– risultati raggiunti durante le manovre e le esercitazioni e concetti tattici generali (naturalmente, quando consentito dalla levatura intellettuale del giovane comunista);
– idee politiche dei superiori;
– problemi che assillano il reparto, disfusionsioni4, ritardo;
– pressioni politiche esercitate dagli ufficiali e sottufficiali sui soldati;
– dislocazione e trasferimento del reggimento e dei singoli reparti.

  • h) le informazioni sui predetti argomenti sono fornite dal militare consapevolmente quando rientra nella categoria dei militari con una salda inquadratura ideologica (in genere, dirigenti e candidati a diventarlo e attivisti dei circoli giovanili comunisti). Nel caso si tratti invece di giovani meno preparati, le informazioni sono attinte sotto forma di conversazione.

Note

  1.  Centro Addestramento Reclute, dove si trascorre il primo mese di servizio militare
  2.  Così nel testo
  3.  Così nel testo
  4.  Probabile refuso per disfunzioni

 

20 novembre 1957

n. 2175/Ris.G.

Fonte degna di fede (che frequenta la federazione del pci di Udine) riferisce che prossimamente verrebbe aperta a Fiume una scuola di partito diretta da certo MEDVED Dobrila, ex funzionario del “cominform”.
Presso detta scuola verrebbero inviati anche funzionari delle federazioni comuniste italiane, specialmente dalle federazioni della Regione “Friuli Venezia Giulia”.

Gli accordi in merito sarebbero stati presi, con le Autorità comuniste jugoslave, dagli on. Pajetta Giancarlo ed Alicata Mario, recatisi recentemente in detto Stato.
Il partito comunista italiano sarebbe venuto nella determinazione di far partecipare propri attivisti alla suddetta scuola, avendo dovuto in precedenza chiudere alcune di quelle esistenti in Italia per motivi finanziari.
Vi parteciperanno inoltre attivisti di altri Stati a regime comunista.

 

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTURA DI BOLOGNA

Bologna, addì 28 febbraio 1958

Divisione UP/PS. N. di prot. 0233

OGGETTO: Bologna – Attività del p.c.i.

RISERVATA-RACCOMANDATA
Doppia busta

ON. MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto
Direzione Generale della P.S. – ROMA
Alla Prefettura di Forlì

Con riferimento alle segnalazioni della Prefettura di Forlì n. 0218 dall’oggetto “Rimini – Attività del p.c.i.” rispettivamente in data 21 e 26 c.m., si informa che, dai riservati accertamenti svolti negli ambienti dirigenti comunisti locali, è risultato che in effetti la federazione bolognese del p.c.i. avrebbe ricevuto l’incarico dalla Direzione Centrale del partito di organizzare, di intesa con le altre federazioni dell’Emilia, un gruppo di quindici o venti fidati attivisti emiliani, che dovrebbero essere prossimamente inviati in Cecoslovacchia per frequentare un corso di addestramento politico presso una scuola di quel partito comunista.

Detto corso, di natura politico-militare, sarebbe stato organizzato in Cecoslovacchia a cura dei varî partiti comunisti dell’Europa Occidentale.
Verrebbero avviati in Cecoslovacchia attivisti comunisti di tutti i paesi europei, tra cui anche minatori italiani attualmente nel Belgio, che, per tali motivi, lascerebbero temporaneamente l’occupazione.

Si è incerti circa la durata del corso, tanto che si afferma che la permanenza all’estero di coloro che vi parteciperanno potrebbe protrarsi anche per diversi mesi; gli allievi partirebbero non prima della fine del prossimo mese di marzo.
Non sarebbero ancora pervenute istruzioni circa le modalità della partenza e cioè se gli attivisti verranno muniti di passaporto oppure clandestinamente avviati alla frontiera.
La Commissione Quadri, della federazione, che è incaricata della designazione degli attivisti bolognesi, non avrebbe ancora fornito al segretario i nominativi dei prescelti.

Si fa riserva di ulteriori notizie.-

IL PREFETTO

 

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTURA DI RAVENNA

Ravenna, 15 marzo 1958

Div. P.S. N. 01379

OGGETTO: Ravenna – Attività del P.C.I.

RISERVATA-DOPPIA BUSTA-RACCOMANDATA

Al Ministero dell’Interno
Gabinetto
ROMA

Al Ministero dell’Interno
Direzione Generale della P.S.
Divisione Affari Generali
ROMA

Viene riservatamente riferito che la direzione centrale del P.CI., d’intesa con l’Associazione Italia-U.R.S.S., avrebbe deciso di inviare nei Paesi d’Oltre cortina, compresa l’U.R.S.S., gruppi di propri attivisti per constatare e raccogliere elementi sullo sviluppo industriale, sociale ed economico raggiunto in quegli Stati.
Fra i prescelti, la preferenza verrebbe data ad ex partigiani, in quanto costoro approfitterebbero dell’occasione per partecipare a speciali corsi di istruzione sulla guerriglia e sulla lotta partigiana.

Questo, sempre a quanto viene riferito, poiché in caso di conflitto tra l’Oriente e l’Occidente i comunisti italiani, invece di presentarsi alla chiamata alle armi, si dovrebbero costituire in bande amate.
Le spese di viaggio sarebbero a totale carico del P.C.I.-

I suddetti attivisti dovrebbero richiedere il passaporto, per motivi turistici, per gli Stati consentiti dell’Europa occidentale e recarsi, quindi, in Austria, ove speciali agenzie turistiche li faciliterebbero a varcare il confine clandestinamente.

Inoltre, viene pure segnalato che la direzione centrale del partito comunista avrebbe impartito istruzioni alle dipendenti federazioni perché inviino anche nei Paesi esteri ove risiedono gruppi di nostri connazionali per motivi di lavoro propri attivisti, allo scopo di svolgere attiva opera di propaganda, incitandoli a votare per il P.C.I., nelle prossiine elezioni politiche.

La suddetta propaganda, intesa a mettere in cattive luce l’operato del Governo italiano, si baserebbe, principalmente, sui seguenti temi:

  • l’incuria dell’attuale Governo nei confronti dei nostri emigrati;
  • l’invadenza clericale in Italia, con particolare riferimento al caso del Vescovo di Prato;
  • la disoccupazione e la miseria sempre in aumento.

Tali iniziative dovrebbero essere attuate al più presto.-

IL PREFETTO

MINISTERO DELL’INTERNO
DIREZIONE GENERALE DELLA PUBBLICA SICUREZZA

Roma, 23 agosto 1958

Al SIGNOR QUESTORE DI ROMA

Divisione AA.GG. – Sez. 1^
Protocollo N. 441/020014

Oggetto: Attività del P.C.I. – Segnalazione

RISERVATA – URGENTE

Con preghiera di accurati accertamenti di cui si gradirà conoscere l’esito, si trascrive quanto comunicato dalla Prefettura di Massa Carrara con nota 300/Ris.-P.S. del agosto u.s.:

““““Per notizia, si informa che recentemente, da parte della Direzione Centrale del P.C.I., è pervenuta alla locale Federazione comunista una circolare segreta nella quale vengono impartite disposizioni di “pre-allarme per l’apparato militare del partito” allo scopo di disciplinare l’inizio delle azioni di guerriglia nell’eventualità di un conflitto armato al quale partecipasse l’Italia.
La circolare stessa dà disposizioni per la revisione delle armi e la loro messa in efficienza, la costituzione di gruppi di attivisti incaricati di entrare in azione non appena se ne ravvisi la necessità.
Con l’occasione è stato stabilito che ogni elemento inquadrato nei vari gruppi riceverà, dal momento che abbandonerà il lavoro per essere impiegato in azioni di combattimento o di sabotaggio, un premio di mobilitazione di £. 15.000 se celibe e £. 30.000 se ammogliato.
Detta circolare raccomanda la massima cura nella custodia del carteggio in quanto piccole distrazioni o dimenticanze potrebbero compromettere la riuscita delle azioni in altre zone collegate con quelle di questa provincia e viene rammentato che “il carcere è il certificato di buona condotta dei compagni comunisti” e, pertanto, si invitano gli stessi ad affrontare i maggiori rischi in ossequio alle disposizioni del partito.””””

IL CAPO DELLA POLIZIA
F.to CALCATERRA

 

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTURA DI FIRENZE

Firenze [data scritta a mano: 31/10/1958]
N. 3723 Gab.

OGGETTO: Firenze – attività del P.C.I.

Riservata

On. MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto
Dir. Gen. della P.S.
ROMA

Di seguito a precedenti segnalazioni si informa che da fonti confidenziali attendibili è stato riferito che le sezioni p.c.i. della provincia di Firenze hanno ricevuto richiesta da parte della federazione provinciale di trasmettere, a mano, un elenco in ordine al grado di pericolosità di tutti gli ex fascisti repubblicani e componenti dei “battaglioni M”, precisando per ciascuno se ritenuta opportuna la eliminazione in caso di gravi perturbamenti o movimenti insurrezionali . –

IL PREFETTO


DIVISIONE AA.GG.=SEZ. 1^

N. 441/023614
Roma, 17/10/1958

ALLA DIVISIONE AA.RR.
SEDE

… per opportuna conoscenza…

IL DIRETTORE DELLA DIVISIONE AA.GG.

[Comando dei Carabinieri di Ancona]

APPUNTO

12 novembre 1958

Viene riferito che nell’abitazione di un esponente del P.C.I., sita nel comune di Monterado (Ancona), avrebbe avuto luogo una riunione di capi partigiani e dirigenti del P.C.I. della provincia di Ancona, presieduta da un ispettore dell’A.N.P.I. appositamente giunto da Roma (certo B_____ o B______).

Nella circostanza sarebbe stato precisato che il P.C.I. non ha trascurato di prendere in considerazione gli elementi dell’A.N.P.I. che – iscritti al partito – si sono particolarmente distinti in azioni di guerriglia, prima e durante il passaggio del fronte, anzi avrebbe già disposto che tali elementi, previa accurata scelta, siano impiegati, con relativo stipendio, nei “servizi di sicurezza interna”, organizzati presso ogni federazione provinciale.

Sarebbe stata poi esaminata la costituzione anche nella provincia di Ancona di “Gruppi” e “Squadre” di rottura, formati da elementi partigiani e da iscritti al P.C.I.-

Il citato ispettore dell’A.N.P.I. avrebbe inoltre assicurato che “le armi per ovvie ragioni non ci possono essere, ma che ve ne saranno ovunque al momento del bisogno”.
Infine, sarebbe stato deciso di potenziare i quadri delle forze ausiliarie rappresentate dagli iscritti attivi al P.C.I., dai “collettori” e dai “capicellula”, compresi quelli iscritti al P.S.I.
Nella sola provincia di Ancona queste forze ausiliarie oscillerebbero intorno alle 6.000 unità.

Prima di concludere la riunione, sarebbero stati distribuiti ai partecipanti alcuni formulari compilati dagli appartenenti ai comitati aziendali:

  • ubicazione e struttura dell’azienda
  • misure di controllo attuate nell’azienda
  • disposizione planimetrica dell’impianto industriale
  • persone preposte alla direzione ed alla organizzazione dell’azienda (cenni biografici con particolare riguardo all’orientamento politico, specialmente per i dirigenti)
  • produttività
  • eventuali commesse di carattere bellico o militari.

Sono in corso accertamenti.

MINISTERO DELL’INTERNO
GABINETTO DEL MINISTRORoma, 24 gennaio 1959Al SIG. PREFETTO DI BOLOGNAProt. N. 161/P/19OGGETTO: Apparato militare del P.C.I.

RISERVATA

Le notizie riferite con la nota cui si risponde, impegnano, per la loro gravità, la più seria indagine.

Si prega pertanto la S.V. di voler svolgere ulteriori accurati accertamenti sulla consistenza della segnalazione pervenuta, tenendo tempestivamente informato questo Ministero degli ulteriori sviluppi delle indagini.

D’ordine del Ministro
IL CAPO DI GABINETTO

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTURA DI BOLOGNA

Bologna, addì 17 gennaio 1959

Divisione Gab. N. di prot. 1/Ris.

OGGETTO: Apparato militare del P.C.I.

RISERVATA
RACCOMANDATA

AL MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto
Direzione Generale della P.S.
ROMA

Fonte confidenziale attendibile ha fornito le seguenti notizie – che peraltro non è stato possibile controllare – concernenti l’apparato militare del partito comunista emiliano:

  • in Bologna avrebbe sede il “Comando Massa Regionale”, che comprende tutta l’Emilia-Romagna, retto dall’On. Giancarlo Paietta1;
  • presso i capoluoghi di provincia della regione esisterebbero i “sottocomandi Massa”;
  • nei centri più importanti esisterebbero inoltre i “comandi Nucleo”, gli organici dei quali variano dai 100 ai 300 uomini. I nuclei si articolerebbero in squadre d’azione composte da 4-5 elementi ciascuna;
  • in ogni squadra d’azione sarebbero sempre inclusi uno o anche due autisti, i quali avrebbero il precipuo incarico di fermare e sequestrare automezzi, qualora dovessero verificarsi gravi perturbamenti nell’ordine pubblico o pervenisse l’ordine dall’alto di agire;
  • in Imola avrebbe sede un comando di Nucleo della forza di circa 300 elementi, dislocati in quel Comune ed in Castel S. Pietro, Medicina, Castel Guelfo, Mordano e Dozza. Detto comando dipenderebbe direttamente dal comando Massa Regionale di Bologna, sarebbe tenuto in grande considerazione e godrebbe di molta fiducia nelle alte sfere del P.C.I.;
  • il Nucleo di Imola, al quale convergerebbero tutte le squadre dislocate nei suddetti Comuni, potrebbe essere incaricato di spostarsi, senza far capo a Bologna, in località da designarsi fra Reggio Emilia e Modena per aprire, unitamente ad altre forze, un eventuale varco alle truppe rosse provenienti dall’Est.

Note

  1.  La grafia esatta del cognome è invece Pajetta

 

Il Questore di Taranto

Taranto, 11 dicembre 1959

N° RR.3/61

Dr. Uldarico CAPUTO
Direttore Capo Divisione Affari Riservati
Direzione Generale della P.S.
Ministero dell’Interno
ROMA

Trasmetto una confidenziale avuta da fonte qualificata.
Con i migliori saluti

Taranto, 11 dicembre 1959

In data 27 novembre u.sc., la Direzione centrale del P.C.I. ha rimesso alla locale Federazione una circolare cifrata con la quale richiama l’attenzione delle Federazioni interessate perché sia curata con particolarità l’infiltrazione negli organismi più rappresentativi delle Forze Armate.

Nell’attuazione delle disposizioni permanenti a suo tempo emanate – dice la circolare – si dovrà esperire ogni idonea iniziativa che possa sempre più perfezionare la delicata branca informativa che opera negli ambienti militari o militarizzati.

Per quanto attiene l’azione di proselitismo fra i reparti militari e nelle caserme, la circolare dice che il materiale propagandistico all’uopo destinato, deve essere distribuito con tutti gli accorgimenti necessari, per impedire che, in caso tale attività venisse scoperta, la responsabilità diretta del P.C.I, possa essere provata.

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTURA DI PISA

Pisa, 16 maggio 1960

Div Gab. Prot. N. 2594/6

On. MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto

On. MINISTERO DELL’INTERNO
Direzione Generale della P.S.
ROMA

OGGETTO: Attività del P.C.I. – Ricostituzione apparato militare

Per doverosa notizia, si ha il pregio di comunicare che recentemente – secondo quanto è stato riferito da fonte confidenziale – il Segretario della Federazione Comunista pisana avrebbe presieduto una riunione di esponenti comunisti ed ex partigiani aderenti all’A.N.P.I.-

Scopo precipuo della riunione sarebbe stato la ricostituzione, anche in questa provincia, dell’apparato paramilitare comunista, organismo già operante durante la guerra di liberazione e disciolto successivamente all’anno 1948.

Tale iniziativa sarebbe stata assunta in segno di protesta – a detta dei promotori – contro la formazione dell’attuale Governo, presieduto dall’On. Fernando Tambroni, al fine di impedire, con azioni di rappresaglia, attentati alle libertà democratiche ed alla Resistenza.

Il piano, all’uopo elaborato dai dirigenti comunisti, consisterebbe nella suddivisione di questa provincia nelle seguenti tre zone, a ciascuna delle quali sarebbe stato preposto un responsabile di sicura fede:

1^ zona comprendente i comuni di Pisa – Vecchiardo – S. Giuliano Terme – Calci – Vicopisano – Buti – Bientina – Calcinaia – Cascina;
2^ zona comprendente i comuni di Pontedera – Castelfranco di Sotto – S. Maria a Monte – S. Croce sull’Arno – S. Miniato – Montopoli Valdarno – Palaia – Terricciola – Ponsacco – Capannoli – Casciana Terme – Chiarini – Lari – Crespina – Fauglia – Lorenzana;
3^ zona comprendente i comuni di Peccioli – Laiatico – Montecatlni Val di Cecina – Santa Luce – Orciano – Castellina Marittima – Volterra – Pomarance – Guardistallo – Castelnuovo Val di Cecina – Montescudaio – Casale Marittimo – Riparbella – Monteverdi Marittimo.

La prima zona dovrebbe avere sede in Pisa, presso la federazione comunista e sarebbe diretta dallo stesso segretario provinciale, D N, coadiuvato dall’attivista comunista D F , da Pontasserchio; la seconda zona presso la sezione del p.c.i. di Pontedera e diretta da D L , ispettore del partito per il settore della Valdera; la terza zona presso la sezione comunista di Volterra e diretta dall’attivista B N .

È stato riferito, inoltre, che i predetti responsabili di zona, coadiuvati da altri partigiani comunisti, avrebbero già iniziato attività di reclutamento fra gli elementi di maggiore affidamento per la loro provata fede marxista.

La questione verrà attentamente seguita da questo Ufficio, per cui si fa riserva di notizie di rilievo sulla eventuale attuazione dell’iniziativa succennata.

IL PREFETTO (de Bernart)

 

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTO DI PISA

Pisa, 7 giugno 1960

Div Gab.
Prot. N. 2594/6

On. MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto

On. MINISTERO DELL’INTERNO
Direzione Generale della P.S.
ROMA

OGGETTO: Attività del P.C.I. – Ricostituzione apparato paramilitare.

RISERVATA
RACCOMANDATA

A seguito di quanto segnalato sull’argomento di cui in oggetto con la prefettizia pari numero in data 16 maggio scorso, si ha il pregio di comunicare che il 1° giugno corrente, presso la sede della federazione provinciale del P.C.I., ha avuto luogo una riunione riservata ai soli ex capi partigiani comunisti della provincia di Pisa, facenti parte del ricostituendo “apparato paramilitare”.

Fonte confidenziale attendibile ha riferito che il Segretario provinciale della federazione, D N , avrebbe reso noti ai convenuti – in numero di 10 – i motivi che avrebbero indotto il partito alla ricostituzione dell’organismo paramilitare, motivi consistenti – a suo dire – nella salvaguardia delle libertà democratiche in quanto le autorità periferiche governative avrebbero impedito, in varie località, agli oratori comunisti di affrontare, in pubblici comizi e nella propaganda murale, i temi di politica estera, nonché di denunziare all’opinione pubblica la responsabilità americana per il fallimento della conferenza al vertice e la responsabilità dei governanti italiani, i quali avrebbe[ro] consentito la istallazione1sul territorio nazionale, di basi per il lancio di missili ed il decollo dagli aeroporti degli apparecchi “spia” per il sorvolo dell’Unione Sovietica.

Nel corso della suddetta riunione non sarebbero state prese determinazioni in merito al funzionamento ed alla riorganizzazione dell’apparato; sarebbe stato deciso, peraltro, di effettuare analoghe riunioni all’inizio di ogni mese, allo scopo di esaminare gli avvenimenti politici nazionali per la conseguente attività da svolgere.

Si fa riserva di eventuali ulteriori notizie di rilievo al riguardo.

IL PREFETTO
(de Bernart)

Note

  1.  Così nel testo

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTURA DI PISA

Pisa, 10 novembre 1962

Prot. N. 3936/6
Div Gab.

All’On.le MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto
ROMA

All’On.le MINISTERO DELL’INTERNO
Direz. Generale della P.S.
ROMA

OGGETTO: Attività del P.C.I. – Ricostituzione dell’apparato paramilitare

RISERVATA
RACCOMANDATA

A seguito di precedenti [relazioni] sull’argomento di cui in oggetto ed in ultimo, della prefettizia n. 1378/6 Gab., in data 4 marzo 1961, si comunica che fonte confidenziale, normalmente attendibile, ha segnalato che la sera del 26 ottobre scorso, nei locali della Federazione provinciale di Pisa del PCI, nel corso di una riunione straordinaria del direttivo, indetta per disposizioni avute dalla Direzione centrale del partito, sono state impartite disposizioni ai responsabili dell’organismo paramilitare della provincia perché si tenessero in stato di pre-allarme.

Sono state, altresì, impartite disposizioni perché sia intensificata l’attività tendente allo smantellamento ed alla eliminazione di basi americane dal suolo nazionale.

Il V. PREFETTO VICARIO
(M. Cataldi)

REPUBBLICA ITALIANA
PREFETTURA DI FOGGIA

Foggia, li 5 aprile 1965

Prot. N. 005/Ris.
Div. Gab

Al MINISTERO DELL’INTERNO
Gabinetto
ROMA

RISERVATA
SEGRETO
DOPPIA BUSTA

OGGETTO: Foggia – Attività del P.C.I. per la costituzione di formazioni paramilitari.

Da fonte confidenziale, viene riferito che la locale federazione provinciale del P.C.I. avrebbe di recente ricevuto, dalla Segreteria nazionale del partito, disposizioni per la ricostituzione di formazioni paramilitari per l’eventuale impiego in caso di emergenza.

Le dette formazioni, che dovrebbero agire come “Brigate Partigiane” e “Brigate popolari” o “Brigate di lavoratori”, verrebbero costituite in tutte le provincie 1, d’intesa con le segreterie provinciali della C.G.I.L. e dell’A.N.P.I.-

Per quanto attiene alla locale federazione, sino a questo momento l’attività si sarebbe limitata ad una presa di contatto con i succitati organismi.

IL PREFETTO
(Zappia)

Note

  1.  Così nel testo.

PARTITO COMUNISTA ITALIANO

direzione generale militare del mediterraneo
comando emilia-romagna


Prot. N. 27/S/P/Distr.

Quartiere Generale, li 5 febbraio 1948

Al Comando dell’armata “Modena”

sua Sede

In seguito al Comando ricevuto da parte del Competente organo, vi comunichiamo che con decorrenza 15 febbraio c.a. tutta la zona di vostre operazioni passa sotto lo scrivente Comando a tutti i fine e scopi deliberati, pertanto dovrete immediatamente mettervi a nostra disposizione per tutti gli accertamenti e le pratiche inerenti ed agli ordini che potessero arrivare o trasmettere.

Inoltre comunichiamo che la sede provvisoria di questo Comando è quota 213-B = Carta 12 = Emilia-Romagna.

L’Ispettore Generale per la Vostra Zona rimane in carica fino al giorno 16 che verrà il nuovo Ispettore che questo Comando penserà ad inviare.

Con distinti saluti. Ossequi.

IL COMANDANTE GENERALE MILITARE “EMILIA-ROMAGNA”

22 marzo 1954

VERCELLI

Viene riferito che la federazione del p.c.i. di Biella avrebbe conpilato – da tempo – degli elenchi delle persone da eliminare o da arrestare in caso di ascesa del partito al potere.

Gli elenchi, tenuti costantemente aggiornati, comprenderebbero il nominativo ed il grado di pericolosità di elementi della d.c., del partito liberale, del m.s.i., del p.s.d.i., e di appartenenti alle forze di polizia, ritenuti strenui oppositori del partito comunista.

Per tutto il Biellese figurerebbero incluse negli elenchi circa 300 persone da eliminare e circa 400 da arrestare.

12 settembre 1961

Sq.33/R

Con circolare riservatissima in data 6 settembre, il Comitato regionale del pci di Bologna ha chiesto alle federazioni dell’Emilia-Romagna di far conoscere i nominativi dei dirigenti locali del M.S.I.

La circolare non specifica i motivi della richiesta, ma nella federazione riminese e1 facilmente intuibile la relazione di questa con la situazione interna ed internazionale per le quali sono previste [istruzioni] di ordine generale che prevedono la soppressione di tutti coloro che possono costituire un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi che il partito comunista si prefigge.

Note

  1.  Così nel testo

 

Edizione
DOCUMENTAZIONE CONSERVATA PRESSO L’ARCHIVIO DEL MINISTERO DELL’INTERNO SULLA STRUTTURA PARAMILITARE DEL PCI (1945-1967)
La pubblicazione dei documenti è stata autorizzata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi il 1° marzo 2001.
Fonte
Gianni Donno, La Gladio Rossa del PCI, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2001
Vedi anche  Ungheria 1956: «avanti ragazzi di Buda», ma il mondo rimase seduto #video #HUNGARY

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