Al di là del titolo forzato, proponiamo una antologia di scritture di Manfredo Tafuri, storico dell’Architettura, è stato l’ideologo dell’urbanistica degli anni ’70, è stato il custode del cerchio magico di architetti -urbanisti che in quel periodo

Dopo la laurea lavorò presso lo studio Architetti e Urbanisti Associati, allievo di Ludovico Quaroni. Nel 1966 vinse la cattedra di Storia dell’Architettura a Roma. Nel 1968 si trasferì presso l’Università IUAV di Venezia dove divenne direttore dell’Istituto di Storia.

I suoi interessi storici, a cui ha dedicato tutta la vita, hanno spaziato dall’architettura rinascimentale all’architettura contemporanea.

Nel contempo si impegnò attivamente nell’allora Partito Comunista Italiano. Ha insegnato, fino all’anno della sua morte, presso l’università veneziana.

Proponiamo una serie di concetti, che portarono al degrado pianificato delle nostre periferie.

L’enfasi tecnologica di alcuni giovani architetti (pensiamo alle opere di Ludwig Leo o di Piano & Rogers) traduce in superflue metafore immagini ormai canoniche del nuovo ambiente naturale[…] Certamente meno ingenuo è il cammino di Giancarlo De Carlo, che con Van Eyck ha condiviso l’esperienza del “Team 10”. Come rivelano le ultime opere dei membri del gruppo, non è più tempo per cammini comuni. Cosa unisce ancora architetti come gli Smithson e De Carlo, Van Eyck e Bakema?  Mentre quest’ultimo rimane prigioniero di canoni scontati, ammiccanti ad un ambiguo formalismo, De Carlo si attiene ad una sperimentata ricerca, puntando su un’aggiornata versione dell’ideologia partecipazione sta  complesso residenziale realizzato a Terni (villaggio Matteotti, 1970 – 75) rivela in positivo gli esiti di un tale lavoro, che trova nella particolare situazione italiana, un fertile terreno. […]”

(Manfredo Tafuri, Architettura contemporanea, Electa, Milano, 1976, pag. 358)

[…]Personaggio emblematico della cultura architettonica italiana, Gregotti ha tentato di compiere un salto dimensionale, proponendosi come gestore di ampie e complesse iniziative culturali e progettuali. Le sue opere più recenti, come i progetti per l’Università di Cosenza o per il quartiere Zen a Palermo, denotano un efficientismo unito a una ricerca di qualità a grande scala, che trova numerosi riscontri a livello internazionale. (Pensiamo alle opere recenti di Oswald M. Ungers o di alcuni architetti spagnoli)[…]”.

(Manfredo Tafuri, Architettura contemporanea, Electa, Milano, 1976, pag. 359)

[…]Gli edifici del Gallaratese hanno un significato che travalica la loro stessa coerenza formale. Come il film “8 e ½” di Federico Fellini esaurisce un intero ciclo della cultura cinematografica portandone alle estreme conseguenze le componenti oniriche, alla stessa maniera l’opera di Aymonino chiude un’epoca dell’architettura italiana, le cui speranze e le cui motivazioni hanno origini nel populismo del quartiere Tiburtino, nei sogni pluralistici della cultura impegnata, nella narrazione di stessi elevata a genere. Ma sempre di un allontanamento si tratta, nei suoi lati positivi e in quelli negativi: è ancora, in definitiva, il tentativo di annullare contraddizioni in una costruzione linguistica nonostante tutto dialettica […]”.
(Manfredo Tafuri, Architettura contemporanea, Electa, Milano, 1976, pag. 359)

“[…] Nel quartiere Gallaratese, a Milano, all’espressionismo moderato di Carlo Aymonino, che articola i suoi blocchi residenziali convergenti nella cerniera del teatro aperto in complessi giochi di strade artificiali e di snodi, Rossi contrappone lo ieratico purismo del suo blocco geometrico, sospeso al di sopra di ogni ideologia, di ogni utopica proposta di “nuovi modi di vita”. Il complesso progettato da Aymonino sembra voler sottolineare ogni soluzione, ogni cerniera, ogni artificio formale: Aymonino declina il linguaggio della sovrapposizione e della complessità, i cui singoli oggetti, parossisticamente allacciati fra loro, insistono nell’ostentare il proprio ruolo all’interno della macchina “complessiva”. Pieni di “memorie” sono gli oggetti
di Aymonino. Eppure – fatto significativo – lo stesso Aymonino, nell’affidare a Rossi la progettazione di uno dei blocchi del suo quartiere, sembra aver sentito il bisogno di confrontarsi con una scrittura in cui la memoria si contrae in ieratici segmenti. Ed ecco, di fronte all’accumularsi dei segni Aymoniani, il segno assoluto di Rossi, involontariamente e subdolamente catturato da quel gioco di accumulazioni […]”.
(Manfredo Tafuri, La Sfera e il labirinto. Avanguardie e architettura da Piranesi agli anni ’70, Einaudi, Torino, 1980, pag. 336)

“[…] Altri sono alla fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, i portatori di nuovi strumenti di lavoro: per tutti loro o quasi l’utopia è arma spuntata, e giungere a risultati eloquenti è essenziale. Se i vecchi maestri avevano elaborato strategie, i nuovi privilegiano sperimentazioni esemplari; se quelli erano intrisi di moralismo e di miti, questi usano l’ideologia come arma leggera e problematizzano, piuttosto, sistemi di
analisi depurati dalle scorie del futuribile. Fra il colpo di freno provocato dalla crisi posteriore al ’73, le incerte prospettive degli operatori pubblici e l’attesa in cui vive il settore edilizio, la cultura architettonica italiana ha potuto così produrre quattro esempi di intervento residenziale di respiro internazionale – quartieri
Matteotti a Terni di Giancarlo De Carlo (1969 – 75), Monte Amiata al Gallaratese a Milano di Carlo Aymonino e collaboratori (1967 – 73), Corviale a Roma del gruppo Fiorentino (1973 sgg.) e Zen a Palermo del gruppo Gregotti (1970 sgg.) – utilmente confrontabili fra loro per il loro valore di modelli, non foss’altro che per il metodo […]”.
(Manfredo Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944 – 1985, Einaudi, Torino, 1982, pag. 147)

“[…] Se il Gallaratese segna nel non – luogo della conurbazione milanese un punto interrogativo raggrumato, il Corviale a Roma si distende per circa un chilometro nel tentativo di costituirsi come magnete riorganizzativo di un sito urbano disgregato e come modello di integrazione fra residenze e servizi[…].
Tuttavia né Aymonino né Fiorentino sono autori “benjaminiani”, e certo nessuno dei due si è fatto “astuto come colomba”. Ma l’esito storico che, insieme, il Gallaratese e il Corviale designano per le atmosfere dell’età della ricostruzione è troppo parlante per non ammettere la produttività del décalage ideologico vissuto dalla cultura italiana. Le ambiguità di tali opere sono appunto in quell’aver “vissuto” e non guidato la crisi: anche questo è leggibile in esse […]”.
(Manfredo Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944 – 1985, Einaudi, Torino, 1982, pag. 153);

Vedi anche  La #città organica per l' #uomo e non per l' #economia_intervista a Mino Mini

“[…]Se il Corviale è un grande segno che si staglia come diga, alle soglie dello sviluppo urbano, il quartiere Zen è una meteora che si stacca dalla costellazione e si condensa sotto l’incombere di forze minacciose.
Mutano le morfologie e i modi di produzione proposti; permane la volontà di proteggersi da minacce[…]”.
(Manfredo Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944 – 1985, Einaudi, Torino, 1982, pag. 156);

“[…] De Carlo è ancora fiducioso in un’architettura capace di radicarsi in “luoghi” e di formare dimore; Aymonino narra le vicende che hanno messo alle corde i facili sogni di rigenerazione, anche se si ostina a confabulare con un incerto futuro; Fiorentino ribalta in realismo l’utopia; Gregotti e Purini accettano i confini della forma finita e nello spazio geografico configgono strutture che conoscono la propria artificialità
[…]”.
(Manfredo Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944 – 1985, Einaudi, Torino, 1982, pag 157);

“[…] Agli inizi degli anni ottanta, quanto ha costituito l’oggetto della nostra storia appare, rispetto ai nuovi compiti che si profilano, come un prologo “in negativo”. “le costruzioni deliranti” di cui abbiamo tentato di narrare la vicenda si diffrangono in più linguaggi – gestione urbana, tecniche di riuso, economia edilizia, modellistica alle varie scale, giochi linguistici. L’enfasi inizialmente posta sul “progetto” si è mutata in “critica del progetto”, in crisi dei modelli, in ineffettuabilità delle parole d’ordine: anche questo è un risultato
tutt’altro che trascurabile dei travagli intellettuali della cultura architettonica italiana dei precedenti decenni […]”.
(Manfredo Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944 – 1985, Einaudi, Torino, 1982, pag 178);

“[…] La crisi dei partiti di sinistra – che non inizia certo con le sconfitte comuniste del 1985 e con la difficoltà socialista a dare contenuti alla propria volontà di potere . è lì a testimoniare che la mappa su cui ridisegnare i confini fra amici e nemici non è stata ancora elaborata. Il tema travalica la stessa questione dei partiti, compromette le usurate distinzioni sinistra – destra, rimette in discussione gli strumenti analitici.
Come riconnettere, in tale situazione, volontà di progetto provenienti da sistemi diversi e difficilmente comunicanti, in via di ridefinizione, certo, ma compromessi da interne vischiosità? Non a caso, mentre i nuovi miti della deregulation e del neoliberalismo prendono piede fra intellettuali ansiosi di essere a “la page”, si fanno strada ipotesi di lettura della realtà basate sulle teorie dei sistemi; teorie difficili da sperimentare per i nostalgici delle grandi costruzioni sintetiche e per i cacciatori di formule risolutive, ma di cui è arduo contestare l’aderenza alle strutture dell’universo contemporaneo. Andrebbe dunque colto nella sua specificità il “sistema architettura”: la domanda di Walter Benjamin all’”autore come produttore” andrebbe arricchita rivolgendo a quel sistema un interrogativo circa le sue capacità a “ridurre il grado di complessità” dei sistemi parziali su cui esso agisce. Domanda resa difficile dall’incertezza del quadro istituzionale. Si consideri: da un lato, la legge sul condono edilizio, specie con lo scivolamento dei suoi tempi di attuazione, rende poco credibili rende poco credibili le dichiarazioni relative alla futura gestione di città e territori, rivelando al contempo, e in forma drammatica, il ruolo esornativo affidato e piani e tecniche di controllo nei passati decenni. Dall’altro, il varo della legge Galasso per la protezione degli ambienti naturali e dei beni paesistici (approvata dal Parlamento nell’agosto 1985), interviene a porre le premesse per arrestare il degrado ecologico. […] In tale situazione, in cui rigidità e incertezze si alternano in modo impressionante, non risulta precisato né cosa viene chiesto al “gioco dell’architettura” né quanto quel “gioco” è capace di offrire agli altri g”giochi”. Emergono comunque alcune linee di tendenza, provenienti dalla grande impresa, dai laboratori della progettazione, dalle scelte di alcuni assessorati, da istituzioni pubbliche.[…] Possiamo parlare di una vera e propria nuova tendenza per l’urbanistica italiana degli anni ottanta: quella definita Bernardo Secchi e Giuseppe Campos Venuti dei “piani della terza generazione”, che ha già al suo attivo gli studi per il Piano di Bologna, di Reggio Emilia, di Firenze, di alcuni centri minori. Le motivazioni che stanno alla base delle nuove riflessioni affondano in analisi concrete delle trasformazioni
strutturali che, a partire dai primi anni settanta, hanno configurato in modo nuovo le esigenze collettive e le loro relazioni con le esigenze di gruppi e di singoli settori sociali: l’arresto della crescita della popolazione urbana, anzitutto, e il suo invecchiamento relativo, i processi di decentramento e delocalizzazione industriale, i fenomeni connessi alla riconversione degli stabilimenti urbani, la diffusione dei sistemi produttivi, la nuova
domanda di terziario, estremamente articolata specie nelle città maggiori, l’emergere come prioritario del tema del riuso, della rifunzionalizzazione e della ricapitalizzazione degli spazi costruiti, l’innovazione tecnologica nel campo delle comunicazioni e dei trasporti, i processi di ristrutturazione del sistema politico – decisionale. […] Indubbiamente si sta assistendo a uno spostamento del centro degli interessi relativi alla pianificazione: i nuovi temi sono il contenimento dell’espansione urbana, la ristrutturazione delle periferie e dei luoghi di lavoro, la formalizzazione di un nuovo terziario; in sintesi, si tende a ciò che viene definito la qualità dello spazio urbano […].
(Manfredo Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944 – 1985, Einaudi, Torino, 1982, pag 183);

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