Molta gente del centrodestra oscilla di fronte al dilemma se accettare o meno di sostenere il Governo Draghi, mentre Salvini e Berlusconi lasciano sola la Meloni nella sua coraggiosa e ostinata scelta di dire no a questa prospettiva. Allora cerchiamo di spiegare perché Giorgia Meloni ha ragione e va sostenuta in questa scelta.

Mario Draghi è un enigma.

Persona di indubbio profilo, assomiglia, in campo economico, a quei “capitani di ventura” che emergono, nella storia dell’Italia colonizzata, come uomini di valore al servizio di potenze diverse.

Allievo del grande economista Federico Caffè, uno dei principali diffusori della dottrina keynesiana in Italia, non è certo allineabile con le follie del liberismo rigorista alla Mario Monti. Questo non gli ha impedito di essere “international advisor”della Goldman Sachs, una delle più importanti banche d’affari del mondo, attraverso cui si realizzano le operazioni di ristrutturazione economica della grande finanza internazionale.

Anche le due principali azioni che lo hanno visto protagonista sono alquanto enigmatiche.

Innanzitutto la famosa vicenda del Britannia, il panfilo su cui le 1992 sarebbe stata decisa con i banchieri del mondo la strategia delle privatizzazioni delle imprese pubbliche italiane, quelle privatizzazioni a svendita che furono il vero inizio del declino economico della nostra Nazione. Abbiamo utilizzato il condizionale perché potrebbe anche darsi che questa storia sia una mezza leggenda del “complottismo” nostrano.

Sta di fatto che Mario Draghi – nonostante questa vicenda lo perseguiti ormai da quasi trent’anni anche attraverso le parole tranchant di Francesco Cossiga (“è il liquidatore, dopo la crociera sul Britannia, dell’industria italiana”) – non si è mai curato di smentire radicalmente, non limitandosi a sminuire la portata di quell’evento, ma prendendo posizione con chiarezza contro l’effetto disastroso che quelle privatizzazione hanno avuto sulla nostra economia.

Stesso discorso sull’operato di Mario Draghi come presidente della BCE e sul famoso “whatever it takes” con cui ha salvato l’euro e la stabilità finanziaria dell’Italia. Non vi è dubbio che quella presa di posizione – da cui è partito il Quantitative easing che ha evitato la divaricazione dello spread dei nostri titoli di stato da quelli tedeschi – sia stata un importante atto di coraggio contro l’ottuso rigorismo finanziario dei paesi del Nord Europa.

Ma al servizio di chi? Delle economie reali dei popoli europei o della stabilità finanziaria dell’euro e delle banche? Sta di fatto che il Qe ha sicuramente garantito la stabilità finanziaria di tutta l’Unione europea attraverso il salvataggio delle banche infarcite di titoli del nostro debito pubblico (salvando di conseguenza anche l’Italia dal default), ma non ha affatto rilanciato lo sviluppo dell’economia italiana che ha continuato a vivacchiare in una pericolosissima situazione di stagnazione.

In altri termini ha solo rinviato il problema, certamente non lo ha risolto. E non poteva essere diversamente, perché il “bazooka di Draghi” (e tutti gli altri strumenti finanziari della BCE che ne sono derivati, fino agli interventi per frenare la crisi economica della pandemia) si limitava a salvare i bilanci delle banche e dello Stato, non giungendo affatto a rilanciare gli investimenti pubblici e privati necessari al vero risanamento della nostra economia. Tutto questo Draghi non l’ha fatto perché non poteva farlo (considerati i vincoli rigoristi dei trattati europei) o perché non aveva interesse a farlo?

E ancora, durante la pandemia Draghi ha sicuramente avuto il merito di dare un’altra mazzata alle follie rigoriste dei nemici giurati (europei e nostrani) del debito pubblico, spiegando che il debito pubblico non è un male in sé, ma dipende da come e perché viene utilizzato. L’anima neo-keynesiana del ex-governatore della Bce è riemersa sottolineando che il debito pubblico non è sempre una cosa cattiva (come pensano i liberisti), ma si divide in un “debito cattivo” (quello degli sprechi) e in un “debito buono” (quello degli investimenti).

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Evviva, non è cosa da poco, ma non basta! Bisogna essere più molto chiari in questa distinzione, mentre Draghi (nel discorso al meeting di Rimini) si è limitato a dire su questo tema decisivo solo cose ovvie e limitate. Per esempio non ci ha detto se nel “debito cattivo” rientrano le spese correnti (non solo quelle per investimenti) necessarie per non tagliare la sanità pubblica italiana (tagli che stiamo pagando con la pandemia da Covid-19) o per non costringere a lavorare persone troppo anziane (vedi il problema della riforma delle pensioni oggi sul tappeto) o le fasce popolari a morire di fame tra disoccupazione e precariato (problema malamente affrontato con il pessimo reddito di cittadinanza grillino).

Ugualmente Draghi non ci ha mai detto se con il “debito buono” l’Italia può finanziare lo sviluppo delle sue filiere produttive, proteggere il made in Italy dallo shopping finanziario internazionale, evitare altre privatizzazioni scellerate di quel che rimane del nostro sistema industriale pubblico (Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri, etc.).

Insomma l’enigma Draghi continua e non sarà sufficiente qualche buona intenzione della vigilia per dissipare questi dubbi. Insomma non basta – come dice ingenuamente (?) Salvini – “andare a vedere” gli impegni programmatici di Draghi, perché il diavolo si nasconde nei dettagli e ci vuole poco in due anni di governo a produrre danni irreparabili al futuro della nostra Nazione. Un personaggio potente e complesso come Mario Draghi non lo controlli certo con qualche dichiarazione programmatica e con qualche ministro politico di contorno.

Insomma, oggi si tratta di dare o meno una cambiale in bianco a Draghi e la Meloni fa bene a non dargliela. Se lo facesse tradirebbe il mandato dei suoi elettori.
Andare ad elezioni anticipate non è impossibile, come ci racconta il Presidente Mattarella: si può nominare un autorevole Governo di transizione, perfettamente in grado di gestire fatti realmente tecnici come gestire in modo adeguato la pandemia e la campagna vaccinale e scrivere una proposta di recovery plan realisticamente agganciata alle emergenze economiche del nostro paese.

Perché, se si vuole parlare veramente delle (molto sopravvalutate) prospettive strategiche del “Next generation UE”, qualcuno ci deve spiegare come si fa a farlo senza affrontare pesanti scelte divisive, che richiedono necessariamente un serio mandato popolare (che può discendere solo da nuove elezioni).
Quindi i casi sono due: o queste scelte non saranno fatte (e allora si poteva benissimo insediare un governo di transizione e indire nuove elezioni) o saranno fatte alle spalle degli italiani e imbrogliando qualcuna delle forze politiche che sosterranno la nuova maggioranza (indovinate chi?).

Tra l’altro le elezioni anticipante sarebbero l’unico modo per sciogliere veramente l’enigma Draghi. Vuole assumere ruolo politici? Ci dica con quale schieramento politico intende candidarsi e quindi qual è il suo reale orientamento di fondo. Perché questo è il senso della politica e della democrazia, l’unica strada per non farle “fallire” ancora.
Per questo Giorgia Meloni ha ragione e va sostenuta nella sua scelta coraggiosa di non appoggiare Mario Draghi, assumendo il ruolo di opposizione costruttiva ma vigilante, ruolo di cui c’è estremo bisogno in una situazione come questa.

Speriamo che anche Matteo Salvini capisca e la segua presto su questa strada.

di Gianni Alemanno

Tratto da:

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