Nella Storia di Milano riveste tra le associazioni partigiane la Strage di Piazzale Loreto, dove vennero fucilati 15 Partigiani il 10 agosto 1944.

Vennero fucilati  quindici partigiani.

Vennero fucilati  quindici partigiani.

Vennero fucilati quindici partigiani.

Non si tratta di un refuso, ma  è questo che viene semplicemente raccontato.

Al di là che fucilazione di 15 partigiani a Piazzale Loreto, che trovo la più ferma opposizione di Mussolini. Ma questa è un altra storia.

Quello che vi vogliamo raccontare sono gli antefatti, che portarono a quella fucilazione, non si tratta di giustificare una strage tedesca, che fece inorridire anche  il Fascismo Repubblicano.

Nessuna stele della Milano “che non dimentica” ricorda l’episodio.

MILANO, 8 Agosto 1944 

Milano, 8 agosto 1944, attorno alle ore 8, viale Abruzzi, angolo piazzale Loreto: una terrificante esplosione devasta un camion tedesco,dinanzi al quale, controllati da alcuni militari della Wehrmacht, si affollano decine di civili (padri, mamme, nonni, bambini) accorsi, come ogni mattina, per fare provvista di latte che un anziano e bonario sottufficiale tedesco “El Carlùn”…(il Carlone) , da tempo distribuisce gratuitamente assieme a viveri e generi di prima necessità.

Come mai “El Carlùn”, il soldato tedesco che aveva ricevuto questo nomignolo, era tanto conosciuto e ben voluto? Karl era un maresciallo di fureria che si occupava alla distribuzione di quei viveri, per cui ogni mattina, assieme ad altri suoi commilitoni, si fermava proprio all’angolo fra Viale Abruzzi e Piazzale Loreto con i suoi autocarri e distribuiva alla popolazione qualcosa da mangiare e soprattutto latte per i bambini; latte che la “Staffen-Propaganda” acquistava al mercato di Porta Vittoria, lo aggiungeva a ció che rimaneva nelle mense militari e portava il tutto ai milanesi.

Sul selciato si accasciano nove morti e un numero imprecisato di feriti, sei dei quali moriranno nei giorni seguenti. La verità storica su quella carneficina, su chi collocò l’ordigno, su chi decise quell’operazione, non è stata mai raggiunta. Sono state pubblicate diecine di ricostruzioni nessuna delle quali rafforzata da convincenti riscontri fattuali. Soltanto ipotesi, nettamente contrastanti l’una con l’altra, c viziate da evidenti pregiudizi politici: bomba comunista secondo gli storici «di destra»; bomba fascista secondo gli storici «di sinistra», anche se, francamente, è un po’ arduo dar credito a questa seconda ipotesi.

Peraltro, la consultazione dei giornali dell’epoca non aiuta ad uscire dalle contraddizioni perché le notizie erano frammentarie e sommarie onde non esasperare più di tanto l’opinione pubblica.

Il Comando tedesco decide la rappresaglia del 10 Agosto, I partigiani decidono la contro rappresaglia.

Mussolini interviene e protesta con violenza. Anche il cardinal Schuster interviene. Malgrado ciò al mattino del 10 agosto in piazzale Loreto un plotone della Muti fucila quindici persone sospettate di aver rapporti con i partigiani e per questo da tempo incarcerate a S. Vittore. Ed ecco che scatta immediatamente la rappresaglia partigiana, infatti lo stesso giorno da parte della Delegazione per la Lombardia del Comando Generale delle Brigate Garibaldi viene impartito l’ordine alle formazioni partigiane di fucilare militari fascisti e tedeschi loro prigionieri nella misura di tre ad uno . “Per rispondere agli efferati delitti che i nazifascisti compiono a Milano…..1)Passare per le armi i prigionieri nazifascisti attualmente in vostro possesso; 2)Tali esecuzioni devono essere comunicate e popolarizzate segnalando che vengono eseguite come rappresaglia degli eccidi di Milano; 3) Se tali eccidi si ripetono le esecuzioni in massa di nazifascisti prigionieri dovranno essere immediatamente eseguite ”.

Verranno fucilati 30 prigionieri fascisti e 15 tedeschi, probabilmente dalle Divisioni Ossolane di Cino Moscatelli, in quanto molti di loro erano stati catturati in massa, su alcuni treni , qualche tempo prima, dai partigiani dell’Ossola.Un risvolto drammatico è dato dal fatto che Mussolini ed i gerarchi uccisi a Dongo verranno esposti, il 29 aprile 1945, a Piazzale Loreto per “vendicare la fucilazione di 15 patrioti”.

 

 



Di seguito si riportano una serie di articoli e documentazione per  ricostruire la storia, di difficile ricostruzioni, per le omissioni del dopoguerra


 

“Questo anziano maresciallo tedesco, tanto apprezzato e ben voluto, si era guadagnato quel bonario nomignolo, non tanto perché era addetto alla distribuzione dei viveri alla popolazione milanese, ma perché, spinto esclusivamente dal senso di umanitá, quando poteva, (ció significa a titolo personale) con un piccolo camion faceva il giro delle campagne limitrofe alla cittá e si riforniva di un po’ di latte; finito il giro di raccolta, rientrava in cittá, si parcheggiava come sempre, all’angolo fra Piazzale Loreto e viale Abruzzi e qui, veniva subito attorniato da padri e madri che si dividevano quel latte, con quella fratellanza che proviene dalla comune disgrazia“.( Franco Bandini. – Il Giornale, 1° settembre 1996)


L’attentato di viale Abruzzi

Nel verbale della Guardia Nazionale Repubblicana, reperibile nell’Archivio di Stato di Milano, Fondo Gnr, busta 64, c. 36, f. VII, sf. 8., si legge: «Oggetto: Attentato terroristico. Milano, li 8/8/1944. Ore 8,15 di oggi in viale Abruzzi all’altezza dello stabile segnato col N° 77 scoppiavano due ordigni applicati ad opera d’ignoti all’autocarro germanico con rimorchio targa W.M. 111092 li sostante dalle ore 3 di stamane e affidato all’autiere caporal Maggiore Kuhn Heinz, che dormiva nella cabina di guida.

Decedute 6 persone e precisamente:

1- Zanini Edoardo di Pietro anni 31 – domiciliato a Milano- via Rusco N° 8

2- Giudici Giuseppe fu Carlo anni 60 – domic. a Milano v. Nicola De Puglie

3- Zanicotti Giuseppe fu Angelo anni 28 – dom. Milano via Gran Sasso 2

4- Brioschi Primo – domiciliato a Mezzago, v. del Pozzo 7

5- Moro Gianfranco fu Leonida anni 19 dom. Como, v. Chiesa d’Abbate 4

6- La sesta è una donna età apparente anni 35 priva di documenti.

Ferite 11 persone e precisamente:

1- Milanesi Riccardo di Amedeo anni 17 via Baldarino 30 – Ric. Osped. di Niguarda

2- Castoldi Luigi di Carlo anni 29 – Monza, via Lecco 69

3- Brambilla Ettore di Riccardo anni 48, v. Gran Sasso 5 idem

4- Terrana Giorgio fu Sante anni 26, corso Buenos Aires 92 idem

5- De Ponti Ferruccio fu Luigi anni 28, v. Accademia 53 idem

Feriti medicati e ritornati ai loro domicili

6- Passera Umberto fu Giuseppe, anni 51 – v. Friuli 65 – Milano 7

– Passera Guido fu Giuseppe, anni 46 – v. Friuli 65 – Milano

Vedi anche  Gela 1943: l'eroismo del caporalmaggiore Cesare Pellegrini

8- Abbia Arnaldo fu Francesco, anni 29, corso Buenos Aires 25 – Milano

9- Cattaneo Luigi fu Giovanni, anni 14, viale Monza 9 – Milano

10- Robbiati Achille fu Carlo, anni 48 – viale Abruzzi 84 – Milano

11- Capol. [sic] Magg. Kuhn Heinz, ferito leggermente alla guancia destra.»


Altri fonti riportano:

Rimangono uccisi 5 soldati tedeschi e 13 civili italiani, tra i quali una donna, 3 ragazzini rispettivamente di 16, 13, 12 anni e un bimbo che ne aveva appena 5. I civili Italiani uccisi si chiamavano: Giuseppe Giudici 59 anni; Enrico Masnata e Gianfranco Moro entrambe di 21 anni, Giuseppe Manicotti 27 anni, Amelia Berlese 49 anni, Ettore Brambilla 46 anni, Antonio Beltramini 55 anni; Fino Re 32 anni, Edoardo Zanini, 30 anni; i ragazzini si chiamavano, Primo Brioschi anni 12; Gianfranco Barbigli di anni 13 e Giovanni Maggioli di 16, aveva appena 5 anni il piccolo Gianstefano Zatti.

L’Attentato causó anche numerosi feriti più o meno gravi; essi erano: Giorgio Terrana, Letizia Busia, Luigi Catoldi, Maria Ferrari, Ferruccio De Ponti, Luigi Signorini, Alvaro Clerici, Emilio Bodinella, Antonio Moro, Francesco Echinuli, Giuseppe Formora, Gaetano Sperola e Riccardo Milanesi.


Milano otto agosto 1944: che stragi e di chi la colpa

Nel verbale della Guardia Nazionale Repubblicana (Archivio Centrale dello Stato, Fondo Gnr, c. 36, f.VII, sf.8. si legge: <Oggetto: Attentato terroristico. Milano, lì 8/8/1944. Ore 8,15 di oggi in Viale Abruzzi all’altezza dello stabile segnato con il N° 77 scoppiavano due ordigni applicati ad opera d’ignoti all’autocarro germanico con rimorchio targa W.M. 111092 lì sostante dalle ore 3 di stamane e affidato all’autiere caporal Maggiore Kuhn Heinz, che dormiva nella cabina di guida>. Nessuno ha rivendicato quell’attentato, nessuno ha indicato l’autore, nessuno ha saputo spiegare le motivazioni. Rimane il fatto condannabile in quanto diretto contro la popolazione civile, persone che erano attorno all’autocarro tedesco carico di bidoni di latte, distribuito gratuitamente. È una storia che merita di essere raccontata. Il fatto è avvenuto a Milano, ma poteva accadere in qualsiasi altra città del Centro-Nord.

Principalmente, dopo le sconfitte dell’Asse in Russia e in Africa del nord, i capi Alleati imposero l’ordine indicato come Moral Bomber, accompagnato da questo incitamento di Winston Churchill: <Mi sembra che il momento sia venuto: bombardare le città dell’Asse così da incrementare il terrore, in modo che altre ribellioni possano verificarsi (…)>. Di conseguenza gli aerei alleati, ormai padroni degli spazi aerei, possono sciamare indisturbati, mitragliando qualunque cosi si muova, perfino il singolo ciclista. L’afflusso di viveri dalla campagna si riduce quasi a zero e nelle città si muore letteralmente di fame. E, di conseguenza, la crisi colpisce soprattutto i bambini e, particolarmente i neonati; le loro madri hanno poco latte. Spinto da impulso personale, un anziano sottufficiale della Wehrmacht, quando può, si muove con un piccolo camion fa il giro delle campagne a procurare del latte e, tornato in città, parcheggia il mezzo sempre nella stessa località, a Viale Abruzzi, dove il sottufficiale tedesco provvede alla distribuzione del prezioso alimento. Alle nove una mano misteriosa depone sul sedile dell’automezzo una bomba.

Riportiamo quanto ha scritto lo storico Franco Bandini su Il Giornale del 1 settembre 1996: <Nell’esplosione e poche ore dopo muoiono sei bimbi, una donna che non sarà mai identificata e due giovani padri. Tra i 13 feriti gravi altri sei tra bambini, madri e padri, spireranno il giorno dopo, portando il bilancio finale a 15 morti, sette feriti gravi e qualche decina di leggeri. L’unico che se la cava è il sottufficiale tedesco, per cui la strage rimane “affare italiano”>. “Affare italiano”, ma non tutti sono d’accordo. Questo di Viale Abruzzi non è che uno dei tanti attentati e ciò rende il comando germanico furioso. Uno degli addetti al comando era il capitano Theodor Saevecke che ordina una rappresaglia nella misura di uno per uno. A questa si oppongono il cardinale Schuster e il prefetto Pietro Barini, che si dimette. Mussolini invia una protesta all’ambasciatore tedesco presso la Rsi, Rudolf Rahn, accompagnandola con queste parole: <(questi metodi) sono contrari ai sentimenti degli italiani e ne offendono la naturale mitezza>. Niente da fare! Theodor Saevecke pretende la rappresaglia e compilò lui stesso la lista, come testimoniato da Elena Morgante, impiegata nell’ufficio delle SS, cui fu ordinato di battere a macchina i nomi dei 15 ostaggi, imprigionati nelle carceri di Milano. Ecco i nomi: Gian Antonio Bravin (28 febbraio 1908), partigiano del varesotto e capo del III gruppo GAP (Gruppo Azione Partigiana); Giulio Casiraghi (17 ottobre 1899) incaricato ai rifornimenti di armi alle formazioni partigiane; Renzo del Riccio (11 settembre 1923) partigiano delle formazioni Matteotti operante nel comasco; Andrea Esposito (26 ottobre 1898) partigiano della 113° brigata Garibaldi; Domenico Fiorani (24 gennaio 1913) appartenente alle brigate Matteotti; Tullio Galimberti (31 agosto 1922) membro della 3° brigata d’assalto Garibaldi GAP; Emilio Mastrodomenico (30 novembre 1922) capo dei GAP; Angelo Poletti (20 giugno 1912) partigiano in Val d’Ossola, appartenente alla 45° brigata Matteotti; Salvatore Principato (29 aprile 1892) membro della 33° brigata Matteotti; Andrea Ragni (5 ottobre 1921) partigiano formazione Garibaldi, Eraldo Soncini (4 aprile 1901) appartenente alla 107° brigata Garibaldi; Libero Temolo (31 ottobre 1906 partigiano delle SAP: Vitale Vertemati (26 marzo 1918) partigiano della Garibaldi GAP; Umberto Fogagnolo (2 ottobre 1911) rappresentante del Partito d’Azione; Vittorio Gasparini (30 luglio 1913) incaricato della trasmissione radio messaggi clandestini. Come si vede dall’elenco, 13 erano partigiani riconosciuti e i due ultimi dell’elenco, anche se coinvolti nella Resistenza, non risultano partigiani. Così, il 10 agosto successivo i quindici ostaggi vennero fucilati dai militi della legione Ettore Muti, eseguendo l’ordine di Saevecke il quale, affidando la fucilazione ad una formazione italiana, intendeva rimarcare che era un affare italiano, ignorando le proteste di Mussolini, di Schuster e del prefetto italiano.

Ma la spirale della pazzia continua con l’ordine dato dal CLNAI alle formazioni partigiane di montagna di procedere, quale rappresaglia alla rappresaglia, alla fucilazione di 30 militi della Rsi e di 15 tedeschi prigionieri, appunto, dei partigiani.

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Tratto da: http://www.europadellaliberta.it/2011/09/23/milano-otto-agosto-1944-che-stragi-e-di-chi-la-colpa/

 

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