Da tempo, molti storici, sopratutto Ebrei, si sono accorti che la persecuzione degli Ebrei in Italia durante il Fascismo, “non ritorna” partendo dai numeri.

La narrativa antifascista in italia, purtroppo è andata a sovrapporsi con la Storia degli Ebrei.

Nei numeri su 53.000 ebrei residenti in Italia, vennero uccisi circa 6000 dai tedeschi, dopo ben 8 anni di “persecuzioni fasciste”, facendo dell’Italia rispetto agli altri paesi occupati o alleati della Germania la percentuale di ebrei sopravvissuta è molto maggiore.

In una Italia ( 1943-1945) dove i tedeschi ammazzavano impuniti allegramente gli Italiani.

A questa cifra occorre aggiungere un numero imprecisato di ebrei stranieri rifugiatosi in Italia dal marzo 1939, che grazie all’opera della storica Anna Pizzuti è stata ricostruita, almeno in parte.

http://www.annapizzuti.it/

Fino alla caduta di Mussolini, gli ebrei di tutta Europa sconvolta dalla guerra, premevano ai confini dell’Italia, che li accoglieva

Leggendo i documenti, per i tedeschi la persecuzione fascista nei confronti degli ebrei, era un impedimento di svolgere il loro triste lavoro.

A onore del vero se ne accorse i padri fondatori della Stato di Israele, che non disegnarono alla sua fondazione di arruolare gli specialisti dell X MAS di Borghese per costituire la specialità degli Incursori nella Marina Israeliana.

La prima storica che se ne accorse “ufficialmente” fu Hannah Arendt.

La scrittrice ebrea Hannah Arendt,  si chiese  perché i nazisti, che avevano deciso di applicare la “soluzione finale” anche all’Italia, iniziando da Roma, non sterminarono tutti gli ebrei romani. La comunità ebraica contava poco più di 8000 individui. Ne morirono circa 1000. E gli altri? L’autrice stessa risponde alla domanda con le interviste fatte ai testimoni dell’avvenimento. Emerge dunque che i funzionari fascisti dettero una larga mano a nascondere gli ebrei .

Ovviamente potremo citare Renzo De Felice con la “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo” pubblicato dalla Einaudi nel 1961.

A riguardo della pubblicazione, lo storico Paolo Simoncelli ha così delineato le innovazioni metodologiche e le tesi proposte dal De Felice:

«[Il De Felice] si richiamava al “metodo” della ricerca documentaria anche a proposito di un campo di studi relativamente nuovo e ancora particolarmente scottante come quello del fascismo, su cui il giudizio di condanna morale e politica concorreva a impedire una ricostruzione analitica del fenomeno. De Felice intese “far parlare i documenti” e dare un primo spaccato della società italiana sotto il fascismo, fornendo alcuni “dati di fatto” (che qui espongo schematicamente seguendo l’efficace sintesi concettuale del Simoncelli): le comunità ebraiche manifestarono fenomeni di consenso al regime; il razzismo fascista fu diverso da quello nazista in quanto “spiritualistico” e non “biologico” come quello hitleriano; il Italia il razzismo non fu un fenomeno radicato e, anzi, la legislazione razziale fu applicata blandamente (all’insegna del “discriminare non perseguitare”); l’assenza di tendenze antisemite nel fascismo e in Mussolini, unico responsabile della successiva politica razziale; le truppe italiane all’estero fornirono in più casi protezione agli ebrei perseguitati dalle autorità tedesche.»
(prof. Emanuele Rossi, Review di P.Simoncelli, “Renzo De Felice. La formazione intellettuale”)

Ma cominciare questa lettura “revisionista” citando Renzo De Felice, ci sembrava scontato, troppo fascista lo storico De Felice.

The path of the righteous : gentile rescuers of Jews during the Holocaust di  Mordecai Paldiel 1993

Il dott. Mordecai Paldiel, ex direttore dell’Istituto dei Giusti di Yad Vashem, insegna Storia della Shoah al Stern College e Storia del XX secolo al Touro College. Il dottor Paldiel, una delle principali autorità in soccorso durante l’Olocausto, infatti sono statii gli storici ebrei a scoprire quei funzionari Fascisti come Perlasca, o Giovanni Palatucci.

Riportiamo un suo brano,tratto dal libro suindicato.

“Ormai il lettore ha familiarità con il rifiuto dell’Italia fascista. nonostante la sua alleanza con la Germania nazista. dare una mano nella distruzione del popolo ebraico. Potrebbe quindi essere portato a concludere che non esisteva alcuna forma di persecuzione antiebraica sulla terraferma italiana e rimanere sorpreso di apprendere che l’Italia ha avviato la legislazione antisemita nel 1938, prima dell’inizio della guerra. un atto che ha preannunciato il riavvicinamento del paese con la Germania nazista. Eppure, nonostante questo minaccioso augurio per gli ebrei italiani, la più alta gerarchia militare e diplomatica si è impegnata strenuamente per difendere i diritti degli ebrei nei paesi e territori occupati in Italia. Assistiamo al paradosso del vertice della gerarchia italiana che si contende quasi furiosamente i diritti civili degli ebrei che fanno pretese discutibili sulla nazionalità italiana, mentre allo stesso tempo privano del diritto di voto i suoi ebrei continentali secolari. Ad ogni modo. Italia fascista. un fedele alleato della Germania nazista. rimase ostinatamente contrario alla Soluzione finale della questione ebraica nella forma che prese sotto gli auspici nazisti. Misure discriminatorie, sì; trattamento disumano, figuriamoci omicidi di massa. certamente no.
Mussolini, un maestro opportunista quando si trattava di sostenere il suo impero vacillante. vacillò sulla questione di come trattare gli ebrei. preferendo che i suoi generali e amministratori agissero in un modo che gli piacesse di più. Ciò ha portato a una forma di antisemitismo ufficiale in Italia che. nel contesto di altri paesi dominati dai nazisti. ne fece (e i territori italiani conquistati) un paradiso, un vero paradiso, per migliaia di ebrei in fuga.
Fino al 1938, il governo fascista non fece nulla per mettere a repentaglio l’uguaglianza sociale e legale di cui godevano i 47.000 ebrei del paese. Molti ebrei occuparono posizioni importanti nella gerarchia fascista. sebbene il movimento non fosse molto popolare tra i ranghi e la  popolazione ebraica assimilata. Ma l’allineamento dell’Italia con la Germania nazista dopo la campagna etiope (1936-39) costrinse la leadership fascista a compiere almeno un passo da gigante nella direzione dell’antisemitismo ufficiale. La legislazione del novembre 1938 impose forti restrizioni civili ed economiche agli ebrei in tutte le sfere dell’attività pubblica. riducendoli a cittadini di seconda classe (e anche inferiori). Più dolorosa fu la disposizione che spogliava la cittadinanza italiana da tutti gli ebrei naturalizzati dopo il 1 ° gennaio 1919. che d’ora in poi sarebbero stati considerati rifugiati.
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio del 1940. Ebrei stranieri furono arrestati e confinati in varie prigioni e campi di internamento o costretti a risiedere in determinate località. Ma anche qui prevalse la speciale via italiana. La sensibilità delle persone colpite da queste restrizioni è stata generalmente presa in considerazione e sono stati utilizzati metodi più umani per alleggerire l’onere delle vittime di tali misure. Al campo di Ferramontl. per esempio, uno dei quindici campi di questo tipo. i prigionieri potevano organizzare un asilo nido. biblioteca, scuola, teatro. e sinagoga. Hanno tenuto concerti ed eventi sportivi. Stabilirono bagni, studi medici e persino una farmacia. Altro che focolai antisemitici localizzati. non vi furono ulteriori violazioni dei diritti dei 35.000 ebrei (ormai 12.000 ebrei emigrati altrove) durante l’intero periodo fino all’occupazione del paese da parte della Germania. in seguito alla capitolazione dell’Italia agli Alleati l’8 settembre 1943. Fino ad allora, nessun singolo ebreo fu rilasciato ai nazisti per essere espulso. nemmeno nessuno dei rifugiati tedeschi sul suolo italiano. Al contrario, mentre a migliaia fu permesso di lasciare liberamente il paese, altri ebrei stranieri in cerca di rifugio in Italia presero il loro posto (come i 100 bambini, portati dalla Jugoslavia nel villaggio di Nonantola. Vicino a Modena). nonostante le prevalenti restrizioni antiebraiche. Ciò contrasta nettamente con il comportamento di Vichy France. che iniziò a consegnare ebrei stranieri ai nazisti anche prima dell’occupazione di quella parte del paese nel novembre 1942.
Nei territori occupati – Dalmazia e altre regioni della Croazia. Grecia. e otto dipartimenti nella Francia sud-orientale: l’esercito italiano e il corpo diplomatico adottarono misure eccezionali. e ricorse a ogni schema e sotterfugio immaginabile. resistere alle ripetute richieste tedesche di espulsione degli ebrei. Le istruzioni di Roma furono ignorate o rese inefficaci, con il fastidio di alti funzionari tedeschi.
Tutto questo cambiò drasticamente con l’occupazione dell’Italia (più precisamente. Quelle parti di Roma nord non ancora liberate) dai tedeschi nel settembre 1943. L’Olocausto fu messo in moto da un’orda di burocrati tedeschi. aiutato dalla collaborazione di funzionari fascisti del nuovo regime filo-nazista (popolarmente noto come Repubblica Salò) guidato da Mussolini, ora solo un fantoccio tedesco con poco potere proprio.
Un mese dopo, i tedeschi colpirono a Roma. L’obiettivo erano gli 8.000 ebrei della città. In un * azione che dura due giorni. a partire dal 15 ottobre circa 1.200 ebrei furono reticolati: la maggior parte……………….” 

 

Italia 1938- 8 Settembre 1943

Gli ebrei presenti in italia appartenevano a due insiemi

  • Ebrei Italiani
  • Ebrei Stranieri

I primi sottostavano alle leggi razziali, ma escluse dall’internamento, i secondi al R.D. 8 luglio 1938 XVI n° 1415 inerente all’internamento civile degli stranieri in caso di guerra.

La storiografia ufficiale difficilmente riporta di una grave crisi umanitaria che colpi l’Italia durante la guerra, moltitudini di stranieri che fuggivano dalla guerra e dalla persecuzione  tedesca, si ammassarono ai confini dell’Italia, cercando rifugio e protezione sotto Mussolini. Non in senso letterario, ma in senso epistolare, a migliaia scrissero al nostro Ministero dell’Interno per essere internati in Italia.

Migliaia furono Ebrei e stranieri accolti, e dotati di una diaria giornaliera di 8 lire in una  Italia alle prese con la guerra, in crisi con l’emergenza “abitativa”, avevamo pochi campi di internamento.

Infatti il Ministero dell’Interno veniva inondato di lettere della Croce Rossa dove “gli internati si lamentano per la scarsità e la mancanza di varietà del cibo, il vestiario insufficiente e lo spazio a disposizione troppo ristretto per la passeggiata”.

Nel contempo ci scrivevano anche i tedeschi chiedendoci di chiudere le frontiere e di recuperare gli ebrei fuggiti in Italia.

Solo nel 1942 Mussolini e il Ministero dell’Interno diedero il “nulla osta” alle richieste tedesche, comunicandolo alla Prefetture di eseguire. Ma siccome, per le caratteristiche dell’ordinamento dello Stato Fascista risedeva nei Prefetti l’ultima parola, i Prefetti inondarono il Ministero  di carte, sta di fatto che nessuno fu consegnato ai tedeschi, e i flussi verso continuarono, sottotraccia.

Non esistono rapporti dell’OVRA, su Prefetti negligenti. Filologicamente ci induce a pensare che esistevano delle veline non scritte indirizzate ai Prefetti di non eseguire gli ordini ministeriali

Un atteggiamento beffardo del regime fascista nei confronti con il tedesco, notato anche dagli storici Ebrei.

Italia 8 Settembre 1943- 1945

Scrive Liliana Picciotto Fargion nel “Libro della Memoria”

«Gli ebrei arrestati e deportati nel nostro Paese furono 6.807; gli arrestati e morti in Italia 322; gli arrestati e scampati in Italia 451. Tolti quelli morti in Italia, gli uccisi nella Shoah sono 5.791, …; di 950 persone mancano notizie attendibili per difficoltà di classificazione.»

Nell’Italia settentrionale (controllata dai nazifascisti) erano presenti circa 43.000 ebrei: quelli deportati tra il 1943 e il 1945 saranno circa 7.500, di cui ne sopravviveranno solo 610. Ai morti deportati vanno poi aggiunti gli ebrei uccisi sul territorio nazionale, stimati tra i 200 e i 400. Altre centinaia troveranno rifugio in Svizzera e nel sud Italia. Rispetto agli altri paesi occupati o alleati della Germania la percentuale di ebrei sopravvissuta è molto maggiore (più dell’80%), probabilmente a causa del fatto che in Italia sia le leggi razziali prima, sia la persecuzione da parte dei nazisti dopo, ebbero inizio con diversi anni di ritardo

Per tutto il primo periodo bellico il regime fascista e l’esercito italiano si attennero alle politiche discriminatorie messe in atto con le leggi razziali, le quali non contemplavano lo sterminio fisico degli ebrei sotto giurisdizione italiana o la loro consegna all’alleato tedesco, favorendo piuttosto soluzioni alternative quali l’emigrazione in paesi neutrali.

La posizione assunta dall’Italia di Mussolini rafforzò le politiche di quei paesi (Danimarca, Finlandia, Bulgaria e l’Ungheria di Miklós Horthy) che pur alleati della Germania si opposero per quanto poterono alle operazioni di sterminio dei propri ebrei.

In alcuni casi gli italiani non si curarono anche dall’interferire con i piani dei loro alleati. Nel 1942 il comandante militare italiano in Croazia si rifiutò di consegnare gli ebrei della sua zona ai nazisti. A Salonicco il console italiano Guelfo Zamboni si adoperò a salvare circa 350 ebrei italiani (o di discendenza italiana) dalla deportazione.

Nel gennaio del 1943 gli italiani rifiutarono di collaborare con i nazisti nel rastrellare gli ebrei che vivevano nella zona occupata della Francia sotto il loro controllo, e nel marzo impedirono ai nazisti di deportare gli ebrei dalla loro zona.

Il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop presentò un esposto a Benito Mussolini protestando che “i circoli militari italiani … mancano di una corretta comprensione della questione ebraica”.

Mordechai Paldiel, Diplomat Heroes of the Holocaust, Jersey City: KTAV, 2007.

Sul sito www.storiaxxisecolo.it legato all’ANPI nel 2012-2013 si sviluppo un dibattito sulla responsabilità di Mussolini nell’Olocausto.

Due autori ribaltarono le ovvie tesi iniziali documentando il tutto.

Qualcosa del genere è successo a Michele Sarfatti storico dell’olocausto in Italia.

Nel nostro stile ripeteremo articoli testimonianze, documenti a disposizione per gli eventuali cacciatori di bufale, neo-inquisitori che nel delirio di detentori di verità mettono al rogo spesso verità scomode.

LETTURE

L’Italia ebbe le leggi razziali. Ma non fu mai antisemita

di Marcello Veneziani

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/litalia-ebbe-leggi-razziali-non-fu-mai-antisemita-986180.html

Hannah Arendt e Gideon Hausner, procuratore generale al processo contro Eichmann, elogiarono il comportamento del nostro Paese. Che in pratica ignorò il diktat nazista

Oggi è il Giorno della Memoria anche se da dieci giorni se ne parla ampiamente sui giornali e in tv. Non ha torto Elena Loewenthal, studiosa di cultura ebraica, a scrivere un libretto Contro il giorno della memoria e a proporre un intenso silenzio più che una così retorica esibizione a settant’anni dalla Shoah. Per la ricorrenza sarà proiettato oggi e domani in alcune città il film di Margarethe von Trotta dedicato ad Hannah Arendt, la principale studiosa ebrea del nazismo e dei regimi totalitari, sfuggita alle persecuzioni naziste.

Il film trae spunto dal celebre testo della Arendt, La banalità del male (edito da Feltrinelli), nato dai suoi reportage per il processo al nazista Adolf Eichmann, cinquant’anni fa in Israele. La banalità del male è importante anche per le pagine dedicate agli italiani in relazione alle deportazioni.

Scrive la Arendt: «L’Italia era uno dei pochi paesi d’Europa dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare». Infatti, aggiunge, «l’assimilazione degli ebrei in Italia era una realtà». La condotta italiana «fu il prodotto della generale spontanea umanità di un popolo di antica civiltà».

Un popolo che dai tempi dei Romani conviveva con gli ebrei, e continuò a conviverci, con alti e bassi, anche all’ombra della Chiesa cattolica e del Papa re pur nella considerazione degli ebrei come popolo deicida. «La grande maggioranza degli ebrei italiani – scrive la Arendt – furono esentati dalle leggi razziali», concepite da Mussolini «cedendo alle pressioni tedesche».

Perché gran parte degli ebrei erano iscritti al Partito fascista o erano stati combattenti, nota la Arendt, e i pochi ebrei veramente antifascisti non erano più in Italia. Persino il più razzista dei gerarchi, Roberto Farinacci, «aveva un segretario ebreo». Si potrebbe ricordare il concordato del 1931 tra lo Stato fascista e la comunità israelitica italiana, accolto con soddisfazione dagli ebrei.

A guerra intrapresa «gli italiani col pretesto di salvaguardare la propria sovranità si rifiutarono di abbandonare questo settore della loro popolazione ebraica; li internarono invece in campi, lasciandoli vivere tranquillamente finché i tedeschi non invasero il paese». E quando i tedeschi arrivarono a Roma per rastrellare gli ottomila ebrei presenti «non potevano fare affidamento sulla polizia italiana. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire». Alcuni con l’aiuto del Vaticano. Le stesse tesi aveva espresso al processo Eichmann il procuratore generale Gideon Hausner, il quale definì l’Italia «la nazione più cara a Israele».

I nazisti, aggiunge la Arendt, «sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in comune con il comunismo di tipo staliniano che col fascismo italiano e Mussolini, dal canto suo, non aveva molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler». L’Italia fascista, secondo la studiosa ebrea, adottò nei confronti dei rastrellamenti un sistematico «boicottaggio».

Nota la Arendt: «il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti, quello di Pétain in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di Antonescu in Romania, quello di Franco in Spagna. Finché l’Italia seguitava a non massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto… Il sabotaggio era tanto più irritante in quanto era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda».

Insomma il caso di Giorgio Perlasca, il fascista che salvò cinquemila ebrei, non fu isolato.

Quando il fascismo, allo stremo della sua sovranità, cedette alle pressioni tedesche, creò un commissariato per gli affari ebraici, che arrestò 22 mila ebrei, ma in gran parte consentì loro di salvarsi dai nazisti, come scrive la studiosa ebrea.

Nota la Arendt, perfino eccedendo, che «un migliaio di ebrei delle classi più povere vivevano ora nei migliori alberghi dell’Isère e della Savoia». Insomma «gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di tutti quelli che vivevano allora in Italia».

Si può dire che morirono più italiani nelle foibe comuniste che ebrei italiani nei campi di sterminio? Odiosa contabilità, ma per amore di verità va detto. Certo, la Shoah nel suo complesso è una catastrofe imparagonabile. Anche per gli storici israeliti Leon Poliakov e George Mosse l’Italia boicottò le deportazioni naziste e protesse gli ebrei. Le origini culturali dell’antisemitismo per la Arendt sono riconducibili a leader, movimenti e ideologi di sinistra. Ne Le origini del totalitarismo ricorda che fino all’affaire Dreyfus in Francia, «le sinistre avevano mostrato chiaramente la loro antipatia per gli ebrei. Esse avevano seguito la tradizione dell’Illuminismo, considerando l’atteggiamento antiebraico come una parte integrante dell’anticlericalismo». In Germania, ricorda, i primi partiti antisemiti furono i liberali di sinistra, guidati da Schönerer e i socialcristiani di Lueger. Non si tratta di assolvere regimi né di cancellare o relativizzare le leggi razziali del ’38 che infami erano e infami restano. Né si tratta di salvare il fascismo dal nazismo e dal razzismo, ma di riconoscere la pietà e la dignità del popolo italiano, che in quella tragedia si comportò con più umanità. Magari in altri casi no, si pensi alla guerra civile, al triangolo rosso, alle stragi d’innocenti o di vaghi sospettati; ma nel Giorno della Memoria della Shoah, ricordiamoci che gli italiani furono meno bestie di tanti altri. Per una volta non denigriamoci. Quanto alla Arendt, fu dura per lei la sorte di apolide, straniera nella sua terra natia, la Germania, poi vista con diffidenza per la sua relazione giovanile con Heidegger, quindi detestata dalla sinistra per la sua critica al totalitarismo e al comunismo, e pure in aperto conflitto col mondo ebraico. Dopo aver letto La banalità del male lo studioso di mistica ebraica Gershom Scholem la accusò (il carteggio è riportato in fondo a Ebraismo e modernità, edito da Feltrinelli) di avversare il sionismo e di non amare gli ebrei. «Io non amo gli ebrei – rispose lei – sono semplicemente una di loro».

Una lezione di verità per tutti.

Tre vicende fotografano la questione ebraica nel regime fascista (ndr)

“Caro Duce, non dovremmo fare questo agli ebrei”
Non solo Perlasca: furono molti i fascisti, anche semplici cittadini

di AMEDEO OSTI GUERRAZZI

https://www.lastampa.it/cultura/2017/06/01/news/caro-duce-non-dovremmo-fare-questo-agli-ebrei-1.34604942

Il conte Vaselli, grande imprenditore romano che proprio sotto il fascismo aveva fatto una fortuna nel campo dell’edilizia ed era considerato uomo del regime: nonostante le sue convinzioni politiche non esitò a mettere a rischio la propria vita e quella della famiglia, oltre i suoi cospicui beni finanziari, per salvare dalla deportazione una cinquantina di famiglie che vivevano nel ghetto.

Avendo avuto la possibilità di costruire un grande condominio in via delle Zoccollette, nel pieno centro di Roma, riuscì a nascondere negli appartamenti quasi ultimati degli ebrei ricercati, dando loro non solo l’alloggio e la sicurezza, ma offrendo loro cibo e coperte. Per evitare improvvise perquisizioni aveva allestito con un amico carabiniere una specie di vigilanza che al primo avviso di pericolo avrebbe avvertito i rifugiati.

Purtroppo, il luogo troppo vicino al ghetto e addirittura al ministero di Giustizia non poteva certo passare inosservato quel via vai di persone nello stabile e così,  che con i tedeschi che  imperversavano a Roma, l’organizzazione venne smantellata e Vaselli arrestato e interrogato per il suo “reato”.

Fu solo grazie alla complicità delle autorità dell RSI  che il conte si salvò insieme anche ad alcuni ebrei.

È stata ritrovata recentemente, negli archivi di Stato, una lettera di un gruppo di fascisti di Alassio che in piena guerra, nonostante la presenza ingombrante dei tedeschi, non esitarono ad esporsi, a rischio di ritorsioni, a scrivere una lettera niente meno che al Duce per perorare la causa di una povera donna ebrea: “Una povera vecchia [ebrea] di 68 anni, senza figli, vedova e con disturbi al cuore, è stata arrestata dai Carabinieri Repubblicani di Alassio sin dal 7 dicembre 1943 e messa in carcere ad Albenga”. Dopo aver lungamente sottolineato le benemerenze fasciste della signora, la lettera si conclude con un accorato appello “Duce, non dovrebbe essere questo, non può succedere questo!”.

In un momento che i tedeschi davano la  caccia agli ebrei e a chi li proteggeva, italiani compresi, una lettera del genere parrebbe suicida, ma sembrerebbe che nell’ambiente fascista del tempo gli ebrei non erano visti come nemici, ma solo poveri cristi.

«Duce, non dovrebbe essere questo, non può succedere questo! È un brano di una lettera scritta da alcuni fascisti a Mussolini nell’autunno del 1943. È un appello disperato, è la richiesta perché una anziana ebrea sia liberata e salvata dalla deportazione verso i campi di sterminio. Può sembrare pazzesco, ma si tratta di un documento autentico, che racconta una storia poco conosciuta, quella dei fascisti che salvavano gli ebrei.

Nell’autunno del 1943 migliaia di ebrei italiani sono in fuga. Con la grande razzia romana del 16 ottobre 1943 (1022 deportati ad Auschwitz), la caccia ai nemici razziali del Terzo Reich è ufficialmente iniziata anche in Italia. Nei mesi successivi, la Repubblica Sociale di Mussolini darà la sua piena collaborazione alle razzie. Tutto semplice, apparentemente, per i tedeschi. Con le autorità di Salò che si sono assunte la gran parte del lavoro sporco degli arresti, i fascisti sembrano essersi perfettamente allineati alla politica di sterminio voluta da Hitler. Ogni fascista, ogni probo cittadino della Repubblica, quindi, dovrebbe partecipare alla «caccia all’ebreo», o almeno denunciare alle autorità questi nemici della Patria, soprattutto in un momento critico come quello della guerra.

Lo Schindler italiano

Ma la storia non è mai semplice e lineare. Non sono pochi i fascisti che, invece di denunciare gli ebrei, decidono che l’antisemitismo è una aberrazione, che la deportazione di intere famiglie verso i campi di sterminio è un crimine orrendo, che quei «nemici della Patria» devono essere aiutati. Sono fascisti, o almeno lo sono stati, ma questa storia è troppo orrenda per obbedire agli ordini del Duce.

Il caso di Giorgio Perlasca, l’italiano che nel 1944 si finse console spagnolo a Budapest e salvò migliaia di ebrei ungheresi dalla deportazione, è sicuramente il caso più noto di un «Giusto fra le nazioni» fascista. Un fascista, cioè, che mise da parte ogni convinzione ideologica e, rischiando di persona, decise di comportarsi come la sua coscienza di persona perbene gli imponeva. Il caso Perlasca, grazie soprattutto al libro di Enrico Deaglio La banalità del bene (Feltrinelli 1991), e alla successiva fiction televisiva, è diventato giustamente famoso all’inizio di questo secolo, ma non è stato il solo. Furono più di quanti non si pensi quei fascisti che, come Perlasca, decisero di mettere a repentaglio la propria libertà e la propria vita per salvare dalle razzie naziste gli ebrei in fuga.

Uno di questi è il conte Vaselli, un grande imprenditore edile romano che con il fascismo aveva fatto fortuna. Un uomo di fiducia per il regime. Sono passati solo pochi giorni dalla grande razzia del 16 ottobre, e migliaia di ebrei romani sono disperatamente alla ricerca di un rifugio. Alcuni lo trovano nei conventi, altri presso amici cattolici, ma molti non hanno questa fortuna. Soprattutto i maschi sono difficili da nascondere, specialmente quelli in età militare. Sono molto pochi coloro che se la sentono di dargli un rifugio.

Anche Vaselli potrebbe serenamente continuare a fare affari con i nazifascisti e ignorare i loro crimini, ma non lo fa. In via delle Zoccolette, nel pieno centro di Roma, la sua ditta sta costruendo un grande condominio. Vaselli si mette d’accordo con un ex ufficiale del carabinieri, il capitano Jurgens, per nascondere in quell’edificio ancora disabitato una cinquantina di ebrei. Vaselli ci mette lo stabile, cibo e coperte, mentre Jurgens ha il compito di organizzare la vigilanza, con alcune vedette che, ufficialmente, sono state assunte dall’impresa del conte come guardiani notturni.

Il conte se la cava

Tutta l’organizzazione viene smantellata dalla polizia italiana nel gennaio del 1944. Vaselli, interrogato in questura, è costretto ad ammettere di sapere della presenza di persone nel suo stabile, ma si difende dicendo di aver voluto ignorarli per motivi «umanitari». È una dichiarazione palesemente falsa, come testimoniato nel dopoguerra da una famiglia di ebrei che ha trovato rifugio nello stabile di via delle Zoccolette, ma necessaria per evitare di finire nelle galere naziste. Grazie anche alla evidente complicità dei poliziotti italiani, che fingono di credere alle scuse di Vaselli, il conte se la cava, e con lui anche alcuni dei «suoi» ebrei.

Un altro caso è quello di Vittorio Tredici, ex segretario federale del Pnf a Cagliari che, sempre a Roma, nasconde una famiglia ebrea per tutto il periodo dell’occupazione. Sottoposto al procedimento di epurazione, nel dopoguerra, Vittorio Tredici esibisce davanti ai giudici la testimonianza di Rodolfo Funaro, il quale testimonia che: «particolarmente durante una irruzione nella propria abitazione da parte delle SS tedesche fummo ricoverati presso l’abitazione del sig. Tredici, che in tal modo espose sé stesso e la propria famiglia al pericolo gravissimo delle rappresaglie dei militi che si trovavano nello stesso caseggiato». Vittorio Tredici, nel 1997, è stato insignito della medaglia di «Giusto fra le nazioni» dello Stato d’Israele.

Raffaele Paolucci, un ex deputato fascista, non ha avuto invece alcun riconoscimento, eppure anche lui si oppose alle deportazioni rischiando di persona. Era un chirurgo, e nella sua clinica privata, durante l’occupazione di Roma, mise in salvo decine di persone, tra le quali almeno cinque ebrei.

Oltre a questi casi, particolarmente clamorosi, dalle carte d’archivio spuntano ogni tanto documenti davvero singolari, come lettere di fascisti che chiedono a Mussolini di intercedere in favore di ebrei deportati. In una di queste, firmata da un gruppo di fascisti di Alassio, si legge: «Una povera vecchia [ebrea] di 68 anni, senza figli, vedova e con disturbi al cuore, è stata arrestata dai Carabinieri Repubblicani di Alassio sin dal 7 dicembre 1943 e messa in carcere ad Albenga». Dopo aver lungamente sottolineato le benemerenze fasciste della signora, la lettera conclude «Duce, non dovrebbe essere questo, non può succedere questo!».

Senso di giustizia

Ha dell’incredibile che nell’autunno del 1943, in piena occupazione tedesca, dei fascisti firmino una lettera di questo genere, così come sembra incredibile che tanti ebrei abbiano dovuto la loro salvezza a dei fascisti. Tuttavia, davanti a tanta sofferenza, all’enormità delle deportazioni degli ebrei dall’Italia, di cui moltissimi sapevano la fine, anche alcuni fascisti, per quanto ideologicamente convinti, trovarono il coraggio di opporsi. Un ventennio di dittatura, e anni di propaganda antisemita, non erano riusciti a cancellare il senso di giustizia di «uomini comuni», ma straordinariamente coraggiosi.

 

Le responsabilità di Mussolini in un documento del ’42

Redazione storiaxxisecolo.it

http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionefascismo.htm

Lo sconvolgente documento che pubblichiamo qui di seguito, ci è stato segnalato da un navigatore (Luigi Miragliuolo) ed è conservato nelle Carte di Gabinetto del Ministero degli Esteri Italiano e, in copia, presso il Centro Documentazione Ebraico di Milano. Come si può vedere nel formato pdf, reca in calce il nulla osta di Mussolini, il che dimostra come già nel ’42, quando l’Italia non era ancora occupata dai tedeschi, il duce abbia dato esplicito assenso all’eliminazione degli ebrei croati, pur sapendo perfettamente (come risulta dall’appunto) che sarebbero stati uccisi. E’ stato pubblicato nel lontano 1989 nella collana ufficiale dei Documenti Diplomatici Italiani (Serie Nona, vol. 9, doc. 52).

La complicità di Mussolini con Hitler nella politica delle deportazioni è confermata anche dai diari dell’ambasciatore Luca Pietromarchi, di recente pubblicati da Olschki.  «Bismarck si è rivolto al Ministero degli Esteri e ha preteso la consegna degli ebrei delle regioni sotto il nostro dominio in Croazia “per distruggerli”». Con queste parole di sgomento, l´ambasciatore Pietromarchi fissava nell´agosto 1942 la tremenda escalation antisemita
della politica tedesca e le manovre italiane per raffreddare il più
possibile le richieste naziste.

Come segnalatoci da un altro navigatore (il professor Matteo Luigi Napolitano) dall’esame delle altre carte  dei Documenti Diplomatici Italiani  emerge infatti che lo Stato Maggiore Generale (e in particolare il generale Roatta) espresse molti dubbi sull’opportunità di consegnare gli ebrei nella Croazia occupata dagli italiani. “In seguito a ciò – si legge in un appunto del Capo dell’Ufficio di Collegamento con la seconda armata, Castellani, datato 3 dicembre 1942 – il Duce ha disposto: 1) Che detti ebrei vengano mantenuti tutti in campi di concentramento; 2) che si proceda intanto, oltre che a determinare la pertinenza dei singoli internati, a raccogliere – in analogia alle richieste contenute nella soprarriferita proposta del Governo croato [di rinunciare alla consegna degli ebrei da parte italiana a condizione che costoro  vengano internati in Italia e rinuncino a tutti i  loro beni immobili in Croazia, n.d.r.] – le istanze  che gli interessati stessi volessero liberamente presentare per rinunciare alla cittadinanza croata e alla proprietà di ogni bene immobile posseduto in Croazia. In relazione a quanto precede, Supersloda [l’organo responsabile dei campi di concentramento controllati da italiani] ha impartito istruzioni ai comandi dipendenti interessati di organizzare i campi di concentramento per un soggiorno prolungato”.

Sulle interpretazioni storiche di questa documentazione, si è aperto un interessante dibattito tra i nostri visitatori che riteniamo utile riprodurre (per leggere clicca qui)

“Mussolini e il fascismo cercarono di aiutare gli ebrei”

di Stefano Fiorito

Egregi Signori, vorrei esprimere un’opinione riguardo l’argomento da voi trattato inerente la posizione che ebbe l’Italia e il fascismo nello sterminio degli ebrei. Anzitutto occorre chiarire se qui si sta facendo la storia o la politica. Ciò è importante perché se si sta facendo politica possono essere rimosse informazioni o fatti non graditi anche se basati su testimonianze effettive, reali. Non credo però che si debba tacere o “correggere” la realtà solo per questi fini. Fin qui siamo d’accordo. Quale realtà? Come si può dire quale realtà sia veramente “reale”’? A mio avviso quella che viene supportata da prove documentate e “indipendenti”. Nel senso di scevre da influenze politiche (quindi non quelle di certe parti politiche). Secondo le informazioni che ho in possesso, Mussolini e i fascisti hanno effettivamente frustrato l’impegno nazista nello sterminio. Piaccia o no. A sostegno di questa affermazione vi sono numerosi documenti che, per problemi di spazio, non posso illustrare in toto. Ho deciso di prenderne alcuni, a tacer d’altri, che rendano ben chiara la situazione. Ho pensato di ricollegarmi anche al dibattito svolto presso il vostro forum.

Non voglio soffermarmi sulle motivazioni che indussero Mussolini a prendere la decisione di introdurre una legislazione antisemita. E’ una analisi complessa che mi porterebbe a divagare. Basti dire che, le azioni intraprese da lui, dal suo entourage, dai fascisti, dall’esercito, si scontrano frontalmente con le teorie antisemite proclamate. Poiché di antisemita non hanno nulla. Questo fa venire, giustamente, seri dubbi sull’effettivo valore ideologico dell’evento. Ciò è importante ai fini dell’interpretazione storica del fascismo.

Per essere abbastanza chiaro, voglio evidenziare dei documenti che vanno dal 1938 (a campagna iniziata) fino al 1945. Ne ho, appunto, selezionati alcuni che, secondo me, chiariscono determinati punti focali.

Documento 1

Fonte: “ISRAEL” – 4 giugno 1970; S.Murano, Mussolini voleva una Terra promessa per gli ebrei; “La settimana Incom illustrata”

La validità di questo documento è sostenuta, tra gli altri, da 3 testi. Nel brano che mostrerò si evince l’intenzione di Mussolini di creare uno stato ebraico indipendente nelle zone della AOI abitate da minoranze ebraiche chiamate falascià. Nel Documento si legge che il Duca Amedeo di Savoia-Aosta, all’epoca Vicerè d’Etiopia, incarica il colonnello Adami di eseguire l’ordine di Mussolini secondo cui si doveva ricercare un luogo adatto per la nascita di uno stato ebraico. Questo intento era condiviso anche da governi stranieri, contattati da quello italiano.

Ecco il documento (seconda metà del 1938):

Il Duca d’Aosta, dopo avere annunciato che lo avrebbe incaricato di un lavoro molto interessante ed importante, passò a dargli con molta chiarezza, come era sua abitudine, le seguenti istruzioni: doveva trovare una zona idonea ad ospitare, in un primo tempo, una colonia di circa 1400 capifamiglia ebrei, suscettibile, in un secondo tempo, di ospitarne un numero doppio e successivamente sempre aumentabile.La zona doveva essere ottima dal punto di vista sanitario: niente malaria, niente mosca tzè-tzè, niente mandef, ecc; avere un clima moderato, risorse idriche abbondanti, terreno suscettibile di un ottimo sfruttamento agricolo-industriale, non essere sulle direttrici di traffico principali ed abitata da popolazioni pacifiche, prevalentemente pagane, dove esistessero il minor numero di chiese Copte e di Moschee, onde evitare dissidi di carattere religioso… Il Duca di Aosta dopo avere opportunamente illustrato questi concetti , aggiunse che l’indicazione di tale zona era stata richiesta da Mussolini, d’accordo col governo inglese, per ospitare le famiglie ebree che, con ritmo sempre crescente, venivano scacciate dalla Germania, Austria e Cecoslovacchia dal nazismo. Tale era il numero di ebrei costretti ad espatriare che il governo inglese ne era preoccupato perché prevedeva che sarebbe stato politicamente pericoloso consentire l’affluenza in massa in Palestina dove anche le condizioni di vita si sarebbero fatte difficili. Orientando invece una corrente migratoria nell’AOI, che avrebbe potuto offrire un territorio meraviglioso nei confronti di quello palestinese, si potrebbero forse evitare attriti con il mondo arabo e facilitato la vita materiale della colonia palestinese. Il Duca congedò cordialmente e sorridendo il capo ufficio topocartografico aggiungendo che aspettava da lui la scoperta di un vero piccolo ‘Paradiso terrestre’.

Questo intento promosso dal governo fascista, è confermato sia dalla Informazione diplomatica n° 14 che da due brani del Diario di Ciano:

30 agosto 1938

Il Duce mi comunica anche un suo progetto di fare della Migiurtinia una concessione per gli ebrei internazionali. Dice che il paese ha notevoli riserve naturali che gli ebrei potrebbero sfruttare

E ancora:

4 settembre 1938

(…) il duce non parla più della Migiurtinia, bensì dell’oltre-Giuba, che presenterebbe condizioni di vita e di lavoro migliori.

Facendo ben attenzione alle date, osserviamo che questi progetti vengono stilati in piena campagna antisemita. Il che è abbastanza anomalo. E’ anomalo che un antisemita pensi a uno stato ebraico che presenti “condizioni di vita e di lavoro migliori”, che si curi di inserire questo stato in un contesto pacifico per gli ebrei, che si preoccupi di donargli una terra libera da infezioni e malattie e da contrasti religiosi.

L’intendimento di Mussolini ad un certo momento si scontra con quelli internazionali. Prima timidamente d’accordo poi sempre più defilati.

L’ultima lettera di Mussolini, che auspicava una conferenza internazionale per risolvere il “problema ebraico”, era indirizzata agli americani e chiuse l’interessamento internazionale alla vicenda per vari motivi opportunistici. Ad esempio l’America non voleva schierarsi troppo a favore degli ebrei per non alienarsi le simpatie arabe e gli inglesi non volevano urtarsi con la Germania… (fonte: W. Laqueur, Il terribile segreto; M.Gilbert, Auschwiz and the allies; B. Wasserstein, Britain and the jews of Europe (1939-45)):

11 gennaio 1939

La questione ebraica esiste, in forme diverse, in quasi tutti gli stati d’Europa, e deve essere quindi considerata come una questione generale europea, per poterla risolvere su linee costruttive. A mio avviso, i soli Paesi che possono accogliere e organizzare una considerevole emigrazione ebraica sono quelli che dispongono nel loro territorio nazionale di grandi estensioni scarsamente popolate e di grandi risorse che possano essere adeguatamente sfruttate e messe in valore… Ma quello che io ho sempre considerato e considero come la soluzione più pratica è la creazione, in qualche parte del mondo, di un vero e proprio Stato ebraico. L’esperimento della Jewish Home in Palestina è fallito per condizioni storiche che erano assolutamente sfavorevoli alla creazione di uno Stato ebraico palestinese, ma l’idea di creare tale Stato non dovrebbe essere abbandonata. Anche se questo fosse territorialmente un piccolo Stato, gli ebrei avrebbero tuttavia in esso, come hanno tutti gli altri popoli, il loro centro e la loro base nazionale. Gli ebrei, divenuti cittadini di questo Stato, avrebbero così una nazionalità ed una posizione definita e, anche se stabiliti in altri Paesi, troverebbero da parte di questo Stato quella normale assistenza e quella tutela che hanno tutti gli stranieri. Solamente così il problema ebraico cesserebbe di essere in Europa il problema insolubile di una minoranza, la sola, che è priva di una nazionalità.

A questa lettera Mussolini non ebbe risposta e, via via, i governi internazionali lasciarono cadere la proposta. Nonostante questo, Mussolini non abbandonò il progetto, anche se i tempi di attuazione si allungarono e la defezione internazionale gli creò problemi.

E’ importante ricordare anche che la legislazione antisemita emanata dal governo italiano consentiva di rendere un ebreo non più tale…in presenza di particolari caratteristiche (benemerenze, ecc.). Questi casi sono stati citati per la loro dubbia moralità, per lo scambio di “arianizzazioni” con soldi, ecc. E’ però sintomatico che fossero previsti. Fatto strano per un antisemita dare la possibilità ad un ebreo di non essere considerato tale.

All’inizio della guerra la situazione degli ebrei europei peggiorò. Durante la non belligeranza italiana, Mussolini rimase in contatto con le associazioni ebraiche (che aveva contattato anche per il suo progetto dello stato indipendente) e favorì la fuga degli ebrei perseguitati dai tedeschi (fonte: Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo) in modo sotterraneo. Al momento del nostro intervento e della conquista di zone in Francia, Iugoslavia, Africa, ecc, i territori di nostra competenza furono un punto di riferimento per gli ebrei di ogni nazionalità.

La filosofa ebrea Hannah Arendt nel suo libro “La banalità del male”, illustra (pp. 182-6) il comportamento delle autorità militari e dei funzionari fascisti. L’autrice attesta che gli ebrei delle zone italiane hanno sempre avuto protezione e asilo e le pressioni dei tedeschi per la consegna nelle loro mani venivano rifiutate con abilità.

Tra gli altri, i modi in cui gli italiani negavano la consegna ai tedeschi degli ebrei, che essi richiedevano per ragioni di sicurezza interna all’Asse, erano i seguenti:

  1. Verificare l’appartenenza alla pertinenza italiana (in questo modo anche gli ebrei che non lo erano diventavano italiani grazie a fantomatiche parentele). Questi censimenti stupivano per la loro eccessiva durata;
  2. Verificare le condizioni d salute;
  3. Esporre problemi di logistica legati ai mezzi di trasporto, alla mancanza di strutture, ecc.
  4. Esecuzione di rastrellamenti volti a concentrare gli ebrei in mano italiana, facilitandone la fuga. Ecc;

Quest’ultimo punto è supportato da un resoconto di De Felice. In Croazia gli italiani si inventarono un rastrellamento di guerriglieri ma in realtà consentirono agli ebrei di levarsi dalle mani dei nazisti (fonte: Renzo De felice, op. cit., p. 405). Questo atteggiamento italiano era promosso da Mussolini (“Lo stesso Mussolini, è doveroso ricordarlo (…) favorì l’umano contegno delle nostre forze armate (…) anche a costo di affrontare aperte rampogne germaniche”. Fonte: C. Senise, Quando ero capo della polizia, pp. 102-3; R. Guariglia, Ricordi, p. 182) come poi mostrerò in un documento.

La questione Iugoslava

Fonte:  Renzo De felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, pp. 413-16;  Hannah Arendt, La banalità del male, pp.182-6

Nell’estate 1942 si arriva ad un punto critico delle relazioni italo-tedesche in materia antisemita.

La questione si arroventa per la richiesta esplicita, fatta dai tedeschi, di consegna degli ebrei (circa 3000) presenti nella zona di occupazione italiana della Iugoslavia.

Il 17 agosto i nazisti compiono un passo diplomatico esplicito tramite l’ambasciata a Roma per intimare la consegna degli ebrei. A questo punto i tedeschi si sentono raggirati e non vogliono scuse o rifiuti. Il comportamento dell’esercito italiano, dei funzionari della polizia fascista, delle autorità diplomatiche, ha inviperito i tedeschi. Il 24 agosto l’ambasciatore Von Mackensen fu informato che Mussolini dava il suo “nulla osta”. Non mi soffermo sulla inutile polemica di cosa significhi “nulla osta” nella prassi burocratica. I fatti hanno dato una interpretazione precisa.

Il comando supremo, in accordo con il ministero degli esteri, eseguì l’ordine richiedendo di avviare lo studio della situazione, incaricandone il comando della II armata. Quindi, quest’ultimo, emanò disposizioni affinché si procedesse a censire gli ebrei e ad accertare la loro nazionalità. Intanto Palazzo Chigi faceva approntare dai suoi consulenti giuridici la casistica in base alla quale doveva essere stabilita la “pertinenza” o no degli ebrei stessi ai territori italiani. E poiché coloro ai quali si sarebbe riconosciuta la “pertinenza” non sarebbero dovuti rientrare in quelli da consegnare, le sue maglie furono allargate al massimo, così da comprendere non solo i nati nelle zone annesse, ma anche quelli che vi risiedevano da lungo tempo, che avevano parenti fino al III grado o beni immobili e che avevano benemerenze verso l’Italia.

I tedeschi mangiarono la foglia. Lividi di rabbia fecero, con veemenza, due passi diplomatici il 3 e il 21 ottobre a Roma per tramite dell’Ambasciata. Il tutto per chiedere l’attuazione delle richieste del precedente 24 agosto. Ottennero soltanto il trasferimento degli ebrei “non pertinenti” in appositi campi di concentramento che gli italiani trasferirono nell’isola di Arbe per prevenire l’ipotesi di spostamenti di confini. In questo modo aggirarono l’invettiva tedesca secondo cui i semiti avrebbero potuto svolgere attività sovversiva e spionistica ai danni dell’Asse.

Non è finita qui. Il 9 dicembre Berlino torna alla carica chiedendo il trasferimento degli ebrei via mare. Guarda caso, la risposta non tarda a venire: impossibile trasportare gli ebrei per carenza di mezzi (sintomatico che durante questi mesi, i nazisti pressano anche per una “soffiata” secondo cui gli ebrei nelle zone italiane erano in condizione di poter fuggire).

A questo punto si giunge al febbraio 1943. Senza che gli italiani abbiano soddisfatto la richiesta dell’agosto dell’anno precedente. Giunge in missione presso Mussolini il ministro Ribbentrop.

Il comportamento del governo italiano irrita i tedeschi sempre di più e lo stesso Hitler scrive una lettera di fuoco a Mussolini (di cui è latore Ribbentrop) in cui afferma che bisogna fare “giustizia di tutti i filosemiti e traditori” (Renzo De felice, op. cit., p. 415). Per accertarsi che l’intimazione abbia un seguito, Hitler manda Ribbentrop da Mussolini che dopo uno snervante colloquio e aver rischiato l’incidente diplomatico, riconferma il suo “nulla osta” all’operazione. Ribbentrop riparte contento. Subito dopo però il duce convoca il gen. Robotti e gli chiarisce come doveva intendersi il suo “nulla osta” (vedi documento 2):

Documento N°2

(relazione col. V. Carlà, capo ufficio “I” del comando della II armata, trasmesso il 16 marzo 1945 allo SM dell’esercito – Ufficio Informazioni, in Archivio dell’Ufficio Storico dello SM dell’Esercito, Rac.185/6)

(…) io ho dovuto promettere la consegna, ma voi inventate tutte le scuse che volete per non consegnare neppure un ebreo. Dite che non abbiamo assolutamente alcun mezzo di trasporto per portarli a Trieste via mare visto che via terra non è possibile farlo.

Questo documento riconferma la tesi della posizione di Mussolini e della sua volontà di proteggere gli ebrei.

Un altro documento, il penultimo, rende chiaro che in data 20 luglio 1943 (incontro di Feltre) non sono state esaudite nessuna delle richieste tedesche:

Documento N°3

Fonte: United Restitution Organization, Dokumente uber methoden der judenverfolgung im Ausland, Francoforte –1959, pp.89-90

In occasione della visita del Reichsfuhrer delle SS al Duce, potrebbero essere trattati i seguenti argomenti:

  • Nella zona occupata dalle truppe italiane sino ad ora ebrei e sudditi di stati nemici si sono potuti muovere del tutto liberamente. Ci rientrano anche numerosi ebrei che sono emigrati dalla Germania o altrimenti che, resisi noti per il loro atteggiamento contrario all’Asse, di fronte all’avanzata tedesca si sono rifugiati nelle zone d’occupazione italiana. In seguito ad un intervento dell’ambasciatore Von Mackesen presso il Duce, fu da questo fatta sperare l’esecuzione immediata delle più rigorose misure di sicurezza, e precisamente per mezzo dell’Ispettore di Polizia Lo Spinoso, che avrebbe dovuto condurre l’operazione con i carabinieri che non dipendono dalle forze armate italiane. Poiché malgrado questa direttiva in un primo momento non accadde nulla, fu dato incarico all’ambasciata di Roma di trattare di nuovo, nel maggio, la questione. Bastianini dichiarò, dopo un colloquio telefonico con il nuovo ministro della polizia, che il Lo Spinoso aveva ottenuto l’invio di ulteriori forze di polizia che stavano per esser messe in viaggio. L’operazione sarebbe stata adesso eseguita in modo definitivo. Malgrado questa rinnovata promessa, fino ad ora non è accaduto nulla nella questione.
  • Da parte italiana vengono sollevate continue difficoltà per la consegna degli ebrei croati destinati al trasferimento verso l’oriente che si trovano nelle zone occupate dai soldati italiani. Le trattative tra le legazioni tedesca e italiana su questa questione non hanno ancora condotto a un risultato. E’ da augurarsi che la legazione italiana riceva severe disposizioni per la definizione del problema.
  • Da parte italiana è stata promessa l’esecuzione di determinati provvedimenti riguardo gli ebrei (deportazione, ecc) nella zona di occupazione italiana della Grecia. Ordini in questo senso sono anche pervenuti alle truppe, tuttavia non si è arrivati all’attuazione di alcun provvedimento perché, a loro dire, le truppe italiane sono ancora impegnate nella redazione delle liste degli ebrei che si trovano nella zona. Nel caso che il lavoro dovesse essere concluso, è da supporre che l’esecuzione dell’operazione sarà ancora tenuta in sospeso con la scusa che non c’è a disposizione spazio sulle navi per il trasporto degli ebrei. L’ambasciata di Roma è stata pregata di raccomandare agli italiani, in quanto la cosa appare là sostituibile, di raccogliere per lo meno senza indugio gli ebrei in campi di concentramento e di adoperarli come manodopera.
  • Gli italiani si adoperano con particolare impegno e con la motivazione di particolari benemerenze verso l’Italia o di altro titolo di ‘italianità’ in favore, finora, di circa 80 ebrei che non sono in possesso della cittadinanza italiana. Per particolari motivi politici gli uffici del Reichsfuhrer delle SS sono stati pregati di permettere in questi casi dubbi il trattamento degli ebrei come cittadini italiani, da sottoporre alle leggi italiane.
  • Mentre a proposito del caso precedente gli italiani si ostinano a dire che la nazionalità non ha alcuna importanza, invece chiedono con insistenza la liberazione di una certa signora Cozzi, un’ebrea orientale che ha contratto matrimonio con un generale italiano acquisendo così la cittadinanza.
  • Secondo una comunicazione all’ambasciata tedesca a Roma, il console onorario svedese a Trieste, Lekner, è ebreo puro e sposato con un ebrea pura, un certo console onorario portoghese Frankel è ebreo, il viceconsole onorario spagnolo Durando è sposato con un ebrea pura, il console onorario bulgaro Eliznakoff è sposato con una semi-ebrea, il console onorario giapponese Schnabel è per un quarto ebreo, il console onorario portoghese a Fiume Denes è ebreo.

Sebbene, dato l’atteggiamento italiano sulla questione ebraica, non ci sia da aspettarsi che gli italiani adottino misure per l’epurazione del corpo consolare dagli ebrei, sarebbe tuttavia egualmente gradito che fosse richiamata l’attenzione del Duce su queste questioni.”

In questo documento non solo si nota lo scontento tedesco per l’intralcio continuo alle deportazioni ma anche la prova documentata di come considerasse la Germania chi non attuava una politica antiebraica.

A riconferma del malcontento tedesco e del contegno italiano, il giorno dopo (21 luglio 1943), perviene un rapporto dell’ufficiale delle SS Roethke (fonte: L. Poliakov – J. Sibille, Gli ebrei sotto l’occupazione italiana, pp. 104-5):

L’atteggiamento italiano è ed è stato incomprensibile. Le autorità militari italiani e la polizia italiana proteggono gli ebrei con ogni mezzo che sia in loro potere. La zona di influenza italiana, particolarmente la Costa Azzurra, è diventata la terra promessa per gli ebrei residenti in Francia. Negli ultimi mesi vi è stato un esodo in massa di ebrei che dalla nostra zona di occupazione sono passati in quella italiana. La fuga degli ebrei è stata facilitata dall’esistenza di migliaia di vie traverse, dall’assistenza data loro dalla popolazione francese, dalla simpatia delle autorità, da carte d’identità false e anche dalla vastità dell’area che rende impossibile bloccare ermeticamente le zone d’influenza. A proposito dell’atteggiamento italiano sulla questione ebraica, sono già stati inviati circa 20 rapporti al RSHA. Sinora non vi è stato alcun accenno di mutamento nella condotta degli italiani. Questo problema crea grandi difficoltà nel mantenimento esteriore delle relazioni politiche italo – tedesche, perché i francesi e i rappresentanti diplomatici di altri paesi utilizzano abilmente la diversità di condotta verso gli ebrei, tenuta rispettivamente dall’Italia e dalla Germania. Gli italiani hanno fatto trasferire dalla Costa Azzurra alle stazioni climatiche del dipartimento dell’Isere e della Savoia circa 1000 ebrei bisognosi. Gli ebrei vi si trovano benissimo poiché non sono soggetti a nessuna restrizione, ma al contrario sono stati alloggiati nei migliori alberghi.

Né la situazione cambia durante la Repubblica Sociale Italiana. Le istituzioni dello stato fascista (che era stato riconosciuto come alleato della Germania, quindi uno stato sovrano, anche se i nazisti erano inclini a contrastare la sua autorità) continuarono nell’opera di protezione degli anni precedenti. O per lo meno ci provarono, nonostante le difficoltà che erano derivate dall’ 8 settembre e la conseguente reazione nazista con l’occupazione del suolo patrio. L’allora ministro degli interni, Buffarini, dette disposizioni affinché gli ebrei venissero concentrati nelle mani degli italiani, facilitandone la fuga come in passato. I provvedimenti antiebraici della RSI furono diretti soprattutto contro i beni degli ebrei, sia per eludere in parte le diffidenze tedesche, sia perché le casse statali abbisognavano di fondi. C’è un documento importante che mostra gli ordini di Buffarini di non consegnare gli ebrei ai tedeschi, secondo le leggi della RSI:

Documento N° 4.

Fonte : ACS, Min. Int., Dir. Gen. PS., Div. Aff. Gen. e ris. (1920 – 45), carteg. A 5 G, B. 63, fasc. 230, Ebrei, sequestro beni, Il capo della polizia ai capi delle province e ai questori, 10 dicembre 1943; ministero dell’interno, dir. Gen. Demografia e R., Div. AG I al capo della polizia, 27 gennaio 1944 e al gabinetto del ministro, 1 febbraio 1944

(…) in conformità al criterio enunciato, debbono essere date disposizioni adatte affinché gli ebrei permangano nei campi italiani. I passi presso le autorità germaniche devono farsi in questo senso“.

A questo punto, almeno fino al marzo 1944, si è potuto attuare questa politica. L’Ambasciatore della RSI, Filippo Anfuso, continuò il lavoro degli anni precedenti in favore degli ebrei di “nostra pertinenza”, suscitando il malcontento nazista. Si arriva però ad un punto di rottura. I tedeschi decidono di togliere, con la forza, dalle mani degli italiani gli ebrei. Anche se la costituzione della Repubblica Sociale fece rientrare il piano di “polonizzazione” dei territori italiani in mano ai tedeschi, fece rientrare il Marco di occupazione, fece ritirare la legge marziale di occupazione germanica, ci si trovava in una situazione di netto squilibrio di forza. Nonostante l’impegno del governo, che cercava di rialzare la testa davanti ad alleati e nemici. Impegno che, tutto sommato, in molti casi fu coronato da successo.

Nel marzo 1944, come dicevo, la situazione degli ebrei sul suolo patrio peggiora. In uno dei campi italiani, quello di Fossoli, i nazisti irrompono occupandolo. Si arriva quasi ad uno scontro tra italiani e tedeschi (cosa non nuova durante la RSI), evitato solo da interventi diplomatici da ambo le parti. I nazisti non hanno intenzione di cedere alle rimostranze italiane. Gli ebrei devono essere messi in condizione di non nuocere alla Germania e i nazisti considereranno un tradimento un qualsiasi intralcio.

A questo punto si ripropone un secondo 8 settembre per la RSI. Gli italiani non hanno la forza contrattuale necessaria per reagire. Non potendo più amministrare la questione, pensano di aiutare gli ebrei in modo sotterraneo. Autorità fasciste, polizia e governo. Ad esempio Buffarini dirama le notizie di provvedimenti contro gli ebrei 24 ore prima della loro diffusione ufficiale (fonte: Renzo De felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo). Le istituzioni fasciste favoriscono l’occultamento e la fuga degli ebrei.

Alcuni nomi:

Dott. Amedeo Strazzera-Perniciani (presidente commissione assistenza detenuti di Regina Coeli);

Dott. Angelo De Fiore (funzionario della questura di Milano)

Dott. Olindo Cellurale (commissario di PS)

Dott. Domenico Coggiola (medico militare).

Questi funzionari si impegnarono nella protezione degli ebrei, coadiuvati da Filippo Anfuso, che nel suo diario si rammaricava di non poter fare di più (R. De Felice, op. cit., pp. 473-74). A seguito dell’incidente di Fossoli e di una lettera (fonte: appendice, R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo) di accusa al governo di Mussolini spedita ad Hitler dal filonazista Preziosi, venne istituito un ispettorato della Razza che però ebbe come unico scopo quello di zittire i nazisti. Venne infatti messo alle dipendenze del governo che provvide, coadiuvato dal ministero degli interni, ad annullare la sua autorità e a respingere ogni sua azione (fonte: appendice, R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo).

Mi fermo qui, perché potrei andare avanti troppo a lungo.

Mi chiedo una cosa. Questi atti significano qualcosa? Schindler era un nazista che per coprire il salvataggio degli ebrei li concentrava in campi di lavoro forzato. Che differenza c’è, MORALMENTE, nei suoi atti e in questi atti?

Si pensa, giustamente, agli ebrei morti per mano nazista. Perché non si pensa anche a quelli SALVI PER MANO FASCISTA? Si preferisce tacere perché la politica vince su tutto? Questi fatti sono un’invenzione della propaganda fascista? E le testimonianze degli ebrei salvati? E quelle dei nazisti?

Che democrazia veramente alta sarebbe se si desse pane al pane e vino al vino. Perché un atto lodevole non è più tale perché compiuto da una entità che odora di fascismo…

Il Governo della Rsi intervenne per ostacolare la deportazione degli ebrei

di Stefano Fiorito

A qualcuno non è ben chiara un cosa semplice: non mi sembra di aver negato avvenimenti ma di averli riletti alla luce di documenti. Se poi questa rilettura conviene o meno, piace o no, è un altro conto. Il fatto che ci siano documentazioni tali da suscitare (a me per primo) dubbi fortissimi nella veridicità di certi assunti, ripetuti come una filastrocca ad ogni confutazione,mette di fronte a due opzioni: a) contestare tali fatti con eguale documentazione veritiera; b) affidarsi alla demagogia in senso inverso e toccare le corde ben intonate e curate del sentimento “democratico” e antifascista nel senso più ACRITICO E MONOLITICO del termine. Nel secondo caso si è sicuri della riuscita; colpo emotivo e commozione. Basta mettere insieme i termini ormai imparati anche dai mattoni: fascista-oppressore-nazista-olocausto. Con un’argomentazione che contenga almeno uno di questi termini si può star sicuri del risultato: l’ “educazione” alla Resistenza fa scattare in automatico il ricordo per chi è più grande, la risposta acritica per chi è più piccolo, della Santa Resistenza Incontestabile. Senza Macchia (o con “lacune” tutte spiegabili e senza responsabilità DIRETTE) e senza Paura. IMMACOLATA. Laddove invece potrebbe essere “sporca”, non è certo per colpa sua! NO. Lì intervengono quei demoni dei fascisti, sempre pronti a dire una parola di troppo, a mettere in discussione, a fare i dittatori “redivivi”. E attenzione: perché se c’è qualcuno che si fa venire dei dubbi, basta ripetere la filastrocca. Basta dargli del fascista (anche se odia il fascismo). Additiamolo e si convincerà per forza a rientrare nei ranghi. O altrimenti verrà condannato alla dannazione della memoria e relegato nella lista dei cattivi. Con buona pace del mito Resistenziale. Lo sfortunato se ne starà in un angoletto domandandosi, fra le altre cose: ma non erano loro a combattere contro la demagogia, il mito, l’intolleranza? E la risposta è semplice: quelli, i fascisti, erano cattivi! Te lo diciamo noi! Ti chiedi com’è possibile. Solo loro? E questi altri? E quelli che hanno vinto facendo la stessa cosa (ALLO STATO DEI FATTI) e peggio? Già, però la Resistenza aveva un motivo: distruggere, annientare i fascisti. Quindi? Era tutto “giusto”. E lo è ancora. Ecco che ti si presenta prepotente una domanda: oggi, se avesse vinto l’altra parte, staremmo quindi a dire che ha vinto il giusto? (testualmente ecco cosa scrive il Miragliuolo: “giustiziare i fascisti in una guerra dove non si facevano prigionieri non è un crimine“. Allora pure gli altri avevano ragione! E che lo stabiliamo noi che cos’è un crimine? Per loro giustiziare gente che usava il terrorismo e il “mordi e fuggi” per combattere non era un crimine! Per i nazisti poi giustiziare ebrei non era un crimine: per loro erano nemici! Abbiamo perso totalmente il rispetto per la vita innocenteMi viene in mente quanti tra quelli definiti “fascisti” non lo erano proprio o non avevano commesso nessun “crimine”Lo stesso metro di giudizio usato tra i nazisti quando compivano i loro omicidi. Il fatto rabbrividente è che la Resistenza – quella comunista – reagiva a questo modo di intendere… applicandolo con gli interessi!)

E’ bello poi vedere come i parallelismi di un “apostolo della Resistenza” non siano mai fuori luogo. Quelli miei invece fanno divagare. Quando tratto della Resistenza e del suo comportamento durante e dopo la guerra civile, della sua componente maggioritaria (comunista) e del suo atteggiamento ideologico antisemita, divago. Forse vaneggio: ma qui non si sta parlando di antisemitismo, Resistenza e fascismo? Ah, dimenticavo. Se ne sta parlando ma non è concesso di approfondire o estendere argomentazioni. O meglio è consentito solo previa richiesta e vaglio della stessa (roba da CENSURA)!

Visto che mi viene più volte ripetuto che “dico balle”, “fregnacce” e così via, cercherò, se ancora non basta, di riportare altri fatti e documenti. Qualcuno deve capire che non posso pubblicare un saggio di migliaia di pagine, quindi devo per forza di cose prendere dei documenti-esempio per ogni situazione trattata a tacer di decine e decine di altri.

Dividerò le argomentazioni in punti, in modo da essere più chiaro, facendo riferimento iniziale alle fonti.

PARTE PRIMA

(FONTI:

Relazione sull’opera svolta dal ministero degli Affari esteri per la tutela delle comunità ebraiche (1938-1943), Roma s. d.; L. POLIAKOV – J. SABILLE, Gli ebrei sotto l’occupazione italiana; A. CAVAGLION, Nella notte straniera. Gli ebrei di S. Martin Vésubie e il campo di Borgo S. Dalmazzo. 8 settembre – 21 novembre 1943, Cuneo 1981; R. DE FELICE, Un nuovo documento sulla condizione degli ebrei nella zona d’occupazione italiana in Francia durante la seconda guerra mondiale, in Israel – Saggi sull’Ebraismo italiano cit., pp. 179-84; J. SABILLE, Les juifs de Tunisine sous Vichy et l’occupation, Paris 1954; D. CARPI, The rescue of jews in the italian zone of occupied Croatia, in Rescue attempts during the holocaust proceedings of the second Yad Vashem international historical conference – Aprile 1974, Jerusalem 1977, pp. 465-525; ID., Notes on the history of the jews in Greece during the holocaust period. The attitude of the italians (1941-1943), in Festschrift in onor of dr. George S. Wise, Tel Aviv 1981, pp. 25-62; ID., Nuovi documenti per la storia dell’olocausto in Grecia. L’atteggiamento degli italiani (1940-1943), in “Michael”, VII, 1981, pp. 119-200; S. LOI, L’esercito italiano di fronte alle persecuzioni razziali, in “Revue internazionale d’histoire militaire, 1978, n. 39, pp. 276-87; R. POMMERIN, Le controversie di politica razziale nei rapporti dell’Asse Roma-Berlino (1938-1943), in “Storia contemporanea”, Ottobre 1979, pp- 925-40; M. MICHAELIS, Mussolini e la questione ebraica cit., pp. 29I-304; Gli ebrei e l’Italia durante la guerra 1940-45, a cura di N. Caracciolo, Roma 1986; R. DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo; Hannah Arendt, La banalità del male [storia e atti del processo Eichmann]; R. LAMB, La guerra in Italia [1943-45]; S.BERRTOLDI, Salò; S.BERTOLDI, Soldati a Salò.

Prima di andare alla disamina dei documenti bisogna fare una precisazione linguistica. Io affermo che i fascisti non sono stati messi al corrente dell’attuazione della “soluzione finale”. Questo è matematicamente vero. Cosa significa questo? Qualcuno è INFORMATO, MESSO AL CORRENTE, di una cosa quando una seconda persona fornisce appunto informazioni ufficiali (almeno fra tali persone), documenti, testimonianze e atti su questa stessa cosa.

I nazisti NON HANNO mai reso noto ai fascisti il loro progetto (e la ricerca della Arendt ci spiega che addirittura nelle file del nazismo i designati ad occuparsi di tale “faccenda” erano un gruppo ristretto) né tantomeno hanno fatto luce sui metodi e i modi di svolgimento dello stesso.

Questo è inconfutabile.

Ciò non significa che i fascisti cadessero dalle nuvole.

Essi hanno svolto indagini autonome riguardo il trattamento inflitto agli ebrei (anche perché non si capisce per quale motivo si sarebbero impegnati in certi atti se non avessero avuto l’idea che gli ebrei in mano ai tedeschi potevano andare, diretti, all’altro mondo). Tali indagini hanno portato a delle conclusioni. Si è ipotizzata, tra le altre, quella dell’omicidio di massa. Le menti più fine forse noteranno una differenza abissale quindi tra l’essere a conoscenza di un fatto poiché documentato (in vari modi), esserne informati dalla parte in causa, e ipotizzare questo stesso fatto alla luce di ricerche autonome.

Adesso andiamo a dare uno sguardo a documenti che certificano quello che ho affermato testé dando un’ulteriore conferma anche alla tesi della frustrazione dell’impegno nazista (in ogni momento) alla persecuzione antisemita da parte fascista.

Partiamo da una testimonianza di Aldo Vidussoni registrata nei documenti della Segreteria di Mussolini:

ACS, Fascicolo 242/R (Segreteria particolare del Duce)

(…)Un assoluto rigore è manifestato nei riguardi degli ebrei, severamente trattati e sottoposti a restrizioni di ogni genere, anche se non mancano quelli che lavorano.Mi è stato detto da italiani che vivono in quei territori e qualche volta anche dai tedeschi in vena di confidenze, che le fucilazioni sono all’ordine del giorno e anche per forti contingenti di individui di ogni età e sesso. A Minsk, al Teatro dell’Opera, abbiamo visto ammassata la roba di migliaia e migliaia di ebrei ammazzati e che sembra sarà distribuita alla popolazione. Si sfruttano, dicono, solo quelli che possono lavorare e fino al loro esaurimento materiale.

Quello che piú ha colpito gli italiani è il modo dell’uccisione, alla quale, del resto, sembra che le vittime siano rassegnate.

Intere città e villaggi hanno avuto ridotto anche di un terzo e della metà la popolazione, specialmente per l’eliminazione degli ebrei.

Come si nota, Vidussoni, parla per aver fatto delle indagini, per aver sentito dire, per aver visto. E non ipotizza la possibilità di un annientamento della stirpe ebraica. Siamo nel settembre 1942. La data è importante (dopo vedremo meglio perché) in quanto i fascisti sono stati incaricati segretamente dal ministero degli Esteri di tenere relazioni dettagliate e aggiornate riguardo l’antisemitismo nazista. Fino alla metà del 1942 (che in pratica segna l’inizio della “soluzione finale”) i fascisti incaricati delle indagini avevano più volte espresso il loro giudizio sulla base di eventi a cui in taluni casi avevano assistito personalmente o sulla scia di visite ufficiali. E’ sintomatico come essi dessero a taluni atti nazisti la connotazione di “eccessi inumani di razzismo”. In primis perché i nazisti non volevano (per una serie di motivi pratici) che si svelassero le loro intenzioni né ora né mai, poi perché tali avvenimenti si svolgevano in un contesto e con protagonisti particolari. Illuminante al riguardo è la relazione di Alberto Pirelli che ancora nel novembre 1942, al rientro da Bruxelles, parla di “eccessi inumani” (A. PIRELLI, Taccuini p. 365). C’è poi da dire che, nonostante Roma avesse un’idea dell’intenzione nazista, non si aveva prova né delle dimensioni, né dei metodi, né della portata della famigerata “soluzione finale”. Curioso infatti che spesso si faccia riferimento a fucilazioni e altri supplizi ma non ai metodi che conosciamo, migliori ai fini della distruzione delle vittime (forni, gas, ecc.). Adesso riproduco un documento INTERESSANTISSIMO, steso il 3 febbraio 1943, che riassume le indagini fino a quel momento intraprese sulla questione antisemita. Il firmatario è Alfieri e alla fine del resoconto c’è un riferimento ad un telegramma di VITALE IMPORTANZA che ribadisce un concetto da me già espresso.

[Rapporto segreto di D. Alfieri a G. Ciano]

 Segreto

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Berlino, lí 3 Febbraio I943

Signor Ministro,

nel momento in cui il problema ebraico in Germanía sembra essere ormai “risolto”, val la pena di riassumerne la storia recente dalla fine del I938 al 30 gennaio del 1943, decennale dell’avvento al potere del nazionalsocialismo.

Fu ai primi di novembre del 1938, dopo l’assassinio compiuto a Parigi da mano israelita del consigliere di legazione germanico von Rath, che le misure antiebraiche andarono assumendo aspetto di vera e propria persecuzione. Sino ad allora gli ebrei, pur se sottoposti alle severe leggi razziali di Norimberga e di conseguenza esclusi dai pubblici impieghi, dal giornalismo, dal teatro e dai posti direttivi del commercio e della finanza, potevano con qualche limitazione commerciare ed esercitare alcune professioni e godevano di relativa tranquillità. Sembrava quindi che, dopo cinque anni di governo, il nazionalsocialismo intendesse attenersi alle direttivi ripetute dal Fuhrer in piú discorsi e si limitasse a trattare gli ebrei come stranieri esclusi dai posti di comando in ogni settore della vita del paese. Gli episodi di “pogrom”, già verificatisi in Austria ed a Vienna in particolare nel marzo 1938, nei giorni dell'”Anschluss”, potevano ancora essere considerati eccezione non destinata a ripetersi. Lo stesso Gauleiter Burckel, noto come antisemita, enunciò a Vienna dopo l’annessione un programma relativamente moderato, contemplante accelerata emigrazione degli ebrei dalla Marca Orientale e permesso per i piú anziani fra essi di rimanere nella loro residenza continuando le occupazioni abituati. E Seyss-Inquart, inaugurando pure a Vienna nell’agosto 1938 l’esposizione di propaganda detta dell’ebreo errante, disse che non si intendeva per nulla di precipitare nella rovina materiale individui e famiglie ebrei.

Dopo l’assassinio di von Rath gli elementi piú estremisti del partito ebbero nell’intero Reich modo di realizzare una parte almeno delle minacce da tempo ripetute nelle colonne di alcuni loro giornali, come “Der Sturmer” di Streicher o “Das schwarze Korps ” di Himmler. La notte tra il 10 e l’11 novembre, con simultaneità ed organizzazione perfetta, in ogni grande o piccolo centro del Reich squadre poco numerose, composte per lo piú da giovani elementi dei partito, misero disciplinatamente a sacco i negozi “non ariani ” ed incendiarono sistematicamente le sinagoghe. Alle spontanee manifestazioni di popolo – ché questa fu la definizione allora datane da Goebbels; ma il popolo assisteva apatico e non pochi scuotevano il capo – seguirono misure governative, con il trasferimento in campi di concentramento di circa cinquantamila ebrei (le autorità di polizia ammisero allora di aver compiuto soltanto ventimila arresti), l’imposizione al gruppo ebraico di un’ammenda di un miliardo di marchi, da prelevarsi a mezzo di imposta straordinaria pari al venti per cento del patrimonio (la contribuzione fu poi portata al venticinque per cento essendosi rivelata insufficiente la quota primitiva), L’” arianizzazione ” di tutte le aziende, condotta in modo da non rimborsare che minimamente i proprietari, e A divieto di frequentare alberghi, locali pubblici, cinematografi, teatri e persino alcuni quartieri delle città.

Sembrava tuttavia che piú in là non si dovesse andare e nel dicembre dello stesso anno, a un solo mese di distanza, si parlò di un “piano Schacht ” per facilitare l’esodo degli ebrei dalla Germania e l’ex-direttore della Reichsbank si recò a Londra per condurre trattative al riguardo; mentre nel gennaio del 1939 l’americano Rublee, delegato del comitato di Evian per la soluzione della questione ebraica, venne a Berlino, fu ricevuto da Goering e in un colloquio con l’ambasciatore Attolico affermò soddisfatto di aver raggiunto un accordo di massima (n.d.a. Di nuovo ci si riferisce all’intenzione promossa da Mussolini di risolvere il “problema ebraico” e in un primo momento condivisa non solo dalle altre nazioni ma dagli ebrei stessi).

Si tirò cosí innanzi, in periodo di stasi, sino al principio della guerra, che segnò nuove misure discriminatrici a danno degli ebrei. Questi dovettero consegnare gli apparecchi radio e, se ricevettero le stesse tessere viveri degli ariani, non ebbero diritto alle tessere per l’abbigliamento ed a quelle qui in uso per l’assegnazione di pollame, selvaggina, pesce ed altre distribuzioni straordinarie. Fu inoltre loro concesso di entrare soltanto a tarda ora, in genere nel pomeriggio, nei negozi, quando ormai già erano esauriti i generi non tesserati come frutta e verdura.

Il Fuhrer annunciò che la prosecuzione della guerra avrebbe significato l’estirpazione e la distruzione totale della razza ebraica e nel novembre del 1939 furono decise le prime deportazioni di alcune migliaia di persone verso i territori dell’ex Polonia, in particolare nella regione di Lublino. Già esse non diedero piú notizie di sé. A questo primo esperimento seguirono altri mesi di sosta, evidentemente impiegati da Himmler e dai suoi uffici – il Reichsfuhrer ss era stato nel frattempo nominato commissario per il consolidamento del popolo germanico e si occupava del trapiantamento di milioni di tedeschi e di slavi – nel preparare organici piani per il trasferimento. Finalmente, il 17 ottobre 1940, cominciò ad essere sistematicamente attuato un piano che originalmente prevedeva l’evacuazione di 150 000 ebrei dal Protettorato di Boemia e Moravia, 65000 dalla Marca Orientale, 30 000 dalle nuove province annesse di Posen e della Prussia occidentale e 240 000 dal vecchio territorio del Reich. In tutto quindi circa mezzo milione di individui, da dirigersi verso Nisko sul San, località a sud-est di Lublino, e verso Lublino stessa e Varsavia, ove sperimentati ufficiali dei reggimenti della testa di morto delle ss (ss Totenkopf -Standarten), prelevati dai noti campi di concentramento di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen, pensarono alla organizzazione dei ghetti, provvedendo pure al concentramento ed alla sistemazione degli ebrei polacchi, calcolati a circa un milione e mezzo.

Vedi anche  L'Esercito italiano nei Balcani nella seconda guerra mondiale. Le menzogne anti-italiane

Circa le modalità si può ricordare che gli evacuati potevano portare con sé i capi di vestiario contenuti in una valigia ed in un sacco da montagna, nonché la somma di trecento marchi (di cui duecento subito prelevati per le spese di viaggio, e chi non li aveva veniva passato ai carri bestiame), che madri vennero separate dai figli e spose dai mariti, che i mobili e gli arredi e gli altri beni vennero sequestrati “per scopi sociali” – ma fu subito voce corrente che se ne appropriassero uomini del partito – che numerosi furono i suicidi e innumeri i decessi per l’esaurimento, le polmoniti ed il tifo causati da lunghi giorni trascorsi senza nutrimento, notti a dieci e piú gradi sotto zero passate all’aperto, mancanza d’igiene, medici e medicinali. Anche questa volta e cosí pure in seguito piú non giunse alcuna notizia degli evacuati.

Ancora una sosta seguí nei primi mesi del 1941 – e non si seppe bene per qual ragione – mentre il 15 settembre di quell’anno, data dell’istituzione dell’obbligo di portare la stella gialla per tutti gli ebrei, le deportazioni vennero intensificate e proseguite con metodo senza piú interruzioni, in parte anche verso Theresienstadt – la fortezza sita al confine tra Reich e Protettorato – e, ultimamente, verso le miniere di carbone dell’Alta Slesia. Dall’ottobre del 1942 gli ebrei non hanno inoltre piú avuto diritto a carne, salumi, uova, prodotti di farina di grano, latte, verdure, legumi e frutta, venendo compensati con l’assegnazione di mezzo chilo di rape la settimana. E se alla fine del 1942, secondo dati forniti da fonte attendibile, si calcolava che di ebrei in Germania ve ne fossero ancora 35 000, di cui 25 000 nella sola Berlino, (piú circa 30 000 altri, sposati con ariani, donne in maggioranza) ormai di “stelle gialle” quasi piú non se ne vedono, né a Berlino, né a Vienna, né a Francoforte, le tre città tedesche in cui piú numerose erano le comunità israelitiche (ancora nell’aprile 1940, secondo statistiche ufficiali, gli ebrei ammontavano a 91 000 a Vienna, 83 000 a Berlino,14000 a Francoforte ).

Non è facile il calcolo del numero degli ebrei cosí evacuati dal territorio germanico, soprattutto perché le statistiche tedesche, anche quella del censimento del maggio 1939, giudicano in base a confessioni religiose e non in base ad appartenenza razziale.

Secondo dati pubblicati nel 1938 dall’ufficio di politica razziale del partito nazionalsocialista (n.d.a. Si appoggia a dati pubblici)., gli ebrei al cento per cento – e cioè, secondo le leggi di Norimberga, con almeno tre nonni pure ebrei – erano 475 000 nel vecchio Reich, nel 1933. Poiché gli emigrati da allora al 1939, anno in cui praticamente cessò per essi la possibilità di varcare le frontiere, furono circa 150 000, si può calcolare che a fine ’39 ne rimanessero poco piú di 300 000, cui vanno aggiunti i 150 000 rimasti nell’ex-Austria e i 50 000 delle altre province annesse. Risultano quindi essere circa 500 000 gli “evacuati” dall’attuale territorio del Reich.

Sulla sorte ad essi riserbata, come su quella cui sono andati e vanno incontro gli ebrei polacchi, russi olandesi ed anche francesi, non possono nutrirsi molti dubbi(n.d.a. Questa frase rende chiaro che l’autore è arrivato ad una conclusione in base alle sue ricerche). Mentre queste autorità non hanno fatto e non fanno dubitare sugli scopi prefissi (e cosi Rosenberg, in un discorso tenuto alla fine dello scorso anno al congresso del fronte tedesco del lavoro, ha confermato la volontà di sterminare appieno la razza ebraica, qualificandone lo sterminio totale come azione umanitaria, perché tale da risanare i popoli europei) consta che i ghetti di Lublino e di Varsavia sarebbero andati rapidamente svuotandosi, sia per le epidemie e la fame, che per le esecuzioni. La fonte cui già ho accennato riferiva giorni fa che dei 600 000 ebrei riuniti nel solo ghetto di Varsavia, un quartiere ove prima abitavano meno di centomila persone, ne sarebbero rimasti soli 53 000.

Sulle esecuzioni in massa raccontano gli stessi ss: e persino una “Wochenschau”, un anno fa circa, conteneva riprese di ebrei russi buttati vivi nelle fiamme. Or non è molto un documentario analogo sarebbe stato proiettato nei locali di questo comando superiore dell’esercito: e persona che vi ha assistito ricordava con raccapriccio alcune scene riproducenti esecuzioni con la mitragliatrice di donne e bambini ignudi allineati sull’orlo della fossa comune. Tra i racconti circolanti sulla gamma dei supplizi mi limito a citare quello fatto ad un nuovo collaboratore da un ufficiale delle ss, che ha confidato di aver lanciato contro un muro, sfracellandoli, bambini di sei mesi, per dare l’esempio ai suoi uomini, stanchi e scossi da una esecuzione particolarmente raccapricciante per il numero dei giustiziati.

Per il fanatismo che caratterizza tale azione, non appare probabile che l’attuale estremo bisogno di manodopera della Germania possa influire sulla sorte degli ebrei tedeschi ancora in vita o su quella degli altri sopravvissuti, cittadini dei paesi occupati del Reich, come da parte delle Autorità germaniche, tanto del centro quanto della periferia, si sia cercato di assimilare ai tedeschi, nei provvedimenti di persecuzione, gli ebrei cittadini di paesi non occupati. Sono noti pure i numerosi interventi effettuati dalle Rappresentanze estere perché venissero osservate le distinzioni necessarie (n.d.a. Riferimento diretto all’Italia).

Con la decisione del R. Governo in risposta all’alternativa di deportazione o rimpatrio posta dal Governo germanico, comunicata con il telegramma odierno n. 150, Quest’ultimo problema – per quanto riguarda gli ebrei di cittadinanza italiana – è ormai avviato alla naturale sua soluzione.ALFIERI

Questo documento è lampante. Anzitutto dimostra inoppugnabilmente come il relatore fosse all’oscuro di tutto. Egli scrive: “nel momento in cui il problema ebraico in Germania sembra essere risolto“. Come è noto, il problema era di la dall’esser “risolto”. Sia in Germania che nei territori annessi. Si nota, inoltre, come PRIMA del 1942 i dati e le verifiche non facciano pensare ad una intenzione di sterminio sistematico degli ebrei, nonostante la propaganda antisemita li additi come rifiuti umani (si analizzano le ipotesi di “cacciata totale” degli ebrei, con varie testimonianze a riguardo). Interessante come tutta la relazione si riferisca ESCLUSIVAMENTE all’indagine autonoma, addirittura (per mancanza di altri dati) si basi su dati ufficiali del partito nazista (il relatore cita persino un discorso pubblico di Rosenberg per convalidare l’ipotesi dello sterminio). Dati alla portata di tutti, conosciuti a livello internazionale, quindi dubbi, sgonfiati. Si notano poi tutti gli estremi di un’indagine. Domande, confidenze estorte ad alcuni tedeschi, ricerche tra italiani, ecc..

Le ultime tre righe sono basilari e ribadiscono il concetto secondo cui i fascisti, IL GOVERNO (chi era capo del governo?), volevano proteggere gli ebrei e toglierli dalle mani dei nazisti, forti della fiducia che avrebbero voluto presso i tedeschi stessi (questa fiducia, però, andò man mano scomparendo poiché anche i tedeschi conducevano indagini…). Leggiamo questo inoppugnabile testo:

ACS, (Segreteria particolare del Duce)

RIFERIMENTO AL TELEGRAMMA N° 150

Con telegramma in data 3 febbraio 1943 il Ministero degli Esteri dava ordine a tutte le Rappresentanze diplomatiche e consolari interessateperché provvedessero ad informare ed a chiedere senza indugio ai connazionali ebrei se desideravano rimpatriare, avvertendoli del pericolo che li sovrastava e delle conseguenze che essi avrebbero dovuto subire, in caso di rifiuto, privi della nostra protezione. Tale disposizione era anche estesa agli ebrei ex jugoslavi originari dei territori annessi all’Italia ai quali dovevano essere rilasciati passaporti provvisori. Per quanto riguardava i beni immobili e mobili non trasferibili nel Regno nonché le Aziende commerciali, essi dovevano essere considerati quali beni appartenenti a cittadini italiani e pertanto i Regi Uffici, in attesa che venisse stipulata una apposita convenzione finanziaria, vennero incaricati di provvedere a nominare, d’accordo con gli interessati, dei procuratori di fiducia per la cura dei loro beni. Gli ebrei furono poi autorizzati a portare seco beni e valori senza limitazione se non quella della possibilità materiale di trasporto.

La data è IMPORTANTISSIMA. In concomitanza con i vari impegni per levare gli ebrei dalle mani dei nazisti!

Mi viene da sorridere quando il Miragliuolo dice che De Felice “ha passato la cancellina” sulle responsabilità di Mussolini nella “soluzione finale”! Peccato che il suddetto Storico sia stato il primo ad eseguire uno studio SCIENTIFICO sulla questione, che da questo studio siano partiti moltissimi studiosi internazionali e che egli abbia dedicato interi saggi sulla posizione di Mussolini, con tanto di documenti…forse era fascista pure lui (ANCHE SE E’ STATO UN COMUNISTA CONVINTO). Se tutto ciò non bastasse c’è la deposizione di Eichmann al suo processo: i nazisti avevano tutto l’interesse a occultare la vera entità del loro “lavoro” (Fonte: Hannah Arendt, La banalità del male).

Un’altra cosa mi fa sorridere. Qualcuno non ha capito che il mio accenno al fatto che gli anglo-americani hanno “deportato” gli ebrei in Palestina è ironico. Risponde alla provocazione del Miragliuolo che afferma: “L’idea di deportare, perché di questo si tratta, gli Ebrei europei in angoli sperduti dell’Africa (il Madagascar) e’ stata una delle idee propugnate da Eichmann nel suo processo a Gerusalemme. Quindi non c’e’ nessuna differenza tra l’idea di Mussolini e quella dei nazisti. Stesse idee in materia, segno che aveva sposato in pieno le idee naziste”. Leggendo questa enormità, mi è subito venuto in mente che se per il Miragliuolo l’intenzione del Governo fascista di dare uno Stato indipendente e Sovrano, Stato di Diritto, agli ebrei equivaleva all’idea nazista di deportazione di massa…allora anche dal 1948, per assurdità, siamo di fronte ad una deportazione di massa! Non è quello di Israele uno Stato di Diritto dato agli ebrei mondiali?

Nessuno poi nega che all’interno del fascismo ci fossero dei filoni che sposavano le teorie antisemite naziste, che questi potessero trovarsi nelle Unità dell’esercito della RSI, ecc. Il fatto determinante è il come ci si rapportava innanzi a questa situazione. E alla luce di certi fatti viene da pensare che i fascisti non avevano nessun interesse ad appoggiare certi atteggiamenti. Il loro comportamento, al contrario, era teso ad ostacolarli sia nella teoria che nella pratica.

Troppo spesso si pensa che indagare su certi fatti e fornire certe spiegazioni sia fare “giustificazionismo”. Con questo dogma ci si ferma subito! Niente ricerche! Se una cosa sta in un certo modo e non in un altro, perché non farla emergere? Perché non fare la Storia? Di analisi storica non ne facciamo più. Perché non mettere a disposizione di tutti OGNI testimonianza, ogni fatto, lasciando ad ognuno la libertà di giudicare, di farsi un’idea? Sarebbe bello dire: questi sono i fatti, a voi il giudizio! Invece qui si dice: sproloqui, giudizi e demagogia in abbondanza! I fatti sono una cornice.

“Di quale immacolatezza stiamo parlando”, dice Miragliuolo. Non si riesce a capire che qui non si sta difendendo l’immacolatezza di qualcuno. Si sta cercando di fare chiarezza. Come erano i fascisti, se erano carini, se avevano l’animo buono o cattivo, a me non interessa. Neanche alla Storia. Interessano, invece, i fatti che hanno prodotto. TUTTI. NON AMPUTATI.

Poi vengono usate sempre ad oc frasi forti, roboanti:

“(…) il ministro degli interni dell’epoca (buffarini guidi) prendeva soldi o
oro e ne faceva contrabbando, in cambio della protezione ad ebrei
facoltosi. Ma è un dettaglio.”
 Beh, non c’è che dire. Effetto sicuro. Che abietto questo Buffarini! E gli ordini che ha diramato? Alla luce di questo fraseggiare, passano in secondo piano. Anzi, saranno sicuramente inventati…(intanto iniziamo a produrre documenti probanti il ladrocinio di Buffarini)

Andiamo a rileggere il documento diramato nel ’44 dagli interni. Andiamo a verificare…

(fonte : ACS, Min. Int., Dir. Gen. PS., Div. Aff. Gen. e ris. (1920 – 45), carteg. A 5 G, B. 63, fasc. 230, Ebrei, sequestro beni, Il capo della polizia ai capi delle province e ai questori, 10 dicembre 1943; ministero dell’interno, dir. Gen. Demografia e R., Div. AG I al capo della polizia, 27 gennaio 1944 e al gabinetto del ministro, 1 febbraio 1944)

 “(…) in conformità al criterio enunciato, debbono essere date disposizioni adatte affinché gli ebrei permangano nei campi italiani. I passi presso le autorità germaniche devono farsi in questo senso“.

Beh, è chiaro! L’ordine di Buffarini era di salvare solo gli ebrei che pagavano! LAMPANTE. Forse sono cieco…ma questo ordine forse è esteso a TUTTI?

C’è un’altra precisazione da fare. Le polizie segrete (vedi Koch, ecc, tranne la Muti che non è una polizia segreta) erano nate con il benestare di Mussolini. Egli intendeva allestire un servizio segreto simile a quello presente nel Ventennio. Ma si scontrò con due problemi: a) la scoperta da parte dei nazisti di queste polizie, che passarono sotto la loro diretta dipendenza; b) l’impossibilità di continuare a usarle, anche quando stavano sotto la Gestapo, per avere canali informativi che si addentravano direttamente nelle plaghe naziste. Ecco perché il Duce non si oppose direttamente, all’inizio, alla loro gestione sotto i nazisti. Anche perché sapeva bene che i tedeschi erano inclini a disprezzare l’operato e perfino la presenza di italiani nelle loro azioni, poiché li reputavano incapaci. Questa situazione dovette però cambiare. Tutto ciò perché in molti casi i tedeschi usavano gli italiani per “lavori sporchi”, con l’intento di scaricarsi di responsabilità (sintomatico infatti come i nazisti, nei giorni della liberazione, si facessero forti anche di questo per aver garantita la loro ritirata. In molti casi hanno consegnato LORO i fascisti ai partigiani). Presa questa piega, l’opposizione del Governo a queste “polizie” si fece netta.

La dipendenza di TUTTE queste polizie dalla Gestapo è un fatto incontrovertibile. Ne parla Kappler (fonte: ACS – Italian Documents 050017, 096605-096661, 006972-006975, 078640 e seg) e lo ricorda Bertoldi nel suo libro sulle forze armate della RSI. Egli fa presente che queste polizie dovevano giurare fedeltà al Reich, come le SS-italiane, altra unità dell’Esercito germanico. Ecco il testo del giuramento:

“Davanti a Dio presto questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria contro i suoi nemici sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco e quale soldato valoroso sarò pronto in ogni momento a dare la vita per questo giuramento”.

La lotta contro questi sgherri dei nazisti venne portata avanti anche per altri motivi: non si volevano ulteriori intrusi nella RSI. E si partì nel settembre del 1944, ovvero QUANDO L’ESITO DELLA GUERRA ERA DI LA DALL’ESSERE CERTO! Ovvio poi che a rafforzare questi intendimenti occorsero altre concause, come le proteste di vari personaggi dell’epoca, ecc.

C’è poi da smentire un clamoroso falso storico. Koch non finì libero! Egli riuscì ad evadere solo a guerra finita, nei tumultuosi giorni della liberazione. Questo assunto lo confermano gli stessi partigiani della “venticinquesima ora” che lo hanno fucilato (fonte: ACS – Italian Documents…)!

C’è poi un altro fatto interessante che riguardava la condotta dei fascisti nelle azioni di guerra. In alcuni casi (fonte: S. Bertoldi, Salò), quando i fascisti o pseudotali si macchiavano di crimini, venivano fucilati! Questi avvenimenti non sono noti. Ovvio che in pochissimi casi queste azioni portavano il risultato voluto. A volte erano quasi ignorate dagli stessi fascisti. Ma quando avvenivano era per l’intervento diretto del Governo. E questo è un importante fatto (nella Resistenza ci sono episodi, anche sporadici, di questo tipo? Quando questi fatti avvengono è importante sapere come e perché, per stabilirne l’importanza).

La scrittrice Hannah Arendt, poi, si chiede perché i nazisti, che avevano deciso di applicare la “soluzione finale” anche all’Italia, iniziando da Roma, non sterminarono tutti gli ebrei romani. La comunità ebraica contava poco più di 8000 individui. Ne morirono circa 1000. E gli altri? L’autrice stessa risponde alla domanda con le interviste fatte ai testimoni dell’avvenimento. Emerge dunque che i funzionari fascisti dettero una larga mano a nascondere gli ebrei (questo non diminuisce l’orrore per la strage, ma è importante alla luce dell’interpretazione storica di un fatto).

Ora esaminiamo degli avvenimenti per vedere come il Governo della RSI intervenne per contrastare i nazisti sul suolo patrio e proteggere in qualche modo i civili. Quando io dico che tra fascisti e nazisti c’era in quell’epoca uno squilibrio di forze, mi riferisco ad un fatto inconfutabile. Ciò vuol dire che in certi casi non sarebbe stato possibile usare le maniere ancor più forti per il semplice motivo che si sarebbe totalmente persa la possibilità di esistere come fattore deterrente e di utilizzare altri metodi, fare altre prove. Altro che Mussolini non aveva poteri !!

Vediamo lo svolgersi, ad esempio, della situazione scatenata dallo scellerato (questo lo penso io) attentato di via Rasella. Partiamo dall’avvenuta esplosione. Muoiono 33 vecchi piantoni del battaglione “Bozen”. I superstiti cominciano a sparare all’impazzata per reazione. I fascisti, che si trovavano in quelle adiacenze per la commemorazione dell’anniversario dei Fasci (23 marzo), accorrono subito nel luogo dell’attentato. Guarda caso, proprio il deprecato Buffarini si piazza in mezzo ai soldati che sparano a mosca cieca e grida di calmarsi. Ci sono le testimonianze di DOLMANN (si dovrebbe leggere tutto di DOLMANN, non solo il pezzo che interessa, privo del corpo!), di Kappler e di quell’ubriacone di Maeltzer. Ad avvalorare la prima reazione dei fascisti, poi, ci sono le intercettazioni delle telefonate avvenute nell’immediato con l’ufficio del Duce:

(fonte: ACS – Fascicolo intercettazioni telefoniche ufficio informazioni tedesco. Trascrizione del nastro registrato [anno 1944 / 23-24 marzo])

BUFFARINI: “Duce, sono reduce dal luogo dell’attentato. E’ stato raccapricciante. C’era anche Maeltzer. Era furibondo e ubriaco come al solito.. Sulle prime voleva far saltare in aria un intero blocco di case. Sono riuscito a dissuaderlo con fatica. Poi ha fatto trascinare fuori dalle abitazioni alcuni civili e li ha malmenati urlando come un pazzo. Poco è mancato che li facesse fucilare”.

MUSSOLINI: “Avete saputo qualcosa circa la rappresaglia?”

BUFFARINI: “Niente di preciso ancora. Maeltzer ha detto però che sarà tremenda e immediata”.

MUSSOLINI: “Tenetemi informato”.

Iniziamo subito a vedere che interventi pubblici del Governo ce ne sono stati eccome. Ma non finisce qui. Il prefetto Temistocle Testa, dopo aver indagato, telefona a Mussolini:

TESTA: “Qui risulta la voce che per ogni tedesco morto devono essere giustiziati trenta italiani! Vogliono applicare la legge del taglione!”

MUSSOLINI: “Farò il possibile per evitare un ulteriore spargimento di sangue, ma credo che sarà molto difficile ottenere qualcosa, dati i momenti attuali”.

Questa breve telefonata e il tempestivo intervento di Mussolini hanno però sortito qualche risultato. Ecco che ne parla lo stesso Duce con Buffarini all’alba del 24 Marzo:

BUFFARINI: “Ho appreso da Caruso che la rappresaglia sarà spaventosa: dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Ritengo che si tratti di un ordine venuto direttamente dal Gran Quartier Generale del Fuhrer”.

MUSSOLINI: “Queste misure esecutive non fanno che aggravare la situazione e non servono a niente. Ho già protestato presso Rhan e Wolff, scongiurandoli di evitare atti sanguinari“.

I primi interventi di Mussolini sono valsi, almeno, a diminuire il numero delle vittime. A prima vista sembra proprio di si. Già perché i tedeschi volevano ammazzare con il rapporto trenta a uno. Qui invece si parla di dieci a uno (che è poi quello che venne attuato). Poi è stata evitata la distruzione di alcuni quartieri di Roma, da eseguire con il piazzamento di ingenti quantitativi di esplosivo e lancio di bombe (fonte: Relazione Kappler). Tutto ciò non diminuisce l’orrore per la rappresaglia, ma rende chiaro che il Governo della RSI era tutt’altro che imbelle.

Passiamo all’esame delle responsabilità di Caruso, questore di Roma, che viene citato dal Miragliuolo ad effetto sicuro. Se si vuole formulare un’opinione dallo studio dei fatti che lo videro protagonista, si può dire che costui si comportò in modo pavido. Questa fu la sua maggiore responsabilità, che costò la vita a quei 50 disgraziati. Il perché è presto detto. La testimonianza di Kappler è illuminante a riguardo, per non parlare di quella, inoppugnabile, delle intercettazioni telefoniche.

Mentre i tedeschi stavano preparando la rappresaglia in seguito all’attentato di Via Rasella, Kappler si presentò da Caruso perché pretendeva che gli desse 80 prigionieri da mandare a morte. Caruso chiese tempo per un rapporto dettagliato ai suoi superiori. Non ottenne che un margine limitatissimo di manovra. Obiettò che, adducendo motivazioni pratiche, non poteva prelevare più di 50 prigionieri e che avrebbe dovuto almeno stendere un rapporto al ministro Buffarini. Quest’ultimo, sentito il Caruso, gli consiglia di rivolgersi ad una terza “figura” super partes, in modo da evitare, dato il momento, l’accusa di “difendere gli attentatori”. Consiglio sibillino. L’unica “figura” che si poteva chiamare in causa era lo Stato Vaticano. Caruso, quindi, prova a stringere contatti , non riuscendovi. Visto sfumato tutto, al confronto con Kappler tergiversa di nuovo. Questi si fa prendere da uno scatto d’ira e minaccia di denunziarlo a Maeltzer (fonte: Kappler, documenti; Intercettazioni telefoniche, Min Int. /1944). A questo punto, Caruso, dimostra la sua vigliaccheria e cede. Cosa sarebbe accaduto se Caruso fosse andato sino in fondo? Forse c’avrebbe rimesso la pelle e i tedeschi avrebbero prelevato prigionieri comunque, infischiandosene della burocrazia. Forse Caruso sarebbe stato fucilato insieme agli innocenti delle Fosse Ardeatine, classificato dai tedeschi come sabotatore e traditore. Forse, oggi, staremmo piangendo un fascista…come eroe della resistenza. LA STORIA PERO’ NON SI FA CON I “FORSE”. In un senso o nell’altro. Si fa con i fatti. E questi fatti DEVONO essere portati all’attenzione. TUTTI.

Per quanto riguarda la liceità delle rappresaglie in guerra, non sono io a proclamarla (anche perché mi fa schifo) ma il Diritto Internazionale. E per quanto riguarda i processi ai tedeschi, CHE NON ERANO GLI UNICI E I PEGGIORI AD APPLICARLA (lo ricordo. Gli alleati hanno MASSACRATO nostri compatrioti con criteri abominevoli, per non parlare dei comunisti durante e dopo la resistenza), ci si è sempre appellati ALL’ECCESSO nell’uso che ne facevano, non alla NON LICEITA’ della rappresaglia stessa. Ricordo che il processo a Kappler si concluse con una condanna per omicidio plurimo aggravato, dovuto all’uccisione di 5 vittime. Come? E gli altri 330 morti delle Ardeatine? Pensate che Kappler è stato condannato perché invece di uccidere 330 disgraziati, come richiesto dagli ordini Superiori, ne aveva aggiunti 5 in più!!!!

Inoltre gli usi della Guerra, secondo il Diritto Internazionale, erano consentiti ai COMBATTENTI REGOLARI. C’è una sentenza del Tribunale Superiore Militare (26 aprile 1954, Pres. Buoncompagni; rel. Ciardi) che stabilisce, visto il trattamento di prigionieri di guerra che gli alleati riservavano ai militi della RSI, la qualifica di belligeranti ai Soldati di Salò mentre smentisce tale qualifica ai partigiani, poggiandosi su una monumentale documentazione di Diritto Internazionale. In questa sentenza viene inoltre stabilito che il Governo della RSI, NON ERA UN GOVERNO COLLABORAZIONISTA, essendo uno Stato di fatto e di diritto (palesemente per le nazioni che lo riconobbero, implicitamente per quelle che non lo riconobbero ufficialmente ma che intrecciarono con il suddetto Stato rapporti inseribili nel Diritto Internazionale).

[Chi volesse visionare la Sentenza la può richiedere ai gestori di codesto sito, visto che l’ho inoltrata col presente intervento]

Voglio portare un altro esempio di intervento diretto della RSI nel contrastare la prepotenza nazista.

In seguito alla esecuzione della rappresaglia in risposta a Via Rasella, Mussolini compie un atto di “controrappresaglia politica” di grandissimo significato. Importantissimo e quindi ignoto ai più.

Dirama un ordine, diffuso dagli Interni, attraverso il quale viene decisa la SCARCERAZIONE DI TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI NON ACCUSATI DI OMICIDIO (FONTE G. GARIBOLDI, PIO XII, HITLER E MUSSOLINI; MA SOPRATTUTTO ITALIAN DOCUMENTS – WO 235/366)!

Bisogna smentire un altro falso storico. Il Governo della RSI è intervenuto anche nella strage di Marzabotto e chissà in quante altre, non citabili per problemi di spazio.

Andiamo a vedere come.

(fonte: R.LAMB, La guerra in Italia [1943-1945] – le atrocità di Kesserling; Italian Documents 104830)

Questi documenti mostrano quanto il Governo si sia impegnato, mosso da sdegno e orrore sincero, per porre un rimedio e un freno alla furia nazista, scatenata da quello scellerato 8 settembre:

All’ambasciatore Rahn, 15 settembre 1944

(…) Richiamo soprattutto la vostra attenzione sul fatto che sono stati uccisi molte donne e molti bambini e incendiati interi paesi, gettando nella disperazione centinaia di famiglie. Credevo che la circolare diramata in data 22 agosto dal maresciallo Kesserling avrebbe posto fine alle rappresaglie cieche, ma devo constatare che si continua nello stesso sistema. Voi conoscete quanto me le conseguenze di ciò: aumento del numero dei partigiani, speculazione della propaganda nemica e sentimenti di odio tra la popolazione così ingiustamente e crudelmente colpita.

Come uomo e come fascista io non posso più a lungo sopportare la responsabilità, sia pure indiretta, di questo massacro di donne e bambini che si aggiunge a quello provocato dai bombardamenti e mitragliamenti nemici.

A questo documento non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. Si noti la continuità degli interventi del Governo, ribadita anche dalla Circolare-Kesserling del 22 agosto che riportiamo qui sotto:

Circolare – 22 agosto 1944

Nel corso dei rastrellamenti e delle azioni militari condotti in grande stile contro i banditi si sono verificati nelle ultime settimane degli avvenimenti che danneggiavano gravemente l’autorità e la disciplina delle forze germaniche (…). Persino il duce nella sua lettera al plenipotenziario del Reich presso il governo italiano, Ambasciatore Rahn, critica aspramente i metodi di diverse azioni contro i banditi come pure le misure di rappresaglia i cui effetti si ripercuotono in ultima analisi sulla popolazione civile anziché sui ribelli.

In dipendenza di codeste azioni si è venuta a cancellare in molti la fiducia nelle forze armate germaniche, si sono creati numerosi nemici e si è fornito ottimi elementi alla propaganda nemica.

Sin da questo momento bisogna che i capi preposti alle azioni di rastrellamento ricevano precise istruzioni circa il modo di agire contro la popolazione civile innocente. A questo riguardo mi appello al senso di responsabilità dei singoli comandanti (…). Contro i banditi bisogna agire anche in avvenire con i mezzi più rigorosi. In caso di violazioni illecite alla popolazione civile io provvederò a punire inesorabilmente i singoli responsabili.

Quale fu l’effetto di questi interventi? Lo leggiamo nella nota di Kesserling a Rahn:

All’ambasciatore Rahn,

23 settembre 1944

Caro ambasciatore, ho letto la traduzione da voi inviataci della lettera del duce in cui si fa rilevare il gran numero di episodi occorsi durante le rappresaglie condotte dalle forze armate germaniche.

Condivido i sentimenti che avete voluto esprimere al duce, che cioè si debba evitare di suscitare l’odio contro le truppe germaniche quando esse reagiscono con misure drastiche ai traditori attentati alla vita dei soldati tedeschi. La guerra è una brutta cosa, soprattutto quando si ha a che fare con la viltà dell’inganno. Condanno severamente eccessi quali quelli ricordati nella lettera del duce e provvederò a richiamare all’ordine i colpevoli quando la colpa sia accertata, secondo gli ordini da me già emanati. Impartirò nuovamente l’ordine esplicito che ogni atto di rappresaglia sia diretto solo contro i banditi, non contro settori innocenti della popolazione civile.

Quando i banditi non siano passati per le armi o comunque eliminati in combattimento, farò in modo, in avvenire, di mettere fine, mediante corti marziali da istituirsi immediatamente sul posto, ai casi così ingiustamente lamentati e così lesivi per la nostra reputazione.

Tolta la demagogia da questa nota (che fa a tratti disgusto), si può andare ad esaminare cosa avvenne dopo questi interventi diplomatici. In definitiva vennero istituiti tribunali che, in molti casi, servirono a proteggere solo le apparenze. Negli atti del processo all’ SS Max Simon, però, si portarono i numeri di questi tribunali e si certificarono le percentuali delle sentenze. Queste potevano essere o di deportazione o di pena capitaleNella varietà di casi, poi, le deportazioni erano commutabili in lavoro coatto, ecc. Per un’idea chiara, però, bisognerebbe riportare tutto il Processo Simon e affini. Per frenare molti altri atti scellerati dei nazisti, poi, si potè ricorrere a questi documenti.

Insomma, gli interventi del Governo della RSI, misero in qualche modo dei freni a questi pazzi scatenati.

PARTE SECONDA

(Fonte: L. RAPOPORT: La Guerra di Stalin contro gli ebrei; Hannah Arendt, La Banalità del Male; George Mosse, Il Razzismo in Europa-dalle origini all’olocausto)

Sono spiacente che il Sig. Miragliuolo non accetti certi fatti. Anzitutto la faccia finita col dire cosa è pertinente. I miei riferimenti prendono il via dal tema trattato e sono pertinenti. Basta rileggerli senza “il salame sugli occhi”.

Il comunismo è un’altra cosa? IL COMUNISMO E’ STATO PARTE INTEGRANTE E MAGGIORITARIA DELLA RESISTENZA!! DURANTE LA RESISTENZA AL COSIDDETTO NAZIFASCISMO NON C’ERANO COMUNISTI? L’IDEA COMUNISTA NON HA ANIMATO TALI COMUNISTI? NON E’ PERTINENTE PORTARE ALL’ATTENZIONE IL COMPORTAMENTO DI CODESTI COMUNISTI DURANTE LA RESISTENZA, PARALLELAMENTE A QUELLO DEI FASCISTI E DEI TEDESCHI? NELLA RESISTENZA QUANTE PARTI IN CAUSA C’ERANO? UNA SOLA? LA DIVAGAZIONE CHE FA IL MIRAGLIUOLO E’ PERTINENTE PERCHE’ PARLA DI TEMI RETORICI E L’APPROFONDIMENTO MIO NO PERCHE’ TOCCA CERTI DOGMI?

Mi dispiace per il Miragliuolo. Non ci posso fare niente se i comunisti in Polonia hanno aiutato lo sterminio e sterminato loro stessi gli ebrei. E’ inutile che per fare effetto su chi legge mi elenchi tutti gli ebrei che hanno sterminato i nazisti in altre zone. Io potrei far presente, tra l’altro, che in quelle stesse zone gli ebrei sono stati devastati pure dai sovietici. Il fatto rimane. Non cancella il nazi-comunismo. E adesso ne porto una testimonianza.

(fonte: S. Courtois – J-L. Pannè, Il comintern in azione)

Iniziamo col leggere una testimonianza della collaborazione tra l’NKVD e la Gestapo durante l’occupazione polacca (poi vedremo a cosa ha portato). Dopo la firma del patto russo-tedesco, erano stati presi accordi per la consegna bilaterale di profughi e prigionieri. Il testimone di cui riporto il contributo, l’ha vissuti in prima persona. Egli, insieme ad altri 3 profughi (uno ebreo), fu costretto a partire… per i campi di concentramento tedeschi! Vediamo:

[Testimonianza Neumann – Mosca]

(…)Un ebreo comunista, in seguito era stato arrestato con noi e, nonostante le sue proteste, doveva essere consegnato alla Gestapo.

Poco prima di mezzanotte arrivarono degli autobus che ci portarono alla stazione.

Durante la notte tra il 31 dicembre 1939 e il primo gennaio 1940 il treno partì. Riportava casa 70 sconfitti. Attraverso la Polonia devastata, continuammo il nostro viaggio verso Brest-Litovsk.

Al ponte sul fiume Bug c’aspettava l’apparato dell’altro regime totalitario d’Europa: la Gestapo.

Tre persone rifiutarono di passare il ponte e cioè l’ebreo ungherese di nome Bloch, l’operaio comunista condannato da nazisti e un insegnante tedesco di cui non ricordo più il nome. Furono trascinati a forza verso il ponte. La furia dei nazisti si concentrò subito sull’ebreo. Noi fummo trasferiti su un treno e portati a Lublino. Qui fummo consegnati alla Gestapo. Solo allora ci rendemmo conto non solo di essere stati consegnati alla Gestapo, ma anche che l’NKVD aveva consegnato alle SS i documenti che ci riguardavano.

I russo-tedeschi coordinarono gli interventi per assicurarsi il controllo della situazione. Gestapo e NKVD agivano insieme. Non bisogna però pensare che questa collaborazione fosse frutto del momento. Il retaggio culturale marxista dei sovietici, inseriva la persecuzione agli ebrei nel contesto della lotta di classe e religione. I due alleati avevano dunque un nemico comune con motivi diversi.

Andiamo a leggere a riguardo la testimonianza di un ebreo che, fuggito dai tedeschi, avrebbe voluto varcare la frontiera insieme a 800 altri correligionari che, in preda al terrore, si insediarono in una striscia di terra lunga circa 1 Km, in attesa di poter raggiungere l’ URSS:

[Testimonianza G.Herling]

I russi, custodi del mito di classe, vestiti con lunghi cappotti di pelliccia, con berretti a visiera con le baionette inastate, andarono incontro ai profughi che volevano andare verso la terra promessa con cani poliziotti e con colpi di fucile mitragliatore.

Le statistiche danno come dato agghiacciante, steso per il lasso di tempo qui trattato (fine 1939-inizi 1940), una cifra orribile: 600.000 vittime. In questi disgraziati vanno inseriti pure i deportati ebrei in Kazakistan a cui si riferisce il monumento eretto a Varsavia di cui ho parlato.

[Chi volesse visionare la fotografia di questo monumento la può richiedere ai gestori del sito]

E’ ora di finirla quindi. Il comunismo, lo stesso che ha animato le menti e le azioni di parte della Resistenza, E’ UN’IDEA ANTISEMITA E TERRORISTA. QUESTA E’ LA CONCLUSIONE. LA RESISTENZA COMUNISTA LO HA DIMOSTARTO COI FATTI. NON SI PUO’ ACCETTARE CHE I COMUNISTI FACCIANO GLI ANTIRAZZISTI E I BUONI AMICI DEI SEMITI QUANDO SOSTENGONO UN’IDEA ANTISEMITA DE IURE E DE FACTO. E’ QUI CHE BISOGNA FINIRLA CON I DISTINGUO. QUANDO SI TRATTA DI COMUNISMO NON SI PUO’ MAI FARE UN DISCORSO CRITICO. “QUELLA ERA UN’ALTRA COSA”, SI DICE. NON DICAIAMO ASSURDITA’! CHI ERA L’IDEOLOGO DEL COMUNISMO? KARL MARX! A QUALE DOTTRTINA SI ISPIRANO I COMUNISTI? A QUELLA DI MARX! ALLORA SE I COMUNISTI SONO INEVITABILMENTE MARXISTI, SI PRENDANO LA RESPONSABILITA’ DI ESSERE DEGLI ANTISEMITI!ALTRIMENTI RIPUDINO MARX, DIVENTANDO ANTICOMUNISTI. PERCHE’ IL SUO ANTISEMITISMO SI INSERISCE NEGLI SCHEMI DI LOTTA DEL PROLETARIATO DA LUI TEORIZZATI. E’ COME SE IO, PER PARADOSSO, MI DICESSI CRISTIANO FACENDO PRESENTE CHE I DOGMI DI CRISTO NON MI TROVANO D’ACCORDO (MI SI PERDONI IL PARAGONE)!

PARTE TERZA

“Quale doppiopesismo”, dice il Miragliuolo. INCREDIBILE! Anche se mi rendo conto che non si può chiedergli di riconoscere un’azione eseguita da lui stesso!! Il doppiopesismo che fa il Miragliuolo si vede quando afferma cose tipo “le foibe avvengono in un quadro di vendette frutto avvelenato della politica fascista” (Ammettiamo che sia vero – e non lo è [o almeno non solo], perché quelle terre erano italiane [Venete] da sempre -. E quindi per LA POLITICA DEVONO ESSERE MASSACRATI DEGLI INNOCENTI? Anche i nazisti avevano avuto prove della predilezione dell’ebreo alla delinquenza [o come direbbe Marx alla “adorazione del Dio Denaro”]. Quindi sono giustificati anche loro nel loro genocidio?).

Poi VORREI RICORDARE AL MIRAGLIUOLO CHE CHI HA DICHIARATO LA GUERRA, QUANDO LO FECE, SPOSO’ L’IDEA DI LARGA PARTE DELL’OPINIONE PUBBLICA! ANZI, SECONDO ALCUNI LO FECE TROPPO TARDI! NON DIMENTICHIAMO CHE L’ITALIA FU L’ULTIMA NAZIONE EUROPEA AD ENTRARE IN GUERRA!

Mi astengo quindi dal confutare le sue argomentazioni dell’ “è giusto perché….”. E’ tempo perso.

Ci sono però da confutare altri tre falsi storici. Partiamo dal primo.

NON E’ VERO CHE LE FORZE ARMATE REPUBBLICANE (TUTTE) AGIVANO SOTTO GLI ORDINI DI WOLFF! PER PARADOSSO SI PUO’ AFFERMARE IL CONTRARIO. E’ UN FATTO STORICO ACQUISUTO (E UNICO NELLA STORIA DELLA GERMANIA) CHE IL GENERALE GRAZIANI DIVENNE COMANDANTE DI UN’ARMATA (L’ARMATA “LIGURIA”) IN CUI GLI VENNE AFFIDATO IL COMANDO ANCHE DI DIVISIONI GERMANICHE! NON CONFONDIAMO LA PIANIFICAZIONE CONCERTATA (O SPERATA TALE) DELLE AZIONI MILITARI E LA PRESENZA DI UFFICIALI DI COLLEGAMENTO CON LA SUBORDINAZIONE! RILEGGETEVI BENE GLI ATTI DEI PROCESSI! NEL SUO PROCESSO, BORGHESE, HA BASATO LA SUA DIFESA PROPRIO IN CONTRASTO CON L’ACCUSA DI SUBORDINAZIONE “AL TEDESCO INVASORE”.

Secondo: E’ ASSURDO DIRE CHE I MILITI DELLA DECIMA A DIFESA DEL FRONTE ORIENTALE ERANO IMPIEGATI PER PROTEGGERE IL TERRITORIO DEL REICH O UNA RITIRATA!!! (E’ illuminante come, a proprio comodo, si citi De Felice – peraltro con lacune immense – quando poco prima si affermava che non era attendibile perché aveva “passato la cncellina” su molti fatti storici!). A parte il fatto che i motivi passano in secondo piano davanti ai risultati prodotti o che si volevano produrre. E’ probabile che questa cosa tornasse utile ai tedeschi secondo i loro disegni. Ma i militi della Decima e di tutte le altre forze armate colà presenti, avevano il doppio scopo non solo di rigettare lo slavo ma anche di contrastare il tedesco.

Terzo: IO TRASECOLO QUANDO MIRAGLIUOLO DICE CHE LA FUCILAZIONE DI DUE UFFICIALI DELLE FORZE ARMATE DA PARTE DI SOLDATI ALLEATI NON VUOL DIRE NULLA! A PARTE IL FATTO CHE L’EPISODIO NON FU ISOLATO (LA GNR-MDT EBBE NEL PERIODO SUCCESSIVO DUE SCONTRI A FUOCO CON LE SS A CAUSA DELLA PRETESA DEI NAZISTI DI SOPPRIMERE L’USO DEL TRICOLORE IN QUELLE ZONE PER “MOTIVI DI ORDINE PUBBLICO”), CHE QUESTI EPISODI EBBERO UN SEGUITO DIPLOMATICO CHE NON SI PUO’ RIPRODURRE PERCHE’ ALTRIMENTI CI VORREBBERO DELLE ORE, MA COME SI PUO’ PENSARE CHE EPISODI DEL GENERE NON SIGNIFICANO NULLA!?!

E’ COME SE ADESSO, I NOSTRI ALLEATI AMERICANI, FUCILASSERO DUE ALTI UFFICIALI DEL NOSTRO ESERCITO, ACCUSANDOLI AD ESEMPIO DI CONNIVENZA CON I FONDAMENTALISTI ISLAMICI (CON CUI SIAMO IN GUERRA). IL GOVERNO DIREBBE: “NON SIGNIFICA NULLA” o si rischierebbe la guerra?

Per concludere, spero che i miei interventi abbiano suscitato in qualcuno la curiosità e la voglia di approfondire. Perché la verità non ha prezzo ne colore politico. E noi troppo spesso serviamo gli interessi dei singoli a scapito di tutti noi italiani e continuiamo a dividerci invece di ritrovarci dicendo: “io non ti condivido ma sono certo che hai preso una decisione per quello che ritenevi fosse il bene della nostra amata Patria”.

 

Lo Stato Maggiore italiano espresse molti dubbi sull’opportunità di consegnare gli ebrei nella Croazia occupata dagli italiani

Matteo Luigi Napolitano

Pur complimentandomi col Vostro lavoro di divulgazione, devo segnalare
l’incompletezza di un tema da Voi trattato.
Mi riferisco al documento segnalatovi da Luigi Miragliuolo, ossia l’Appunto
per il Duce del 21 agosto 1942 , da voi pubblicato alla seguente pagina

http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionefascismo.htm

Ora, il documento non ha nulla di segreto. In primo luogo, esso non è
conservato che in copia al Centro di Documentazione Ebraico di Milano.
L’originale infatti si trova nelle Carte di Gabinetto del Ministero degli
Esteri Italiano, dov’è liberamente consultabile.
Di più: il predetto documento è stato pubblicato nel lontano 1989 nella
collana ufficiale dei Documenti Diplomatici Italiani (Serie Nona, vol. 9,
doc. 52).

“Last but not least”: estratto dal suo contesto, ossia senza il corredo
della documentazione seguente ad esso relativa (docc. 86, 196, 207, 281,
373), l’appunto in questione non consente d’inquadrare bene la questione
degli ebrei croati nella politica estera italiana, e segnatamente nelle
relazioni italo-tedesche .

Da tutta la documentazione emerge infatti che lo Stato Maggiore Generale (e
in particolare il generale Roatta) espresse molti dubbi sull’opportunità di
consegnare gli ebrei nella Croazia occupata dagli italiani.

“In seguito a ciò – si legge in un appunto del Capo dell’Ufficio di
Collegamento con la seconda armata, Castellani, datato 3 dicembre 1942 – il
Duce ha disposto : 1) Che detti ebrei vengano mantenuti tutti in campi di
concentramento; 2) che si proceda intanto, oltre che a determinare la
pertinenza dei singoli internati, a raccogliere – in analogia alle richieste
contenute nella soprarriferita proposta del Governo croato [di rinunciare
alla consegna degli ebrei da parte italiana a condizione che costoro vengano
internati in Italia e rinuncino a tutti i loro beni immobili in Croazia,
n.d.r.]- le istanze che gli interessati stessi volessero liberamente
presentare per rinunciare alla cittadinanza croata ed alla proprietà di ogni
bene immobile posseduto in Croazia. In relazion e a quanto precede,
Supersloda [l’organo responsabile dei campi di concentramento controllati
dagli italiani n.d.r.] ha impartito istruzioni ai comandi dipendenti interessati
di organizzare i campi di concentramento per un soggiorno prolungato”.

Ne emerge dunque un quadro assai diverso da quello da Voi proposto, che
sintetizzando va interpretato come segue: 1) accettazione teorica della
richiesta tedesca di consegnare gli ebrei croati sotto controllo italiano;
2) non esecuzione della richiesta tedesca, con lo studio, insieme allo Stato
Maggiore Generale (e, se non ricordo male ciò che è contenuto nella raccolta
tedesca, all’insaputa di Hitler) di una soluzione alternativa, anzi
esattamente opposta alle richieste tedesche.

Altre prove sulla ‘divergenza’ tra fascismo e nazismo a proposito della questione ebraica

di Matteo Luigi Napolitano

La questione degli ebrei nelle zone di occupazione italiane va vista sempre attraverso il filtro dei documenti disponibili.

Il volume decimo della serie nona dei Documenti Diplomatici Italiani consente di confermare alcune ipotesi di ricerca aperte dal volume precedente, cui ho già fatto riferimento.

Esce rafforzata (semmai ve ne fosse bisogno) la seguente tesi da tempo illustrata da Renzo De Felice: come ho detto alla fine del mio precedente intervento, quella di Mussolini, più che essere una “guerra parallela”, fu una  “guerra divergente” da quella di Hitler, specialmente nei Balcani. Anche se, beninteso, tale guerra fu condotta con
uno squilibrio di rapporti di forza a tutto vantaggio del dittatore tedesco.

Questa linea politica italiana (“divergenza” e non invece il “parallelismo”,
che significava andare a rimorchio di Hitler) abbracciò varie questioni, e
anche la questione ebraica, o meglio la questione degli ebrei presenti nei
territori occupati dall’Italia.

I tedeschi arrivano a Salonicco (sotto occupazione italiana) nel maggio
1943, e pretendono la consegna degli israeliti lì rifugiatisi. Da Roma, il
27 maggio 1943, il sottosegretario agli Esteri Bastianini (ossia il vice di
Mussolini agli Esteri) dà immediate disposizioni di resistere ad ogni
tentativo tedesco di intromissione, considerati contrario alla linea
politica seguita dall’Italia

“Tale linea politica – scrive Bastianini – è ormai da noi con intransigenza
applicata in ogni località dive trovansi truppe di occupazione italiane.
Così nella nostra zona di occupazione in Francia le richieste di diretti
interventi da parte delle Autorità tedesche non sono state accolte. Per
quanto concerne le richieste di estradizione da parte delle autorità
tedesche di ebrei stranieri, o di coloro egualmente ebrei la cui nazionalità
è contestata, non per altra ragione che per questioni razziali, non è il
caso per il momento di darvi corso. Ci riserviamo altresì di fissare la data
alla quale si dovrebbe considerare illegale l’entrata di detti israeliti nel
territorio italiano. Evidentemente non è affatto nostra intenzione di
facilitare tale trasferimento. Ma per coloro il cui trasferimento è già
stato compiuto facciamo riserva di ogni decisione”.

Con un dispaccio successivo, del 1° giugno 1943, Bastianini aggiunge:

“Sarà opportuno che sulla linea di questa risposta Voi facciate presente
all’Auswaertiges Amt [Il Ministero degli Esteri tedesco] che urge che
Polizia tedesca sospenda qualsiasi azione nei confronti degli ebrei nella
zona occupata dalle nostre truppe, e che quindi gradiremo che nessuna
decisione in tale materia possa essere presa se non concordemente con questo
Ministero” (Bastianini all’Ambasciatore a Berlino Alfieri, 1° giugno 1943,
DDI, Nona Serie, vol. X, doc. 379, che racchiude anche il precedente
dispaccio del 27 maggio 1943).

Una linea di condotta similare si riscontra, oltre che nel caso degli ebrei in Grecia, anche in altri casi. Per esempio in Bulgaria, paese non
certamente occupato dagli italiani, ma dal quale l’Italia riceve
l’assicurazione che gli ebrei ivi trovantisi non saranno deportati verso i
Lager, ma solo allontanati dalla zona di Sofia (DDI, Nona Serie, vol. X,
doc. 367).

Nel prendere atto di queste informazioni, il 10 giugno 1943 Bastianini prega
il ministro italiano a Sofia, Massimo Magistrati, di seguire gli sviluppi
della situazione da vicino, “tenendo presente la necessità di intervenire
tempestivamente presso le competenti autorità bulgare qualora i connazionali
di razza ebraica dovessero essere colpiti da provvedimenti di rigore per il
solo fatto di appartenere a tale razza”. “Inoltre – queste le istruzioni del
Ministero degli Esteri per Magistrati – codesta Regia Legazione potrà
prestare ogni assistenza a originarie cittadine italiane ebree o ariane
coniugate con ebrei cittadini bulgari per matrimonio o in altro modo [che]
siano oggetto di misure di possibile deportazione o di internamento nei
campi di concentramento. Lo stesso intervento è stato attuato con esito
favorevole presso le autorità tedesche di Salonicco dove i connazionali di
razza ebraica e le donne originarie italiane sono state esentati dalla
deportazione” (DDI, Nona Serie, vol. X, doc. 412).

Non diversamente le cose vanno per gli ebrei croati. La caduta di Mussolini non cambia una linea politica da lui seguita e che (ancor prima dell’8 settembre e dunque con l’Italia ancora formalmente alleata della Germania),
può sintetizzarsi nelle direttive del Segretario Generale degli Affari
Esteri, Augusto Rosso, ai militari italiani della Seconda Armata, cui
spettava il controllo sugli ebrei croati:

“Si conferma – scrive dunque Rosso al generale Castellani, il 19 agosto
1943 – che è da evitare che gli ebrei croati vengano rilasciati o
abbandonati privi di qualsiasi protezione in mani straniere, esposti ad
eventuali rappresaglie salvo il caso che essi stessi non preferiscano essere
posti in libertà, fuori della nostra zona di occupazione. La politica
razziale seguita dall’Italia non ci ha mai impedito l’osservanza di quei
princìpi di umanità che sono nostro insopprimibile patrimonio spirituale.
Una tale osservanza si impone oggi più che mai [Rosso probabilmente alludeva
alla caduta di Mussolini, che per molti e per gli stessi firmatari della
“mozione grandi”, tuttavia, non significava ancora fine del fascismo.
N.d.r.] E’ bene però, anche da un punto di vista politico, che ciò sia
opportunamente valorizzato e riconosciuto. Poiché è tuttavia altresì da
evitare che gli ebrei si rifugino in massa in Italia [cenno questo non
necessario, a mio avviso, se i predetti ebrei non avessero visto nell’Italia
un possibile rifugio dalla Shoah, n.d.r.] al seguito delle nostre truppe
qualora queste dovessero ritirarsi da codeste regioni, si prospetta la
possibilità che essi possano restare anche in questo ultimo caso nell’isola
di Arbe [ossia nell’allora Dalmazia italiana, n.d.r.], ove sono attualmente
concentrati sotto adeguata scorta. Le nostre competenti autorità potrebbero
comunque prendere in benevolo esame ogni singolo caso, in modo da permettere
sin d’ora ad ognuno degli ebrei attualmente sotto il nostro controllo di
ottenere quella sistemazione personale che meglio corrisponda ai propri
desideri ed alla propria situazione, compatibilmente con le circostanze
attuali. Si prega la S.V. di voler prospettare quanto precede a codesto
Comando facendo conoscere le decisioni che verranno prese in proposito e le
eventuali proposte che si ritenesse di dover avanzare perché la tutela di
tali ebrei continui ad applicarsi efficacemente, come fatto sinora”.

Questa è la politica di Mussolini, che fu proseguita dai suoi successori  all’indomani del 25 luglio 1943.
Aggiungo a margine che la questione degli ebrei croati va vista naturalmente in relazione al più generale quadro dei rapporti tra Mussolini e Pavelic: rapporti in via di costante deterioramento.

“Dite a Pavelic – è Mussolini a istruire in tal senso il ministro a Zagabria Casertano, il 13 febbraio 1943 – che desidero vederlo, e che stabiliremo la data del prossimo incontro; […] che sono sempre un amico suo e della
Croazia indipendente; che desista dalla lotta contro gli ortodossi, non
soltanto per ragioni di umanità, ma perché è un errore, se egli-come
credo-vuole che la Croazia viva e il suo Regime non perisca”; che faccia
smettere nel suo Paese l’irredentismo, sotto qualunque forma; è inattuabile
ed è ridicolo […]; che non ho motivo di compiacermi della sua politica
pendolare, oscillante tra noi e i tedeschi; che la guerra sarà condotta da
noi sino in fondo. Non abbiamo esaurite tutte le nostre possibilità in
uomini e mezzi […]. (DDI, Nona Serie, vol. X, doc. 24).

Interessante, fra le altre cose, è l’accenno non solo alla divergenza
Mussolini-Pavelic sulla questione ortodossa, ma anche l’altro relativo alla
politica pendolare del dittatore croato, fra Italia e Germania. Mussolini la
riteneva inammissibile. A suo avviso, il pendolo avrebbe dovuto fermarsi
nell’area d’influenza italiana. Il che dimostra come Mussolini considerasse
la sua politica in Croazia alternativa e inconciliabile con quella tedesca;
ciò in termini di direttrici e di obiettivi politici di medio e lungo
termine.

Quando al destino ultimo degli ebrei trovantisi nelle zone di occupazione
italiane, non si può naturalmente escludere che fossero inviati ad
Auschwitz, una volta che i tedeschi presero il posto degli italiani, dopo
l’8 settembre 1943. Ma tale elementare constatazione, o ipotesi, non ha
nulla a che vedere con il quadro della politica ebraica italiana durante la
guerra, quale emerge da molti e inconfutabili documenti, di cui quelli
pubblicati sono solo una parte.

 

In conclusione

Su il quotidiano Il Tempo di Roma apparve un articolo di Frajese, giornalista della Rai inviato in Francia, probabilmente per raccogliere documenti sulle cattiverie commesse da Mussolini. Lo sconvolgente documento che pubblichiamo qui di seguito (…)>. Lo sconvolgente documento è il seguente: <Ministero degli Affari Esteri – Appunto per il Duce – Bismarck (diplomatico tedesco presso lo Stato Italiano nel periodo bellico, nda) ha dato comunicazione di un telegramma a firma Ribbentrop (Ministro degli Esteri germanico, nda) con il quale questa ambasciata di Germania viene richiesta di provocare istruzioni alle competenti Autorità Militari Italiane in Croazia  affinché anche nella zona di nostra occupazione possano essere attuati i provvedimenti divisati da parte germanica e croata per il trasferimento in massa degli ebrei di Croazia nei territori orientali. Bismark ha affermato che si tratterebbe di varie migliaia di persone ed ha lasciato comprendere che tali provvedimenti tenderebbero, in pratica, alla loro dispersione ed eliminazione (…) – Roma, 21 agosto 1942-XX>.

Peccato che il giornalista non abbia studiato Renzo De Felice

Prima di entrare nel merito è opportuno osservare che, dato l’andamento della guerra, il Duce,  mirava a differenziare la politica antiebraica dell’Italia da quella germanica anche nell’intento di porre il nostro Paese quale polo di riferimento per quei popoli europei che temevano l’egemonia del Reich.

Ribbentrop si reco a Roma e si incontrò con Mussolini, premette per tre interi giorni sull’argomento che più di ogni altro era nei desideri dei nazisti: la consegna degli ebrei in Croazia .

Mussolini era preso tra l’esigenza di non spingere col diniego sino ad una definitiva rottura col Führer e la volontà di non rendersi corresponsabile di un grave crimine, e firmò tutto quello che il tedesco voleva..per poi ordinare il contrario.

Scrive Renzo De Felice (op. cit., pag. 414): <Per tutto ciò che riguardava la questione ebrei, puntare i piedi era impossibile: sarebbe equivalso a mettersi irrimediabilmente in rotta con Hitler, che in questa materia era assolutamente intransigente (e un passo della lettera recata da von Ribbentrop lo confermava senza ombra di dubbio)>.

Così, messo alle strette, il Duce firmò l’ordine di consegna degli ebrei.

Poi, ripartito il Ministro tedesco, convocò il generale Robotti e gli confidò:

<È stato a Roma per tre giorni e mi ha tediato in tutti i modi il Ministro Ribbentrop che vuole a tutti i costi la consegna degli ebrei jugoslavi. Ho tergiversato, ma poichè non si decideva ad andarsene, per levarmelo davanti, ho dovuto acconsentire, ma voi inventate tutte le scuse che volete per non consegnare neppure un ebreo. Dite che non abbiamo assolutamente alcun mezzo di trasporto per portarli sino a Trieste via mare, dato che via terra non è possibile farlo>.

Si ripeteva, in pratica, quanto avvenne in precedenza e quanto avverrà in seguito.

Léon Poliakov, Ebreo (“Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pag. 221) scrive in merito alle costanti pressioni esercitate dal governo di Berlino su quello di Roma: <I loro sforzi furono vani. Sebbene Mussolini promettesse, almeno due volte ai negoziatori tedeschi di ridurre alla ragione i suoi generali, questo stato di cose si prolungò sino alla fine, cioè sino alla catastrofe italiana>. Anche Jacques Sibille, Ebreo (Gli Ebrei sotto l’occupazione italiana pag. 131) osserva: <È apparso impossibile che l’alleato di Hitler potesse porsi contro la concezione tedesca riguardo al punto centrale dell’ideologia nazista sulla questione Ebrei>.

Scriverà in un rapporto a Berlino un alto ufficiale delle SS, Roethke: “La zona di influenza italiana (…) è divenuta la Terra Promessa per gli Ebrei residenti in Francia.

La nota vicenda del fascista Perlasca, occultato dalla democratica Italia per 42 anni, riflette il dover a ogni costo censurare il vero ruolo del fascismo nell’olocausto.

 

Il presidente Franklin Roosevelt con il ministro delle finanze italiano Guido Jung nel 1933

 

MUSSOLINI , LE LEGGI RAZZIALI E LE VERITA’ CHE LA SINISTRA HA OMESSO DALLA STORIA .

Francesco Paolo d’Auria, tratto da https://dietrolequintee.wordpress.com

Per cominciare va detto che l’ebraismo italiano era “profondamente integrato nella società plasmata dal regime fascista! Gli ebrei fascisti non erano un corpo estraneo allo stato e i suoi più alti ed influenti esponenti proclamavano “l’assoluta fedeltà degli israeliti al fascismo e al suo duce”. Renzo De Felice, sul suo “Storia degli ebrei italiani”, scrive che gli ebrei furono fondatori, per esempio, dei fasci di combattimento di Milano, ebbero parte attiva nelle squadre di Italo Balbo e furono fra i protagonisti della “marcia su Roma”. I Caduti ebrei di quella epopea figurano nel “martirologio ufficiale della rivoluzione fascista”. Furono anche fra i finanziatori del partito fascista.
E’ noto che i provvedimenti a favore degli ebrei nel 1930, perfezionati nel 1931, risultarono tanto graditi alla comunità ebraica italiana che i rabbini innalzarono preghiere di ringraziamento nelle sinagoghe. E’ anche noto l’attacco lanciato dal Duce, contro le teorie nazionalsocialiste. Il 6 settembre 1934, dal palazzo del Governo di Bari Mussolini, dopo aver esaltato la civiltà mediterranea, disse: “Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltr’Alpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto”. Uno spietato attacco all’antiebraismo della Germania. Pertanto sino ad allora non esisteva alcuna pregiudiziale anti ebraica nell’animo di Mussolini. E allora, come si giunse alle leggi razziali?

Le Sanzioni

la politica fascista cambiò repentinamente con la conquista dell’Etiopia. Con questa azione di forza, non concordata, l’Italia si mise in conflitto con le potenze che detenevano il potere e le ricchezze del mondo e non consentivano ad altri di intervenire sulla scena geopolitica mondiale. L’Italia era una nazione di serie B e tale doveva rimanere.
Bernard Show, in una intervista al Manchester Guardian (13 ottobre 1937) profetizzò: “Le cose già fatte da Mussolini lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo”. Infatti le nuove idee, che partivano dall’Italia fascista, si stavano espandendo in tutto il mondo; dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna all’Australia, dall’Argentina alla Norvegia, nascevano movimenti di ispirazione fascista. Sembrava che, una volta ancora, l’Italia fosse ispiratrice di un nuovo messaggio universale di sapore rinascimentale: il Rinascimento del lavoro. Queste nuove idee, portavano in sé un difetto: mettevano in pericolo il sistema capitalistico allora vigente e padrone.
La guerra d’Etiopia provocò, dunque, un inasprimento delle relazioni con Francia e Inghilterra, le nazioni imperialiste per antonomasia, che guidavano la Società delle Nazioni. Anche per il subdolo intervento di Roosevelt, furono imposte all’Italia le “sanzioni”: cioè l’embargo economico. La Germania si dissociò e continuò ad intrattenere rapporti con l’Italia. Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola; i Paesi capitalisti si schierano, con l’Unione Sovietica, contro l’Italia che collabora con Francisco Franco. Di nuovo la Germania è accanto all’Italia. In questa fase storica si formano due schieramenti: uno di carattere democratico-capitalistico, guidato principalmente da Gran Bretagna, da Francia e dagli Stati Uniti di Roosevelt; l’altro da Germania e Italia. Mussolini cercò di evitare in ogni modo questa alleanza con il Führer di cui osteggiava fortemente la politica. Il 22 giugno 1936 rilasciò una intervista all’ex ministro francese Malvy, nella quale ribadiva la propria disponibilità a collaborare con la Francia e con l’Inghilterra: “Disse Mussolini: “La situazione è tale che mi obbliga a cercare altrove la sicurezza che ho perduto dal lato della Francia e della Gran Bretagna. A chi indirizzarmi se non a Hitler? Vi ho fatto venire perché informiate il vostro Governo della situazione. Io attenderò ancora, ma se prossimamente l’atteggiamento del Governo francese nei confronti dell’Italia fascista non si modifica, se non mi si darà l’assicurazione di cui ho bisogno, l’Italia diventerà alleata della Germania”. Questa testimonianza viene riportata da E. Bonnifour nella “Histoire politique de la troisième republique”.
Furono i Paesi capitalisti a “gettare l’Italia in braccio” alla Germania per annientarle successivamente entrambe. Lo affermano anche Winston Churchill e lo storico inglese George Trevelyan. Il primo (La Seconda Guerra Mondiale”, Vol. 2°, pag. 209) scrive: “Ora che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra parte, la Germania non era più sola”. George Trevelyan nella sua “Storia d’Inghilterra”, a pag. 834, scrive: “E l’Italia che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania”. Mussolini chiese ripetutamente alla Comunità israelitica italiana di intervenire, presso le Comunità israelitiche anglosassoni e francesi, per dirimere la vertenza; la risposta fu negativa. Fu allora che il Duce abbandonò la politica favorevole agli ebrei.

Le leggi razziali

La storia stava così trascinando l’Italia alla “ineluttabilità dell’alleanza con Hitler e quindi della necessità di eliminare tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparità con la Germania” (R. De Felice, Storia degli ebrei sotto il fascismo, pag. 137). Mussolini era conscio che l’antisemitismo occupava uno spazio preminente nell’ideologia nazionalsocialista, di conseguenza se voleva giungere ad una reale alleanza, doveva adeguarsi alle circostanze. Fu così che si giunse al distacco di Mussolini e del fascismo dall’idillio che c’era stato con la Comunità ebraica e questo viene confermato dal maggior studioso del fascismo che osserva: “Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia della Germania di Hitler, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi razziali”. Il Duce, tuttavia, per renderle il meno dolorose possibili, impose di discriminare non perseguire, oltre a lasciar aperte numerose scappatoie per cui si giunse a situazioni paradossali, come il caso denunciato dal giornalista Daniele Vicini su “L’Indipendente” del 20 luglio 1993: “Ebrei e comunisti sciamarono verso l’Italia attraverso il Brennero, frontiera che potevano varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze”. “Erano tutti pazzi a rifugiarsi in un Paese dove vigevano le leggi razziali, oppure i fuggitivi ben sapevano che quelle leggi erano poco meno che una farsa”? Fu creato un organismo ad hoc – il comitato di assistenza agli ebrei in Italia – che permise a circa diecimila profughi provenienti da Germania, Polonia, Ungheria e Romania di trovare rifugio nel nostro Paese; altri 80 mila ebrei poterono emigrare in Palestina e in altre nazioni grazie alla collaborazione delle autorità italiane. Dal porto Trieste gli ebrei emigranti viaggiavano su navi del Lloyd triestino che concedeva loro sconti fortissimi, fino al 75%!.
Dalla applicazione delle leggi discriminatorie erano escluse le famiglie di Caduti, mutilati o feriti in guerra o chi si era battuto per la “causa fascista”. In realtà nessuno fu mai colpito dalle leggi razziali fasciste. La maggioranza di ebrei, piccoli negozianti, non fu toccata; a nessuno fu imposta la stella gialla di David, molti finsero di convertirsi al cristianesimo, ecc. La eterna farsa italiana fu pari alla sua fama. Si parlò di professori universitari licenziati, ma questi erano dodici in tutto e, a seconda dei casi,vengono utilizzati come vittime delle leggi razziali o perché antifascisti o filocomunisti e così via. Ma questo è ridicolo se si pensa alla “pulizia ideologica” attuata negli Stati Uniti da Mac Carty e, in ogni caso, non furono perseguitati i professori i fascisti che non si riciclarono come antifascisti nel dopoguerra?
Ricordo le parole di Vittorio Mussolini quando disse che le leggi razziali lo colpirono in quanto sia lui che il fratello Bruno avevano amici di religione ebraica. Si indignarono con il padre minacciando di portare i loro amici ebrei a dormire a Villa Torlonia. Mussolini paternamente e bonariamente li rassicurò dicendo: “dite ai vostri amici di stare tranquilli per due o tre mesi.. poi sarà tutto finito”. E così fu in realtà. Ricordo che i grandi negozi di ebrei cambiarono ragione sociale così Cohen diventò “Prima”, Galtrucco e altri seguirono con altri nomi ma nessun commerciante fu sequestrato o messo in difficoltà. Agli ebrei fu vietato il privilegio e l’onore di servire la Patria in armi per cui furono esentati dalla leva obbligatoria; si può immaginare con quanta sofferenza per i giovani ebrei … ! Da ragazzo conobbi un tenente pilota tedesco che si chiamava Karl Reyer. Era ebreo ed aveva lasciato la Germania per arruolarsi nella aeronautica italiana con la quale aveva partecipato alla campagna in Russia meritandosi il riconoscimento della Luftwaffe e portava il nastrino all’occhiello della divisa!

Le persecuzioni

La guerra imperversava e i tedeschi rastrellavano gli ebrei nelle zone occupate ma, per ordine di Mussolini, “Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei (…)” (Léon Poliakov, “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220).

 

Questo schermo si ergeva, quindi, non solo in Italia, ma in Croazia, in Grecia, in Egeo, in Tunisia, e ovunque fossero presenti le truppe italiane.

Scrive Rosa Paini (ebrea) (“Il Sentiero della Speranza”, pag. 22): “Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini ancora più favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese”.

Mordechai Poldiel (israelita): “L’Amministrazione fascista e quella politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero lettera morta”.

https://books.google.it/books?id=YCz0J-8HIIMC&pg=PA353&lpg=PA353&dq=Mordecai+Paldiel+fascism&source=bl&ots=KRKa-bu_Nx&sig=ACfU3U1nRP8ierMaiW7L99GuiQjlA0ZNSg&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwiX28vPjavmAhXSGewKHbNdCJYQ6AEwD3oECAoQAQ#v=onepage&q=Mordecai%20Paldiel%20fascism&f=false

Israel Kalk (“Gli ebrei in Italia durante il Fascismo”): “.. Siamo stati trattati con la massima umanità” e,: “Credo di non temere smentite affermando che con voi la sorte è stata benigna e che la vostra situazione di internati in Italia è migliore di quella dei nostri fratelli che si trovano in libertà in altri paesi europei”.

Anche Salim Diamand (Internment in Italy – 1940-1945), scrive. “Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia. C’era del militarismo, è ovvio, ma io non ho mai trovato un italiano che si avvicinasse a me, ebreo, con l’idea di sterminare la mia razza (…). Anche quando apparvero le leggi razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono per nulla (…). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere gli ebrei stavano come a casa loro”.

L’autorevole docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a pag. 245 ha scritto: “Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo (…). Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”.

Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (…). Ovunque, nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere la nazionalità italiana. Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia”.
Durante la guerra, nonostante le pressanti richieste da parte tedesca, Mussolini si rifiutò sempre di consegnare gli ebrei italiani ai nazisti e diede disposizioni per attuare nelle zone controllate dall’esercito italiano (Tunisia, Grecia, Balcani e sud della Francia) vere e proprie forme di boicottaggio per sottrarre gli ebrei ai tedeschi (era sufficiente avere un lontanissimo parente italiano, spesso inventato, per ottenere la cittadinanza italiana e sfuggire in questo modo alla deportazione).
Pochi della paludosa e mefitica giungla antifascista amano ricordare che nel 1940, quando già l’Italia era in guerra, la nave italiana Esperia, carica di profughi ebrei, salpò per l’Egitto. I bugiardi senza rimedio fanno risalire quel viaggio alla audacia del capitano, il Capitano Stagnaro, ma è fuor di dubbio che il governo fascista autorizzò tacitamente quel viaggio. In modo del tutto analogo, nel 1942, cioè in piena guerra, una altra nave carica di ebrei provenienti dalla Croazia e dai Balcani, circa 1500 persone, partì da Trieste in direzione Palestina. Il trasporto era stato organizzato dal governo italiano e concordato con i comandi inglesi. Inoltre è noto che Giorgio Perlasca, un ambasciatore italiano, fece miracoli per salvare perseguitati ebrei ma nessuno dice che Perlasca agiva per conto del governo fascista. Si è mai visto un ambasciatore agire contro le direttive del proprio governo? Perché non dare a Mussolini quantomeno il beneficio di aver deliberatamente chiuso ambedue gli occhi su queste vicende, dovendo egli costantemente affrontare la intransigenza germanica che si vedeva, ed era la verità, presa in giro?

Dopo l’8 settembre

Con la resa dell’Italia la situazione per gli ebrei peggiorò non essendoci più lo scudo alzato da Mussolini. Fu in quei giorni, ed esattamente il 16 ottobre 1943 che i tedeschi effettuarono un rastrellamento nel ghetto di Roma catturando più di mille ebrei. Finalmente i tedeschi ebbero la possibilità di mettere in atto quanto sino ad allora era stato proibito. Perché non intervennero i partigiani a difendere i deportati? I tedeschi furono ostacolati solo dal fascista Ferdinando Natoni che ospitò nella sua abitazione alcune ebree facendole passare per sue figlie. Altri nomi di fascisti meritano di essere citati accanto a quello di Natoni: Perlasca di cui si è già detto, salvò la vita ad alcuni migliaia di ebrei in Ungheria; Zamboni (fascista) riuscì a far fuggire da Salonicco centinaia di ebrei; Palatucci (fascista) ne salvò alcune migliaia a Fiume; Calisse (fascista) operò in Francia e fece fuggire diverse decine di ebrei. Non dimentichiamo Farinacci, che nascose una famiglia di ebrei nella sua tipografia e il futuro segretario del Msi, Almirante che ne nascose alcuni nel Ministero dove lavorava. Potremmo citare altri casi e nomi, ma non possiamo abusare oltre. Mentre si svolgevano questi fatti, gli antifascisti e i partigiani che facevano?
Renzo De Felice osserva (op. cit. pag. 447): “…. nei mesi successivi all’emanazione dell’ordine di polizia n° 5, la politica antisemita della Rsi fu in un certo senso abbastanza moderata (…). Il concentramento degli ebrei fu condotto dalle prefetture, in relazione al periodo in questione s’intende, con metodi e discriminazioni abbastanza umani ed esso non fu affatto totale, come lascerebbe credere l’ordine del 30 novembre 1943. ……”.

Mussolini sterminatore di ebrei?

L’ infamia più mostruosa, la menzogna più vergognosa per denigrare Benito Mussolini, é quella della complicità e connivenza nello sterminio di 5 milioni di ebrei. Non Roosevelt (che inviò la sua fleet per cannoneggiare un piroscafo carico di ebrei fuggiti nel 1939 da Amburgo), non Churchill che ordinò di silurare a Salinas un’altro carico di ebrei qualora non avesse invertito la rotta, non Stalin che lo storico russo Arkaly Vaksberg, (“Stalin against Jews”), dopo accurate ricerche in archivi riservati, accusa sostenendo che “il numero degli ebrei eliminati da Stalin è stato presumibilmente 5 milioni”, .. ma solo Mussolini… diventa complice delle nefandezze di Hitler. Ma allora, se la alleanza con la Germania implica la corresponsabilità dei crimini contro gli ebrei, per qual motivo gli alleati della Unione Sovietica non devono essere corresponsabili dei cento milioni di vittime del comunismo? E per qual motivo i crimini commessi da americani e inglesi, francesi, jugoslavi e truppe di ogni razza e colore non devono essere condivise in solido dagli altri alleati? E si tratta di crimini ben più gravi e distruttivi, dai bombardamenti agli eccidi, alle deportazioni, alle persecuzioni, dagli stupri agli assassini di gente inerme.

Scrive Giorgio Pisanò (“Noi fascisti e gli ebrei”, pag. 19) “Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo delle forze armate tedesche”.

Conclusioni

Come già detto, le leggi razziali italiane del 1938 gettarono un’ ombra sul regime fascista e sulla  figura di Mussolini in particolare ma voler associare a Hitler la figura del Duce rendendo questi corresponsabile delle persecuzioni o dello sterminio di milioni di ebrei è un evidente oltraggio alla Verità storica, una falsità assoluta, una mostruosità dal punto di vista morale ed essa stessa una persecuzione della memoria e dell’operato di un grande Uomo, di un grande Italiano!

Francesco Paolo d’Auria

http://www.ideadestra.org/noi-fascisti-e-gli-ebrei-di-giorgio-pisano/

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