Un brano storico di Giorgio Pisanò del 1986 scritto per il “Candido”.

Tratto da un numero del “Candido” del 1986, via: https://antonioportobello.wordpress.com/2010/08/08/noi-fascisti-e-gli-ebrei/

 

NOI FASCISTI E GLI EBREI di Giorgio Pisanò

PREMESSA

Il problema ebraico; il diritto o meno alla vita dello Stato d’Israele; gli ebrei e i palestinesi; il potere sionista internazionale ieri, oggi e domani; la verità sull’olocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale; i nazisti e gli ebrei; i fascisti e gli ebrei.
Sono questi i temi principali di un dibattito che, continuamente alimentato da drammatiche vicende, pone l’argomento “ebrei” al centro di violente polemiche, di contrastanti valutazioni, di duri scontri ideologici e politici, di ricorrenti ondate razziste.
Ma quasi sempre il dibattito si aggroviglia e si disperde per l’assenza di precise conoscenze storiche e di documentate argomentazioni sulle quali ancorare opinioni e fatti specifici.
Il fatto è che dalla fine della seconda guerra mondiale in poi intere generazioni sono state plagiate, imbrogliate, disinformate sistematicamente da una pseudo cultura che si basa, specie per quanto riguarda le verità della storia e le interpretazioni che debbono derivarne, più che altro su tesi propagandistiche, sulle falsità, sulle invenzioni, sulle deformazioni imposte a proprio uso e consumo dai vincitori.
Così, per restare al problema ebraico, si assiste al continuo proliferare di prese di posizioni che, partendo da premesse storicamente errate, giungono ovviamente a conclusioni altrettanto sbagliate.
Riteniamo quindi utile portare un contributo di chiarezza al dibattito in corso sugli ebrei affrontando un tema specifico, che ha però molta influenza sugli atteggiamenti di molti italiani nei confronti della realtà israeliana: vale a dire i rapporti tra fascismo ed ebrei.
È dalla fine della guerra, infatti, che la propaganda antifascista si sforza a sostenere la tesi secondo la quale Mussolini e i fascisti sarebbero stati pienamente solidali con la politica antisemita del nazismo e corresponsabili delle atrocità che vengono attribuite ai tedeschi.
Una tesi finora praticamente incontrastata e quindi accettata per vera, ma che, invece, non ha alcun fondamento, come è dimostrato da una analisi delle documentazioni esistenti, specialmente di fonte ebraica.
Ecco allora, sulla scorta di documenti, ripetiamo, quasi esclusivamente di fonte ebraica e antifascista, la verità sui rapporti che intercorsero tra il fascismo e gli ebrei, dalle origini del movimento fascista nel 1919 fino agli ultimi giorni della Repubblica sociale italiana nell’aprile del 1945.
Da questi documenti, da queste testimonianze che qui pubblichiamo emerge senza possibilità di equivoci che il movimento fascista non fu mai su posizioni antiebraiche e che, nonostante la posizione ufficiale ostile alla razza ebraica assunta alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Mussolini e i fascisti si operarono con ogni mezzo, in tutta l’Europa sconvolta dalla guerra, per salvare gli israeliti perseguitati dal nazismo.
Questo libro si compone di due parti. La prima, strettamente documentaria, ristabilisce delle verità storiche che non è più consentito occultare o distorcere. La seconda consiste in una polemica che si svolse nel 1961 sulle colonne del “Meridiano d’Italia” tra il sottoscritto e il commendator Massimo Vitale, allora Presidente del Centro di Documentazione Ebraica e del Comitato Ricerche Deportati Ebrei. Una polemica che ritengo utile pubblicare nuovamente senza alcuna modifica, non solo perché suscitò allora grande interesse e mise in crisi gli organi direttivi del Centro di Documentazione Ebraica, ma soprattutto perché sviluppò e approfondì temi e aspetti del grande dramma ebraico ancora di vivissima e stretta attualità.

Giorgio Pisanò

GLI EBREI E IL FASCISMO

Nelle pagine che seguono documenteremo quale fu l’atteggiamento tenuto dal governo fascista dal 1922 fino all’aprile del 1945 nei confronti degli ebrei, con particolare riguardo al periodo che oggi viene comunemente ricordato come quello delle leggi antisemite e della persecuzione. La ricostruzione degli avvenimenti è stata da noi effettuata, mancando precise testimonianze di parte fascista, quasi esclusivamente sulla scorta di documenti ebraici ed antifascisti che citeremo di volta in volta.
Diciamo subito, comunque, che da tale documentazione emerge una realtà storicamente molto diversa da quella che una propaganda ormai più che quarantennale, è riuscita ad accreditare presso l’opinione pubblica. Tale propaganda, alimentata in maniera massiccia da organizzazioni politiche particolarmente interessate a fomentare confusioni ed equivoci, sostiene che a quei tempi si verificò una netta differenziazione tra la massa del popolo italiano, contraria ad ogni tipo di persecuzione e pronta ad aiutare, come effettivamente aiutò con ogni mezzo, gli ebrei, e il governo fascista, deciso invece a realizzare sull’esempio tedesco la più feroce, spietata e inumana caccia all’ebreo.

Questa propaganda sostiene inoltre che se in Italia e nei territori europei occupati dalle truppe italiane non si giunse ai crudeli eccessi cui si abbandonarono i germanici, ciò lo si dovette al fatto che gli italiani, dai generali all’ultimo soldato, si rifiutarono di obbedire agli ordini del governo fascista e agirono di loro iniziativa in nome dei superiori princìpi di umanità.
Tutto ciò, come appare chiaramente dai documenti che pubblicheremo, non è esatto. Dalle testimonianze, e particolarmente da quelle di fonte ebraica, appare infatti evidente che l’atteggiamento degli italiani nei confronti degli ebrei fu ispirato non solo da motivi di umanità ma anche e soprattutto da precise disposizioni emanate dal governo fascista e personalmente da Mussolini, il quale, nonostante il suo apparente antisemitismo determinato da esigenze di politica internazionale, fu l’unico uomo politico europeo che, tra il 1938 e il 1945, si prodigò concretamente per salvare la vita a centinaia di migliaia di ebrei in tutta Europa.

Ciò premesso, entriamo in argomento ricordando prima di tutto che la penisola italiana fu l’unica regione europea dove, nel corso dei secoli, gli ebrei poterono vivere e prosperare con ampissimi margini di sicurezza. Mentre in quasi tutte le Nazioni europee le collettività israelitiche, isolate nei “ghetti”, sottoposte a discriminazioni di ogni genere, divenivano periodicamente vittime di persecuzioni spaventose e di massacri indescrivibili, in Italia la comunità ebraica poté prosperare inserendosi sempre più profondamente nella vita sociale, politica ed economica del Paese. Sta di fatto che già agli albori dell’800 il termine “ghetto” giunse a perdere in Italia quel significato spregiativo che, invece, conservò nelle altre Nazioni, e gli ebrei furono sempre più liberi di inserirsi nel tessuto connettivo della Nazione, mantenendo inalterate le loro organizzazioni comunitarie e integri i loro riti. Si giunse così all’unificazione del Paese. Gli ebrei non stettero in disparte. Parteciparono attivamente e valorosamente alle lotte per l’indipendenza, italiani fra italiani.

Al termine della prima guerra mondiale furono tra i primi ad accorrere nelle squadre d’azione fasciste. Tre ebrei triestini, i fratelli Forti, furono i fondatori del Fascio giuliano; altri parteciparono in prima linea alle attività dei Fasci di Roma, Firenze, Bologna, Genova, Ferrara e così via. Uno squadrista ferrarese ebreo, per esempio, l’avvocato Renzo Ravenna, fu poi per oltre quindici anni podestà della città estense: e ancora a guerra finita, nonostante piangesse ben quattordici familiari massacrati nei lager tedeschi, restò uno dei più strenui difensori della memoria di Italo Balbo.

Documenta lo storico Renzo De Felice, nella sua voluminosa Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi editore, 1961), che gli squadristi ebrei (intendendo per tali gli iscritti al Partito fascista prima della Marcia su Roma) furono ben 746, cifra più che notevole se si pensi che, a quell’epoca, la collettività ebraica in Italia non raggiungeva le 50 mila unità. Tanta fedeltà degli ebrei alla causa nazionale venne puntualizzata ripetutamente da Mussolini durante il periodo rivoluzionario, e in maniera particolare in un articolo apparso sul Popolo d’Italia il 19 ottobre 1920.

In questo articolo il Capo del fascismo, prendendo lo spunto dalle leggi antisemite votate dall’Assemblea nazionale ungherese affermò: «L’Italia non conosce l’antisemitismo e crediamo che non lo conoscerà mai».
Dopo l’avvento del fascismo, gli ebrei italiani ottennero un riconoscimento solenne con la legge del 1931 che istituiva le nuove “norme sulle comunità israelitiche e sull’unione delle comunità medesime”. Tale legge, ancora oggi in vigore, venne caldeggiata dagli stessi ebrei che intendevano giungere ad un generale riordinamento delle comunità locali, che si reggevano sulle antiche leggi varate al tempo in cui l’Italia era suddivisa in tanti staterelli. Gli studi relativi a questa legge iniziarono nel 1927 e furono affidati a un’apposita commissione formata dall’allora “Consorzio delle comunità israelitiche”, cui parteciparono Angelo Sacerdoti, rabbino di Roma, e i giuristi ebrei Mario Falco, Giulio Foa e Angelo Sullam. Nel 1929 questa commissione cedette il passo a una commissione ministeriale per la preparazione del disegno di legge, della quale fecero parte Mario Falco, Angelo Sacerdoti e Angelo Sereni, quest’ultimo presidente del Consorzio stesso.

La conclusione fu che gli israeliti italiani, grazie al governo fascista, ottennero la legislazione più liberale, più moderna, più funzionale che mai una collettività ebrea avesse ottenuto, in alcuna altra parte del mondo, in duemila anni di storia. In pieno regime totalitario, infatti, gli ebrei italiani, con la legge del 1931, furono liberi di eleggere democraticamente i loro rappresentanti, di provvedere in maniera autonoma alle loro necessità, all’amministrazione dei loro beni e alla conservazione delle tradizioni e del patrimonio storico ebraico.

Scrive infatti lo storico De Felice nella sua opera già citata: «La nuova legge sulle comunità israelitiche approvata nel 1931 completò infine l’opera, sancendo l’inizio di una nuova fase dei rapporti tra ebrei e fascisti. Nel giro di pochi mesi anche le ultime resistenze e incomprensioni si dissiparono. Ogni possibilità dell’insorgere di un problema ebraico in Italia sembrò ai più, da una parte e dall’altra, tanto remota quanto assurda. A fare dell’antisemitismo rimasero tra i fascisti solo Preziosi e pochissimi altri … ai margini o addirittura al di fuori dell’apparato statale e delle stesse sfere dirigenti del fascismo… Il 25 febbraio 1931 Costanzo Ciano visitando il tempio di Livorno arrivò a dire pubblicamente che in Italia c’erano troppo pochi ebrei. Non può dunque destare meraviglia che persino sul sionista Israel apparissero sempre più di frequente articoli e note filofasciste. Valga per tutti il “fondo” del numero 27 ottobre 1932 in occasione del decennale della Marcia su Roma e intitolato appunto Decennale: “Dopo dieci anni di regime fascista, il ritmo spirituale della vita ebraica in Italia è più intenso, assai più intenso di prima … In un clima storico come quello del fascismo riesce più facile ai dimentichi di ritrovare il cammino della propria coscienza, ai memori di rafforzarlo, presidiandolo di studi e di opere”».

Sempre a proposito della legge del 1931 così scrive ancora il De Felice: «Nel complesso, la nuova legge fu accolta dalla stragrande maggioranza degli ebrei molto favorevolmente. Solo da parte di alcuni rabbini si sarebbe desiderato che fosse dato loro un maggior peso nella direzione delle comunità. Tutti i principali gruppi l’accolsero con vivo compiacimento. Il 17 ottobre, all’indomani cioè della sua approvazione da parte del Consiglio dei ministri, il presidente del Consorzio telegrafò a Mussolini la “vivissima riconoscenza” degli ebrei italiani; analoghi messaggi furono inviati da quasi tutte le comunità».

Con la legge del 1931, gli ebrei italiani, il cui numero non superava le 50 mila unità, videro così consacrato il loro inserimento nella Nazione italiana. In quei giorni nessuno, certo, poteva immaginare che cosa sarebbe accaduto qualche anno più avanti.
È difficile, ora, stabilire una data precisa circa l’inizio della frattura tra il fascismo e gli ebrei italiani. Ma è certo che il radicalizzarsi della lotta tra fascismo e comunismo, tra fascismo e democrazie occidentali, segnò le prime crepe in un accordo che doveva fatalmente rompersi.

Diciamo “fatalmente” a ragion veduta. Gli ebrei, infatti, non avrebbero mai potuto appoggiare sinceramente e decisamente lo sforzo di una Italia tesa a rompere l’assedio all’Europa, che capitalismo da una parte e comunismo dall’altra, stavano sempre più stringendo. Per fare ciò avrebbero dovuto dimenticare di essere ebrei, dimenticare le loro origini, i loro interessi e duemila anni di tradizione e di fede religiosa tramandate rigidamente di padre in figlio. E, sia chiaro, non diciamo questo con tono accusatorio: facciamo una constatazione, prendiamo atto di una realtà che è quella che è da millenni. Prima di sentirsi italiani o tedeschi o francesi o polacchi, e così via, gli ebrei si sono sempre sentiti ebrei. Ciò ha permesso loro in ogni tempo di restare legati a interessi e concezioni ideologiche sovranazionali. La storia moderna infatti, non è che la storia del grande capitale internazionale controllato dagli ebrei, che, di volta in volta, si è alleato a questi o a quegli interessi nazionali per distruggere o modificare quelle situazioni che minacciavano di diventare pericolose per i suoi piani o per la sua stessa sopravvivenza. Era contro natura, quindi, che gli ebrei italiani, o almeno gran parte degli ebrei italiani, facessero eccezione a questa regola proprio nel momento in cui una nuova Europa stava sorgendo dalle rovine di quella pace di Versailles che aveva visto l’ebraismo internazionale deciso a sottomettere il vecchio continente ai voleri del capitalismo anglo-americano.

L’ANTISEMITISMO NAZISTA

La campagna antisemita, immediatamente scatenata dal Partito nazista una volta giunto al potere nel 1933, i successivi primi contatti tra fascismo e nazismo gettarono quindi una profonda inquietudine tra gli strati più evoluti della comunità ebraica italiana. Alla sensibilità degli israeliti, affinata da duemila anni di durissime esperienze, non sfuggì il significato dell’incontro, sul piano europeo, delle due rivoluzioni: non sfuggì soprattutto che l’ondata antisemita, ormai in atto in Germania, avrebbe finito con l’estendersi a tutta l’Europa, dato il peso preminente che, per motivi demografici, economici e militari, il Reich avrebbe avuto in tutto in continente. Fu così che l’antifascismo cominciò a serpeggiare in maniera abbastanza concreta tra le file degli ebrei, specie dei più giovani. Nulla di serio, va detto subito, ma è un fatto che alcune decine di intellettuali israeliti si legarono fin dal 1933 non solo con i gruppi a tinta liberale e socialdemocratica che avevano posto le loro basi soprattutto in Francia, ma anche con i gruppi clandestini comunisti. Questi ultimi, che agitavano le insegne della rivoluzione proletaria internazionale, esercitavano molto fascino su vasti ambienti israeliti che, in un mondo senza più confini, vedevano la conclusione dell’eterno vagabondare della loro gente da una Nazione all’altra.
Sta di fatto che, nella primavera del 1934, la polizia italiana arrestò a Ponte Tresa (Varese) alcuni antifascisti che rientravano dalla Svizzera con manifestini di propaganda. Si scoprì un complotto antifascista: vi facevano parte una ventina di persone in tutto. Di queste, però, undici erano ebree ed erano guidate da Leo Levi, un giovane intellettuale che poco tempo prima aveva ottenuto il “Premio Mussolini”, come migliore studente in agraria dell’Università di Bologna,e, con il premio, una cospicua somma in denaro che gli era servita poi per recarsi a Gerusalemme dove aveva pronunciato discorsi squisitamente e marcatamente anti italiani. Levi e i suoi compagni furono poi prosciolti da ogni accusa dalla Magistratura, ma la scoperta del complotto determinò una levata di scudi in senso antiebraico.

«Se gli ebrei italiani», si disse da più parti «vogliono essere veramente italiani, ne saremo felici noi per primi. Ma se intendono vivere tra noi comportandosi da stranieri, come tali finiranno con l’essere trattati».

La polemica non ebbe però molto seguito. La maggioranza degli ebrei italiani, che vivevano molto bene e non avevano intenzione di mettersi in urto con il regime, sconfessò l’operato degli undici arrestati. Prese vita, anzi, a Torino, un giornale, La nostra bandiera, diretto e compilato da ebrei, che dal 1934 al 1938 si prodigò perché i rapporti tra la collettività ebraica italiana e il fascismo non si alterassero. Va detto, inoltre, che La nostra bandiera fu forse l’unico giornale stampato in Italia in quel periodo, dove si attaccasse costantemente l’antisemitismo ormai imperante in Germania.

Il rapido, incalzante succedersi degli eventi allargò tuttavia la frattura tra ebrei e fascismo. Una frattura che non si vedeva e non si sentiva e della quale l’assoluta maggioranza del popolo non ebbe mai sentore. Il fatto è che gli ebrei italiani, a partire dal 1935, vissero in uno stato di crescente allarme. Era ormai chiaro che l’internazionale ebraica aveva preso posizione in senso antinazista, prima di tutto, e di conseguenza, antifascista. Ebrei erano accorsi in gran numero nelle file delle Brigate internazionali in Spagna, ebrei fuggivano ogni giorno dalla Germania. Questi ultimi, specialmente, provvidero a seminare il panico tra gli israeliti italiani. La grande maggioranza dei profughi abbandonava infatti la Germania attraverso l’Austria e il Brennero e giungeva in Italia, dove sapeva di trovare una forte collettività bene organizzata, libera di agire e capace quindi di soccorrerla. Dall’Italia, inoltre, molti profughi speravano di poter proseguire per la Palestina e sbarcare in Terra Santa. Tutta questa gente, in ogni modo (si parla di oltre 15.000 persone in pochi anni), venne ospitata in Italia senza che il governo fascista levasse un dito per ostacolare questa opera di soccorso.
Fino a tutto il 1936, comunque, i rapporti tra fascisti ed ebrei in Italia si mantennero buoni. Racconta il De Felice: «Gli ebrei parteciparono, come già si è detto, al generale entusiasmo per l’impresa africana. Oltre i mobilitati, numerosi furono coloro che partirono volontari, così come, del resto, sebbene in numero molto minore, in occasione della successiva guerra di Spagna (un ebreo, Alberto Liuzzi, caduto in Spagna, fu anche decorato di medaglia d’oro al valor militare). Per l’assistenza religiosa di tutti questi combattenti in Africa il ministero della Guerra e l’Unione delle comunità vennero anzi a un accordo per l’istituzione di un “rabbinato militare”, che provvide alla designazione di tre cappellani. Egualmente larghissima fu l’adesione alla “giornata della fede” e all’offerta dell’oro. A questa gli ebrei parteciparono non solo individualmente ma anche come comunità: alcune di queste offrirono “tutti quegli oggetti d’oro e d’argento per i quali non sussisteva al dono un esplicito impedimento rituale”. Offerte giunsero persino da ebrei residenti in lontane regioni d’oltremare, dal Congo belga e dalla Rhodesia. La vittoria e la proclamazione dell’Impero furono salutate dalla stampa ebraica con vero entusiasmo, come il trionfo del diritto e della verità sopra l’arbitrio e la menzogna e furono celebrate anche nei templi.
«La conquista dell’Etiopia fu sentita da molti ebrei non solo come un fatto nazionale, ma anche come un fatto ebraico. Nella zona presso Gondar e il Lago Tana vive una popolazione di razza cuscitica e di religione giudaica, i falascià. Sin dai primi anni del nostro secolo l’ebraismo italiano aveva mostrato un certo interesse per questi correligionari africani e aveva stabilito alcuni rapporti con essi. Per un certo periodo a Firenze era esistito anche un comitato pro-falascià. La conquista dell’Etiopia accrebbe molto questo interesse, facendo sorgere il desiderio di rendere quei rapporti stabili e stretti e di cooperare direttamente all’elevamento morale, civile e religioso dei falascià. Il problema non solo fu illustrato e dibattuto ampiamente dalle organizzazioni e dalla stampa ebraiche, ma subito posto in esecuzione. Ai primi di giugno 1936 l’Unione prendeva contatti col ministro delle Colonie, Lessona, e veniva stabilito che l’Unione si sarebbe occupata dell’assistenza e dell’organizzazione degli ebrei etiopici e avrebbe subito inviato suoi rappresentanti per prendere contatto con i falascià e organizzare due comunità ad Addis Abeba e a Dire Daua. Della difficile missione furono incaricati l’avvocato Carlo Alberto Viterbo, consigliere dell’Unione, e il dottor Umberto Scazzocchio, già segretario della comunità di Roma e residente all’Asinara. Alla fine di luglio il Viterbo partì per l’AOI; giunto ad Addis Abeba, il 22 agosto, fu ricevuto dal Viceré Maresciallo Graziani che gli manifestò la sua comprensione e simpatia per gli israeliti; lo assicurò “che tutti i culti avrebbero avuto rispetto e protezione nei confini dell’Impero e che le popolazioni falascià, note per il loro spirito laborioso, avrebbero ottenuto la particolare benevola attenzione del governo”. Con decreto vicereale del 19 settembre 1936 fu poscia costituita la comunità di Addis Abeba e il Viterbo ne fu nominato commissario».
In realtà, nonostante quest’apparente buona armonia esistente tra il governo fascista e gli ebrei in Italia, la situazione andava deteriorandosi abbastanza rapidamente, tanto che nel 1938 si giunse all’emanazione delle cosiddette “leggi razziali”. Gli scrittori antifascisti, e in maniera particolare il De Felice, hanno teorizzato a lungo sui motivi che determinarono la promulgazione delle leggi antisemite, e sono giunti alla conclusione che l’ondata antiebraica fu, in definitiva, l’esplosione di una tendenza criminale già preesistente nell’ideologia fascista; in altro parole, la logica conclusione di un processo degenerativa già insito nelle origini del fascismo stesso.

Analizzeremo allora, sulla base della situazione esistente nell’Europa e nel mondo in quell’epoca, quali furono i veri motivi che spinsero Mussolini a imbarcarsi in un’azione antiebraica, nonostante le sue intime convinzioni nettamente contrarie a una politica antisemita, convinzioni che traspaiono anche in ogni pagina dell’opera del De Felice.
Nelle decisioni di Mussolini giocarono infatti non solo motivi politici, ma anche, come sempre, una visione molto più ampia di tutto il problema. La situazione, nel 1938, si presentava come segue.

La Germania era ormai decisa a liberarsi della presenza, nel suo territorio, degli ebrei: non solo per motivi squisitamente razziali, ma soprattutto a causa dell’odio feroce che i tedeschi avevano accumulato contro gli israeliti nell’immediato dopoguerra, allorché gli speculatori e i finanzieri ebraici avevano contribuito in maniera determinante al marasma economico che si era abbattuto sul popolo tedesco.

L’Inghilterra, a sua volta, che aveva ricevuto alla fine della prima guerra mondiale il compito di occupare militarmente la Palestina per preparare la formazione di uno Stato d’Israele, aveva trasformato il “mandato” in una occupazione permanente con finalità imperialistiche allo scopo di controllare, dalla Terra Santa, tutto il Medio Oriente.

Non solo non permetteva agli ebrei di sbarcare, ma fucilava e impiccava gli israeliti che, in Palestina, si battevano per la realizzazione dello Stato d’Israele.

Francia e Stati Uniti stavano a guardare.

I russi, dal canto loro, sembravano disinteressarsi del problema nel senso che se un ebreo dava loro fastidio (come fecero nei confronti della “vecchia guardia leninista”, in gran parte composta di israeliti) lo eliminavano senza tanti complimenti.

Mussolini si trovò preso così in una situazione estremamente difficile e delicata. Gli schieramenti, nel 1938, si erano ormai nitidamente delineati. Il capitalismo occidentale si era già coalizzato contro la nuova Europa; il bolscevismo, al momento opportuno, non avrebbe davvero esitato ad allearsi anche con il diavolo pur di distruggere i suoi nemici più temibili: vale a dire fascisti e nazisti.

L’Italia non aveva quindi che una scelta: approfondire l’alleanza con la Germania; quella Germania, in fin dei conti, nelle cui braccia era stata gettata proprio dalla politica cieca e faziosa delle classi dirigenti inglesi e francesi.

Ma l’alleanza esigeva delle precise prese di posizione. Una di queste concerneva gli ebrei. Non era possibile conclamare ogni giorno una perfetta identità di vedute con la Germania sul piano sociale, politico, etico e morale e difendere a spada tratta non solo gli ebrei italiani (il che, in definitiva, era una questione che riguardava solo noi) ma anche tutti quelli che fuggivano dalla Germania.

C’era poi un altro interrogativo che esigeva una risposta. Che atteggiamento avrebbero tenuto gli ebrei italiani in caso di guerra? Si sarebbero sentiti italiani o, prima di tutto, ebrei? La risposta non poteva essere che una: si sarebbero sentiti ebrei e avrebbero parteggiato, con lo spirito e con i fatti, con tutti i loro correligionari ormai schierati sull’altra sponda. Lo scontro stava assumendo carattere di guerra santa: sarebbe stato un urto di proporzione mondiale, la lotta sarebbe stata condotta con metodi e finalità totalitarie.

O di qua o di là: non ci sarebbero state vie di mezzo.

Ma Mussolini fece anche un’altra valutazione. Egli pensò infatti che se anche l’Italia avesse assunto un atteggiamento preciso e ostile nei confronti degli ebrei, l’Inghilterra, molto probabilmente, sotto la spinta dell’opinione pubblica anglosassone, avrebbe aperto le porte della Palestina agli ebrei d’Europa. E centinaia di migliaia di israeliti avrebbero così potuto raggiungere la “Terra promessa” prima dello scoppio della tempesta.

Furono tutti questi motivi a spingere Mussolini a preparare le leggi razziali. Ma l’Inghilterra non mosse un dito e le porte della Palestina restarono ben chiuse.

L’”ANTISEMITISMO” FASCISTA

Eccoci giunti quindi ad analizzare nella loro effettiva sostanza quelle leggi antisemite che vengono presentate ormai da quaranta anni, dalla propaganda antifascista, come la concretizzazione più ignobile della criminalità fascista nei confronti degli ebrei.

Prima di tutto intendiamo precisare che le “leggi razziali” italiane non prevedevano assolutamente:
1) l’uso di un distintivo speciale (la stella gialla, per esempio, adottata in Germania e nei territori sottoposti alla sovranità tedesca) per gli ebrei italiani;
2) la costituzione di campi di concentramento e tanto meno, “di sterminio”;
3) l’arresto per gli ebrei italiani, in quanto tali. Fino all’8 settembre 1943 gli unici ebrei arrestati (poco più di qualche centinaio) subirono la prigione o il confino perché colpiti dalle normali leggi per la difesa dello Stato o di guerra.

Le leggi razziali vennero promulgate nel novembre del 1938 e contemplavano una serie di misure da adottare nei confronti dei cittadini italiani di razza ebraica. In teoria, queste leggi tendevano alla eliminazione degli israeliti dalla vita pubblica. Prevedevano l’esclusione dalle cariche politiche, amministrative e militari dei cittadini italiani ebrei; l’esclusione degli ebrei da ogni tipo di insegnamento: gli scolari e gli studenti ebrei di ogni ordine e grado non potevano essere più iscritti a scuole statali; gli ebrei, inoltre, non avrebbero potuto possedere o gestire aziende dove fossero impiegati più di cento dipendenti, né essere proprietari di terreni che avessero un estimo complessivo di più di 5.000 lire (di allora), o di fabbricati urbani che, in complesso, avessero un imponibile di oltre 20.000 lire (sempre di allora). Le leggi proibivano inoltre i matrimoni “misti” tra italiani non ebrei e italiani di razza israelitica; ai cittadini italiani di razza ebraica era infine vietato esercitare la professione di notaio, mentre speciali limitazioni venivano poste ai giornalisti, medici, farmacisti, veterinari, ostetriche, avvocati, ragionieri, architetti, chimici, agronomi, geometri, periti agrari e periti industriali.

Ora, tenuto presente che la collettività israelitica italiana contava, nel 1938, circa 55.000 unità, vecchi, donne e bambini compresi, vediamo in realtà a che cosa si ridusse, in pratica, l’applicazione di queste leggi.

Cominciamo col dire che in base all’articolo 14 dei “Provvedimenti per la difesa della razza” emanati in data 17 novembre 1938, la legge non veniva applicata:
a) ai componenti le famiglie dei Caduti della guerra libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei Caduti per la causa fascista;
b) a coloro che si trovavano in una delle seguenti condizioni: 1°: mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola; 2°: combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, che a-vessero almeno la croce al merito di guerra; 3° mutilati, invalidi e feriti della causa fascista; 4°: iscritti al Partito nazionale fascista negli anni 1919, 1920, 1921, 1922 e nel secondo semestre del 1924; 5°: legionari fiumani; 6°: coloro che avessero acquisito eccezionali benemerenze. «Nei casi preveduti alla lettera 6», proseguiva la legge, «il beneficio può essere esteso ai componenti la famiglia delle persone ivi elencate, anche se queste siano premorte».
Non v’è chi non veda come queste discriminazioni avessero il potere, già in partenza, di ridurre di molto il numero degli israeliti italiani che potevano essere colpiti dalla legge. Ma analizziamo il resto.

SCUOLE.

Decisa l’esclusione dalle scuole pubbliche degli insegnanti e degli studenti ebrei, ecco i provvedimenti che il governo prese subito dopo. Li trascriviamo integralmente dal “Testo unico delle norme emanate per la difesa della razza nella scuola italiana”:
Articolo 5: «Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni di scuola elementare nella località il cui numero di essi non sia inferiore a 10. Le comunità israelitiche possono aprire, con l’autorizzazione del ministro per l’Educazione nazionale, scuole elementari con effetti legali per i fanciulli di razza ebraica, e mantenere all’uopo quelle esistenti. Per gli scrutini e per gli esami nelle dette scuole, il Regio provveditore agli studi nomina un commissario. Nelle scuole elementari di cui al presente articolo il personale potrà essere di razza ebraica; i programmi di studio saranno quegli stessi stabiliti per le scuole frequentate da alunni italiani, eccettuato l’insegnamento della religione cattolica; i libri saranno quelli dello Stato, con opportuni adattamenti, approvati dal ministero per la Educazione nazionale, dovendo la spesa di tali adattamenti gravare sulle comunità israelitiche».
Articolo 6: «Scuole di istruzione media per alunni di razza ebraica potranno essere istituite dalle comunità israelitiche o da persone di razza ebraica. Dovranno all’uopo osservarsi le disposizioni relative all’istituzione di scuole private. Alle scuole stesse potrà essere concesso il beneficio del valore legale degli studi e degli esami, ai sensi dell’articolo 15 del Regio decreto legge del 3 giugno 1938-XVI, n. 928, quando abbiano ottenuto di fare parte in qualità di associate dell’Ente nazionale per l’insegnamento medio: in tal caso i programmi di studio saranno quegli stessi stabiliti per le scuole corrispondenti frequentate da alunni italiani, eccettuati gli insegnamenti della religione e della cultura militare. Nelle scuole di istruzione media di cui al presente articolo il personale potrà essere di razza ebraica e potranno essere adottati libri di testo di autori di razza ebraica».
Articolo 8: «Dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il personale di razza ebraica appartenente ai ruoli per gli uffici e gli impieghi di cui al precedente art. 1, è dispensato dal servizio, e ammesso a fare valere i titoli per l’eventuale trattamento di quiescenza ai sensi delle disposizioni generali per la difesa della razza italiana. Al personale stesso, per il periodo di sospensione di cui all’articolo 3 del Regio decreto legge 5 settembre 1938-XVI, n.1390, vengono integralmente corrisposti i normali emolumenti spettanti ai funzionari in servizio».
Articolo 10: «In deroga al precedente articolo 2 (che diceva: “Nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica”) possono essere ammessi in via trasitoria a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica già iscritti nei passati anni accademici a Università o Istituti superiori del Regno. La stessa disposizione si applica agli studenti iscritti ai corsi superiori e di perfezionamento per i diplomati nei regi conservatori, alle regie accademie di belle arti e ai corsi della regia accademia di arte drammatica in Roma, per accedere ai quali occorre un titolo di studi medi di secondo grado o un titolo equipollente. Il presente articolo si applica anche agli studenti stranieri, in deroga alle disposizioni che vietano agli ebrei stranieri di fissare stabile dimora nel Regno».
Come si vede, tra “discriminazioni”, “deroghe” e così via, la legge, già di per sé molto blanda, in quanto finiva con l’applicare nei confronti degli ebrei, sia pure accentuandole, le normali disposizioni sempre adottate nei confronti degli stranieri, perdeva moltissimo del suo iniziale vigore. Vale quindi la pena di analizzare anche gli altri aspetti.

ESTROMISSIONE DEGLI EBREI DALLE LORO PROPRIETÀ.

Abbiamo visto prima i limiti delle proprietà concesse agli ebrei. In realtà, però, che cosa accadde? Che gli ebrei, le proprietà, non le perdettero. A parte il fatto che i patrimoni degli israeliti “discriminati” (una categoria molto vasta cui appartenevano i più abbienti tra gli ebrei Italiani) non vennero toccati, per tutti gli altri venne escogitata una legge che, in pratica, permetteva agli ebrei di vendere case e terreni a un apposito Ente. Non ci furono confische. Anzi, in base all’articolo delle “Norme relative ai limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini italiani di razza ebraica” emanate il 9 febbraio 1939, venne stabilito che: «In deroga alle disposizioni degli articoli 4 e 5, il cittadino italiano di razza ebraica può fare donazione dei beni ai discendenti non considerati di razza ebraica». Una formula, questa, come è facile immaginare, che permise a moltissimi ebrei di affiliare cittadini non israeliti e trasferire loro, con falsi atti di donazione, le loro proprietà in attesa di tempi migliori.
Questa legge, che, in definitiva, non spogliava gli ebrei dei loro beni, aveva uno scopo preciso: spingere gli israeliti ad abbandonare l’Italia, pagando loro un prezzo equo per le loro proprietà e dando loro la possibilità di andarsene con il capitale liquido realizzato. Lo stesso sistema, del resto, venne adottato nei confronti degli altoatesini, allorché, d’accordo con Hitler, gli allogeni vennero messi in condizione di decidere tra restare in Italia, cittadini italiani, o andarsene in Germania. Per coloro che optarono per la Germania, venne costituito un apposito Ente, che acquistò i beni degli optanti pagando i prezzi stabiliti dalle condizioni di mercato di allora.

DIVIETO PER GLI EBREI DI ESERCITARE LE LIBERE PROFESSIONI.

Anche questa disposizione venne immediatamente temperata in maniera talmente vasta da renderla praticamente nulla. Si legge infatti nell’articolo 3 delle norme sulla “Disciplina dell’esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica” emanate in data 29 giugno 1939: «I cittadini italiani di razza ebraica esercenti una delle professioni di cui all’art. 1, che abbiano ottenuta la discriminazione ai termini dell’articolo 14 del Regio decreto legge 17 novembre, 1938-XVI, n. 1728, saranno iscritti in “elenchi aggiunti”, da istituirsi in appendice agli albi professionali, e potranno continuare nell’esercizio della professione a norma delle vigenti disposizioni, salvo le discriminazioni previste dalla presente legge. Sono altresì istituiti, in appendice agli elenchi transitori eventualmente previsti dalle vigenti leggi o regolamenti in aggiunta agli albi professionali, elenchi aggiunti dei professionisti di razza ebraica discriminati».
Più oltre, all’articolo 21, si stabiliva: «L’esercizio professionale da parte del cittadino italiano di razza ebraica, iscritto negli elenchi speciali è soggetto alle seguenti limitazioni : 1) salvo i casi di comprovata necessità e urgenza, la professione deve essere esercitata esclusivamente a favore di persone appartenenti alla razza ebraica…». Il che, in sintesi significava: i professionisti di razza ebraica restano iscritti agli albi professionali, possono esercitare la professione e, sotto l’usbergo dei previsti “casi di comprovata necessità e urgenza”, possono esercitarla anche a favore di persone appartenenti alla razza non ebraica, vale a dire di qualsiasi cittadino italiano. Il che, sia chiaro, accadde regolarmente.
Sono questi i punti delle principali leggi, cosiddette “razziali”, italiane. Tutto qui: gli “orrori, le crudeltà, le persecuzioni inumane” di cui tanto si parla, sono tutte contenute negli articoli di legge che abbiamo citato.
Ma andiamo avanti, e parliamo anche del “lavoro obbligatorio” a cui il fascismo avrebbe costretto gli ebrei italiani. Ci sono, a questo proposito, delle idee molto confuse: a sentire i propagandisti antifascisti, sembrerebbe che, sferza alla mano, i fascisti abbiano costretto i cittadini israeliti a durissimi lavori forzati. Prima di tutto va detto che questa disposizione del “lavoro obbligatorio” venne emanata solo il 6 maggio 1942, quando cioè la guerra era iniziata già da due anni e gli ebrei erano ormai chiaramente schierati con i nemici dell’Asse. In secondo luogo va aggiunto che si risolse in un nulla di fatto. La legge diceva: «Con disposizione in data odierna, gli appartenenti alla razza ebraica anche se discriminati, di età dal 18° al 55° anno compresi, sono sottoposti a precettazione civile a scopo di lavoro». Gli stessi termini con cui venne formulato il decreto fanno ben capire che nessuno aveva intenzione di applicarlo. Vi si dice infatti che gli ebrei erano “sottoposti a precettazione civile”, vale a dire che potevano essere precettati per il lavoro, non che sarebbero stati senz’altro inviati a lavorare. E, in verità, quei pochi, che, per dare una parvenza di sostanza alle disposizioni, vennero mobilitati e spediti a scavare qualche fosso nelle periferie delle città dove abitavano, non si preoccuparono molto della cosa. Nel volgere di poche settimane, un po’ facendosi raccomandare, un po’ marcando visita, un po’ infischiandosene altamente delle punizioni che, del resto, non sarebbero mai arrivate, piantarono lì vanghe e badili e non si presentarono più ai campi di lavoro. E nessuno disse niente e nessuno li andò a cercare.
E veniamo ai “campi di internamento”, altro argomento graditissimo a tutti coloro che ne parlano in termini apocalittici maledicendo l’inumana “crudeltà” del regime fascista. Ebbene, sia detto una volta per tutte: IN ITALIA NON ESISTETTERO MAI CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER EBREI. DI NESSUN GENERE. Solo allo scoppio della guerra, e in nome delle più elementari misure di sicurezza, furono inviati in campi di internamento circa 15.000 EBREI STRANIERI, vale a dire tutti quelli giunti in Italia negli anni precedenti alla guerra per sfuggire alle persecuzioni antisemite germaniche.

15.000 EBREI ITALIANI NON VENNERO MAI TOCCATI: NON UNO, IN QUANTO TALE, VENNE MAI INTERNATO.
prima parte

PRIMI SALVATAGGI

Gli ebrei stranieri vennero riuniti in una decina di campi d’internamento, il più grande dei quali fu quello di Ferramonti Tarsia, in Calabria. Ma, giunti a questo punto, preferiamo lasciare la parola agli stessi ebrei che ebbero la ventura di soggiornare più o meno a lungo in quei campi e specie a Ferramonti Tarsia.

Una testimonianza preziosa, in questo senso, è stata pubblicata, a firma di Israele Kalk, nel volume Gli ebrei in Italia durante il fascismo, edito verso la fine degli anni ’50, a cura della Federazione giovanile ebraica italiana.

Vi si legge che gli internati disponevano, tra l’altro di: ambulatorio polispecialistico, stabilimento bagni caldi e freddi, opera di assistenza sociale, comitato maternità e infanzia, patronato scolastico (che assicurava il funzionamento ininterrotto di scuole di tutti i gradi: giardini d’infanzia, classi elementari e medie), commissione culturale, sezione musicale, compagnia teatrale, accademia belle arti, circolo scacchistico, gruppo sportivo.
«All’ora della liberazione (che giunse allorché nel settembre 1943 gli angloamericani occuparono la Calabria: n.d.a.)», si legge nella rievocazione di Israele Kalk, «sia le staffette alleate che i distaccamenti della unità ebraica, hanno avuto, al loro ingresso nel campo, la piacevole sorpresa di vedersi davanti non già larve umane, ma uomini e donne gagliardi e decisi».

I commenti sono superflui. Ma vale la pena di riportare anche le parole che lo stesso Kalk pronunciò agli internati di Ferramonti, il 18 agosto 1942, in piena guerra, nella grande Sinagoga costruita dagli internati stessi: «Nella disgrazia abbiamo però avuto, in confronto agli altri ebrei d’Europa, la fortuna di potere fare una breve tappa in Italia e di questo nostro soggiorno transitorio serberemo grato e imperituro ricordo. Faccio questa dichiarazione senza intenzioni servilistiche e nella certezza di interpretare il pensiero di voi tutti, perché qui in Italia troviamo comprensione per la nostra difficile situazione e veniamo trattati con la massima umanità. Credo di non temere smentite affermando che con voi la sorte è stata ancora benigna e che la vostra situazione di internati in Italia è forse ancora migliore di quella dei nostri fratelli che si trovano in altri Paesi europei in libertà».

Periodicamente, dalla fine della guerra in poi, i reduci del campo d’internamento di Ferramonti si ritrovano in Calabria per rievocare quei giorni e, sempre, invitano alle celebrazioni anche i superstiti militi fascisti che fecero loro la guardia con tanta umanità.

E’ evidente, da tutto quanto abbiamo documentato finora, che il trattamento riservato agli ebrei in Italia a partire dal 1938, vale a dire dal momento in cui venne scatenata la campagna antisemita, fu per precisa volontà di Mussolini ispirato a sentimenti di umano buon senso e di grande tolleranza. Con ciò, sia chiaro, non intendiamo sostenere che le condizioni degli ebrei in quel periodo siano state invidiabili. Considerati di punto in bianco appartenenti a una razza “inferiore” e avversari del regime, fatti segno a una massiccia propaganda, bersagliati dalle cattiverie piccole e grandi cui si abbandonarono nei loro confronti certi zelanti quanto miopi esecutori di ordini, i membri della comunità ebraica italiana e gli israeliti stranieri che avevano trovato rifugio nel nostro Paese, cominciarono ovviamente a nutrire sentimenti di profonda avversione verso Mussolini e il fascismo.

Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo delle forze armate tedesche.

La prima manovra di salvataggio venne compiuta in Polonia subito dopo l’occupazione germanica. Protagonista principale ne fu un giovane diplomatico, Mario Di Stefano, che nel 1939 si trovava a Varsavia come primo segretario della nostra Ambasciata e che divenne poi ambasciatore a Ottawa, a Mosca e a Rio de Janeiro. Appena occupata la Polonia, infatti, i tedeschi avevano costretto tutti i diplomatici stranieri ad abbandonare il territorio della Nazione vinta.

Nel dicembre del ’39, però, consentirono a un gruppo di diplomatici di rientrare a Varsavia per tre giorni. Di Stefano faceva parte del convoglio con un piccolo seguito, ma, invece di tre giorni, con vari e pericolosi stratagemmi riuscì a rimanere a Varsavia cinque mesi, durante i quali prese il comando del consolato italiano nella capitale e si prodigò a favore non solo dei connazionali ma anche dei polacchi e degli ebrei.

L’opera di Di Stefano, va detto subito, venne resa possibile dal tacito ma operante consenso dei suoi superiori, primo tra tutti in nostro ambasciatore a Berlino, Bernardo Attolico, e dalla approvazione di Mussolini. La testimonianza più autorevole a proposito di questa azione di salvataggio è quella contenuta nel libro Il destino passa per Varsavia (editore Cappelli, 1949), scritto dalla signora Luciana Frassati, figlia dell’antifascista senatore Alfredo Frassati e moglie del diplomatico polacco conte Gawronsky. La signora Frassati, che tra il 1939 e il 1942 fece continuamente la spola tra Roma e Varsavia, recapitando tra l’altro, consenziente Mussolini, ingenti aiuti in denaro alle formazioni clandestine anticomuniste polacche (è necessario ricordare che, in quel periodo, la Germania nazista era alleata all’URRS: n.d.a.) e portando in salvo in Italia personalità polacche ricercate dai tedeschi, racconta fra l’altro che quando il Duce seppe delle persecuzioni e delle spietate rappresaglie in corso contro la popolazione e gli ebrei polacchi, scrisse personalmente a Hitler invitandolo a porre un freno a tante inutili crudeltà. Nella lettera, inviata in data 3 gennaio del 1940, Mussolini diceva, tra l’altro: «Un popolo che è stato ignominiosamente tradito dalla sua miserabile classe dirigente, ma che, come voi stesso avete riconosciuto nel vostro discorso a Danzica, si è battuto con coraggio, merita il trattamento dei vinti, non quello degli schiavi».

Per quanto riguarda l’azione compiuta da Di Stefano a favore degli ebrei, la signora Frassati ha scritto tra l’altro: «Sembrano mille. Sono presenti dappertutto. Non c’è azione che si compia senza di loro e dovunque si mettano in testa di arrivare, arrivano contro tutti, pregando, minacciando, attribuendosi più potere di quanto ufficialmente ne abbiano. Sono i soli capaci di tener testa e di imbrogliare le carte alla Gestapo».

A sua volta, in una intervista concessa al settimanale Gente (n. 17 del 28 aprile 1961), lo stesso ambasciatore Di Stefano raccontò: «Debbo ricordare subito che quel che potemmo fare fu opera dell’intero gruppo, di cui facevano parte il ministro Soro ed il dottor Stendardo. Nell’inverno 1939-1940, a Varsavia, la situazione era tragica. Dal punto di vista umano, commovente: non si poteva rimanere insensibili alle sofferenze dei polacchi e particolarmente degli ebrei, che a Varsavia erano molti.

Anche il governo fascista si rendeva conto della situazione e, nonostante l’ufficiale linea politica antisemita, in varie occasioni mi diede istruzioni di intervenire per far concedere permessi di uscita dalla Polonia a personalità ebraiche. Ricordo vivamente, ad esempio, il caso della famiglia del rabbino capo di Gora Kalwaraya, Alter, colui che in Polonia veniva chiamato, con singolare espressione, il “Papa degli ebrei”.

Fu Mussolini stesso a darmi istruzioni di ottenere che Alter e la sua famiglia potessero espatriare e recarsi in Palestina. A sua volta Mussolini era stato sollecitato in tale senso da Saul Bloom, importante membro del Congresso americano (va ricordato che a quell’epoca l’Italia non era ancora scesa il guerra a fianco della Germania). Gli Alter formavano un gruppo familiare numeroso, comprendente nonni, zii, nipoti, cugini. Erano visibilmente preoccupati di quel che poteva loro accadere: nel loro intimo, terrorizzati. In contrasto con le disposizioni emanate dagli occupanti nei riguardi degli ebrei essi poterono lasciare la Polonia in treno e raggiungere poi la Palestina. Un’altra volta si trattò di far uscire personalità ebraiche già rinchiuse nel ghetto di Lodz. Un’impresa disperata. L’impressione visiva del ghetto era raccapricciante, dantesca, direi.

Ma anche quell’impresa, come molte altre, riuscì» Si trattò, anche se Mario Di Stefano non lo dice di centinaia e centinaia di casi. Tutti gli ebrei italiani che potevano correre dei pericoli furono muniti di documenti capaci di proteggerli. Personalità ebraiche polacche dell’uno e dell’altro sesso furono fatte passare per elementi al servizio italiano. Furono distribuiti passaporti e denaro. Naturalmente questo traffico, dopo qualche tempo, venne scoperto. Alla fine di marzo del 1940 Hitler stesso, in un suo incontro con Mussolini al Brennero, chiese perentoriamente il rientro di Di Stefano in Italia. Ma Di Stefano riuscì a rimanere a Varsavia un’altra ventina di giorni, rilasciando quanti più visti potè, allontanandosi solo quando comprese che stava per essere arrestato.

ROMA SABOTA BERLINO

L’azione più massiccia per il salvataggio degli ebrei fu quella che si svolse negli anni successivi, vale a dire dopo l’entrata dell’Italia in guerra, e impedì agli organi di polizia germanici di impadronirsi di centinaia di migliaia di ebrei appartenenti alle comunità francesi, jugoslave e greche. Su questa colossale operazione esiste una documentazione imponente e schiacciante contenuta in un libro ormai introvabile, pubblicato a cura del “Centro di documentazione ebraica contemporanea”.

Il volume, intitolato Gli ebrei sotto l’occupazione italiana, è opera dello storico Leon Poliakov e del giornalista Jacques Sabille ed è stato edito in Italia dalle Edizioni Comunità nel 1956.

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Si tratta di un documento di eccezionale importanza storica la cui prefazione scritta da Isaac Schneersoh presidente del “Centro di documentazione ebraica contemporanea”, si chiude con questa parole: «Gli ebrei non debbono dimenticare cosa significarono per loro quei mesi di umanitarismo italiano, anche sotto la legge militare». In questo libro infatti si racconta con dovizia di documenti tutto quello che fecero gli italiani per salvare da sicura morte gli ebrei nella Francia meridionale, in Jugoslavia e in Grecia. Ne riportiamo qui ampi stralci che non necessitano certo di alcun commento.

FRANCIA
parte terza
«I documenti che pubblichiamo in questa raccolta provengono in maggior parte dagli archivi della “RSHA” (Reichssicherheits Hauptamt, cioè la Gestapo). Essi fanno luce su un significativo capitolo della storia della seconda guerra mondiale, sul quale non si conosce abbastanza. Al tempo in cui gran parte dell’Europa era schiacciata sotto il tallone tedesco, quando la polizia di tutti i Paesi, da Brest al Caucaso era mobilitata per la caccia agli ebrei, certe zone d’Europa si trasformarono come per incanto in luoghi di asilo per i fuggiaschi.

Erano quelle zone della Francia, della Jugoslavia e della Grecia in quel tempo occupate dall’esercito italiano; e questo a dispetto del fatto che l’Italia fascista e la Germania di Hitler avessero unito il loro destino e fossero strette alleate.

«Questi documenti mostrano come al centro di una guerra comune e al culmine della campagna razziale fosse ancora possibile organizzare zone di asilo. Attraverso questi documenti assistiamo alla lotta che si svolgeva tra i due alleati. Naturalmente i tedeschi non restavano passivi di fronte a quanto facevano gli italiani. Essi cercarono sempre di mettere fine a quelP”intollerabile stato di cose”, sia con interpellanze dirette al Comando supremo italiano, sia attraverso l’intervento dei loro rappresentanti diplomatici a Berlino e a Roma.

«La risposta italiana, come dimostrano questi documenti, fu sempre un rifiuto formale o una motivazione evasiva “nell’interesse della sicurezza militare italiana”, ecc.
«Allorché la capitolazione dell’Italia, nel settembre 1943, pose fine alla dominazione italiana, le zone di asilo divennero da quel momento zone di persecuzione per gli ebrei. Da allora tutti gli ebrei dei territori occupati dall’Asse caddero sotto il controllo dei cacciatori di teste nazisti; pure, anche così, gli ebrei acquistarono mesi preziosi, in un prolungamento di vita.

«Questo è un aspetto singolare della tragedia ebraica in Europa ed è trattato in queste pagine che fanno parte del lavoro compiuto dal “Centro di documentazione ebraica contemporanea”. E un a-spetto incoraggiante e nel medesimo tempo paradossale. Negli anni recenti la nostra storia è stata troppa piena di delusioni e di amarezze perché non possiamo apprezzare la calda manifestazione del popolo italiano verso il quale abbiamo un debito di gratitudine che siamo fieri di riconoscere e di ricambiare.
«Le truppe dell’Asse entrarono nella zona libera l’11 novembre 1942. (Si trattava di quei territori della Francia Meridionale che dopo la capitolazione francese erano rimasti “liberi” in quanto direttamente amministrati, fino a quel momento, dal governo Petain, detto anche governo di Vichy: n.d.a.). Le truppe italiane occuparono otto dipartimenti: Alpes-Maritimes, Var, Hautes-Alpes, Basses-Alpes, Isère, Dròme, Savoie e Haute-Savoie. In tempo di pace, in questi dipartimenti, non vi erano molti ebrei; al massimo 15-20.000. Ma il loro numero era molto aumentato dopo l’armistizio con il riversarsi di una grossa fiumana di rifugiati ebrei che abbandonavano la zona occupata dai tedeschi, in Francia, in Olanda e in Belgio. Gli ebrei erano giunti a piccoli gruppi dopo aver attraversato una linea di demarcazione e talvolta più di una. Da prima il governo di Vichy aveva in taluni casi permesso che essi restassero temporaneamente nel territorio in attesa della definitiva emigrazione. In questo modo il numero degli ebrei era salito a parecchie decine di migliaia.

«Con l’estate del 1942, il governo di Vichy aveva cominciato ad applicare delle misure spietate contro gli ebrei di nazionalità straniera. Nel luglio del 1942 si era impegnato a consegnare circa 50.000 ebrei al governo tedesco. Erano stati emessi appositi ordini e dall’inizio di agosto era stata iniziata una caccia feroce in tutta la zona, per circuire gli ebrei, che in maggior parte erano concentrati nelle grandi città costiere sul Mediterraneo.

«Da quel momento le persecuzioni e gli arresti in massa non ebbero più tregua. Assunsero forme svariate. I primi a essere internati furono gli ebrei stranieri che erano entrati in Francia prima del 1936; poi gli ebrei che erano venuti in Francia dopo il 1936. A diverse categorie di ebrei che in un primo tempo erano state discriminate (come gli ex militari) fu ritirata l’immunità. Un numero sempre crescente di ebrei cadde nella rete.

«Per comprendere la tecnica dell’azione protettiva italiana, dobbiamo tener conto che le retate, gli arresti in massa e gli internamenti, erano eseguiti quasi sempre da organi della polizia del regime di Vichy; la stessa Vichy decideva sulle misure da prendersi e redigeva i testi delle ordinanze per l’esecuzione di tali misure. I tedeschi si accontentavano di osservare a una certa distanza e di seguire le azioni del governo Pétain. Ecco perché l’urto delle autorità italiane fu prima di tutto con il governo di Vichy.

«Sin dall’inverno 1940-1941, le autorità prefettizie delle Alpes-Maritimes avevano cercato di allontanare da questo dipartimento un certo numero di ebrei stranieri, soprattutto i privi di mezzi, sia inviandoli in residenza coatta nei dipartimenti dell’interno sia anche facendoli internare nei campi di Gurs e di Rivesaltes. Ed è inutile dirlo, questi infelici si sforzavano di eludere queste misure con ogni mezzo. Alcuni di essi andarono a domandare consiglio al signor Angelo Donati, ebreo italiano giunto in Francia nel 1916 come capitano dell’aviazione italiana e in seguito stabilitosi a Parigi. Sionista di vecchia data, il signor Donati si occupava attivamente, e ciò dal 1933, dei rifugiati dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale. Aveva mantenuto preziose amicizie fra le autorità italiane. Si portò così presso la sede della “Commissione italiana di armistizio” dove, d’accordo con il conte Borromeo, segretario della commissione, escogitò e mise in atto una formula ingegnosa e semplice.

«Questi rifugiati che bisognava aiutare per sottrarli alle misure della polizia di Vichy, venivano muniti di un documento da cui risultava come per ragioni di sicurezza militare, o anche di alta politica, dovevano tenersi a disposizione della “Commissione italiana d’armistizio” per una durata di tempo indeterminata. Questa procedura elegante e sottile che fu adottata in diverse forme dai successivi presidenti della “Commissione d’armistizio” di Nizza, Mario Camerani, generale Quinto Mazzoline Alberto Calisse e Gino Augusto Spechel, permise a decine di rifugiati di rimanere a Nizza ed evitare così, alla fin fine, la deportazione.

«Da individuale la protezione italiana divenne collettiva e generale, e ciò a partire dalla fine del 1942. Ed ecco in che condizioni. Il 20 dicembre, poco dopo l’entrata in “zona non occupata” delle truppe tedesche e italiane, il prefetto delle Alpes-Maritimes, decretava l’invio in residenza coatta, nei dipartimenti di Dròme e dell’Ardèche, di tutti gli ebrei stranieri residenti nel suo dipartimento. Era questa una misura che colpiva parecchie migliaia di rifugiati. E dato che l’Ardèche si trovava in zona di occupazione tedesca, era come condannarli alla deportazione a breve scadenza.

«Avvertito dal signor Donati, il signor Calisse, presidente della “Commissione d’armistizio”, facendo sua la politica dei suoi predecessori, telegrafò al ministero degli Esteri italiano informandolo dell’accaduto; e gli fece notare che sebbene l’Italia non si assumesse praticamente nessuna responsabilità, sarebbe stata lo stesso moralmente responsabile di questa azione condotta dal governo di Vichy.

«Il ministero degli Esteri italiano rispose come segue (telegramma 34/R 12825, del 29 dicembre):
«“A seguito del vostro telegramma 34/R del 22 dicembre 1942 vi informiamo che secondo le comunicazioni della delegazione italiana a Nizza, gli ebrei stranieri che hanno il diritto dì residenza nel dipartimento delle Alpes-Maritimes, sono stati inviati in residenza coatta in un dipartimento occupato dai tedeschi e che gli ebrei italiani sono stati invitati a lasciare il dipartimento di Dróme che è solo parzialmente occupato dalle truppe tedesche.
«”A questo proposito riteniamo necessario precisare che non è possibile permettere che nella zona occupata dalle truppe italiane, le autorità francesi costringano gli ebrei stranieri, compresi quelli di nazionalità italiana, a spostarsi nelle zone occupate dalle truppe tedesche. Le misure atte a proteggere gli ebrei, sia stranieri che italiani, sono di esclusiva competenza dei nostri organi, che hanno ricevuto istruzioni precise, stabilito i princìpi di azione in conformità di suaccennato telegramma in cui sono indicate sono in accordo con le misure prese nel nostro Paese, fatta eccezione per certe norme di sicurezza di carattere speciale che dipendono dalla situazione militare“.

«In data 3 gennaio 1943 la delegazione italiana di Nizza accusava ricevuta dei telegrammi romani:
«In riferimento ai telegrammi 34/R 12579, 34/R 12825 e 34/R 12936 rispettivamente del 22 e 29 dicembre u.s. e del 2 gennaio.
«“Vi ringraziamo per le istruzioni contenute nei suaccennati telegrammi e ci affrettiamo ad informarvi che la questione degli ebrei qui residenti è in via di risoluzione.
«“Le autorità francesi, che in base alle istruzioni pervenute da Vichy (istruzioni probabilmente dettate dai tedeschi al governo francese), erano in procinto di applicare nel dipartimento delle Alpes-Maritimes le stesse misure applicate nelle zone non occupate dalle nostre truppe, sono state invitate da questa delegazione come pure dalle autorità militari italiane, ad annullare ogni ordine del genere.
«“Ciò è stato raggiunto non senza una certa resistenza da parte dei francesi, resistenza ancora una volta dettata dal desiderio di vedere i loro poteri stabilmente affermati.
«“Il nostro atteggiamento ha sollevato un’ondata di calda gratitudine da parte degli ebrei che si trovano nel dipartimento delle Alpes-Maritimes”.

«Questa “certa resistenza” a cui si fa cenno nel telegramma è definitivamente chiarita dal rapporto del prefetto delle Apes-Maritimes, signor Ribière, al suo governo.

«Durante una delle sue visite a Parigi il signor Lavai si affrettò a chiedere spiegazioni all’Ambasciata italiana a Parigi. In seguito a ciò l’Ambasciata inviò al suo rappresentante a Vichy le seguenti istruzioni:
«“Trattamento da usarsi agli ebrei di nazionalità italiana o straniera residenti nei territori francesi occupati dalle truppe italiane.
«“Il presidente Lavai ha informato l’Ambasciata della conversazione telefonica con il prefetto delle Alpes-Maritimes in relazione all’intervento fatto dal signor Calisse in accordo con le autorità militari italiane del luogo, circa i passi che sono stati fatti dal governo francese contro gli ebrei. Lo scopo dell’intervento era di assicurare che queste misure non venissero applicate contro ebrei italiani o stranieri. Queste riguardano i campi di concentramento, i campi di lavoro e la timbratura delle carte d’identità.
«“Secondo il senso della comunicazione di Lavai, il nostro intervento in favore degli ebrei di nazionalità italiana è del tutto comprensibile. Tuttavia egli non riesce a comprendere cosa ci spinga a intervenire in favore degli ebrei stranieri. Inoltre il nostro intervento ha posto gli ebrei di nazionalità francese in condizioni di inferiorità rispetto agli ebrei stranieri. Egli ha aggiunto che preferirebbe che gli ebrei italiani e anche quelli stranieri fossero trasferiti in Italia. Egli ci ha chiesto di fornire spiegazioni al governo di Vichy dove egli ritornerà in giornata.
«“Per questa ragione, e tenendo conto dei telegrammi del ministero degli Esteri 34/R 12579 del 22 dicembre, 34/R 12825 del 29 dicembre e 34/R 12936 del 2 gennaio, che vi sono noti, io vi chiedo: abbiate la compiacenza di spiegare al ministero degli Esteri francese che la comunicazione fatta al prefetto delle Alpes-Maritimes, vuol significare che nei territori occupati dalle truppe italiane, le autorità militari italiane, per ragioni di sicurezza militare, sono autorizzate a decidere delle misure protettive da prendersi nei riguardi degli ebrei, misure che saranno prese in conformità a quei princìpi che appariranno più convenienti”.
«In questo modo, un ordine che si riferiva al solo dipartimento delle Alpes-Maritimes si estese sino a diventare un ordine di carattere generale, valido per tutta la zona di occupazione italiana in Francia. In seguito ad alcuni incidenti verificatisi, che si conclusero con l’arresto di ebrei di altri dipartimenti, innumerevoli istruzioni analoghe furono inviate dal ministero degli Esteri ai suoi rappresentanti in Francia. Ecco l’estratto di una tipica comunicazione inviata dal ministero degli Esteri il 18 marzo 1943, alle ambasciate di Parigi e Vichy. (Telegramma 34/R 2507):
«“In risposta alle rimostranze fatte dall’ammiraglio Platon nel corso di una conversazione con il nostro rappresentante presso il governo di Vichy, ho il dovere di informarvi di aver confermato al nostro rappresentante che gli arresti e gli internamenti di ebrei, a prescindere dalla loro nazionalità, che risiedono in territorio francese occupato dalle truppe italiane sono di pertinenza delle nostre autorità militari; ho dato a lui le necessarie istruzioni affinché solleciti il governo francese ad annullare gli arresti e gli internamenti effettuati dai prefetti di questi territori, e a rilasciare gli ebrei che sono stati già arrestati e deportati. Consiglio di mettere in chiaro che tali ordini non vengono applicati agli ebrei soggetti di Codice penale, nei riguardi dei quali verrà seguita la normale procedura giudiziaria in conformità alle leggi vigenti, ed essi dovranno scontare i loro termini di pena in Francia, escludendoli dalla deportazione. Per concludere riporto l’attenzione sul fatto che qui non si tratta di negoziati né di accordi, ma di una dichiarazione definitiva alle autorità francesi nel senso che i provvedimenti da applicarsi agli ebrei che si trovano in territorio francese sotto l’occupazione italiana, sono di esclusiva competenza delle autorità italiane. Per assicurarsi che durante i negoziati con il generale Avarna non vi siano arresti o deportazioni effettuati contro gli ebrei, vi chiediamo di prodigarvi presso le varie Prefetture e autorità locali francesi affinché le suaccennate misure non vengano {ripeto NON vengano) applicate. A questo proposito potrete attenervi all’azione condotta recentemente, in circostanze analoghe, dal prefetto di Nizza“.
«Grazie al deciso atteggiamento degli italiani che fu efficace in molti casi, gli ebrei della zona italiana godettero di una quasi assoluta sicurezza. Le istituzioni sociali ebraiche ebbero la possibilità di organizzare sistematicamente la raccolta di un gran numero di ebrei provenienti da ogni parte della Francia e di regolarizzare i loro documenti. A questo scopo fu eletta una commissione politica speciale, sotto la presidenza del signor Joseph Fischer; i membri erano i signori Jefroykin, Hermann, Kel-mann, Massis, Topiol, Erdmann, Fink e Toronczyk. I rapporti con le autorità italiane presentavano un certo numero di problemi delicati, poiché, malgrado il loro atteggiamento benevolo, dopo tutto gli italiani erano gli occupanti, i nemici.
«Il signor Donati continuò a fare il mediatore tra gli ebrei e le autorità italiane e grazie al suo prestigio personale, specialmente negli ambienti militari italiani, la sua attività fu molto efficace. (Tanto che il SD tedesco decise di rapirlo).
«Esisteva inoltre un comitato sociale con il signor Modiano come presidente e con il signor Dubinski suo membro attivissimo, che provvedeva alla sistemazione dei rifugiati e trattava le questioni finanziarie.
«Gli ebrei che arrivavano dalle altre parti della Francia erano affidati a un comitato organizzato dai signori Fink e Topiol, con sede sul Boulevard Dubouchage. Le autorità italiane concessero al “Centro di raccolta” l’autorizzazione a fornire i rifugiati di documenti di identità con fotografia.
«Da quel momento i rifugiati si trovavano sotto la protezione dei carabinieri italiani. Accadde che quando la polizia di Vichy effettuò una serie di retate all’ingresso del “Centro di raccolta” sul Boulevard Dubouchage e davanti alla sinagoga di Nizza, arrestando degli ebrei che non avevano i documenti in ordine, il comandante dei carabinieri di Nizza, colonnello Mario Bodo, e i suoi colleghi capitani Salvi e Tosti, piantonarono i luoghi con l’ordine di arrestare i membri della polizia di Vichy, se fosse stato il caso.
«I rifugiati, che con questo sistema avevano regolarizzato la loro posizione, in seguito si smistarono nei vari centri, come Saint-Martin-Vésubie, Mégève, Saint-Gervais, Vence, Barcellonette, ecc. Le autorità italiane requisirono per loro un certo numero di alberghi in quei luoghi e le organizzazioni ebraiche provvidero il denaro per il loro mantenimento. Fu organizzata una vita sociale. Furono aperte scuole per i bambini. L’”ORT” istituì delle scuole di avviamento professionale. Bisognava tuttavia mettere in rilievo che il merito principale di quanto fu fatto va agli stessi rifugiati e al “Centro” del Boulevard Dobouchage.
«Dobbiamo ammettere che una volta sotto la protezione delle autorità italiane, gli ebrei fecero tutto il possibile per preparare il terreno agli alleati, sia tra le truppe italiane come tra la popolazione civile francese. Non è stata sufficientemente riconosciuta la parte sostenuta dagli ebrei a favore della causa alleata. Il seguente estratto da un rapporto del dottor Knochen, capo del SD tedesco in Francia, è sotto questo aspetto molto interessante:
«”La miglior armonia regna tra le truppe italiane e la popolazione ebraica. Gli italiani vivono in case di ebrei. Gli ebrei li invitano e pagano per loro. I criteri seguiti dagli italiani e dai tedeschi sembra siano completamente agli antipodi. Siamo informati da fonte francese che l’influenza ebraica ha già seminato la zizzania pacifista e comunista nella mente dei soldati italiani, creando anche sentimenti filo-americani. Gli intermediari ebrei fanno di tutto perché si stabiliscano buoni rapporti fra i soldati italiani e la popolazione francese. Dicono che tra francesi e italiani, entrambi popoli latini, ci si comprenda molto meglio che fra francesi e tedeschi o tedeschi e italiani. Essi seguono un loro sistema, criticando aspramente le relazioni italo-tedesche e d’altra parte preparando il terreno a una intesa franco-italiana. Nello stesso tempo cercano di alterare l’opinione dell’intera popolazione, con il pretesto che in caso di un attacco americano, gli italiani non si difenderanno e che gli americani porteranno finalmente la pace“.
«Il 28 gennaio 1941, il dottor Knochen così scrisse in un rapporto all’amministrazione militare tedesca in Francia:
«”È ormai tempo di allestire dei campi di concentramento per gli ebrei. Due ne sono le cause determinanti:
«” 1)le principali basi di appoggio della propaganda pro-britannica e pro-gollista sono probabilmente offerte dagli ebrei stranieri;
«”2)è ormai chiaro che è impossibile coltivare tra i francesi dei sentimenti antisemiti basati su dei princìpi ideologici, ma potremmo invogliarli ad appoggiare la campagna antisemita con delle proposte di carattere finanziario. (L’internamento di circa 100.000 ebrei stranieri che vivono a Parigi permetterebbe a molti francesi delle classi inferiori di salire nei ranghi del medio ceto)”.
«Dobbiamo far notare che dopo la partenza del prefetto Ribière, cominciò a spirare un vento diverso nella amministrazione del dipartimento delle Alpes-Maritimes. Ribière era un amico personale del Maresciallo Pétain ed era un ardente collaborazionista. Lasciò Nizza nel luglio 1943 e fu sostituito dal signor Chaigneau, abile amministratore e sin dall’inizio membro attivo nella resistenza. Alcuni giorni dopo aver assunto la carica, il signor Chaigneau convocò il signor Modiano e un certo numero di rappresentanti ebrei di Nizza per un incontro, ed insieme ebbero un lungo scambio di vedute sulla situazione. Il nuovo prefetto non nascose la sua rabbia e il suo disgusto per le persecuzioni antisemite e la sua solidarietà con gli ebrei perseguitati. Disse:
«”D’ora in poi non permetterò alcun atto arbitrario contro gli ebrei, anche se la loro posizione, il loro stato civile saranno trovati irregolari o illegali. Non lascerò agl’italiani il nobile privilegio di essere gli unici difensori della tradizione di tolleranza ed umanità che è in realtà il compito della Francia”.
«Alcuni giorni dopo egli comunicò ai suoi uffici le seguenti istruzioni:
«”PREFETTURA DELLE ALPES-MARITIMES
Ufficio Polizia Divisione 4
Ufficio Carte d’Identità per Stranieri

«”Nizza, 23 Luglio 1943
«”Il Prefetto delle Alpes-Maritimes Al Commissario Divisionale Capo dell’Ufficio Regionale di Pubblica Sicurezza di Nizza

«”Ho l’onore di invitarvi a mettere in atto l’applicazione delle seguenti norme, a decorrere dal 1°settembre:
«” 1)tutti gli ebrei stranieri entrati illegalmente nel dipartimento delle Alpes-Maritimes e che ora vi risiedono in posizione irregolare, saranno regolarizzati e nessuna multa sarà loro imposta per residenza abusiva nel dipartimento;
«”2)saranno legalizzate anche le posizioni di tutti gli ebrei usciti dal carcere che abbiano scontato un periodo di prigionia perché privi di salvacondotto, residenza abusiva, falsi documenti d’identità, ecc.

«”p.p. il Capo del Dipartimento
per il Prefetto
(Firmato): J. GOIRAN”
«Tre erano i protagonisti della tragedia ebraica: Roma, Vichy e Berlino. In breve Vichy cedette alla pressione italiana dopo qualche tentativo di resistenza, tentativo che ora rievochiamo con un senso di vergogna. Vichy agì nell’illusoria convinzione che la Germania avrebbe vinto la guerra. Non molto tempo dopo intervennero i tedeschi. Naturalmente essi erano stati sempre tenuti al corrente di ciò che accadeva dalle loro numerose spie e informatori che essi mantenevano sulla Costa Azzurra e altrove. Inoltre ricevevano rapporti da funzionari francesi, doppiamente traditori, come Joseph Antignac del “Commissariato generale per la questione ebraica”, che trasmise “confidenzialmente” al SD una copia del rapporto del prefetto delle Alpes-Maritimes. Immediatamente il SD di Parigi diede l’allarme al comando di Berlino. Il primo rapporto sull’argomento giunse il 13 gennaio 1943. Altri ne seguirono.
«Gli ufficiali della polizia tedesca sollecitarono il ministero degli Affari esteri tedesco che, attraverso il suo consigliere l’ambasciata von Bismarck, fece i primi passi a Roma il 3 febbraio 1943. Nella nota consegnata da von Birsmarck al signor Vidau, capo del servizio Affari generali, il governo tedesco affermava che le ragioni che avevano spinto il governo italiano all’azione, erano state determinate dal prefetto delle Alpes-Maritimes su espressa richiesta del governo del Reich. La nota sottolineava la necessità di una più stretta collaborazione italo-tedesca in questo campo; chiedeva che le forze italiane internassero tutti gli ebrei e le loro famiglie nelle zone occupate dall’Italia, e che le autorità italiane appoggiassero il governo di Vichy nel mettere in atto le misure antisemitiche e collaborassero con il corpo di polizia e con l’esercito tedesco al fine di impedire agli ebrei l’accesso in quelle zone.
«Vidau riuscì a ottenere il permesso dal suo governo di inviare una risposta negativa alla nota. Il 10 febbraio egli informava von Bismarck che tutti gli ebrei della zona d’occupazione italiana, sia stranieri che francesi, erano soggetti unicamente alle misure prese dalle autorità italiane. Presto i tedeschi ritornarono alla carica. Questa volta fu Ribbentrop che approfittando della sua visita a Roma, sollevò la questione con lo stesso Mussolini. Il suo argomento più forte era che l’Asse non doveva dare l’impressione di essere in disaccordo, come accadeva tra italiani e tedeschi, specie in campo così importante come la lotta contro gli ebrei.
«Ribbentrop appoggiò le sue argomentazioni con un pacco di documenti, accusando le forze di occupazione italiane di intesa segreta con gli ebrei.
«Da parte loro i servizi del ministero raccolsero l’intera documentazione di cui disponevano, aggiungendo un rapporto che era appena giunto in Italia e che descriveva per la prima volta gli orribili massacri effettuati dalle SS in Polonia. Questi documenti furono passati a Mussolini, insieme a una breve nota che dichiarava che nessuna potenza, neppure l’alleata Germania, avrebbe potuto rendere partecipe l’Italia di questi crimini, dei quali il popolo italiano avrebbe dovuto un giorno rendere conto.
«Questa nota, riferisce il signor Vidau, ottenne l’effetto desiderato. Mussolini non prese nessuna decisione. Gli ebrei non furono consegnati ai tedeschi.
«I tedeschi cercavano di far di tutto per raggiungere il loro fine. Per questo Himmler inviò a Roma uno dei suoi miglior collaboratori, il Gruppenfuhrer Mueller, capo della Sezione IV del SD (in altre parole il capo della Gestapo) per prendere contatti diretti con la polizia italiana.
«Mueller sembrò soddisfatto dei risultati conseguiti nel suo viaggio. Nel suo rapporto scrive:
«”La Polizia italiana inviò l’Ispettore generale Lospinoso e il suo aiutante vice questore Luceri e diversi altri ufficiali nella zona d’occupazione italiana, alfine di impostare il problema secondo il criterio tedesco e nella più stretta collaborazione con la polizia tedesca e possibilmente anche con la politica francese”.
«L’Ispettore generale della polizia italiana, Lospinoso, che era stato in precendenza Questore della provincia di Bari, appena giunto a Nizza, dietro consiglio del signor Donati, si mise in contatto con il cappuccino padre Benoit-Marie, che godeva della fiducia del Vaticano. Padre Benoit-Marie lo supplicò di essere pietoso e umano nel compiere i suoi doveri. Lospinoso espresse la sua meraviglia che un sacerdote cattolico fosse così interessato a favore degli ebrei. Padre Benoit-Marie lo assicurò dicendo che il Dio degli ebrei è anche il Dio dei cristiani.
«Lospinoso fu d’accordo di agire secondo il consiglio di padre Benoit-Marie e di non prendere nessun contatto con i tedeschi. Mentre i tedeschi Knochen, Roethke e gli altri, avendo ricevuto da Berlino i rapporti di Mueller, sollecitavano gli uffici SD di Vichy, Marsiglia e Mentone per rintracciare l’emissario venuto da Roma, Lospinoso viveva tranquillamente sulla Costa Azzurra, lasciando che il Comitato, formato dagli stessi rifugiati ebrei, esplicasse le funzioni che egli aveva loro affidato.
«Finalmente il SD di Marsiglia, il 26 maggio 1943, telegrafò:
«”Abbiamo appreso che il ministero italiano degli interni ha istituito un “Commissariato per gli affari ebraici” a Nizza, Villa Surany, Cimiez, sotto la direzione dell’italiano Lospinoso che ha il grado di generale. Il suo Stato maggiore è composto dal tenente colonnello Bodo e dal capitano Salvi. Il suo più attivo collaboratore è il mezzo ebreo Donati“.

«La storia seguiva il suo corso. La caduta di Mussolini nel luglio del 1943, portò nuovamente alla ribalta la questione del futuro della zona italiana. I rifugiati che colà avevano trovato asilo ricominciarono a vivere di ansietà nel timore di quanto poteva loro accadere con la partenza degli italiani. Ai primi di agosto del 1943, Roma decise di evacuare le truppe italiane da quella zona della Francia, controllata dagli italiani, eccetto Nizza e l’area circostante. (Le truppe italiane dovevano ritirarsi a Est della linea linea-Var).
«La notizia si diffuse rapidamente tra i rifugiati. Molti di loro avrebbero voluto seguire le truppe italiane nella loro ritirata. La questione fu esaminata durante una riunione interministeriale tenuta a Roma il 28 agosto 1943 e fu deciso di non ostacolare quei rifugiati che desideravano venire in territorio italiano. In seguito a ciò il seguente telegramma I datato 7 settembre, fu inviato dal ministero degli Esteri italiano ai rappresentanti diplomatici italiani in Francia:
«”La risposta del ministero degli Interni al telegramma del consolato n. 5497 del 16 agosto, fu trasmessa il giorno stesso. Da tale risposta appare che i negoziati sono tuttora in corso. Il consolato può in ogni eventualità avviare in Italia quelle persone a cui può essere accordata la cittadinanza italiana, anche se non se ne ha la certezza.
«”In quanto agli altri, mentre attendiamo una decisione definitiva, sarebbe desiderabile fossero trasferiti nella zona occupata dalle nostre truppe, dando loro ogni possibile agevolazione”.
«”(Firmato): ROSSO”».

«Giungiamo ora al punto cruciale che, per il peso avuto sulla sorte dei rifugiati, è tuttora oggetto di appassionante discussione negli ambienti ebraici e che, d’altra parte, è anche strettamente collegato all’armistizio dell’8 settembre 1943.

«Come accadde e quali furono le circostanze che condussero i rifugiati nella “zona di sicurezza”? Come mai, invece di disperdersi o nascondersi in ( località diverse, si raggrupparono tutti nella zona di Nizza, come in una trappola, dando la possibilità alla Gestapo di gettarsi impunemente su di loro, solo alcuni giorni dopo? Ecco come avvenne.
«Innanzi tutto dobbiamo ricordare che secondo il piano dello Stato maggiore italiano, la regione a -Est della linea Tinea-Var doveva restare sotto l’occupazione italiana. Perciò si sperava che almeno temporaneamente gli ebrei vi trovassero la sicurezza. Inoltre esisteva un importante progetto di evacuazione, elaborato specialmente da Donati, che aveva fatto diversi viaggi a Roma dove si era incontrato con i membri del nuovo governo Badoglio e i ‘ rappresentanti diplomatici alleati in Vaticano. Il piano era di trasferire tutti i rifugiati concentrati nella regione di Nizza, nelle zone liberate del Nord Africa. (Per “zone liberate” gli autori del libro intendono quelle già occupate dagli angloamericani: n.d.a.). Donati presentò il piano ai rappresentanti delle organizzazioni ebraiche che l’approvarono senza ‘ riserve. Questo piano doveva inserirsi nel più vasto disegno strategico concepito dal governo Badoglio, che mirava alla completa liberazione dell’Italia al momento dell’annuncio dell’armistizio in seguito al quale l’Italia si sarebbe schierata dalla parte degli alleati. Secondo quanto era stato convenuto, le clausole dell’armistizio dovevano essere rese pubbliche nell’ottobre 1943. Per ragioni tuttora sconosciute, lo Stato maggiore generale alleato inaspettatamente anticipò l’annuncio. E questo annuncio prematuro, che colse alla sprovvista il governo Badoglio, sconvolse tutti i piani, compreso quello destinato a portar in salvo i rifugiati ebrei i quali, concentrati a Nizza, si trovarono così in una situazione senza via di uscita.
(In realtà, la tesi qui esposta dagli autori del libro non ha alcun fondamento storico, e rappresenta solo il tentativo, del tutto campato in aria, di trovare una impossibile giustificazione per le precise responsabilità storiche che il governo Badoglio si assunse invece nei confronti degli ebrei nei giorni della resa dell’Italia. Gli angloamericani, infatti, come è ampiamente noto e come è abbondantemente documentato da atti ufficiali, testimonianze, rapporti e così via, non anticiparono niente.

Badoglio aveva accettato la resa già il 27 agosto 1943. Il generale Castellano ne aveva firmato il relativo documento il 3 settembre successivo a Cassibile e gli alleati, come avevano ormai deciso da un pezzo, sbarcarono a Salerno cinque giorni dopo, l’8 settembre, mentre il governo Badoglio lo sbarco se lo aspettava tra il 12 e il 15 successivo. La verità, quindi, è che Badoglio sapeva benissimo, già alla fine d’agosto, che la resa e il ribaltamento di fronte dell’Italia era solo questione di pochi giorni e che, di conseguenza, le truppe italiane d’occupazione in Francia, come quelle in Grecia e in Jugoslavia, avrebbero dovuto abbandonare rapidamente le posizioni tenute sotto l’urto della inevitabile reazione tedesca, lasciando così, tra l’altro, senza alcuna protezione, centinaia di migliaia di israeliti.
Ma Badoglio, nel timore che la notizia delle trattative di resa in corso potesse trapelare e giungere ai tedeschi, tacque con tutti, compresi gli ebrei, che restarono così dove si trovavano, in Francia, in Grecia e in Jugoslavia, senza prendere alcune precauzione né alcuna misura protettiva, pensando di avere ancora del tempo davanti a loro per mettersi in salvo. Il silenzio del governo Badoglio su quanto stava per accadere costò così la vita a centinaia di migliaia di ebrei, i quali, colti di sorpresa dalla resa italiana dell’8 settembre e dallo sfacelo dell’esercito italiano abbandonato a sé stesso dalla fuga del governo Badoglio da Roma, caddero tutti nelle mani della polizia germanica e finirono dei lager nazisti: n.d.a.).
«La notizia che l’intera zona d’occupazione italiana, eccettuata Nizza, sarebbe rimasta ai tedeschi, si propagò tra i rifugiati in un baleno. Individualmente o a gruppi, in treno, in motocicletta, in autocarri e tassì, essi abbandonarono i loro luoghi di residenza, per affluire verso Nizza. Gli “abitanti forzati” di Mégève e Saint-Gervais, circa duemila persone, vennero evacuati in cinquanta autocarri noleggiati dal “Centro di raccolta” e vennero sistemati negli alberghi di Nizza su iniziativa dello stesso Centro.
«Non si erano ancora del tutto sistemati quando l’8 settembre scoppiò fulminea la notizia dell’armistizio. Tre giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, i tedeschi entrarono a Nizza.
«Alcune centinaia di rifugiati riuscirono a raggiungere le truppe italiane in ritirata. Il resto costituì una facile preda per i tedeschi, soprattutto perché la maggior parte abitava negli alberghi ed essendo da poco arrivata non aveva stabilito nessun contatto locale, non conosceva nessuno che potesse aiutarla. Di conseguenza non poterono beneficiare dei vari mezzi di assistenza che erano stati elaborati e predisposti durante l’occupazione, come documenti falsi, luoghi di asilo, eccetera.
«La Gestapo si mise immediatamente all’opera. Già il 4 settembre 1943 il SD di Parigi aveva elaborato un “piano d’azione” con il sottotitolo: “Preparatevi per l’applicazione di misure antiebraiche nella zona d’occupazione italiana” da cui riportiamo i seguenti passaggi:
«”La Costa Azzurra, il dipartimento della Savoie, Grenoble e tutta la zona di frontiera saranno i punti di appoggio di questa azione. Per evitare la fuga degli ebrei, l’azione avrà inizio nella zona di frontiera e si sposterà all’interno per rastrellare le località summenzionate da Est a Ovest. Gli ebrei saranno arrestati insieme a tutti i membri delle loro famiglie. Potranno portare con sé il minimo indispensabile di vestiario e oggetti di uso quotidiano, a meno che il loro immediato trasferimento, nei centri di raccolta provvisori, non sia considerato per ragioni particolari, urgente e necessario.
«” Gli uffici di Lione e Marsiglia hanno organizzato dei centri di raccolta provvisori in queste due città (scuole ebraiche, stabilimenti abbandonati, ecc). L’Hauptsturmfuehrer Brunner accompagnato dall’Hauptscharfuerer Brueckler arriverà a Marsiglia e Lione il 5 e 6, per predisporre le cose sul luogo, con la massima discrezione, e per rendersi conto della situazione locale.
«”Quando la cattura degli ebrei sarà completata, questi verranno trasferiti dai campi provvisori al campo ebraico di Drancy in convogli da 1.000-2.000 persone ciascuno; da qui dopo un accurato esame della nazionalità di ciascuno, saranno immediatamente inviati all’Est, purché siano soggetti idonei alla deportazione.
«”La completa evacuazione degli ebrei dalla zona già occupata dagli italiani, non solo è necessaria nell’interesse della soluzione finale della questione ebraica in Francia, ma è anche una misura di urgente sicurezza necessaria alle truppe tedesche».
«È superfluo aggiungere che questo “piano di azione” venne effettuato esattamente alla lettera, in ogni dettaglio. La “caccia all’uomo” sulla Costa Azzurra nell’autunno del 1943 sorpassò in orrore e ferocia tutto ciò che era sino allora noto per lo meno nell’Europa occidentale. Non appena il distaccamento Brunner-Brueckler giunse a Nizza, chiese alla Prefettura l’elenco degli ebrei. Il prefetto, signor Chaigneau, disse che gli elenchi erano stati prelevati dagli italiani (il che era vero). Ma egli possedeva i duplicati che immediatamente distrusse. Perciò i tedeschi dovettero applicare altri metodi. Oltre alle retate negli alberghi, il loro metodo preferito era di fermare gli uomini nelle strade e di assicurarsi che fossero circoncisi. Quelli che lo erano, venivano inviati immediatamente al campo di Drancy.

“Sebbene basati sugli stessi princìpi e protesi verso gli stessi fini, il fascismo e il nazismo non operarono con gli stessi metodi, né con lo stesso spirito.”

CROAZIA
«Verso la fine del 1942, gli ebrei che erano riusciti a trovare un nascondiglio nei villaggi sperduti o nelle località mondane della Francia occupata dalle truppe dell’Asse, ebbero per la prima volta sentore del trattamento umano che le truppe italiane riservavano agli ebrei. La loro prima reazione fu di sospetto e di incredulità. Sembrava impossibile che gli alleati di Hitler osassero opporsi ai criteri tedeschi su un argomento così vitale dell’ideologia nazista come la questione ebraica. Ma alcuni tra i capi ebrei che erano in contatto con le fonti d’informazione svizzera, non furono sorpresi da quella notizia e non ebbero il minimo sospetto. Sapevano che un anno prima gli italiani avevano seguito la stessa linea di condotta in Croazia.
«Fu infatti in Croazia che l’atteggiamento italiano di fronte alle persecuzioni razziali assunse per la prima volta il suo volto. Ecco come accadde:
«L’ex regno jugoslavo crollò nell’aprile 1941, dopo una breve campagna militare di soli 18 giorni. Sulle sue rovine, le potenze dell’Asse fondarono lo Stato di Croazia con a capo il Poglavnik Ante Pavelic, il terribile capo degli ustascia, l’organizzazione terrorista croata. Quest’uomo funesto era già noto per aver organizzato a Marsiglia l’assassinio di Re Alessandro di Jugoslavia e del ministro francese Louis Barthou. Aveva trovato rifugio nell’Italia fascista che si era rifiutata di consegnarlo alla Francia. In questo modo i suoi legami con il collega italiano di Hitler non erano nuovi. Quando Pavelic si stabilì a Zagabria, instaurò immediatamente un regime di terrore, sebbene l’intero territorio che era stato un tempo la Jugoslavia fosse occupato dalle truppe dell’Asse. La zona occupata dagli italiani comprendeva circa metà della Croazia, la Dalmazia e il Montenegro.
«Il terrore che la milizia e le bande ustascia diffondevano nel Paese all’inizio dell’estate 1941, era interamente approvato dalle autorità d’occupazione naziste. Intere famiglie vennero massacrate, le città furono saccheggiate da cima a fondo, furono perpetrati terribili atti di sadica crudeltà, senza che nessuno venisse punito. Il capitolo ustascia, scritto nell’estate del 1941, fu uno dei più raccapriccianti della storia della seconda guerra mondiale, il che non è dir poco. Gli ebrei furono confinati nei campi di sterminio, come quello dell’isola di Pago, dove ottomila furono torturati a morte.
«Le truppe italiane reagirono immediatamente e spontaneamente a tanta bestialità. Non c’era il tempo di attendere gli ordini dall’alto. Gli ufficiali italiani e il loro soldati, singolarmente o a gruppi, fecero tutto il possibile per sottrarre gli ebrei dalle zone del terrore e nasconderli in luoghi sicuri, in territori annessi all’Italia o nella stessa Italia.
«Poiché si trattava di azioni spontanee e “illegali”, che venivano effettuate con la massima prudenza, non è possibile fornire dettagli in base a delle documentazioni. Gli ufficiali e i soldati italiani, la cui meravigliosa opera di soccorso merita tutto il riconoscimento e l’ammirazione, furono così prudenti da non lasciare alcuna testimonianza nei documenti ufficiali. Ecco perché questo periodo vive in una aura leggendaria in cui il terribile incubo delle camere a gas e dei forni crematori è ripetutamente rischiarato da una luce di eroismo e di umanità.
«I racconti dei testimoni oculari di questo periodo, dei quali esiste in piccola parte la testimonianza scritta, hanno tutti i caratteri di una saga popolare e costringono lo storico obbiettivo ad andare estremamente cauto nell’usarli come documenti reali. Tuttavia se di quel periodo manca una autentica documentazione, i racconti dei testimoni oculari sono pienamente comprovati dalla conoscenza che, a grandi linee, abbiamo sul corso degli eventi di quella tragica estate 1941.
«Non abbiamo dubbi nel ritenere che l’opera di soccorso fu iniziata spontaneamente dai bassi ranghi dell’esercito italiano e che, come vedremo in seguito, essa fu tollerata e spesso caldamente approvata dalle maggiori autorità. A conferma di ciò, citiamo il seguente resoconto fornitoci da un testimone oculare, un alto funzionario del ministero degli Affari esteri italiano. Nell’estate 1941, il diplomatico si trovava in Croazia come ufficiale di collegamento con le forze militari d’occupazione. Un giorno, alla mensa ufficiali, si svolse una conversazione segreta sul modo di mettere in salvo un certo numero di personalità ebree ricercate dagli usta-scia. Tutti i sistemi proposti furono scartati perché era impossibile attuarli con successo per la vigilanza degli agenti tedeschi e degli ustascia. Allora un giovane sottotenente suggerì di trasportare gli ebrei con dei carri armati. Questo piano ardito fu accolto senza esitazioni. Le autorità croate furono avvisate che un gruppo di carri armati italiani sarebbe stato inviato a disperdere un forte nucleo di partigiani serbi che, secondo le informazioni del servizio segreto militare, stavano operando nella zona. I carri armati partirono con gli ebrei a bordo. Ma gli ustascia aveva subodorato qualcosa e scoprirono quanto stava accadendo. Le autorità croate inviarono una protesta ufficiale al comando italiano. Gli ufficiali implicati furono giudicati dalla Corte marziale sotto l’imputazione di aver usato i carri armati per permettere la fuga agli ebrei. Furono condannati… a un paio di giorni d’arresto in caserma.
«Esistono infiniti esempi simili a questo. I tedeschi non avevano ragioni per illudersi sulle intenzioni dei loro alleati italiani a questo proposito. Il generale Vittorio Ambrosio aveva tutto il diritto di dichiarare nel suo rapporto allo Stato maggiore generale, il 2 maggio 1946:
«“Il comando della Seconda armata, essendo perfettamente informato di tutto quanto accadde nella Seconda e Terza Zona (dell’area d’occupazione italiana), non solo era consenziente con ciò che i suoi ufficiali, N. C. O. e soldati, facevano per salvare la vita a migliaia di serbi ortodossi ed ebrei, ma non fece nulla per ostacolare l’uso dei trasporti militari a questo scopo».
«Alla fine dell’anno, gli italiani decisero di occupare la intera zona costiera per una profondità di 50 chilometri e di incaricarsi dell’amministrazione civile. Gli ustascia si ritirarono oltre la linea di demarcazione, nella zona occupata dai tedeschi. Da quel momento gli ebrei e i serbi che si trovavano nella zona italiana vissero relativamente al sicuro e indisturbati. Come accadde l’anno successivo negli otto dipartimenti francesi, la zona costiera della Jugoslavia divenne una zona di rifugio per tutti coloro che erano soggetti alla persecuzione razziale nei territori sotto l’occupazione tedesca. Gli ebrei contro i quali il governo croato aveva promulgato una legge speciale nel maggio 1941 (che fu applicata soltanto nella zona d’occupazione tedesca) e che furono soggetti ai terribili massacri dell’estate da parte degli ustascia, fecero tutto il possibile per superare la linea di demarcazione e per raggiungere la zona italiana.
«Disgraziatamente soltanto pochi riuscirono. Ma un anno dopo, nell’estate del 1942, la colonia ebraica nella zona di rifugio contava circa tremila persone, in maggior parte concentrate e Spalato, Sebenico e Cattaro. Questi ebrei godevano di una assoluta libertà sotto la protezione della bandiera italiana.
«Alla fine dell’estate 1942, quando l’Europa fu sommersa dall’ondata di deportazioni verso i campi di sterminio polacchi,! tedeschi decisero che “il terrore balcanico” degli ustascia era durato abbastanza in Croazia e che era tempo di sostituirlo con i metodi più “moderni” ed efficaci dello sterminio industrializzato. Firmarono un accordo con il governo di Ante Pavelic, per cui tutti gli ebrei che risiedevano in Croazia sarebbero stati deportati in Polonia come “lavoratori”. Al governo croato fu chiesto di pagare al Reich tedesco la somma di 30 marchi per ogni deportato ebreo, quale ricompensa per l’opera di organizzazione dei trasporti. Terminato questo compito, i tedeschi e i croati cominciarono a preoccuparsi degli ebrei che vivevano tranquillamente oltre la linea di demarcazione nella zona italiana e a far pressioni presso le autorità italiane perché glieli consegnassero.
«Da quel momento l’opera di soccorso spontanea e clandestina dei bassi ranghi dell’esercito italiano si trasformò in una vera e propria azione diplomatica, i cui stadi possono facilmente essere seguiti dalle corrispondenze ufficiali. Quindi d’ora in avanti ci baseremo unicamente su documenti ufficiali o semi-ufficiali italiani, con l’aggiunta dell’uso di documenti originali tedeschi di cui esiste un numero rilevante.
«Il nostro documento tedesco numero uno è una nota, datata 24 luglio 1942, del segretario assistente al governo, Lunther, nota che doveva essere sottoposta al ministro degli Esteri Ribbentrop per una decisione.
«In questa nota, Lunther informa che a Zagabria erano preoccupati dell’atteggiamento che il governo italiano avrebbe adottato circa le misure antiebraiche in preparazione, specie le deportazioni in massa. “Per quanto riguarda i croati”, prosegue Lunther “essi sono per principio d’accordo con noi sulla deportazione degli ebrei; essi ritengono particolarmente importante la deportazione dei 4/5.000 ebrei residenti nella seconda zona occupata dagli italiani (comprese le importanti città di Dubrovnik e Mostar). Essi costituiscono politicamente un grosso ostacolo e il loro trasferimento faciliterebbe le cose sul piano generale”.
«Ecco il nocciolo del problema. Lunther dice: “Abbiamo le prove dell’attività di resistenza delle autorità italiane contro le misure anti-ebraiche del governo croato”.
«Per addolcire questa amara pillola, egli si affretta ad aggiungere che i privilegi erano concessi soltanto agli ebrei “ricchi”. Ma nel proseguire si trova costretto a citare la risposta del generale Capo di Stato maggiore di Mostar che afferma cose del tutto diverse. Il generale ha dichiarato che “Non può dare il suo consenso alla deportazione degli ebrei in quanto tutti i residenti a Mostar hanno avuto assicurazione di un trattamento imparziale”. Questo è chiaro e per Lunther non vi è modo di sfuggirvi.
«Segue altro: “L’Ispettore generale tedesco del Wegebauamt (l’organizzazione ‘Todt’) riferisce che il capo di Stato maggiore italiano gli ha detto che è incompatibile con il senso d’onore dell’esercito italiano prendere simili eccezionali misure contro gli ebrei, come quelle adottate dall’organizzazione Todt’ (sigla dell’organizzazione militarizzata tedesca del lavoro: n.d.a.) che mirano a requisire le abitazioni di cui gli ebrei hanno urgente bisogno”.
«Lunther conclude informando il ministro che l’ambasciatore a Zagabria, Kasche, è dell’opinione di dover senza ulteriore indugio deportare tutti gli ebrei residenti sul territorio croato e che, se tali misure vengono prese, l’SD deve prepararsi a incontrare difficoltà nella zona d’occupazione italiana.
«Esistono alcuni appunti manoscritti nel documento che mostrano come Ribbentrop si fosse deciso a intervenire presso il governo di Roma affinché incitasse le autorità italiane a rendersi conto dei loro obblighi verso l’alleato. La mattina del 17 agosto il principe Otto von Bismarck si presentò al ministero degli Esteri italiano. Consegnò al capo gabinetto del conte Ciano un telegramma di Ribbentrop in cui si chiedeva di inviare istruzioni del caso alle autorità italiane in Croazia per indurle a consegnare alle autorità tedesche e croate gli ebrei che si erano nascosti nella zona d’occupazione italiana. Bismarck fece un velato accenno alla terribile sorte che attendeva questi ebrei se il desiderio di Ribbentrop fosse stato esaudito.
«La visita mattiniera del principe von Bismarck al ministero degli Esteri a Roma, aprì un nuovo capitolo nelle relazioni diplomatiche tra la Germania e la sua alleata, l’Italia, quasi identico a quello iniziato cinque mesi dopo nel Sud della Francia a proposito dei luoghi di rifugio per gli ebrei nella zona d’occupazione italiana, descritto nella prima parte di questo libro.
«Il Capo di gabinetto assicurò il principe che avrebbe inoltrato la comunicazione al conte Ciano e a Mussolini e lo avrebbe informato della loro risposta.
«A Roma i negoziati furono ripresi in seguito a un telegramma presentato dall’ambasciatore tedesco, Mackenesen, il 28 ottobre. Del resto risulta che il governo italiano aveva ricevuto una proposta dalla Croazia, secondo la quale si autorizzavano gli ebrei della zona italiana a tresferirsi nel territorio dello Stato italiano, in cambio dei beni ebraici che sarebbero passati allo Stato croato.
«La proposta fu immediatamente scartata. Il marchese d’Ajeta, rappresentante italiano ai negoziati, dichiarò a questo proposito: “L’Italia non è la Palestina”. Annunciò quindi la decisione presa dal Duce, intesa a risolvere il problema:
«“Tutti gli ebrei residenti nella zona italiana in Croazia saranno d’ora in poi internati nei campi e sottoposti a censimento. Coloro che risulteranno originari dei territori annessi all’Italia, formeranno un gruppo che resterà sotto la giurisdizione italiana. I rimanenti che saranno riconosciuti come sudditi croati, formeranno un secondo gruppo che, al più presto possibile e cioè immediatamente dopo che sia stata completata l’opera di discriminazione, saranno consegnati al governo croato. Tali disposizioni saranno comunicate immediatamente ai comandi militari del luogo i quali, non appena possibile, prenderanno contatti con le autorità croate per la loro attuazione”.
«A un esame superficiale questo può sembrare un accomodamento alle richieste tedesche. In realtà era una manovra per guadagnare tempo. I tedeschi se ne resero presto conto. In un telegramma datato 10 novembre, Kasche così espresse la sua opinione personale:
«“Da quanto è stato detto è chiaro che l’esposto italiano non si accorda con i fatti. Nel frattempo qui sono giunte nuove istruzioni e gli italiani hanno anche internato nei campi gli ebrei. Ma Lorcovic mi informa che una considerevole parte di questi ebrei è stata trasferita in un campo in Istria, in territorio italiano. Il rifiuto italiano di accettare gli ebrei (in Italia) non deve quindi considerarsi categorico. Non si sa ancora quando inizieremo le deportazioni, perché l’opera di discriminazione a cui è stato fatto cenno, non è ancora in atto“.
«L’internamento degli ebrei nella zona italiana in Croazia, a cui accenna Kasche, fu completato in dicembre. In questo modo si era dato alla Germania l’impressione “che qualcosa era stato fatto”. Nello stesso tempo gli internamenti privarono i tedeschi dell’argomento da loro spesso avanzato per giustificare le loro richieste, cioè che gli ebrei facevano opera attiva di spionaggio a favore degli alleati.
«I documenti tedeschi rivelano che i tedeschi erano ben lungi dall’essere soddisfatti di questo stato di cose. Quando le autorità italiane videro che i tedeschi non allentavano la loro pressione, nelle comunicazioni scambiate con l’Ambasciata tedesca a Roma cominciarono a parlare di “straordinarie complicazioni incontrate nell’opera di censimento nei campi di internamento”. Non mancarono di aggiungere che sin quando il censimento non fosse stato portato a termine, neppure un solo e-breo sarebbe stato deportato. Era questo che metteva a disagio Kasche.
«Nel frattempo la vita dei campi di concentramento si organizzava non senza difficoltà, in gran parte di ordine psicologico. Gli ebrei dei campi consideravano il loro internamento come uno stadio di preparazione verso la deportazione. Questo li teneva in uno stato di angoscia, tanto che alcuni si suicidarono, ma non appena le autorità furono in grado di rassicurarli, essi ripresero fiducia. Questo è dimostrato, per esempio, da una lettera inviata al comandante della Seconda armata, a nome di 1.161 ebrei internati a Porto Re. Ecco un estratto della lettera:
«“Ci siamo messi al tempo debito sotto la protezione dell’ esercito italiano con assoluta fiducia nella nobiltà d’animo e nei sentimenti umani dei soldati italiani e del popolo italiano. Dopo le dichiarazioni fatteci da Vostra Eccellenza siamo convinti che la protezione a noi accordata è divenuta più efficace con l’internamento in questo campo dove ci troviamo sotto l’immediata vigilanza dell’esercito italiano. Questi giorni lasceranno un ricordo indelebile nelle nostre anime e nei nostri cuori non si cancellerà mai l’eterna gratitudine verso l’esercito italiano. L’Italia ha in noi degli amici sicuri e fedeli che cercheranno attraverso la loro attività di servire gli interessi di questa nobile terra”.
«La lettera è firmata dai signori: Schlossenberger, direttore della Banca croata; Vranic, professore all’Università di Zagabria; Herac, Lothe e Singer, industriali.
«Se dovessimo giudicare delle condizioni di vita nei campi d’internamento per ebrei stranieri nella zona di occupazione italiana in Francia, questa lettera dovrebbe essere accettata nel suo valore integrale. Non vi sono ragioni per ritenere che l’esercito italiano dimostrasse meno umanità, o meno comprensione e abilità in Croazia che in Francia verso gli ebrei.
«L’insoddisfazione dei tedeschi dovrebbe essere una prova sufficiente. Il 9 dicembre il principe von Bismarck “ritornò sulla questione”, scrive Verax “per proporre che gli ebrei venissero trasportati via mare a Trieste e di lì in Germania. La risposta che ricevette fu che la scarsità di tonnellaggio in Adriatico rendeva difficile il trasporto via mare”.
«In quanto al censimento, esso proseguiva nei campi senza fretta e in tutta tranquillità. Dei 2.622 internati nella zona di occupazione italiana, solo 863 riuscirono a provare il loro diritto alla nazionalità italiana. La maggior parte degli altri erano croati. Vi erano anche russi, ungheresi, portoghesi, polacchi, cecoslovacchi, rumeni e olandesi. Ma non si parlò mai di consegnare alcuni di loro ai tedeschi. Al contrario, l’idea di trasferire un certo numero di questi ebrei in Italia fu nuovamente avanzata. Fu iniziata una complicata procedura per scegliere coloro che sarebbero stati trasferiti.
«I documenti tedeschi, datati ottobre e novembre 1942, rivelano che in ottobre l’ambasciatore tedesco Kasche aveva perso tutte le illusioni sulle probabilità di mettere le mani sugli ebrei della zona italiana. Esiste un telegramma del 14 ottobre in cui Kasche, dopo aver riferito su un accordo appena concluso con il ministro delle Finanze croato per una somma di 30 marchi da versare per ogni ebreo deportato (i trenta soldi d’argento di Giuda, osserva Verax), continua:
«”I preparativi per la deportazione degli ebrei dalla zona d’occupazione italiana o anche per l’arresto di tutti gli ebrei, compiuti con discrezione, stanno per essere messi in atto dal capo delle polizia. Vi prego di informare in merito l’Ufficio centrale della polizia di sicurezza del Reich».
«Kasche si accorse presto del suo errore. Il 20 novembre inviò un altro telegramma il cui tono era affatto diverso. Kasche riferiva che secondo le notizie pervenutegli da Mostar e Dubrovnik l’internamento degli ebrei (che era in atto) era il risultato delle insistenze tedesche. Gli italiani non facevano che eseguire degli ordini. La proposta di trasferire gli ebrei per deportarli in seguito in Germania per il lavoro obbligatorio era stata respinta dagli italiani. Egli aggiungeva:
«“Gli italiani hanno intenzione di concentrare gli ebrei su un certo numero di piccole isole: si è fatto il nome di Lopud, vicino a Dubrovnik. Gli italiani dicono che si tratta di una misura molto difficile e delicata da applicare a causa degli ebrei americani che inviano aiuti finanziari alle popolazioni del luogo (Dalmazia). Tutti i tentativi fatti da parte croata per intervenire o collaborare nell’esecuzione di queste misure sono stati egualmente respinti dagli italiani”.
«Kasche chiede ancora che ne venga informato l’ufficio centrale della polizia di sicurezza del Reich (Gestapo). Fu quindi naturale che Ribbentrop in persona si decidesse finalmente a fare una domanda diretta al Duce. Quando ai primi del 1943 fu a Roma, chiese a Mussolini l’espulsione degli ebrei internati nella zona italiana in Croazia.
«Esiste un rapporto del colonnello Vincenzo Carla, ex capo del primo ufficio della Seconda armata, datato 6 marzo 1943, che ha qualcosa da dire sull’intervento di Ribbentrop:
«”Il comandante (della Seconda armata) Sua Eccellenza Roboni fu convocato a Roma con Sua Eccellenza Pirzio-Biroli, governatore del Montenegro, per discutere questo problema (degli ebrei) e anche il disarmo dei cetnici (i partigiani serbi). Entrambe le loro Eccellenza, che prima avevano avuto un colloquio con Sua Eccellenza Ambrosio, Capo di Stato maggiore generale, si presentarono alle 7 p.m. a Palazzo Venezia, dove furono ricevuti dal Capo del governo. Io e gli altri ufficiali del seguito attendemmo in anticamera, cioè nella sala delle riunioni del Gran Consiglio fascista. Ricordo benissimo che Sua Eccellenza Robotti, immediatamente dopo il colloquio, mi disse quanto segue a proposito degli ebrei. Il Capo del governo disse: ‘Il ministro Ribbentrop, che è stato a Roma tre giorni, mi ha fatto pressioni in ogni senso per assicurarsi con ogni mezzo l’espulsione degli ebrei jugoslavi. Ho cercato di tergiversare ma egli insisteva. Per liberarmi di lui ho dovuto dare il mio consenso. Gli ebrei devono essere consegnati ai tedeschi’. Sua Eccellenza Robotti, che si rendeva perfettamente conto di cosa significasse quel!ordine per la sorte degli ebrei, fece notare che quel!ordine avrebbe creato una dolorosa ripercussione tra la popolazione jugoslava. Disse che da principio il popolo jugoslavo era stato favorevolmente disposto verso di noi. Ma aveva cambiato atteggiamento quando aveva sospettato che volessimo consegnare gli ebrei ai tedeschi. Il Capo del governo si lasciò persuadere e finalmente dichiarò: ‘E vero, sono stato costretto a dare il consenso alla espulsione, ma voi escogitate le scuse che volete, in modo da non consegnare neppure un ebreo. Dite che non avete i mezzi per trasportarli a Trieste e che il trasporto via terra è impossibile’. Sua Eccellenza Robotti era raggiante di questa decisione. Infatti nessun ebreo internato nei nostri campi venne mai consegnato ai tedeschi o ai croati”».
«Alcune settimane dopo, il 10 aprile 1943, l’Ufficio centrale della polizia di sicurezza del Reich stava ancora chiedendo rapporti sul progredire dei negoziati con gli italiani a proposito “degli ebrei della zona costiera occupata dall’esercito italiano”. In questo senso vi è un telegramma indirizzato a Ovial, l’Attaché di polizia presso l’Ambasciata tedesca a Zagabria, che valuta a solo 2.000 il numero degli ebrei rimasti nelle zone italiane. Un altro telegramma in data 15 luglio 1943 dà la cifra di 800.
«L’unico risultato delle pressioni tedesche fu la decisione presa dalle autorità italiane, nel marzo 1943, decisione in assoluto contrasto con le richieste naziste, di concentrare tutti gli ebrei in un unico campo allestito nell’isola di Arbe, nel golfo del Carnaro annesso all’Italia, allo scopo di proteggere gli ebrei da un eventuale pericolo che avrebbe potuto presentarsi in seguito a un mutamento della linea di demarcazione tra le due zone d’occupazione.
«Il concentramento degli ebrei sull’isola fu iniziato nel maggio e si concluse nel luglio, proprio nel momento in cui in Italia crollò il regime fascista e Mussolini fu arrestato.
«Il regime che lo sostituì non sentì più bisogno di mascherare il suo atteggiamento protettivo verso gli ebrei e contrario ai tedeschi. Il nuovo segretario generale del ministero degli Esteri, Augusto Rosso, così telegrafò al comandante della Seconda armata il 19 agosto 1943:
«”Dobbiamo evitare di abbandonare gli ebrei croati o di affidarli alla mercè di stranieri, privati di ogni protezione o esposti ai pericolo ai rappresaglie, a meno che essi stessi non esprimano il desiderio di riavere la libertà al di fuori della nostra zona occupazione. I provvedimenti razziali seguiti dall’Italia non ci hanno mai impedito di attenerci a quei princìpi di umanità che costituiscono la nostra inesauribile eredità spirituale. La lealtà a questi princìpi non è mai stata così attuale come ora. Le nostre autorità possono d’ora innanzi esaminare benevolmente ogni singolo caso, in modo da poter dare a ogni ebreo che viva sotto il nostro controllo la possibilità di regolare la sua posizione a seconda della sua situazione personale, nei limiti concessi dall’attuale momento.
«”Nel medesimo tempo il ministero degli Esteri italiano è stato invitato a considerare il più rapidamente possibile una proposta che permetta agli ebrei internati nel campo di Arbe di trasferirsi individualmente in territorio italiano. Il Comando supremo ha avuto istruzioni di indagare sulle possibilità di trasferire gli ebrei in luogo sicuro nel caso apparisse impossibile difendere l’isola da un eventuale attacco tedesco“».
«Disgraziatamente il prematuro annuncio dell’armistizio italiano, dato dagli alleati, portò lo stesso tracollo nell’isola di Arbe così come a Nizza e a Grenoble. Ma, secondo Verax, “la maggior parte degli ebrei internati nell’isola che erano stati liberati dopo la proclamazione dell’armistizio, riuscirono a sfuggire dalle mani dei tedeschi. Si nascosero in luoghi sicuri e alcuni di essi si unirono ai partigiani del Maresciallo Tito”».

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GRECIA
«Abbiamo in precedenza sottolineato la naturale e spontanea reazione degli italiani a favore degli ebrei perseguitati. Non c’è quindi da sorprendersi di trovare la medesima reazione in Grecia come in Croazia.
«La Grecia, che sin dal 28 ottobre 1940 si era difesa eroicamente contro l’aggressione di Mussolini e aveva inoltre ricacciato l’invasore all’interno dell’Albania, il 16 aprile 1941 fu attaccata dalla Germania. L’esercito greco non riuscì a trattenere i tedeschi. Il Paese fu completamente occupato dalle potenze dell’Asse e dalle truppe bulgare. La Grecia fu suddivisa in tre zone di occupazione.
«La Germania, preoccupata di non impegnare troppo a fondo le sue forze nelle aree di importanza secondaria e di soddisfare certe ambizioni dell’alleato italiano, cedette all’Italia l’intero territorio che costituiva la vecchia Grecia, isole e terraferma, compreso Atene, le Isole Ionie e Rodi. La Bulgaria ebbe gran parte della Tracia e della Macedonia. La Germania conservò il controllo di una stretta zona della Tracia ai confini con la Turchia, il grande porto di Salonicco e Creta. La numerosa popolazione ebraica di Salonicco, che ascendeva a circa 55.000 persone, cadde nelle mani dei nazisti che la deportò e la sterminò.
«Nella zona bulgara la sorte degli ebrei non fu migliore. Essi furono perseguitati e alla fine deportati nei campi di sterminio in Polonia. Il popolo bulgaro, colpito e indignato da queste deportazioni, iniziò un movimento di protesta che condusse alla salvezza tutta la popolazione ebraica della Bulgaria.
«Gli ebrei della zona italiana rimasero al sicuro, tagliati fuori quasi completamente dal terrore nazista, sino al crollo italiano dell’8 settembre 1943. Dopo questa data, quando l’Italia non potè più proteggerli, la maggioranza di loro fu brutalmente sterminata.
«Come era accaduto in Francia e in Croazia, la zona italiana in Grecia fu per lungo tempo una zona di rifugio per gli ebrei, la popolazione ebraica di questa zona, relativamente scarsa in numero (circa 900 famiglie), fu in continuo aumento in seguito all’afflusso ininterrotto di rifugiati ebrei che per vie traverse giungevano dalla Grecia del Nord, posta sotto l’occupazione tedesca e bulgara.
«Berlino non reagì, come aveva fatto in Croazia e in Francia, contro gli ebrei della zona italiana in Grecia. La relativa indifferenza dei tedeschi all’esistenza di una zona di rifugio per gli ebrei poteva essere determinata dal fatto che la grande massa della popolazione ebraica, la grande comunità e-braica di Salonicco, era in mano tedesca e i pochi ebrei che vivevano al sicuro sotto la protezione italiana erano un fattore insignificante per cui non valeva la pena di compromettere l’alleanza dell’Asse.
«Infatti il generale Carlo Geloso, nel suo volume Due anni in Grecia al comando della Seconda Armata, potè scrivere: “La questione razziale fu discussa a proposito degli ebrei della Grecia, all’inizio dell’occupazione, ma le autorità tedesche si limitarono a fare degli accenni e non presentarono richieste categoriche. Il ministro degli Esteri italiano, da parte sua, sollevò la questione nella sua corrispondenza con il ministro plenipotenziario in Grecia, ma senza dargli istruzioni in merito. Egli riportò soltanto la decisione del governo nazista di giungere a un certo momento a una soluzione radicale del problema razziale; e lo stesso fu detto riguardo gli ebrei della Grecia. Nessuna proposta concreta fu sottomessa al generale Geloso, capo supremo delle truppe italiane d’occupazione, da parte delle autorità militari tedesche”.
«L’inizio del terrore nazista a Salonicco alla fine del 1942 non fu neppure reso noto alle autorità italiane in Grecia. Solo quando le deportazioni in massa furono in pieno sviluppo, i tedeschi invitarono il comando italiano a seguire il loro esempio nella zona di loro pertinenza. Fu una proposta avanzata discretamente, come un’”idea”, nel corso di una conversazione tra il generale Loehr e il generale Geloso. Nello stesso tempo un ufficiale dello Stato maggiore generale tedesco accennò allo stesso argomento, in un colloquio con il capo di Stato maggiore della 11° Armata italiana, generale Tripiccione.
«Il generale Geloso rispose a Loehr “di non poter intraprendere questa azione senza gli ordini diretti del suo governo. Poiché non ha ricevuto alcun ordine in merito, non gli è quindi possibile impegnarsi secondo le direttive del Comando tedesco e principalmente perché tutto è stato effettuato senza aver precedentemente concluso alcun accordo con i tedeschi e senza neppure esserne stato informato”.
«In base a queste istruzioni, il generale Tripiccione diede la stessa risposta all’ufficiale tedesco che l’aveva avvicinato a questo proposito.
«Naturalmente i due generali italiani erano già a conoscenza di quanto accadeva a quel tempo a Salonicco. Il generale Geloso ne fa accenno con militare limpidezza nel suo rapporto: “Il Comando alleato (cioè i tedeschi) obbligò gli ebrei a lasciare la zona di Salonicco; essi furono deportati in massa in treni sovraffollati, quaranta persone per ogni vagone bestiame uomini donne ragazzi, giovani e vecchi. Fu fatta eccezione per gli ebrei di origine italiana a favore dei quali erano intervenuti il rappresentante del governo italiano e il console italiano di Salonicco”.
«Quest’ultima frase richiede maggiori dettagli. Il professor Levy Tazartes, nel suo rapporto di testimone oculare, afferma: “A Salonicco, come ad Atene, le autorità militari e consolari italiane prestarono il loro generoso aiuto agli ebrei. Contribuirono a salvare dalla morte gran numero di infelici ebrei a rischio di attirarsi l’ira dei nazisti”.
«I fatti riportati dal professor Tazartes sono di grande importanza. Egli afferma che il consolato italiano a Salonicco fece molto di più che non proteggere gli ebrei di origine italiana. L’uomo che ne era a capo, il console Zamboni, era un ardente fascista e grande ammiratore del nazismo tedesco, al quale aveva apertamente aderito. Ma i suoi funzionari lavoravano sodo, con coraggio e intelligenza, per salvare il maggior numero possibile di ebrei dai nazisti. Il vice console, cavalier Rosemberg, che aveva l’ufficio al pianterreno dell’edificio consolare, era il capo e l’animatore dell’organizzazione di soccorso. Era coadiuvato dai membri del suo ufficio, Stabile ed Emilio Neri, e dalla sua segretaria, signorina Giono. Avevano la piena collaborazione del capitano Merci, ufficiale di collegamente del comando tedesco. Il professor Tazartes li chiama “la brigata di soccorso Rosenberg”. Vi erano inoltre alcuni ebrei che facevano parte della “brigata”. Due di loro, Valerie Torres e Marc Mossere furono in seguito annegati dai nazisti nel Lago Maggiore.
«La macchina di Neri trasportava di solito degli ebrei da Salonicco a Piata dove, dice il professor Tazartes, “gli ebrei messi in salvo erano fatti salire sul treno militare italiano”. Il capitano Merci era la loro scorta armata, pronto ad affrontare i tedeschi se fosse stato necessario.
«Mentre il terrore regnava a Salonicco, Roma richiamò Zamboni. Il nuovo console, Costrucci, aveva verso gli ebrei il medesimo atteggiamento del suo vice console e degli altri membri della “brigata di soccorso Rosenberg” e diede la più ampia interpretazione possibile al termine “suddito italiano”. Infatti furono concessi certificati di nazionalità italiana a donne ebree sposate con dei greci e ai loro figli che erano dichiarati “minori”, sebbene talvolta superassero i ventuno anni e anche i trenta. I più remoti legami di parentela con un suddito italiano erano uno spunto sufficiente per fornire certificati di nazionalità italiana. Era anche sufficiente avere un nome che suonasse italiano. Spesso venivano forniti certificati di nazionalità italiana a ebrei il cui unico titolo era di essere ricercati dalla Gestapo. “Ogni giorno”, scrive il professor Tazartes, “un elenco di 20 nomi veniva inviato alla Gestapo per l’approvazione”. I nazisti si rendevano conto dell’operato del console ma non osavano contestare la sua firma e applicavano i loro timbri all’elenco dei certificati. Quindi il capitano Merci andava al campo e prelevava questi “sudditi italiani”.
«Alcuni ufficiali italiani si presentavano al campo e giuravano che certe donne ebree erano loro mogli. “Gli ufficiali italiani, anche del più alto grado, come pure i privati”, ha testimoniato il professor Tazartes “fecero tutto il possibile per salvare e difendere gli ebrei. Era sufficiente presentarsi al Comando italiano di Larissa e dire che eravate ebreo per ricevere immediatamente il permesso di viaggiare sul treno militare sino ad Atene ed essere rifornito di cibo per il viaggio dai posti di ristoro militari”.
«Un altro ebreo, testimone oculare, il signor J. Nehama, ha confermato l’opera di soccorso compiuta da un ufficiale italiano, un certo Pico, incaricato dei servizi ferroviari alla stazione di Salonicco. Egli ha così descritto l’arrivo ad Atene dei rifugiati provenienti da Salonicco. “Una folla di ebrei greci si era accodata a quelli che più o meno avevano la nazionalità italiana. Immediatamente le autorità italiane trovarono loro una sistemazione nelle scuole greche e li rifornirono anche del necessario. In questo modo si continuò sino ai primi di settembre del 1943″. Cioè per tutto il periodo del terrore nazista a Salonicco, dal luglio 1942 all’agosto 1943.
«Il signor Nehama scrive: “Gli ebrei che abitavano nella zona occupata dagli italiani erano più o meno al sicuro, sebbene la Gestapo li ricercasse. Il governo italiano si opponeva recisamente al tentativo tedesco di arrestare e perseguitare gli ebrei. Le truppe italiane facevano di tutto per dimostrare la loro solidarietà con gli ebrei. E in ciò obbedivano agli ordini dei loro superiori. Essi compivano una specie di servizio di spionaggio per conoscere i piani dei tedeschi contro gli ebrei che essi avvertivano in tempo perché potessero mettersi in salvo. Rifornivano gli ebrei di carte d’identità false, in modo che potessero far disperdere le loro tracce. Dimostravano la migliore buona volontà e facevano ogni sforzo per sottrarre gli ebrei dalle mani dei tedeschi”.
«Il 21 aprile 1941, appena i tedeschi entrarono ad Atene, il signor Nehama ricorda che “essi compirono soprusi contro gli ebrei, anche nella zona d’occupazione italiana. Saccheggiarono gli archivi della Comunità ebraica di Atene, presero possesso della biblioteca rabbinica ed arrestarono gli ebrei più in vista”. Il 20 luglio i tedeschi nominarono il rabbino Elie Barzilai quale presidente della comunità ebraica. Le autorità italiane e greche ratificarono la nomina. Gli italiani colsero l’occasione per riaffermare i loro diritti, quali forze occupanti, di regolare la questione ebraica nella zona. Il testo italiano della nomina del rabbino Barzilai non fa accenno alla sua precedente nomina da parte dei tedeschi. Il comandante dei carabinieri aveva dei rapporti continui e cordiali con il rabbino presidente della comunità ebraica per gli affari ebraici in corso, e lo consigliava e l’incoraggiava. Fu dietro consiglio degli italiani che la comunità ebraica di Atene si rifiutò di sottomettersi all’autorità del capo ebraico nominato dai tedeschi a Salonicco, i cui emissari erano venuti ad Atene e presentare le loro richieste.
«Inoltre gli italiani, con l’intento di sconvolgere i piani dei tedeschi, ordinarono al presidente della comunità ebraica di fare un censimento della popolazione ebraica, censimento che, era sottinteso, non sarebbe mai stato completato.
«I tedeschi non volevano fare un’azione aperta contro gli italiani, che avrebbe compromesso l’alleanza militare tra la Germania e l’Italia. Ma organizzarono un gruppo filonazista tra gli studenti greci, 1″‘ESPA”, i cui membri avevano l’ordine di provocare gli ebrei. Il 20 giugno e il 14 luglio 1942 attaccarono la sinagoga e gli uffici della comunità ebraica. Gli assalitori furono arrestati dalla polizia greca e consegnati agli italiani. In seguito all’insistenza tedesca, dovettero essere rilasciati. Ma dopo questo, per evitare ulteriori attacchi, la polizia italiana mantenne giorno e notte una sentinella davanti alla sinagoga e agli uffici della comunità e-braica.
«Il 20 settembre, la vigilia della Riparazione, furono attaccati gli uffici dell’”ESPA”. Esplose una bomba e vi fu l’inizio di un incendio. I danni furono ingenti. I tedeschi incolparono gli ebrei e fecero arrestare dagli italiani molti dei loro capi. Ma le indagini non rivelarono alcuna colpevolezza a loro carico ed essi furono tutti rilasciati. Non poteva trattarsi di un atto provocatorio. Il generale Geloso ne accennò nel suo rapporto al ministero degli Esteri a Roma. Gli era stata chiesta la sua opinione sul modo di attuare le misure antiebraiche nella zona di occupazione in Grecia; I tedeschi facevano pressioni in merito. Il generale Geloso dichiarò che, secondo lui, misure in tal senso non erano necessarie né consigliabili: “Gli ebrei della nostra zona d’occupazione non hanno mai procurato la minima noia. Nessuno è stato coinvolto in attività spionistiche in favore del nemico. Quando fu compiuto un attacco al comando di un’organizzazione greca di tendenze nazionalsocialiste, il sospetto cadde immediatamente sugli ebrei, ma le indagini da noi condotte insieme ai tedeschi esclusero ogni possibilità che essi fossero responsabili”.
«La dichiarazione del generale Geloso fu confermata dal rappresentante delle autorità civili italiane in Grecia, al ministro plenipotenziario Chigi.
«Ci riportiamo nuovamente al rapporto del signor Nehama sull’atmosfera in cui vivevano gli ebrei greci sotto l’occupazione italiana:
«”Gli ebrei collaborano con il resto della popolazione della città, occupandosi delle loro mansioni quotidiane, e come i loro fratelli cristiani, sopportano tutte le restrizioni, le umiliazioni e le sofferenze di un popolo che langue sotto il tallone del conquistatore. Soffrono della sorte comune, soggetti nello stesso modo a tutte le calamità che affliggono un Paese sconfitto: la fame, la disoccupazione, la durezza dei carabinieri; però non vi sono né soprusi individuali né persecuzioni razziali che rendano più gravoso il carico di dolore di ognuno per la disfatta della madrepatria”.
«Tutte le testimonianze che sono in nostro possesso, provenienti da fonti diverse, stanno a dimostrare che sin quando gli italiani ebbero la possibilità di far rispettare ai tedeschi la loro autorità, le zone d’occupazione italiana in Croazia, in Grecia e in Francia furono zone di vero e proprio rifugio pei gli ebrei, che altrove erano perseguitati, torturati, arrestati e deportati come bestiame avviato al macello.
«Non appena il potere degli italiani crollò, dopo l’annuncio dell’armistizio con gli alleati l’8 settembre 1943, i tedeschi si gettarono con furore raddoppiato sugli ebrei che gli italiani erano sino allora riusciti a proteggerete finalmente poterono mettere in atto il loro piano di sterminio degli ebrei, piano che gli italiani avevano impedito.
«Infierendo sugli ebrei che gli italiani avevano protetto e che ora erano indifesi, i tedeschi vollero vendicarsi dell’Italia che li aveva abbandonati e si era ribellata a loro. A Nizza, a Grenoble, ad Arbe, ad Atene, a Preveza, ad Arta, ad Arignon, a Patras a Chalkis, a Volo, a Larissa e sulle isole greche i tedeschi instaurarono un regno di selvaggio terrore. Gli italiani non potevano ormai fare più nulla per frenarli e per sottrarre loro le vittime».

IL RAPPORTO HIMMLER

Termina qui la lunga testimonianza da noi tratta dal volume Gli ebrei sotto l’occupazione italiana di Leon Poliakov e Jacques Sabille edita a cura del “Centro di documentazione ebraica contemporanea’. Da quanto sopra riportato emerge chiaramente che la gigantesca operazione di salvataggio fu dovuta non solo all’alto spirito umanitario dei soldati e diplomatici italiani, ma anche e soprattutto a precise direttive emanate dal governo fascista per ordine di Mussolini. A conferma di ciò ecco quanto dichiararono, nel corso di due interviste concesse al settimanale Gente (n. 7 del 28 aprile 1961) il generale dei carabinieri Giuseppe Pieche e il generale di Corpo d’armata Alessandro Pirzio-Biroli. Il generale Pieche che, scoppiata la seconda guerra mondiale, dopo essere stato comandante della divisione dei carabinieri di Napoli, era stato incaricato dal ministero degli Esteri di tenere in collegamento tra loro le ambasciate italiane nei Balcani, ha detto: «In base a quest’ultimo incarico posi la mia sede ad Abbazia verso la fine del 1942. Un giorno, mi sembra all’inizio del 1943, venne a trovarmi in signor Gaddo Glass, un israelita commerciante di legname, se ben ricordo. Gaddo Glass era accompagnato da un altro signore, il commendator Zuccolin, che abitava ad Abbazia in una villa accanto a quella dove avevo preso alloggio io. Glass era un uomo sulla cinquantina, alto e grosso. Mi pregò a mani giunte di intervenire a favore di circa tremila ebrei di nazionalità jugoslava, uomini, donne, bambini, che si trovavano rinchiusi in un campo di concentramento a Porto Re, presso Buecari.

«Disse Glass che i tedeschi avevano chiesto a Mussolini la consegna di tutti i rinchiusi. Avevano già preparato i treni e Mussolini aveva aderito, apponendo la sua firma al documento di consegna, che doveva avvenire entro pochi giorni. Per quegli sventurati essere consegnati ai tedeschi significava andare incontro a morte sicura. Feci presente che non avevo nessuna veste ufficiale per intervenire in un caso del genere, e che non era facile che il Duce retrocedesse da decisioni già prese. Comunque promisi che avrei fatto tutto quello che era umanamente possibile fare. Compilai un rapporto, adoperando espressioni molto decise. Scrissi che non si doveva macchiare la nostra bandiera con azioni del genere. Sapevo che mi stavo giocando la carriera ma sapevo, anche, che Mussolini non aveva il cuore cattivo. Sapevo, inoltre, che il modo migliore di convincerlo era quello di mostrarsi decisi, di non mostrare timore. Unii al rapporto una lettera personale per Ciano, affinché, come ministro degli Esteri, lo consegnasse personalmente a Mussolini. Inoltre, dato che in quei giorni, il generale Roatta, che comandava la Seconda armata con sede a Susak, si recava a Roma, lo pregai di perorare la causa di quei tremila ebrei presso il Comando supremo. Dopo pochi giorni mi recai anch’io a Roma per sollecitare vari provvedimenti, ma soprattutto la soluzione della drammatica situazione di quei tremila sventurati. Speravo che da quella azione concomitante sarebbe scaturita la loro salvezza. Io non so come Mussolini accolse il sollecito. Mi mancano i particolari. So però che dopo alcuni giorni giunse l’ordine di mettere i tremila ebrei a disposizione del comando italiano: essi, cioè, non passavano più ai tedeschi ed erano salvi. Gaddo Glass venne a tro-varmi. Aveva le lacrime agli occhi per la commozione. Mi ringraziò come solo può fare chi conosce il valore del beneficio ricevuto. Io, debbo dire, non ebbi occasione di vedere, allora, quei tremila ebrei. Molti di loro, però, mi scrissero, anche a guerra finita. Gaddo Glass stesso, a Milano, partecipò alla cerimonia per la consegna della medaglia d’oro di cui la comunità ebraica volle insignirmi».

«Una situazione pressoché analoga (così continua il citato articolo su Gente) si verificò anche in Montenegro dove il generale di Corpo d’armata Alessandro Pirzio-Biroli, allora governatore di quella regione balcanica, si trovò a dover contrastare decisamente i tedeschi per salvare la vita a migliaia di ebrei. “L’ondata di persecuzioni contro gli ebrei”, ci ha raccontato il generale, “partì, come tutti sanno, da Hitler, e Mussolini dovette, a malincuore, sottostare alla volontà del potente alleato. Negli anni dal 1941 al 1943 ero governatore del Montenegro. Nel Montenegro gli ebrei erano pochi, molto pochi. Ma il problema divenne per me ugualmente pressante e angoscioso, allorché per accordi presi con i tedeschi, le nostre truppe dovettero abbandonare la zona di Skoplie, confinante con il Montenegro, e in particolare Visegrad. Là, infatti, si erano raccolti numerosi ebrei, profughi dalle regioni limitrofe già in mano germanica. Così accadde che quando le truppe italiane dovettero lasciare Visegrad, fui supplicato affinché cinquemila ebrei ci potessero seguire nel territorio da noi presidiato. Autorizzai il comandante della nostra colonna a lasciarsi seguire dai cinquemila ebrei, che in tal modo poterono salvarsi. Per quanto agissi in contrasto con gli ordini superiori, mi assunsi la piena responsabilità del mio atto anche perché ero sicuro che, nel fondo del suo cuore, Mussolini provava un sentimento di ribellione verso le pretese di Hitler. In realtà, ebbe più volte occasione di incontrare Mussolini in quel periodo, e la mia impressione su questo punto è netta”».

Da questo complesso di testimonianze, che provengono da fonti insospettabili e in maggioranza dichiaratamente antifasciste, emerge l’assurdità e la faziosità di tutta la propaganda che dalla fine della guerra a questa parte martella l’opinione pubblica per convincerla che il fascismo, vale a dire Mussolini, fu coscientemente corresponsabile nella grande persecuzione compiuta dai tedeschi nei confronti degli ebrei. A conferma di ciò vale la pena di pubblicare il testo del rapporto inviato dal capo delle SS, Himmler, il 22 ottobre 1942 al ministro degli Esteri, von Ribbentrop, la dove si parla dei colloqui intercorsi tra Himmler stesso e Mussolini a proposito della questione ebraica. Da questo rapporto, pubblicato integralmente in Germania sulla rivista Geschichte nel maggio del 1957, risulta chiarissimo che il governo germanico nascose tra l’altro fino all’ultimo a Mussolini la vera portata e la atroce conseguenza della politica adottata dal Reich nei confronti degli israeliti. Eccone il testo integrale:

«A proposito del problema ebraico, io informai il Duce nel modo seguente: dissi che abbiamo deportato in campi di concentramento gli ebrei colpevoli politicamente, e che altri ebrei abbiamo impiegato in Oriente per la costruzione di strade. Ivi la mortalità è senza dubbio molto alta poiché gli ebrei nella loro vita mai avevano lavorato. Gli ebrei più vecchi furono deportati in ospizi a Berlino, Monaco e Vienna. Gli altri ebrei in età avanzata furono condotti nella cittadina di Theresienstadt, che serve come ghetto-ospizio per gli ebrei: là essi ricevono le loro pensioni e possono disporre della loro vita in tutto e per tutto secondo i loro gusti; per vero essi là litigano tra di loro nel modo più vivace. In Oriente mentre noi tentavamo di far passare ai russi una parte degli ebrei attraverso le brecce del fronte, spesso i russi stessi sparavano su tali colonne di ebrei, dimostrando palesemente anch’essi di non volerli».

Ma la dimostrazione più clamorosa di cosa significò l’azione svolta da Mussolini a favore degli ebrei sta nel fatto che il crollo del regime fascista (25 luglio 1943) e la successiva capitolazione dell’Italia significarono la morte per centinaia di migliaia di ebrei che, di punto in bianco, si trovarono abbandonati alla mercè delle forze germaniche di sicurezza, finalmente libere di scagliarsi sugli israeliti dopo esserne stati a lungo impediti dalla volontà del Capo del fascismo.

Basterebbe questo fatto, così drammaticamente documentato nel citato libro di Poliakov e Sabille, per demolire la faziosa tesi propagandistica secondo la quale Mussolini sarebbe stato complice di Hitler nella persecuzione degli ebrei.

GLI EBREI DURANTE LA RSI

Passiamo ora a trattare l’ultimo aspetto del dramma ebraico in Italia, vale a dire ciò che accadde nel territorio della Repubblica sociale italiana tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945. Come è noto la tesi antifascista sostiene che la Repubblica sociale italiana, prona agli ordini e alla volontà dei nazisti, collaborò con essi nel prelevamento, nella deportazione e di conseguenza nella successiva eli-minazione di migliaia di ebrei. Tale tesi storicamente infondata è confutata dallo storico Renzo De Felice il quale, nella sua opera già citata, precisa con sufficiente chiarezza quale fu l’effettivo atteggiamento assunto da Mussolini e dal fascismo repubblicano nei confronti degli israeliti fin dal sorgere della RSI.

Dice il De Felice: «La politica antisemita della RSI fu determinata di fatto dai tedeschi, direttamente o attraverso il loro uomo di fiducia Giovanni Preziosi. Il manifesto programmatico approvato dall’assise costituiva di Verona del fascismo repubblicano, redatto come è noto da Mussolini, con la collaborazione di Bombacci e di Pavolini, affrontò il problema ebraico quasi di scorcio. «Il punto 7 stabiliva: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”. Affermazione gravissima e aberrante, moralmente e storicamente, ma che, a ben vedere, non portava nulla di nuovo rispetto alla posizione che, come abbiamo dimostrato, Mussolini e Buffarini Guidi (sottosegretario dell’Interno durante gli ultimi anni del regime fascista e quindi ministro dopo la costituzione della RSI: n.d.a.) erano venuti prendendo negli anni precedenti e ai loro progetti di espulsione di tutti gli ebrei “puri” e non assimilati. E sintomatico che l’assemblea fascista, estremamente viva e spietatamente autocritica, non la discutesse quasi per niente, prova questa di quanto la questione ebraica apparisse poco essenziale anche alla maggioranza dei fascisti repubblicani, né in essa vi è nulla che autorizzi a credere che Mussolini avesse sposato la tesi nazista dello sterminio. L’intenzione di Mussolini e dei “moderati” era senza dubbio di concentrare sino alla fine della guerra tutti gli ebrei, come appunto fu ordinato da Buffarini Guidi, il 30 novembre 1943, e di rinviare la soluzione della questione a guerra finita. Giustamente Pini e Susmel nella loro biografia di Mussolini scrivono che i princìpi relativi alla razza approvati a Verona “risentono ancora della congiuntura di guerra” e che “un processo ulteriore di revisione si sarebbe verificato in seguito”».

Il realtà le uniche disposizioni restrittive che vennero emanate dalla RSI nei confronti degli ebrei, per accontentare le pressanti richieste germaniche, furono di carattere economico (confisca dei beni con l’”ordine di polizia” n. 5 del 30 novembre 1943) seguite dalla ordinanza che stabiliva il concentramento degli ebrei in determinate località. Lo conferma anche il De Felice: «Se si accettua l’aspetto economico, nei primi mesi immediatamente successivi all’emanazione dell’”ordine di polizia” n. 5, la politica antisemita della RSI fu in un certo senso ancora abbastanza moderata. Gli atti di violenza contro singoli o gruppi di ebrei perpetrati dalle forze armate regolari repubblicane furono relativamente pochi.

«Come vedremo nel prossimo paragrafo, violenze e massacri, individuali e collettivi, furono, nella maggioranza dei casi, opera dei tedeschi e delle varie formazioni autonome e più o meno irregolari fasciste (spesso organizzate addirittura nell’esercito tedesco, come le SS italiane) molto numerose e sulle quali il governo fascista aveva una autorità spesso del tutto nominale. Lo stesso concentramento degli ebrei fu condotto da parte delle Prefetture, relativamente ai tempi ben s’intende, con metodi e con discriminazioni abbastanza umane, né esso fu totale come lascerebbe credere l’ordine del 30 novembre 1943.

«Dal concentramento (realizzato spesso in edifici scolastici e pubblici o a volte appartenenti alle stesse comunità o istituzioni israelitiche) furono esclusi i vecchi oltre i settanta anni e i malati gravi, gli arianizzati e i “misti” (razzialmente non puri e appartenenti a famiglie miste). Oltre a ciò, il 20 gennaio 1944, Buffarini Guidi, venuto a conoscenza che in molte località i tedeschi pretendevano la consegna degli ebrei via via concentrati, diede istruzioni fossero fatti presso le “autorità centrali germaniche” i passi necessari a ottenere che “in conformità al criterio enunciato, siano date disposizioni adatte perché gli ebrei permangano nei campi italiani”. Disposizioni di non consegnare gli ebrei concentrati ai tedeschi dovettero poi essere date anche alle autorità periferiche: il comandante del campo di Fossoli (Modena), il più importante campo di concentramento organizzato dai fascisti, ebbe infatti più volte occasione di ripetere agli ebrei del campo che se i tedeschi si fossero presentati a Fossoli per chiedere la loro consegna avrebbe smobilitato il campo stesso (il che, ovviamente, non fece quando i tedeschi alla fine si presentarono).

Nei vari luoghi provinciali di internamento e a Fossoli la vita degli ebrei non fu, in genere, compatibilmente alle condizioni generali di quei mesi, troppo dura. Il vitto era un po’ peggiore di quello normale, ma quasi tutti avevano dei pacchi da amici e parenti e quindi mangiavano a sufficienza; più di uno dei detenuti a Fossoli ha ancora oggi un ricordo non del tutto negativo di quel campo (vi erano persino alcuni che si preparavano per sostenere gli esami di Stato e speravano di potere ottenere al momento opportuno un permesso per andarli a dare)».

LA SORTE DEGLI EBREI ITALIANI

Veniamo ora alla vera storia delle deportazioni in massa degli ebrei italiani tra il settembre e l’ottobre del 1943. Su questi spietati episodi che coinvolsero complessivamente 7.495 israeliti, di cui solo 610 riuscirono a tornare in Italia a guerra finita, esiste tutta una letteratura che tende, come al solito, ad accomunare su uno stesso livello di responsabilità, tedeschi e fascisti. La verità è ben diversa. Cominceremo col dire che sulla base di tutta l’esperienza vissuta a partire dal 1938 e convinti che la presenza del Vaticano e il ritorno di Mussolini li avrebbero salvaguardati dalla “caccia all’ebreo” scatenata dai tedeschi in tutta Europa, gli israeliti italiani si illusero di poter restare tranquillamente nelle loro case in attesa che anche quest’ultima bufera si concludesse con l’arrivo delle truppe anglo-americane. Racconta sempre il De Felice:

«Molti ebrei credettero anche dopo l’armistizio che in Italia non si sarebbe mai arrivati contro di essi agli eccessi perpetrati in altri Paesi. “Queste cose in Italia non avvengono”, fu la frase che spesso risuonò in quei giorni. Il modo con cui si era sino allora svolta tra noi la persecuzione, la presenza in Italia del Vaticano, le leggi emesse o riconfermate dalla RSI con tutte le loro eccezioni e la loro apparente umanità, illusero in un primo momento centinaia e centinaia di ebrei. Sino a quando non ebbero la dolorosa prova di ciò che i tedeschi intendevano fare, centinaia e centinaia di ebrei rimasero fiduciosi nelle loro case, sordi anche ai primi segni premonitori della tragedia…

«Alcuni casi limite, se si vuole, ma non per questo meno significativi, basteranno a dare un’idea della fiducia che tanti in un primo tempo nutrirono. A Ferrara i fascisti concentrarono in un’ala delle carceri gli ebrei “puri” che rientravano nelle categorie di cui la RSI aveva, appunto, ordinato l’internamento. Quando, in uno dei bombardamenti subiti dalla città, l’edificio riportò vari danni gli ebrei ne uscirono, ma finito il bombardamento si ripresentarono ai fascisti, tanto che fu stabilito una specie di modus vivendi: quando gli alleati bombardavano, gli ebrei si rifugiavano dove volevano, poi si ripresentavano. Coloro che approfittarono di questa occasione per fuggire furono pochissimi, i più rispettarono scrupolosamente il “patto” e finirono in un secondo tempo a Fossoli. Il campo di Fossoli, del resto, non godè, sino a che fu in mano ai fascisti una cattiva fama: a Ferrara, quando si seppe che gli ebrei vi sarebbero stati trasferiti, si dettero casi di “misti” che esclusi dall’internamento dalle leggi della RSI, fecero di tutto per essere portati a Fossoli, dove vi era… aria buona e non si correvano rischi di bombardamento».

Ma dove la fiducia degli ebrei toccò i vertici dell’illusione fu proprio a Roma che divenne così teatro della più spaventosa razzia di israeliti compiuta dai tedeschi in Italia dopo l’armistizio. Dall’8 al 25 settembre 1943 gli ebrei romani non subirono molestie di sorta, ma il 26 settembre, improvvisamente, il Presidente dell’Unione, Almanzi, e il presidente della comunità, Foa, furono convocati presso l’Ambasciata tedesca dal comandante della polizia, il maggiore delle SS Kappler. Questi, rivolgendosi ai rappresentanti ebraici, disse: «Voi e i vostri correligionari avete la cittadinanza italiana, ma di ciò a me poco importa. Noi tedeschi vi consideriamo unicamente ebrei e come tali, nostri nemici. Anzi, per essere più chiari, noi vi consideriamo come un gruppo distaccato, ma non isolato, dei peggiori nemici contro i quali stiamo combattendo. E come tali dobbiamo trattarvi. Però non sono le vostre vite né i vostri figli che vi prenderemo, se adempirete alle nostre richieste. È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro Paese. Entro 36 ore dovrete versarmene 50 chilogrammi. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso 200 di voi saranno presi e deportati in Germania alla frontiera russa o saranno altrimenti resi innocui».

Le proteste dell’Almanzi e del Foa non servirono a nulla. Kappler fece una sola concessione: disse cioè che oltre all’oro era pronto ad accettare sterline e dollari, ma non lire italiane. Premuti dalla minaccia incombente i capi della comunità ebraica cercarono aiuto, in un primo tempo presso la direzione generale di PS e in Questura. Ma le autorità italiane, ancora sconvolte dagli eventi dell’8 settembre e ancora nell’impossibilità di rivolgersi al governo dalla RSI, costituito da pochissimi giorni, dichiararono subito la loro impotenza a soccorrere gli ebrei. L’unico appoggio che le autorità italiane poterono dare, e diedero infatti subito, fu quello di autorizzare gli israeliti ad acquistare dovunque potevano l’oro necessario per pagare la taglia, e ciò in deroga alle leggi vigenti che vietavano il commercio dei metalli preziosi.

Racconta il De Felice: «Uno dei promotori della raccolta, Renzo Levi, fece un sondaggio presso il vice abate del convento del Sacro Cuore, padre Borsarelli, per sapere se, qualora non fosse stato possibile raccogliere in tempo tutto il quantitativo richiesto, la Santa Sede sarebbe stata disposta a prestare la differenza. A questo sondaggio la Santa Sede rispose facendo sapere di essere disposta a dare l’oro che fosse eventualmente mancato e che la Comunità non si preoccupasse per la restituzione, che sarebbe potuta avvenire senza fretta quando fosse stata in grado di farlo. In realtà, però, dell’aiuto della Santa Sede non ci fu bisogno. All’appello della Comunità centinaia di ebrei e anche alcuni non ebrei, e tra essi alcuni sacerdoti, risposero con slancio. Allo scadere del tempo concesso dai nazisti erano stati raccolti quasi 80 chili d’oro (la differenza, messa in salvo, fu nel dopoguerra versata per l’edificazione dello Stato d’Israele), in buona parte costituiti da anelli, collanine e altri oggettini d’oro che costituivano tutto ciò che le povere famiglie del “ghetto” romano possedevano (non mancarono però anche offerte più cospicue).

«L’oro così raccolto fu il 28 settembre portato a via Tasso. Su richiesta dell’Unione la polizia italiana concesse una scorta per il trasporto e alla consegna partecipò anche il commissario Cappa della “Demografia e razza” che, però, intervenne in borghese e mescolato agli uomini di fatica che portavano le cassette con l’oro. Al momento della pesatura dell’oro, fatta cinque chili alla volta, i tedeschi, e per essi un certo capitano Schutz, cercarono di ingannare sul peso e asserirono che l’oro ammontava a 45 chilogrammi e 300 grammi e non a 50 chilogrammi e 300: solo grazie alle vive proteste dell’Almanzi e del Foa alla fine riconobbero che il quantitativo era giusto; si rifiutarono però di rilasciare qualsiasi ricevuta dell’avvenuta consegna».

Ma questa fu solo la prima parte del dramma. La mattina del 29 settembre, infatti, i tedeschi penetrano nella sede della comunità e un gruppo di ufficiali esperti in lingua ebraica sequestrarono tutti i documenti relativi alla comunità stessa, compresi gli elenchi degli ebrei residenti nella Capitale. Questa perquisizione venne ripetuta nei giorni successivi finché il 13 ottobre si impadronirono di tutti i libri della Comunità e del collegio rabbinico.

«Conclusa la spogliazione delle cose», racconta ancora il De Felice «ì tedeschi passarono quindi all’ultima fase del loro piano, affidata questa volta non già a Kappler e all’esercito, che anzi si opposero, pare, ad essa, ma a tre speciali compagnie di polizia fatte affluire a Roma per l’occasione e alle dirette dipendenze del capitano T. Dannecker, uno dei più feroci collaboratori di Eichmann.

«Il 16 ottobre, all’alba, la polizia tedesca circondò il “ghetto” e prelevò sistematicamente tutti gli ebrei che vi vivevano… Armi alla mano e sulla base di precisi elenchi nominativi, i tedeschi perquisirono tutte le case del “ghetto”, mentre altri facevano irruzione anche in molte abitazioni fuori di esso, sparse nella città».

Ecco in quali termini, nel corso di una testimonianza resa al “Centro scientifico ebraico” di Haifa (Israele), venne descritta a guerra finita la tragica razzia da uno dei pochissimi superstiti. Si tratta della testimonianza di Armirio Wachberger che, nonostante il cognome, era cittadino italiano e che al momento dell’arresto risiedeva a Roma con la famiglia:

«Malgrado le leggi fasciste antigiudaiche, gli ebrei in Italia vivevano abbastanza tranquilli. Questo probabilmente grazie alla bontà del popolo italiano che, lo debbo dire, ignorava l’antisemitismo. Attraverso Radio Londra, noi avevamo appreso l’esistenza dei campi di concentramento e le misure contro gli ebrei, ma a dir la verità non ci credevamo troppo. Consideravamo tutti questi racconti come il frutto della propaganda alleata contro i tedeschi.

«L’8 settembre, Roma viene occupata dai nazisti. Gli ebrei temono di mostrarsi troppo in giro e si nascondono. Ma i primi giorni trascorrono nella calma. Nessuna misura speciale. La gente esce rassicurata per le vie. Una vita più o meno normale ricomincia a svolgersi al quartiere ebraico, dove l’ebreo corre come gli altri alla ricerca del suo pane quotidiano.

«La prima misura imposta dai nazisti, come si sa, fu un contributo di 50 chilogrammi d’oro richiesti alla comunità ebraica. Si dava ciò che si aveva. Il Papa stesso contribuì a questa colletta. Versato il contributo, gli ebrei si tranquillizzarono: “Hanno avuto il nostro oro, che possono ancora volere?”, si diceva.

«Abitavo con mia moglie e mio figlio di appena cinque anni di fronte alla grande sinagoga. Era un venerdì, il 15 ottobre 1943. Vidi i tedeschi penetrare nell’edificio del Kihila e sottrarre gli archivi della comunità. Questo fatto mi inquietò molto e dissi a mia moglie: “Qualcosa si prepara, bisogna fuggire, bisogna nascondersi”. Mia moglie obbiettava: “Nostro figlio è malaticcio e nascondersi in una cantina umida col bambino non è affatto una impresa piacevole».

«Siamo dunque rimasti a casa. Pochi ebrei si erano nascosti; a quell’epoca Roma contava circa dodici o tredicimila ebrei.

«Sabato, 16 ottobre, verso le 5 del mattino, due SS si presentarono alla mia porta. Avevano in mano una carta nominativa sulla quale era scritto in italiano e in tedesco pressappoco così: “Voi e la vostra famiglia sarete trasportati in un campo di lavoro in Germania. Potete portare con voi il vostro denaro e i vostri gioielli, due coperte e viveri per otto giorni”.

«Ciò che mi colpì alla loro entrata in casa mia, fu che uno delle SS tagliò il filo telefonico. Cominciammo a preparare le nostra robe credendo evidentemente che saremmo partiti verso un campo di lavoro. Io presi persino un apparecchio fotografico che m’era caro e che prima avevo nascosto, e naturalmente tutto il mio denaro e i gioielli.

«Eravamo i primi nell’autocarro che andò di porta in porta, attraverso il quartiere ebraico. Una volta riempito, l’autocarro si diresse verso la scuola militare che si trova sul lungo Tevere. Eravamo circa 1.300.

«Fra noi si trovava l’Ammiraglio a riposo Capon di Venezia, che mostrò una lettera di Mussolini, credendo che un tal documento gli guadagnasse qualche favore. C’erano, inoltre, molti medici, professionisti e tra gli altri il professor Pontecorvo.

«La vita nella caserma era atroce. Ci rimanemmo due giorni, sabato 16 e domenica 17 ottobre, in condizioni pessime. Si dormiva tutti per terra. C’erano tra noi dei bambini e anche dei malati.

«Lunedì mattina, 18 ottobre, ci fecero salire in gran fretta su un camion e ci trasportarono fino ad una stazione nelle vicinanze di Roma, dove ci imbarcarono su un treno composto di carri bestiame, 80,100 persone per vagone; io ero nell’ultimo gruppo e fortunatamente nel nostro vagone rimanemmo solo in trenta. L’Ammiraglio Capon era fra noi. Egli ci diceva: “Noi andiamo alla morte”. Nessuno voleva crederlo. L’Ammiraglio diceva anche: “Voi non conoscete i tedeschi, io li ho già visti durante la prima guerra mondiale”.

«L’Ammiraglio mi dettò il suo testamento; sua figlia era sposata con lo scienziato Enrico Fermi, che lavorava alle ricerche atomiche negli Stati Uniti.

«Il nostro infernale viaggio durò sei giorni. Il 23 ottobre 1943 arrivammo ad Auschwitz».

Ma è indubbiamente indispensabile ai fini di una esatta ricostruzione di quanto accadde a Roma il giorno della razzia, riportare il testo del rapporto ufficiale che venne inviato, a operazione conclusa, da Kappler al generale Wolff, comandante delle SS in Italia:

«Oggi è stata iniziata e conclusa l’azione antigiudaica seguendo un piano preparato in ufficio che consentisse di sfruttare le maggiori eventualità. Sono state messe in azione tutte le forze a disposizione della polizia di sicurezza e di ordine. In vista dell’assoluta sfiducia nella polizia italiana, per una simile azione, non è stato possibile chiamarla a partecipare. Perciò sono stati possibili singoli arresti con 26 azioni di quartiere in immediata successione. Non è stato possibile isolare completamente delle strade, sia per tener conto del carattere di “città aperta” sia, e soprattutto anche, per l’insufficiente quantità di poliziotti tedeschi in numero di 365. Malgrado ciò, nel corso dell’azione che durò dalle 5,30 fino alle 14, vennero arrestati in abitazioni giudee 1.259 individui, e accompagnati nel centro di raccolta della scuola militare. Dopo la liberazione dei meticci e degli stranieri (compreso un cittadino vaticano), delle famiglie di matrimoni misti compreso il coniuge ebreo, del personale di casa ariano e dei subaffittuari, rimasero presi 1.007 giudei. Il trasporto fu fissato per lunedì 18 ottobre ore 9.

«Accompagnamento di 30 uomini della polizia di ordine. Comportamento della popolazione italiana chiaramente di resistenza passiva, che in un gran numero di casi singoli si è mutata in prestazioni di aiuto attivo.

«Per esempio, in un caso, i poliziotti vennero fermati alla porta di un’abitazione da un fascista in camicia nera, con un documento ufficiale, il quale senza dubbio si era sostituito nell’abitazione giudea usandola come propria un’ora prima dell’arrivo della forza tedesca.

«Si poterono osservare chiaramente anche dei tentativi di nascondere i giudei in abitazioni vicine, all’irrompere della forza germanica ed è comprensibile che, in parecchi casi, questi tentativi abbiano avuto successo. Durante l’azione non è apparso segno di partecipazione della parte antisemita della popolazione: ma solo una massa amorfa che, in qualche caso singolo, ha anche cercato di separare la forza dai giudei.

«In nessun caso si è fatto uso delle armi».

Abbiamo voluto documentare con la maggiore ampiezza possibile la vera storia della razzia degli ebrei romani perché da tutte le testimonianze sopra riportate risulta, senza possibilità di equivoco e di smentita, quanto segue:

1) le autorità della RSI e i fascisti repubblicani non ebbero alcuna parte né alcuna responsabilità nell’operazione condotta dai tedeschi;

2) le autorità italiane fecero quanto in loro potere per agevolare la raccolta dell’oro onde permettere agli ebrei di pagare la taglia imposta da Kappler;

3) gli elenchi nominativi in base ai quali le SS effettuarono la razzia non furono forniti dalle autorità di PS italiane ma rinvenuti dagli ufficiali tedeschi negli archivi della comunità ebraica;

4) in alcuni casi (come testimonia lo stesso Kappler parlando del fascista in camicia nera che si oppose alla perquisizione che le SS volevano operare in una abitazione ebraica) i fascisti repubblicani cercarono di impedire con ogni mezzo la deportazione degli israeliti.

Tutta la storia della Repubblica sociale italiana è del resto costellata di episodi che dimostrano e confermano la volontà sempre manifestata da Mussolini e dalle autorità fasciste di mantenere l’azione antisemita nei termini teorici e astratti di leggi mai applicate e di intervenire sempre direttamente, nei limiti delle possibilità, per impedire gli eccessi cui si abbandonavano i tedeschi.

E interessante a questo proposito, e a riprova dell’atteggiamento tenuto ovunque dalle autorità repubblicane, riportare quanto scrisse il dottor Bruno Coceani, ex Capo della provincia di Trieste nel suo libro Mussolini e Tito alle porte d’Italia (Editore Cappelli, Bologna, 1948).

«Con un’ordinanza del 1° dicembre 1943, il ministero degli Interni aveva disposto che venissero sottoposti a sequestro i beni mobili ed immobili appartenenti agli ebrei anche se discriminati, di qualunque nazionalità, in attesa di nuovi provvedi-menti legislativi in materia razziale per la confisca dei beni nell’interesse della Repubblica sociale.

«Il 4 gennaio, un decreto legislativo di Mussolini, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 gennaio, dispose la confisca di detti beni che, in attesa del loro realizzo a favore dello Stato italiano, dovevano venire amministrati dall’”Ente di gestione e liquidazione immobiliare”. La confisca dei singoli beni era demandata ai Capi delle provincie.

«Nella zona di operazioni del “Litorale adriatico”, queste disposizioni non erano in vigore. L’autorità germanica aveva avocato a sé, sin dai primi giorni dell’occupazione, tutte le questioni riguardanti gli ebrei.

«Ai primi di febbraio, il Supremo commissariato germanico aveva rivolto l’invito alle principali aziende di credito della città di aprire un conto con la intestazione Vermogensverwaltung des obersten kommissars e successivamente aveva impartito istruzioni di accreditare su tale conto le somme esistenti in deposito e in conti correnti a nome di cittadini di razza ebraica. La Banca d’Italia, nella sua qualità di rappresentante dell’ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito, presi accordi con la Prefettura, comunicò al Supremo commissariato che le aziende di credito, cui era stato rivolto l’invito, in base alle vigenti disposizioni del governo italiano avevano già denunciato al Capo della provincia le attività dei cittadini italiani e stranieri di razza ebraica per l’imposto incameramento in favore dell’erario italiano e che pertanto non potevano attenersi alle istruzioni impartite dal Supremo commissariato sino a quando non fosse stata emanata una ordinanza che privasse di efficacia, nella zona di operazione, il decreto del Duce e disponesse che tutte le attività dei nominativi di razza ebraica dovevano essere devolute diversamente.

«A tale comunicazione il Supremo commissariato rispose che le disposizioni relative ai beni ebraici presso le banche e agli altri valori patrimoniali, venivano esclusivamente impartite dal Supremo commissario, rispettivamente dal comandante su-periore delle SS e della polizia.

«In seguito a tale preciso ordine, la Banca d’Italia provvide a emanare alle aziende di credito cittadine le necessarie disposizioni. La Prefettura non potè non rilevare nuovamente al Supremo commissariato l’evidente contrasto fra le disposizioni emanate dalle autorità italiane e quelle impartite dalle autorità germaniche e il procedimento arbitrario seguito in molti casi. Sollecitato il consulente germanico, il 1° marzo rispondeva che il Supremo commissariato avrebbe emanato quanto prima un’ordinanza circa il trattamento dei beni di proprietà di ebrei e che pertanto dovevano restare in sospeso i provvedimenti disposti dal decreto legislativo del Duce.

«Trascorsi due mesi, in data 13 giugno, non essendo uscita la preannunciata ordinanza, la Prefettura, chiamata a risolvere sempre nuovi casi, insistette per una risoluzione della questione.

«Il Consiglio dei ministri aveva anche dato facoltà ai Capi delle provincie di autorizzare il pagamento totale o parziale agli appartenenti alla razza ebraica di alcuni cespiti quali pensioni mensili, vitalizi, indennità di licenziamento, allo scopo di concedere i mezzi strettamente indispensabili per i bisogni alimentari. Urgeva una sollecita definizione anche per ragioni di umanità.

«Fu sollecitata invano una risposta.

«Il ministro degli Interni aveva disposto che gli ebrei italiani e stranieri venissero assegnati a campi di concentramento, esclusi gli ammalati gravi ed i vecchi. Con ulteriori disposizioni furono esplicitamente esclusi gli ebrei di famiglia mista compresi gli ebrei stranieri coniugati con nazionali ariani, o di qualsiasi nazionalità fossero originari coloro che avevano ottenuto formale dichiarazione di non appartenere alla razza ebraica. La polizia tedesca, non rispettando né la legge italiana né la legge di Norimberga, a suo arbitrio eseguì arresti e deportazioni in massa. Alla fine di marzo catturò un centinaio di ebrei negli ospedali. La notizia di questa razzia suscitò un senso di riprovazione. Se ne fece interprete il vescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin, con questa lettera inviata al Prefetto: “Ieri sera la polizia germanica ha prelevato dall’Ospedale ‘Regina Elena’, da quello psichiatrico e dalla sezione dei cronici, tutti gli ammalati e vecchi ebrei. Le scene che si sono svolte non sembrano neppure possibili. In quei luoghi di pietà e di dolore è entrata una ventata disumana e violenta, che ha lasciato in tutti i sofferenti l’impressione più penosa e rivoltante. La città tutta ne è nauseata. Sono state prese anche persone che non sono affatto ebree o che la legge non considera tali. Tutti si chiedono dove finiranno questi dolenti. Parenti e amici dei colpiti sono venuti anche da me perché mi interessassi della loro sorte. Se sapessi che un mio intervento potesse avere anche la più piccola possibilità di ottenere qualche risultato non mi darei pace. Ma so a che cosa approdano le mie raccomandazioni. Io vi prego perciò, Eccellenza, di far sentire d’urgenza alle autorità del Commissariato e a quelle della polizia, il senso di rivolta della cittadinanza tutta senza distinzione. Anche i barbari si fermano davanti al malato dolente. Con questi sistemi si scavano nuovi abissi, non si creano le condizioni necessarie alla comprensione fra i popoli.

«”Io prego voi, Eccellenza, che tutelate gli interessi della popolazione, di rendervi interprete della stessa e di voler intervenire energicamente a favore di questi infelici.

«”Non ho nessuna difficoltà che questa mia lettera sia conosciuta dalle autorità germaniche, se essa può comunque giovare”.

«Il prefetto espresse al consulente germanico il biasimo unanime per queste operazioni di polizia e il senso di disagio della popolazione; gli disse e gli scrisse che anche il vescovo, angosciato, lo aveva pregato di manifestare il suo sdegno. Non consegnò la lettera per non creare al fiero presule maggiori fastidi.

«Di fronte alle misure di polizia, le autorità civili tedesche avevano già dato dimostrazione della loro impotenza. Ma nella questione riguardante gli e-brei avevano ancora minore forza.

«Le più strane vociferazioni correvano in città sulla sorte degli ebrei. Che venissero condotti alla pilatura del riso, in un casermone isolato nei pressi di San Sabba, corrispondeva al vero. Che venissero trasportati in carri ferroviari piombati in lontani campi di concentramento, era accertato. Che qualcuno, vecchio e malandato, inetto a sopportare tanti disagi, fosse deceduto durante il viaggio, era pure provato. Uno di questi, l’insigne pittore triestino Gino Parin. Che dalla pilatura molti non uscissero più o colà di notte fossero fucilati e cadaveri cremati, era credenza diffusa. C’era chi diceva di avere udito delle grida strazianti nella notte e di avere visto le fumate del forno crematorio. Vero è che difficilmente degli arrestati la polizia dava notizia e ogni tanto si apprendeva che qualcuno era scomparso dalla circolazione.

«I più abbienti erano partiti da Trieste sino dall’inizio della guerra per le lontane Americhe. Moltissimi per altre città italiane, dove vivevano sotto falso nome. A Roma la colonia ebraica triestina era numerosa. Altri si tenevano nascosti in città e usci-vano di casa con molta circospezione. Ricomparvero, baldanzosi, nel periodo badogliano per eclissarsi di nuovo all’arrivo delle truppe tedesche.

«Più che in qualsiasi altra città italiana forte era il numero degli ebrei domiciliati a Trieste e numerosi i matrimoni tra ebrei e ariani, la massima parte appartenenti al ceto medio e alla categoria dei professionisti. Nella stragrande maggioranza non avevano dimostrato sentimenti avversi all’Italia. Sotto la dominazione austriaca molti furono ferventi irredentisti e si acquistarono benemerenze nel movimento nazionale, da Giuseppe Revere a Giacomo Venezian, combattente nell’assedio di Roma del ’48, da Moisè Luzzatto a Masimo Levi che innalzò a potenza mondiale le “Assicurazioni generali”. Non si può cancellare dalla storia irredentistica di Trieste il quarto di secolo in cui Felice Venezian, dal 1883 al 1908, anno della sua morte, diresse, con diritta coscienza di italiano, la politica adriatica. Non pochi parteciparono alla guerra di Redenzione. Ebbe la medaglia d’oro Giacomo Venezian, professore di diritto all’Università di Bologna, morto come volontario per il riscatto della sua Trieste.

«La comunione dei sentimenti politici facilitò i connubi tra ebrei e cattolici nelle famiglie più devote alla Patria. Perciò a Trieste, più che altrove, l’estensione delle leggi razziali fu causa di sconvolgimenti e di tragedie e s’allargò la ostilità contro Hitler e di riflesso contro Mussolini.

«Nel mese di agosto 1944 vi fu una recrudescenza di misure persecutorie contro gli ebrei. Il 25 la polizia tedesca arrestò la madre di Carlo e Giani Stuparich, quasi ottantenne, di origine ebraica, madre di due medaglie d’oro della guerra di Redenzione. Venne, per primo, a darmi la notizia Guido Slataper. Presi subito accordi con il vescovo e il podestà di Trieste per un passo collegiale presso il Supremo commissariato affinché la protesta assumesse maggiore solennità.

«Il 28 agosto fummo ricevuti dal dottor Wolsegger al quale consegnai la seguente nota: “Era mio desiderio già da tempo di presentarvi alcune mie considerazioni sulla situazione della provincia, ma un arresto, che ha provocato una grande commozione in città, mi ha spinto ad affrettare questo colloquio. La presenza del vescovo e del podestà di Trieste vi dicano quale angoscia turba gli animi di tutti gli italiani. Venerdì mattina la polizia tedesca ha arrestato la signora Gisella Stuparich, vecchia quasi ottantenne, madre di due medaglie d’oro, Carlo e Giani Stuparich. Il primo cadde eroicamente sul Monte Cengio, il secondo ritornò a Trieste, dove da 25 anni vive lontano dalla politica, solo dedito alle sue opere, che gli hanno dato rinomanza nazionale e al di fuori d’Italia, e al culto della madre sconsolata. La madre è di origine ebraica ma sposò un ariano ed educò, con grande sacrificio, cristianamente i figli insegnando loro che la vita ha valore se è conquista quotidiana di bene. Educato a questa morale, il figlio ha seguito la madre in prigione per assisterla nell’ora tremenda. All’età che ha, ammalata com’è, non può nuocere a nessuno. Il suo arresto nuoce all’armonia dei rapporti tra le forze tedesche e la popolazione italiana, e crea una vittima che può pesare. Trieste lo considera un’offesa ai suoi sentimenti italiani. Il provvedimento non trova giustificazione che nella formalità della legge. Ma la legge più dura ha le sue eccezioni. Non è molto che il Supremo commissario ha fatto appello alla solidarietà dei combattenti della passata guerra. Con questo arresto distrugge la sua parola e crea un abisso incolmabile. La Germania onora gli eroi. Onori questa nobilissima madre, liberandola dall’onta del carcere. Sarà un gesto di umanità e di saggia politica.

«Non vi nascondo che questo nuovo fatto rende ancor più difficile la mia posizione di prefetto. Considererei grave colpa per me se non intercedessi e ottenessi che sia liberata la madre di due medaglie d’oro che non solo Trieste ma tutta Italia onora. È un peso che non posso sopportare. Invoco il vostro patrocinio e quello del Supremo commissario anche a nome del vescovo e del podestà di Trieste, affinché la legge non sia ciecamente applicata alla lettera ma con spirito di alta giustizia”.

«Il dottor Wolsegger, visibilmente colpito, non potè non disapprovare il passo inconsiderato della polizia. Assicurò formalmente che si sarebbe interessato per la scarcerazione, dando prova di probità e di coraggio, che non era allora cosa priva di rischi intromettersi nelle faccende razziali… Il giorno dopo nel pomeriggio il dottor Wolsegger mi telefonò per darmi la buona notizia che “tutto era a posto”.

«Il 31 agosto a mezzogiorno Giani Stuparich assieme alla madre e alla moglie fu liberato».

Questa la testimonianza del dottor Coceani. Ma in ogni città vi furono esponenti e funzionari della RSI che si giocarono la vita per salvare gli ebrei. Valga per tutte la storia del dottor Giovanni Palatucci, funzionario della Questura di Fiume durante la Repubblica sociale italiana.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale a Fiume vivevano circa 1.500 ebrei i quali, nonostante le “leggi razziali” del 1938, avevano continuato nella più assoluta tranquillità a svolgere le loro normali occupazioni senza subire restrizioni di sorta. Ma la situazione degli ebrei fiumani cambiò bruscamente dopo l’8 settembre, allorché, con la creazione del “Litorale adriatico” e con l’arrivo delle truppe germaniche di occupazione, si determinarono i presupposti per una violenta repressione. Ormai si profilava, in tutta la sua agghiacciante realtà, la deportazione in massa della comunità ebraica nei lager della Polonia.

Per mandare a vuoto un simile provvedimento le autorità repubblicane di Fiume, spronate continua-mente dalle massime autorità della RSI, si organizzarono subito in difesa della comunità ebraica.

Protagonista principale di questa difficilissima e delicata operazione di salvataggio divenne il commissario-capo di PS, dottor Giovanni Palatucci, che per le sue funzioni ufficiali e la sua esatta conoscenza del problema ebraico giuliano (era stato per diversi anni responsabile dell’Ufficio stranieri della Questura) era la persona più indicata per opporsi efficacemente ai propositi delle SS.

Per prima cosa Palatucci procedette alla sistematica e radicale distruzione di tutto il materiale documentario riguardante gli ebrei e giacente presso i vari uffici della Questura. Ogni traccia riferentesi agli ebrei fiumani venne così fatta sparire, con il risultato di bloccare qualsiasi tentativo, da parte delle SS, di elaborare delle “liste di proscrizione”. Subito dopo, la Questura ingiunse all’ufficio anagrafico del Comune di non rilasciare alcun documento riguardante i cittadini di razza ebraica senza aver prima informato della cosa le autorità repubblicane. Con questa disposizione la Questura si mise nelle condizioni di conoscere con un certo anticipo le mosse delle SS e di paralizzarne, con opportune contromisure, i provvedimenti repressivi (ad esempio, avvertendo gli interessati del pericolo che li sovrastava).

Ottenuto così, con questi provvedimenti interni, un certo margine di manovra, il dottor Palatucci organizzò l’esodo dalla città di tutti gli ebrei conosciuti come tali. Tra il gennaio e il luglio 1944 almeno mille ebrei, uomini, donne e bambini, muniti di documenti di identità falsi, furono evacuati da Fiume e smistati nelle località dell’interno dove il controllo dell’apparato germanico di sicurezza era particolarmente debole. Allorché, alla fine di agosto del 1944, la centrale berlinese incaricata della “soluzione finale” diede disposizioni al comando tedesco di Fiume di procedere al rastrellamento degli ebrei per deportarli nei lager, le SS non poterono procedere per mancanza di “materia prima”. Gli ebrei fiumani erano tutti “scomparsi”.

Il capitano delle SS Hoepner, che aveva ricevuto l’incarico di organizzare il “trasporto”, si vide giocato dai “camerati” fascisti e decise di vendicarsi. Individuato nel dottor Palatucci l’anima dell’operazione, procedette al suo arresto, accusandolo di essersi piegato alla congiura ebraica per “brama di oro”.

Il dottor Palatucci venne immediatamente de-portato nel campo di concentramento di Dachau il 13 settembre 1944. Il 13 aprile 1945, mentre il lager stava per essere raggiunto dalle truppe alleate, l’eroico funzionario di polizia venne abbattuto a colpi di mitra. Alla sua memoria lo Stato di Israele ha dedicato una via di Tel Aviv.

Questi fatti provano in maniera evidente l’opposizione delle autorità italiane all’operato inumano dei nazisti. E sufficiente, in questa sede, precisare che non appena la RSI fu in grado di controllare la situazione, i tedeschi vennero costretti a cessare le razzie e i massacri, come quello dei sedici ebrei compiuto sul Lago Maggiore, a Meina, nell’ottobre del 1943.

Come è bene precisare che, a guerra finita, nessun fascista repubblicano venne condannato per aver partecipato a razzie o a uccisioni di ebrei. Una ampia documentazione in questo senso fu pubblicata dallo scrittore socialista Carlo Silvestri nel suo libro Mussolini, Graziarti e l’antifascismo (Longanesi, 1947). Il Silvestri raccontò, tra l’altro, che Mussolini si preoccupò fino all’ultimo della sorte degli ebrei.

 

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