di GIANFRANCO FINI da Liberadestra

Per avere conferma che Renzi e compagnia hanno davvero paura di perdere il referendum e di vedere così trasformato l’Arco di Trionfo che avevano immaginato in una riedizione delle Forche Caudine, è sufficiente soffermarsi sui contenuti e sui toni della loro propaganda.

L’invito a discutere unicamente del merito della riforma, cioè di come cambierebbe la nostra Costituzione se vincesse il Sì, è stato rapidamente messo da parte perché si è rivelato un boomerang per il presidente del consiglio. Nonostante l’occupazione sistematica dei media, al 90% schierati a suo favore, Renzi ha presto compreso, da furbetto qual è, che tanto più si mettono a confronto gli articoli della Costituzione riformati con il testo precedente, tanto maggiore è l’aumento dei sostenitori del No. Nei tanti dibattiti che si sono svolti nelle scorse settimane ne abbiamo avuto una conferma diretta: chiunque fosse il sostenitore del Sì che abbiamo avuto di fronte, politico o professore, gli è stato davvero impossibile convincere il pubblico che -per fare un solo esempio- il nuovo art.70 sia ”migliore” del testo precedente dopo che da parte nostra si è osservato che il “nuovo” articolo 70 è così contorto e oscuro da essere composto da ben 478 parole mentre per scrivere quello “vecchio” sono state sufficienti solo 9 semplici parole facilmente comprensibili da tutti…..

Quel che è apparso evidente fin da subito alla stragrande maggioranza dei costituzionalisti e degli addetti ai lavori, cioè che la riforma di Renzi va bocciata perché è scritta male, è confusa, non assomiglia a nessuna costituzione europea, comincia ad apparire chiaro anche al grande pubblico non appena si entra nel merito della riforma.

Di qui il clamoroso contrordine che Renzi ha impartito ai suoi compagni (ma si chiamano ancora così?): quando il popolo vota è emotivo più che razionale, quindi molto meglio cavalcare l’onda della demagogia e del qualunquismo più spicciolo. Detto e fatto; da qualche giorno non c’è dichiarazione o dibattito in cui i sostenitori della riforma non rilancino le nuove parole d’ordine: è in atto lo scontro finale tra il nuovo ordine e il vecchio sistema, corrotto e incapace, che non si vuole arrendere; il fronte del No è una accozzaglia indecente, una armata brancaleone motivata solo dall’odio verso la “guida suprema” (Renzi non disdegnerebbe, vista la sua tracotante presunzione). Oppure: bisogna tagliare i costi della politica, è l’ultima occasione. Né può mancare la profezia catastrofista: se vince il No crollerà la borsa, gli italiani saranno tutti più poveri. Difficile prevedere cosa si sentirà fino al 4 dicembre, anche perché onestà intellettuale vuole che si denunci che anche nel fronte del No prevalgono i toni eccessivi e non mancano di certo autentiche castronerie.

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Solo a urne chiuse sapremo se la atmosfera da corrida della campagna referendaria porterà più italiani ai seggi o se accadrà il contrario. In attesa qualche considerazione utile per dimostrare quanto sia demagogica la propagande renziana.

1) In tutti i referendum il No è plurale, composito. Se se ne organizzasse uno su chi gradisce la…… bistecca alla fiorentina, voterebbero No sia i vegetariani che gli amanti del pesce o del coniglio. E’ ovvio che non hanno gusti culinari in comune ma ciò non toglie che abbiano tutti il diritto di rifiutare l’offerta del cuoco. Piuttosto che ironizzare a sproposito sul fronte del No  perché Renzi non spiega perché, se la sua riforma è così bella, non ha convinto nemmeno tanti iscritti al suo partito e soprattutto tantissimi elettori da sempre schierati a sinistra? Sono anch’essi da rottamare? O vanno “rieducati”?

2) La Ragioneria generale dello Stato, organismo tecnico e per sua natura imparziale, ha stimato in poco più di 20 mld il risparmio derivante dalla riforma del Senato. Equivale più o meno allo 0,0036 del bilancio dello Stato. Non è certo un taglio di spesa da prendere ad esempio; semmai perché Renzi non dice una parola sul fatto che il nuovo Senato aumenterà lo stipendio ai suoi dirigenti, che recupereranno così quanto “perso” con lo stop alla indicizzazione deciso nel 2013?

3) Tutti gli analisti finanziari reputano che il nervosismo dei mercati e delle borse sia destinato a continuare per cause che vanno ben oltre l’esito del referendum italiano e che, quale che sia il risultato, il nostro paese continuerà a pagare il costo del debito pubblico che ha accumulato e della scarsa crescita, inferiore a quelle già basse di altri paesi europei. E non sono pochi gli osservatori che, a proposito della stabilità politica, evidenziano che se dovesse vincere il Sì è più facile che si rinnovi subito il parlamento ma che nessuno oggi può dire se il nuovo premier sarebbe ancora Renzi o un grillino alla Di Maio. Un’ ipotesi tutt’altro che rassicurante per i mercati (e non solo).

Per finire: pare che nei faccia a faccia televisivi Renzi scelga i suoi avversari e voglia confrontarsi solo con chi è molto più anziano di lui. Se fosse vero, avremo la riprova che Renzi è solo una “tigre di carta” destinata rapidamente a uscire di scena, e senza rimpianti. Nemmeno da parte dei giovani che, stando ai sondaggi, voteranno massicciamente per il No.

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