MPS è stata per decenni controllata dalla politica,  in sintesi era una banca comunista, un’appartenenza pratica al Pci-Pds-Ds-Pd non viene mai ricordata.

Fino a pochi anni fa, infatti, la maggioranza assoluta delle azioni della banca erano possedute dalla Fondazione Monte dei Paschi, un’istituzione semi-privata i cui vertici vengono nominati in gran parte dai rappresentanti della politica locale, come il sindaco di Siena, il presidente della provincia e quello della Toscana (oggi la fondazione ha una percentuale trascurabile di azioni della banca). Visto che il centrosinistra è sempre stato molto forte in quelle aree, MPS spesso viene indicata come una banca vicina al PCI, ai DS e ora al PD (come vedremo tra poco, in realtà, è sempre stata molto vicina alla politica, di qualunque colore fosse).

Molte altre banche italiane avevano quote possedute da fondazioni bancarie, ma MPS era l’unica in cui il controllo completo era in mano alla Fondazione. Il risultato di questo controllo “politico” della banca fu che MPS e la Fondazione investivano in maniera massiccia a Siena e più in generale in Toscana, in base a logiche politiche e spesso senza tenere conto della sostenibilità e della profittabilità degli investimenti. Ogni sorta di attività in provincia era finanziata con il denaro della banca: dall’università agli ospedali, dalle squadre sportive agli eventi culturali.

Ma ci sono banche che stanno reggendo alla bufera e invece Mps, nonostante robuste iniezioni di denaro elargite nel tempo, è in condizioni pre-agoniche. Due i fattori che hanno minato le fondamenta patrimoniali. Il primo è la golosità di potere dei capi dell’ex Pci. Il desiderio realizzato a prezzi esagerati di acquisire banche su banche per allargare il controllo sul territorio in funzione di affermazione politica. Il secondo fattore che va illuminato è la entità spaventosa, superiore ai 40 miliardi, dei crediti a vario titolo incagliati e sofferenti. A chi sono stati concessi, e perché?

Gli italiani hanno diritto di sapere a chi la banca madre dei prestiti e dei finanziamenti del Pci-Pds-Ds-Pd ha dato 40 miliardi oggi considerati Npl (non performing loans, meglio noti in italiano come crediti deteriorati).
Che criteri sono stati usati? Domande che forse non fanno comodo a Bersani e D’Alema, ma sulle quali ci piacerebbe capire perché Renzi non ci metta il naso e non intervenga. Forse perché il ministro Pier Carlo Padoan, che lo aiuta a dissimulare i disastri, viene dalla fabbrica dalemiana? O perché ci sono implicati attuali grandi, potenti e danarosi amici del governo?
Renzi, ultimo atto: inganna i risparmiatori

È il 21 gennaio 2016 e Matteo Renzi si prende la briga di fare il testimonial del Monte dei Paschi, invitando tutti a investirci il proprio denaro: «È una banca risanata, è un ottimo affare» (conferenza stampa a Palazzo Chigi). Dopo di che si sono scatenate le vendite. Dopo di che, il 16 febbraio 2016, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per 13 persone, tra cui gli ex vertici di Mps, ex o attuali manager di Deutsche Bank e di Nomura.

I reati contestati per fatti commessi tra il 2008 e il 2012 sono: falso in bilancio; ostacolo alle attività di vigilanza di Consob e Bankitalia; aggiotaggio; falso in prospetto. Proviamo a ripercorrere la cronologia degli eventi principali della recente storia che ha portato a tutto questo.

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L’acquisizione di antonveneta

Per Mps i problemi veri iniziano a novembre 2007 quando, con il mondo finanziario prossimo a sprofondare nel baratro, annuncia al mercato di aver raggiunto l’accordo con il Banco Santander per l’acquisizione di Banca AntonVeneta per circa 9 miliardi di euro. Cifra poi aumentata a 10,3 miliardi di euro a causa degli oneri dell’operazione, e a cui bisogna aggiungere altri 7,5 miliardi di debiti che AntonVeneta aveva nei confronti di Abn Amro. I 9 miliardi di euro iniziali vengono versati da Mps in due tranche e, fatto strano, su conti distinti: 7 miliardi direttamente a Santander; 2 miliardi su un conto di una banca londinese nella disponibilità dello stesso Banco Santander. Un enorme esborso di denaro che ha definitivamente compromesso la solidità patrimoniale dell’istituto senese. Segue un aumento di capitale da 5,8 miliardi euro, al quale si aggiunge l’operazione Fresh, un’emissione di titoli subordinati.

La Fondazione, fedele al vincolo del mantenimento del controllo, versa 3,4 miliardi di euro. Nel frattempo, però, scoppia la bolla dei subprime. Le quotazioni dei titoli bancari vanno a picco in tutto il mondo. E il titolo Mps, che viaggiava intorno ai 4 euro a novembre 2007, nel marzo 2008 scende sotto i 2 euro. A questo punto, le casse della Fondazione sono vuote.

I derivati per coprire le perdite

Per coprire le perdite del 2007-2008, Mps «si impelaga» in almeno tre tipologie diverse di contratti derivati: Santorini; Alexandria; Nota Italia.

Obiettivo: riuscire ad ottenere comunque un utile per la banca e rinviare le perdite agli esercizi futuri.

Dulcis in fundo: distribuire gli utili realizzati attraverso i magheggi con i derivati alla Fondazione Mps, che a sua volta li ridistribuisce sul territorio secondo le indicazioni dei politici (di sinistra) che la controllano.

I tremonti-bond e i monti-bond

Per migliorare la compromessa situazione patrimoniale, nella primavera 2009 Mps decide di sottoscrivere 2 miliardi di cosiddetti «Tremonti-bond», impegnandosi a restituirli entro il 2012. I «Tremonti-bond» sono forme di obbligazioni convertibili, emesse da una banca e sottoscritte dal Tesoro, il quale in caso di mancata restituzione della quota entra nel capitale dell’istituto di credito.

Il 25 gennaio 2013 l’assemblea straordinaria di Monte dei Paschi di Siena decide di chiedere altri prestiti allo Stato, a quell’epoca denominati «Monti-bond», per un valore di 3,9 miliardi di euro. Una parte di essi serve proprio per rimborsare i «Tremonti-bond».

 

Complici i forti ribassi registrati da tutto il settore finanziario dopo la crisi subprime e il fallimento di Lehman Brothers, anche Mps vede ridursi la propria capitalizzazione in modo consistente: dai circa 12 miliardi del 2005 si scende a 2,7 miliardi a fine 2011.

Ma non finisce qui! Il 7 luglio 2016 Mps tocca il nuovo minimo storico a quota 0,265 euro per azione, con una capitalizzazione di soli 777 milioni di euro. Negli ultimi 8 mesi, a seguito dei provvedimenti del governo Renzi sulle banche, il valore del titolo Mps è passato da circa 1,5 euro ad azione a circa 0,265: -82,3%.

Come si vede, le prospettive sono incerte. Invece le colpe sono certe. Hanno nomi e cognomi. E una casa: il Pci-Pds-Ds-Pd.

RELAZIONE-Commissione-inchiesta-Monte-dei-Paschi-di-Siena

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