Agricoltura italiana in cima al modo: tutti vogliono il made in Italy, ma ai contadini arrivano le briciole. Il mercato penalizza troppo chi produce

Per ogni euro che noi consumatori spendiamo in frutta, verdura e latte solo quindici centesimi, in media, vanno a finire a compensare il lavoro di chi, nei campi e nelle stalle, investe tutto il suo tempo, le sue risorse, l’intera sua vita per permetterci di apparecchiare la tavola. Quindici centesimi. Tre misere monetine da cinque centesimi, quelle che nemmeno in chiesa accettano più, quelle che finiscono dimenticate nelle tasche dei pantaloni o di giacche e cappotti.

Agricoltura sotto scacco, c’è bisogno di ripensare tutta la filiera

Quindici contro ottantacinque. Questo è il rapporto dei ricavi tra chi produce e chi no. Una forbice esorbitante – e inaccettabile – nella filiera tra i listini all’origine e quelli al consumo, che alcune organizzazione di allevatori e coltivatori – Cia, Confagricoltura e Copagri – hanno reso noto nel corso di una giornata di manifestazione in diverse città del Paese. Ma è solo una media, se guardiamo alla situazione specifica delle diverse varietà di frutta e verdura, osserviamo cose semplicemente incredibili. Solo per citare un esempio, per quel chilo di arance che abbiamo pagato 2 euro al chilo al supermercato, le tre associazioni ci spiegano che gli agricoltori hanno ricevuto 18 centesimi: un rincaro che dal campo alla tavola tocca il 1111 per cento.

Un caso oltre ogni limite, quello delle arance, sicuramente l’espressione più radicale di questa dicotomia tra prezzo alla produzione e prezzo finale al consumatore, ma non è che per il resto ci sia da stare allegri. Qualche numero, sempre fornito dalla citate associazioni: il latte viene pagato agli allevatori 33 centesimi al litro, noi lo paghiamo in media 1,70 euro (ma si può spendere anche di più, fino quasi a 2 euro), con un rincaro del 515 per cento. Mele e pere a noi costano, nei reparti frutta e verdura dei supermercati, in media 2 euro e 2,20 euro, rispettivamente. Peccato che il coltivatore riceve, per le mele, 60 centesimi (333 per cento di rincaro) e 88 centesimi (250 per cento) per le pere. E quei bellissimi pomodori con cui noi italiani facciamo la salsa per gli spaghetti o la pizza o prepariamo delle buonissime insalate? A noi costano, mediamente, 2,3 euro al chilogrammo, al coltivatore arrivano in tasca 44 centesimi.

Insomma, un salasso per chi compera, un disastro per chi lavora, tanto che dal 2000 a oggi hanno chiuso oltre 310 mila imprese del settore primario, strangolate da bilanci insostenibili. Come si giustificano rincari di questa portata? Cia, Confagricoltura, Copagri, nei loro documenti preparati per la giornata di protesta – sotto lo slogan “Ei fu…siccome immobile” – citano numerose cause: si va dalla burocrazia, elefantiaca, che costa qualcosa come 4 miliardi l’anno, a pagamenti comunitari (600 milioni) che si fanno aspettare come Godot, a problemi di politica internazionale come l’embargo alla Russia, che ha già fatto perdere al comparto 355 milioni di euro.

Per tutti questi motivi, Cia, Confagricoltura e Copagri sono scese in piazza in tutta Italia. Per sensibilizzare l’opinione pubblica, la politica e le istituzioni a cui è stato consegnato un “documento-piattaforma” di proposte a sostegno del settore. Per le organizzazioni agricole, occorre agire su due linee diverse: una politica e una produttiva. Per la prima, l’obiettivo principale è, ovviamente, la modifica radicale della Pac (Politica Agricola Comunitaria), accompagnata da una serie di azioni più specificatamente italiane: accrescere i pagamenti accoppiati ai settori in crisi, ripensare il greening (una delle componenti della Pac), semplificare radicalmente gli strumenti di gestione del rischio, anche a tutela del crollo dei prezzi. Per la seconda, l’indicazione delle organizzazioni del settore è per la costruzione di rapporti contrattuali più equi e trasparenti lungo tutta la filiera che va dal campo o dalla stalla sino alla tavola delle famiglie. In più, secondo i rappresentanti di allevatori e coltivatori è necessario lanciare immediatamente le azioni del Programma di sviluppo rurale, ma anche i vari interventi nazionali discussi da tempo, come le varie misure del piano latte o di quello olivicolo. È altresì importante condurre una completa valutazione di impatto sugli effetti delle concessioni su alcuni mercati e applicare idonee misure di salvaguardia nonché il principio di reciprocità negli scambi commerciali con i Paesi terzi. Questo anche per evitare di importare materiali di propagazione infetti e soprattutto per bloccare l’import di alimenti prodotti con fitofarmaci vietati in Italia e in Europa.

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«Tematiche fondamentali che vanno affrontate e risolte al più presto – concludono Cia, Confagricoltura e Copagri – e che devono essere comprese anche dall’opinione pubblica. Perché il settore primario ha un valore inestimabile a livello produttivo, culturale e di salvaguardia dell’ambiente che deve essere sostenuto e non lasciato, appunto, nell’immobilità».

fonte: http://www.de-gustare.it/agricoltura-prezzi-alle-stelle-ai-contadini-briciole/

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