La strage delle donne

L’ossessione delle spie è stata la causa di centinaia di eliminazioni di donne, se si considera che per morire era sufficiente che il marito, il padre o il fratello fossero fascisti.

“Ce la siamo passata tutti. Poi l’emorragia”

L’ossessione delle spie è stata la causa di centinaia di eliminazioni di donne, se si considera che per morire era sufficiente che il marito, il padre o il fratello fossero fascisti.
Giovanna Dal Bo, 36 anni e in avanzato stato di gravidanza, era madre di due bambini in età scolare. Abitava in Cadore, a Ponte nelle Alpi.
La mattina del 7 settembre ’44 fu prelevata da partigiani della brigata Tollot, una delle più spietate di tutto il Veneto.
Condotta alla base partigiana del Cansiglio fu violentata per due giorni. La mattina del 9 fu gettata nella vicina foiba del Bus de la Lum.
L’avevano prelevata perché non si era riusciti a catturarne il marito, l’ex daziere e volontario della Guardia nazionale repubblicana, De Pieri, dislocato in Val Camonica.
Un partigiano, Carlo Prian, di Tambre presente all’esecuzione dichiarerà che quella mattina, facendo parte della scorta che conduceva otto persone verso la foiba, aveva visto quella donna sorretta da due partigiani, perché non riusciva a camminare, implorare che la lasciassero andare perché aspettava un bambino.
Il comandante ordinò che ognuno dei prigionieri avanzasse sopra una tavola di legno posta di traverso all’imboccatura della forra, mentre due partigiani, ai lati estremi, la facevano rovesciare così da provocarne la caduta.
Un teste, Adone Bona, gestore dell’albergo “Dora” di Spert, ove i partigiani solevano sostare per raggiungere il comando sul Cansiglio, ricorderà quanto di lei, pochi giorni dopo, gli disse uno di questi partigiani che ostentava tra le mani gli occhiali “di una spia”: – Ce la siamo passata tutti, poi le era venuta un’emorragia -.
Il comandante dei patrioti si chiamava Augusto De March, nome di battaglia “Zero”.
Il 20 febbraio del ’45, in sembianze teutoniche, gli apparve la Nemesi; gli apparve a Chies d’Alpago ove, catturato, dovette rendere l’anima nera al dio giustiziere.

Gianfranco Stella 

Le Ausiliarie

Luciana Minardi, 16 anni di Imola, era al fronte, sul Senio. con battaglione “Colleoni” della Divisione “San Marco”, addetta al telefono da campo e al cifrario. Aveva rischiato la vita cento volte. Durante la ritirata, il comandante del battaglione le affidò il gagliardetto perché lo portasse in salvo. Catturata dagli inglesi, Luciana riesce a disfarsi del gagliardetto, gettandolo nel Po. Gli inglesi la rilasciano dopo un breve interrogatorio. Gettata la divisa, torna dai genitori, sfollati a Cologna Veneta, in provincia di Verona. Ma qualcuno avverte i partigiani comunisti della zona che quella ragazzina “è una fascista”. Vanno a prenderla a metà maggio, i mitra puntati alla gola dei genitori, la portano sull’argine del torrente Guà e, dopo innominabili violenze sessuali, la massacrano. “Adesso chiama la mamma porca fascista!”, le grida il comunista che la uccide con una raffica.

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Marilena Grill era di Torino, lavorava all’Ufficio ricerche dispersi. Il 28 aprile i partigiani vanno a prenderla in casa dei genitori, dov’è tornata. Chiede di indossare la divisa. La tengono cinque giorni alla caserma “Valdocco”. Un colpo alla nuca la liquida il 3 maggio.

Le autopsie

All’istituto di medicina legale dell’Università di Torino è probabilmente ancora possibile consultare il registro del mese di maggio 1945, al quale attinse Giorgio Pisanò per completare i capitoli dedicati alle ausiliarie della sua opera Storie delle Forze Armate della RSI pubblicata a Milano nel 1967. E’ dal suo libro che si riportano questi due verbali:

“Autopsia n. 7065. Entrata 3 maggio. Uscita 11 maggio. Provenienza: stazione Porta Nuova. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni al cranio, torace, addome. Indossa la divisa militare della Repubblica, con mostrine recanti fascetti rossi. Una A rossa sulla tasca sup. sx. Si tratta di cadavere di giovane donna dell’apparente età di 18 – 20 anni. Capelli neri rasati a zero”

“Autopsia n 7143. Entrata 11.6, uscita 17.6. Provenienza fiume Po dietro caserma dei pompieri Barriera Milano. Diagnosi: omicidio per arma da fuoco. Causa della morte: lesioni cranio-cerebrali e toraco-addominali. Riferiscono che questa giovane donna, già ausiliaria presso i reparti della Repubblica, sia stata prelevata e collocata in un canile di via Nizza, indi prelevata e uccisa. Veste una gonna grigia e un giubbetto rosso a grosse fasce bianche trasversali, ha capelli color castano scuro rasati a zero. Si tratta di cadavere di giovane donna dall’apparente età di 17 – 19 anni, incinta al settimo mese circa di gestazione. All’ispezione sono rilevabili n. 6 fori tondeggianti d’arma da fuoco del diametro di circa 1 cm circondati da orletto escoriativo nerastro situati 2 vicini alla regione laterale sx del collo, un terzo alla regione precordiale e gli altri tre al basso ventre”.

http://www.bertapiero.it/garibaldi/RSI/ausiliarie.htm

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