MUSSOLINI, I GERARCHI E LA “FUGA” IN SVIZZERA (1944-‘45)

Siamo in 19, nella caserma di Gràndola, 10 chilometri dalla frontiera svizzera, quel 26 aprile ‘45: Mussolini a capotavola, Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura popolare della Repubblica sociale e mio amico, altri ministri, e poi Bombacci, Daquanno direttore dell’agenzia Stefani… Militi ne sono rimasti quattro, sono le ausiliarie a preparare il pranzo. “Duce, entriamo in Svizzera con un colpo di mano”, insistono i ministri Liverani e Romano. “Non vorrei che un giorno, nell’inedia di un campo di concentramento, provassimo pentimento e disperazione per una scelta del genere. Non capite che è tutto finito? Ognuno pensi ai fatti suoi. E anch’io bisogna che pensi ai miei”. Dice proprio così, il Duce (1).

Chi ricorda è Fernando Feliciani, capitano della divisione bersaglieri “Italia” della Repubblica sociale, aggregatosi alla colonna Mussolini in ripiegamento da Milano a Como e di là a Menaggio, sulla sponda sinistra del lago, e poi a Gràndola frazione sette chilometri sul monte sopra Menaggio in direzione delle gallerie di Gandria, del confine di stato con la Confederazione elvetica, presso Lugano. Con lui è Mezzasoma, ministro della Cultura dell’esecutivo neofascista e amico, cui Feliciani domanda notizie sulla destinazione: “Già era a tutti noto che il governo svizzero non avrebbe permesso di entrare nel proprio territorio. E allora? Chiesi a Mezzasoma se si fosse già a conoscenza di tale divieto a Como. Mi rispose che Celio, il prefetto, in un primo tempo aveva assicurato il libero passaggio alla frontiera, successivamente aveva comunicato il divieto svizzero, ma che stava cercando di mettersi in contatto con le autorità del territorio elvetico” (2).

Le ore passate a Gràndola da Mussolini e dai gerarchi rimasti al suo seguito, dalla tarda mattinata alla sera del 26 aprile 1945, sono fra le più controverse delle giornate estreme della Repubblica sociale italiana; attorno alle quali si sono addensati interrogativi e speculazioni d’ogni sorta, in particolare sulla questione se il duce avesse ormai intenzione di chiedere asilo alla Svizzera, o addirittura di varcare la frontiera clandestinamente per mettersi in salvo. Come ovvio, da tale questione ne discendono altre non secondarie per chi studia le giornate finali del neofascismo: Mussolini ha abbandonato i suoi, è forse fuggito, o è stato invece lasciato solo da questi, oppure persegue un suo piano non dichiarato, e se sì quale? Perché il duce raggiunge Como la notte del 25 aprile, perché lascia la città all’alba del 26 e, soprattutto, perché sceglie proprio quella strada impossibile? La storiografia, che si è accanita attorno a queste domande, ha tratto risposte che paiono per lo più poco convincenti, in contraddizione anche fra loro, nonostante l’apparente quantità di scritti e fonti orali accumulate dalla fine della guerra (3).

Apparente Si ritiene non a caso, poiché i documenti attendibili sono scarsi; gli stessi atti istruttori e dibattimentali del “processo di Padova” sul “tesoro di Dongo” (1957), per quanto prossimi all’accaduto e con molti protagonisti viventi, sono indirizzati ad appurare circostanze criminose e non storiche; le testimonianze di superstiti delle due parti – la RSI e la Resistenza comasca – sono talvolta inquinate da tesi precostituite e consolidate, reticenze causate appunto dalle inchieste giudiziarie del dopoguerra, protagonismi o velleità di minimizzare episodi sgradevoli.

Così questioni centrali quali: l’esistenza o meno di un ultimo disegno politico-militare di Mussolini; piuttosto che la semplice e drammatica rincorsa di un luogo dove organizzare una disperata resistenza, o la caccia al rifugio – sia pure temporaneo – nel paese neutrale in attesa di consegnarsi a truppe “regolari” angloamericane, sono state a lungo manipolate ma non risolte. La vicinanza alla frontiera elvetica e le decisioni di quelle ore convulse fra Menaggio e Gràndola, una ventina di chilometri dai posti di confine, hanno alimentato ricostruzioni basate sull’insostenibile tesi dell’espatrio, per cui Mussolini sarebbe stato fermato “mentre tentava di fuggire in Svizzera travestito da soldato tedesco” (4).

Diversi “storici seri” sembrano non aver colto le contraddizioni insite nella assurda proposizione che ne risulta: se, cioè, Mussolini potesse illudersi di varcare senza essere riconosciuto una qualunque frontiera svizzera, traendo in inganno i dispositivi di controllo allertati contro i tedeschi e i neofascisti. Le cose, in realtà, sembrano essersi svolte in modo diverso: lo proverebbero documenti infine disponibili e ricostruzioni del succedersi dei fatti eseguite con scrupolo filologico. Oggi, mentre la stessa storiografia di sinistra sembra orientata su tesi più sensate sulla destinazione del duce (5), è parso utile a chi scrive presentare i risultati di ricerche avviate circa dieci anni fa in archivi pubblici e privati, e mediante la raccolta di un ventaglio di testimonianze di protagonisti di primo piano, sia neofascisti che partigiani, in effetti presenti a quelle vicende. Si tratta, si vedrà, d’una raccolta ampia e variegata, fondata su riscontri incrociati, proposta ora senz’altro intento che contribuire a una lettura dell’enigma di quelle giornate, in apparenza inspiegabili, trascorse da Mussolini nei pressi della frontiera. Lettura dalla quale emerge, peraltro, che il dittatore ha mantenuto fede a quanto più volte assicurato a suoi gerarchi e collaboratori in merito a offerte di rifugio giuntegli o prospettategli da molti: “Ho risposto che non vado in Svizzera”.

Estate 1944: asilo alle famiglie dei gerarchi?

La richiesta d’asilo in Svizzera per le famiglie viene presa in considerazione dai gerarchi neofascisti nell’autunno 1944, durante la rapida avanzata degli Alleati verso l’Italia settentrionale, e in vista del crollo del fronte attestatosi tra Apuania e Pesaro alla caduta di Roma (4 giugno) e di Firenze (11 agosto). Voci vengono raccolte nel settembre: “Si dice che in caso di crisi in Italia la Svizzera aprirà la frontiera e rispetterà il diritto d’asilo verso chiunque”, si legge in un appunto della prefettura di Como con oggetto la valle d’Intelvi, le zone limitrofe, l’”Atteggiamento del Governo Svizzero” (6). Il 17 settembre un appunto del ministero degli Esteri neofascista per l’ambasciatore tedesco presso Ia Repubblica sociale italiana, Rudolf Rahn, accenna senza perifrasi al rifugio nella Confederazione per i familiari dei rappresentanti più in vista del governo e dell’esercito di Salò:

Esponenti del Regime (Governo-Partito-Forze Armate) hanno preso in esame la grave situazione venutasi a determinare in conseguenza degli eventi militari, per predisporre un piano da sottoporre al Duce. Il piano contempla l’eventuale invio in Svizzera delle famiglie dei gerarchi maggiormente compromessi, e l’assistenza ai fascisti ed alle loro famiglie, sia che esse restino nel territorio attualmente controllato dalla Repubblica, sia che seguano il Governo, sia che desiderino recarsi in territori amici od alleati. Sono stati concertati i seguenti punti che hanno avuto l’approvazione del Duce: l’eventuale esodo verso la Svizzera è limitato alle donne, ai bambini, ai vecchi, ai malati. È urgente provvedere sin d’ora a svolgere le pratiche burocratiche (visti ecc.). Il passaggio della frontiera deve avvenire infatti nelle forme volute e cioè con i visti necessari. Il passaggio dovrà avvenire solo quando lo sviluppo degli avvenimenti ne giustificasse la necessità e l’urgenza. Si prevede che il numero delle persone che dovrebbero essere avviate in Svizzera oscillerà tra 250 e 300 (7).

Si tratterebbe, si vede, d’una soluzione concordata, sottoposta ai “camerati” germanici; e del tutto “legale”, attraverso un espatrio controllato e ufficiale. Appena abbozzato in quelle giornate febbrili il progetto della Valtellina, cioè di un “Ridotto nazionale repubblicano” da formare in provincia di Sondrio ove radunare alla caduta del fronte le forze residue, contrastare i partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati (8), pare non rimanga possibilità di resistenza a oltranza. In tali condizioni disperate, il 18 settembre il delegato commerciale della RSI a Zurigo, Ernesto Toti Lombardozzi, tenta d’ottenere dal Consiglio federale – il governo svizzero – l’accoglimento dei familiari dei gerarchi più compromessi dietro consegna alla Confederazione di “zucchero, formaggio, contratti per forniture dí pomodori e frutta”, generi scarsi e razionati, il cui controvalore dovrebbe “esser messo a disposizione” delle famiglie accolte al momento del crollo (9).

Espediente escogitato sin dall’inverno 1943 dall’allora direttore di Polizia, Tullio Tamburini, che anni dopo rilascerà questa ancora inedita testimonianza:

Preoccupato della situazione come sarebbe andata a finire, mi sono domandato se poteva sussistere il fascismo alla sconfitta e mi sono detto che poteva sussistere perché tra l’oriente e l’occidente, almeno in quel momento e in questo, una forma di conciliazione non c’era all’infuori del fascismo, del corporativismo e allora ho chiesto al Duce due ore di colloquio. Mi ha detto “per che cosa?” “per il permanere del Regime Fascista” “Guardate a casa non vi invito perché darebbe troppo nell’occhio ai camerati tedeschi, qui in ufficio due ore sono molto e fra le altre cose non siamo nemmeno sicuri di non essere sorvegliati” “Duce, fate una cosa, venite più presto e siete voi che mi chiamate”. L’appuntamento venne fissato per le 7, il suo orario era alle 9. Cinque minuti prima delle ore 7 mi fa chiamare. Nessuno sapeva niente. “[…] Credo ci sia bisogno di mettere al riparo dall’eventuale sconfitta gli uomini necessari per il permanere dell’idea fascista. Situazione con la Svizzera: non è buona e non so nemmeno se la Svizzera sia libera di riceverci. Comunque non è buona. Bisogna trovare il modo di migliorare e controllare la Svizzera e come ha ricevuto 70/80 mila italiani dopo l’8 settembre, dovrebbe ricevere in caso di crollo coloro che si trovano male in quel momento. Comunque per mettere la situazione svizzera in condizioni migliori bisogna creare in Svizzera qualche giornale e mandarci delle persone intelligenti e di tatto per fare una propaganda lenta e buona per migliorare la Svizzera. In secondo luogo bisogna mandare un uomo di grande statura morale e per me bisogna mandare Rolandi Ricci. E mandarlo a fare questo discorso al governo svizzero: “voi avete ricevuto dopo l’8 settembre quelli che noi chiamiamo i fuorusciti, quelli che noi uomini di governo chiamiamo i sudditi, e avete intaccato le vostre riserve alimentari per mantenere gli italiani. A questo punto noi dobbiamo intervenire perché dobbiamo sentire la dignità di restituirvi le razioni alimentari adoperate per gli italiani in questo momento. Vi chiediamo che cosa avete consumato per il mantenimento degli italiani e cercheremo di rendervelo. Non ci avete riconosciuto come governo, non vi possiamo chiedere di fare una azione diretta su questi italiani, vi dobbiamo però chiedere che ci trattiate come nemici con il regolamento internazionale della CRI che dà facoltà al nemico, in territorio nemico, di fare magazzini in punti franchi, per soccorrere i propri soldati in territorio nemico. Dateci punti franchi, considerateci nemici, questo gradiremmo farlo noi. Quale è la ragione? Parliamo apertamente. Finita questa baraonda, gli italiani vorranno riabbracciarsi. Se vinciamo noi, come vinceremo faremo indulgenza, se vincono loro… e noi abbiamo il dovere di preparare questo stato d’animo che possa venire da una parte e dall’altra, è un mezzo per arrivare a questa specie di conciliazione””.

Mussolini dice: “benissimo, continuate”.

“Noi dobbiamo chiedere agli svizzeri un’altra cosa, che quando ci hanno concesso questi punti franchi, dobbiamo riempire questi magazzini di quantitativi enormi, sufficienti a alimentare e soccorrere. Come facevamo andare in Svizzera e avendo predisposto per il magazzino al nemico, non si può rivendicare questo materiale. In questo, è bene che la gestione sia soprattutto in mano svizzera perché tutto è nell’interesse svizzero e la Svizzera ha tutto l’interesse a prendere questa società che degli alimentari al prezzo ufficiale di oggi, con contratto regolare, sorvegliata dalla Previdenza Sociale, ecc. Il governo può stanziare fin da ora per gli italiani all’estero… delle razioni” (l0).

Secondo il piano di Tamburini, il vecchio avvocato monarchico Vittorio Rolandi Ricci – senatore dal 1912, ambasciatore a Washington nel 1921-’22, ministro di stato dal 1936, nella RSI, a 83 anni, corsivista del “Corriere della Sera” (11) – dovrebbe ottenere dal governo elvetico una prosecuzione, a favore dei neofascisti, dell’ospitalità concessa (talvolta in disaccordo con le norme internazionali sull’internamento di militari, e interne sull’asilo ai civili) ai 45.000 italiani espatriati in Svizzera dall’8 settembre 1943, internati in campi nei cantoni della Confederazione (12).

Con loro, vale ricordarlo, sono accolti e ospitati in “regime speciale” di sorveglianza: Dino Alfieri, ex ministro della Cultura popolare e ambasciatore a Berlino – espatriato il 24 ottobre 1943 -, e Giuseppe Bastianini, ex sottosegretario agli Esteri – fuggito l’11 aprile 1944 -, entrambi firmatari dell’ordine del giorno Grandi del 25 luglio 1943, quindi condannati a morte dal tribunale di Verona il 10 gennaio 1944; industriali e manager “di regime” come il conte Giuseppe Volpi di Misurata – entrato in condizioni penosissime il 29 luglio 1944 (13) -; nonché i nipoti stessi del duce, Fabrizio, Marzio e Raimonda Ciano – accompagnati il 12 dicembre 1943 – e la figlia, Edda Mussolini Ciano – sfuggita ai nazisti il 10 gennaio 1944 (14). Esodo e accoglienza che lasciano dunque ben sperare. Stando a una nota a Berna del delegato Toti Lombardozzi del 21 settembre 1944, da parte neofascista questo programma sarebbe ormai in via di attuazione:

Il ministro italiano dell’Agricoltura Moroni acconsente di comunicare che fornirebbe il permesso di esportazione da 2.500 a 3.000 tonnellate di riso. Domanda se la Svizzera sarebbe pronta a mettere a disposizione vagoni ferroviari per il trasporto da Como. Una parte del riso sarebbe pronta a Como. Il ricavo dal riso dovrebbe servire al mantenimento delle famiglie e per la precisione un 25% dovrebbe essere lasciato al governo italiano per la distribuzione alle famiglie, cosicché siano provviste di denaro al momento dell’entrata. Il 75% dovrebbe essere consegnato al signor Toti, che lo distribuirebbe più tardi alle famiglie. Il signor Toti chiede se da parte svizzera si preferirebbe un alloggio collettivo in albergo o in alloggi privati. Alla mia osservazione che potrebbe esserci sollevato un rimprovero per il procedimento proposto, per cui per il sostentamento di singole famiglie ci prenderemmo generi alimentari di cui ha necessità la popolazione italiana, il signor Toti mi ha chiarito che la produzione di riso in Italia è talmente abbondante che le eccedenze possono essere tutte esportate. Il signor Toti attenderà una nostra risposta sino a sabato prossimo. Il signor Toti ha rivolto la domanda sull’importazione del riso in particolare al signor Vollenweider. Questi risponde che nessun genere in compensazione potrebbe venire consegnato. Il prezzo sarebbe di Fr.1 – sino a Fr.1,05 al kg (15).

23 settembre, l’accordo pare concluso: il funzionario svizzero competente “è in linea di massima d’accordo sull’acquisto del riso”, il denaro “sarà versato su un conto in compensazione”, e si potrebbe mettere subito a disposizione “una grossa somma, 1.000/2.000 franchi per famiglia, perché queste abbiano immediatamente del denaro” (l6). Il capo della divisione svizzera di Polizia, Heinrich Rothmund, chiude invece le porte ai neofascisti nel sottolineare il giorno stesso a un funzionario del Dipartimento politico federale di ritenere “intollerabile già dal punto di vista della politica interna accogliere famiglie di personalità neofasciste con responsabilità direttive”. Per Rothmund non si giustifica per nulla “l’offerta di sottrarre al già affamato popolo italiano ancora una quantità di riso” per procurare ai neofascisti “denaro per poter vivere in Svizzera” (17).

La linea politica del governo federale è definita: rifiuto d’accogliere profughi iscritti nelle liste dei criminali di guerra e familiari. L’argomento è dibattuto dalla stampa svizzera, specie nel Canton Ticino, il “rapporto Ludwig” sulla politica elvetica verso richiedenti l’asilo confermerà che la decisione risale proprio a quelle settimane. Istruzioni della divisione di Polizia, 12 luglio 1944, e ordine all’Esercito, 7 settembre: “la Svizzera non accorderebbe l’asilo a coloro che ne sono indegni”. A dire, per quanto stabilito il 14 novembre dal Consiglio federale “alle persone che avevano avuto un atteggiamento non amichevole contro di essa, che avevano commesso degli atti contrari alle leggi di guerra e il cui passato mostrasse che avevano delle concezioni incompatibili con le tradizioni fondamentali del diritto e dell’umanità” (l8). Il governo neofascista stesso conosce le decisioni ufficiali e le opinioni uscite sui giornali: l’Ente nazionale italiano per il turismo (ENIT) di Zurigo invia a Salò una rassegna stampa periodica (19); Ma nell’autunno 1944 la Svizzera non dovrà neppure respingere la richiesta d’asilo delle autorità neofasciste, che la ritirano appena il fronte si arresta all’Appennino poiché – comunica a Berna il 6 ottobre il delegato neofascista Toti Lombardozzi – la questione è ormai inattuale, “dovendo gli interessati ripiegare in Germania nel caso in cui gli avvenimenti precipitassero” (20).

Ancora nella primavera 1945 decisioni del Consiglio federale escluderanno l’asilo a gerarchi e famiglie (2l). “Viene a trovarmi Bustelli”, scrive agli inizi dell’aprile Alfredo Pizzoni, presidente del CLNAI in missione a Lugano, su un colloquio col capo del Servizio informazioni dell’esercito alla frontiera svizzera con l’Italia: “gli chiedo notizie sull’atteggiamento locale, ufficiale e privato, nei riguardi degli sconfinamenti di nazifascisti, non ancora iniziati su larga scala. Mi conferma che i doganieri, le truppe dislocate al confine e le popolazioni delle zone confinarie sono decise a non ammettere nessuno e che la stampa locale si è già espressa in termini analoghi ed è sul chi vive [sic] per controllare che non avvengano infrazioni e favoritismi” (22). Infine il 13 aprile il governo, “su proposta del dipartimento di giustizia e polizia”, decide: rigorosa chiusura delle frontiere ai profughi neofascisti ed eventuale refoulement, secondo i princìpi richiamati da Rothmund d’accordo con gli Alleati. L’ordine è che “le frontiere nord, est e sud saranno ermeticamente chiuse per tanto tempo quanto le circostanze lo esigeranno”. Nel rapporto sulla politica d’asilo, è detto che per sicurezza negli ultimi giorni d’aprile “si dovette ancora chiudere la frontiera sud, non lasciando aperti che i passaggi di Dirinella, Ponte Tresa e Chiasso-strada” (23).

Settembre 1944-marzo 1945: asilo ai familiari del duce?

Cosa pensa in realtà Mussolini dell’espatrio in Svizzera? È davvero deciso a non varcare la frontiera? La domanda se l’era posta a Berna, nel luglio 1944, anche il capo della divisione di Polizia del dipartimento federale Giustizia e Polizia, Rothmund, con tutti gli interrogativi politici della faccenda, poiché oltre a Mussolini “altri gerarchi del regime neofascista potrebbero tentare di entrare in Svizzera come fuggiaschi, ad esempio il signor dottor Pavolini e il signor Farinacci” (24). Si tratta al momento di ipotesi, ma con il passare delle settimane le richieste fioccano: documenti svizzeri confermano il tentativo di Mussolini di far ospitare nella Confederazione i familiari, nell’ipotesi che la situazione precipiti; richiesta più volte sottoposta alle autorità consolari elvetiche negli ultimi sei mesi di guerra, tramite il figlio Vittorio. Qualche studioso si ostina però a intenderla quale domanda d’asilo di Mussolini per la sua stessa persona. Per chiarire questa vicenda è necessario ripercorrere la documentazione d’archivio.

Il console di Svizzera a Milano, Franco Brenni, nel rapporto a fine missione accenna alla “benevolenza apparente, al fine di ottenere se possibile delle facilitazioni per il loro passaggio in Svizzera” di cui lo avevano circondato vari gerarchi nella stretta finale del conflitto, a partire “da uno dei figli di Mussolini sino alle mogli di tutte le personalità fasciste”; considerando suo successo l’esser riuscito a cavarsela da solo, “senza bisogno di un qualunque intervento da Berna” (25). La faccenda segue in realtà un percorso intricato. La questione, posta più volte tra settembre 1944 e marzo 1945, è anzi d’interesse perché tali documenti ufficiali rispecchiano la maggiore libertà di decisione del Consiglio federale dopo l’arrivo degli Alleati alle frontiere occidentali svizzere nell’autunno, assieme alla certezza di poter agire per la prima volta dall’inizio della guerra al sicuro da rappresaglie. I retroscena. In un dispaccio al Dipartimento politico federale, classificato “strettamente confidenziale”, il 1° settembre 1944 Brenni scrive:

Signor ministro, Ho l’onore di indirizzarvi una richiesta che vorrete considerare strettamente confidenziale sia circa la persona che mi ha pregato d’intraprendere questo passo, sia circa il soggetto stesso della richiesta. Il nostro concittadino, sig. Carlo Hoepli Consigliere Delegato della Casa editrice Ulrico Hoepli di Milano, mi ha intrattenuto ieri sulla recente visita che ha fatto al Duce, relativa alla pubblicazione d’un nuovo volume, contenente discorsi e scritti del sig. Mussolini, volume che, come le precedenti raccolte di discorsi, dovrebbe essere pubblicato dalla Casa Hoepli sotto il titolo “Il Calvario di un Popolo”. In occasione di questa visita, il Duce ha pregato il sig. Hoepli di volersi informare, nella maniera più discreta, presso di me per sapere se le Autorità svizzere sarebbero eventualmente disposte ad accordare asilo ai membri della famiglia di Mussolini. Il Duce ha assicurato che non si tratterrà in ogni caso che dei membri femminili della famiglia e dei bambini: in tutto 6 donne e 10 ragazzi in tenera età. Si tratterebbe di Donna Rachele Mussolini, delle mogli di Vito, Bruno, Vittorio Mussolini e altri familiari, con i loro bambini. Il sig. Mussolini avrebbe ancora espresso a tale riguardo il desiderio di vedere alloggiati tali parenti eventualmente in un cantone cattolico ed ha parlato lui stesso del Cantone di Friburgo. Tuttavia si rimetterebbe volentieri alla decisione delle Autorità svizzere sul luogo eventuale d’internamento. Per quanto concerne il Duce stesso, così come per gli altri uomini, Mussolini ha detto che seguiranno in ogni caso il loro destino ed ha aggiunto testualmente che si consegnerebbero eventualmente agli inglesi e agli americani che sono dei gentlemen. Il Duce ha ancora aggiunto che non teme le misure che potranno prendere gli alleati. Il suo timore, soprattutto a proposito delle donne e dei ragazzi, è dovuto unicamente ai patrioti. Il sig. Hoepli, incaricandomi di questo passo, mi ha naturalmente pregato di non fare il suo nome. Non ho tuttavia ritenuto di poter aderire al desiderio del sig. Hoepli, persona di tutta fiducia; ed è per questa ragione che Vi pregherei vivamente di mantenere il segreto sul suo nome. Il sig. Hoepli avrebbe desiderio naturalmente di ricevere una risposta, e vi lascio di conseguenza la cura di farmi sapere se una risposta qualunque possa essere data e eventualmente sotto che forma. Sono del tutto persuaso che si tratta d’una questione molto delicata, ma tuttavia non ho creduto di sottrarmi alla domanda del sig. Hoepli. Non è necessario dire che mi atterrò scrupolosamente alle istruzioni che mi vorrete dare a questo proposito. Possiamo in ogni caso contare sulla più assoluta discrezione da parte del sig. Hoepli, essendo nel suo stesso interesse che nessuno sappia mai nulla di questo passo (26).

Il colloquio fra Mussolini e Hoepli (27), avvenuto il 29 agosto a Gargnano (28), è dunque inteso a ottenere l’asilo “dei membri femminili della famiglia e dei bambini: in tutto 6 donne e 10 ragazzi in tenera età”. Il duce dichiara senza incertezze che lui e i suoi gerarchi “si consegnerebbero eventualmente agli inglesi e agli americani che sono dei gentlemen”. Il 5 ottobre Brenni riceve “la visita personale del figlio del Duce, signor Vittorio Mussolini”, al quale conferma che le sue autorità “sarebbero disposte a esaminare con favore la domanda d’ingresso, concernente le persone di sua madre, donna Rachele, e la vedova del fratello Bruno”, precisando: “l’esame di domande d’ingresso provenienti da altri membri della famiglia sarebbe stata più difficile”. Così il primogenito del duce ripete “che tutta la famiglia nel caso in cui i tedeschi dovessero evacuare l’Italia si trasferirebbe in Germania, l’entrata in Svizzera non sarebbe considerata che nel caso in Germania la situazione arrivasse a che la loro sorte volgesse a pericolo”: “Tutti gli uomini seguirebbero il corso degli eventi”, si augura pertanto “che almeno donne e bambini potrebbero esserne risparmiati” (29).

Un altro rapporto al capo dipartimento federale Giustizia e Polizia, Eduard von Steíger, precísa che, secondo Vittorio Mussolini, “per il momento non c’era alcuna intenzione di trasferirsi in Svizzera neppure da parte di donna Rachele e di sua cognata”, Rachele avrebbe manifestato anzi l’intenzione di “restare col marito sino all’ultimo minuto, per cui il figlio minore Romano e la piccola Anna Maria avrebbero potuto trovarsi costretti a rifugiarsi in Svizzera prima di lei” (30). Vittorio il 30 ottobre restituisce dunque i formulari delle domande d’asilo, con preghiera di trattenerli a Berna sino al momento opportuno e con assicurazione che pure Rachele, accompagnata in Svizzera la figlia poliomelitica, sarebbe tornata in Italia (31). Altri dispacci del febbraio (32) e marzo 1945 (33) tradiscono però l’imbarazzo del console Brenni di non poter assicurare asilo neppure ai familiari (donne e bambini) di Mussolini, negato infine il 10 aprile (34).

Nelle ultime settimane, affermano testimoni anche della parte neofascista, vi sarebbero stati ulteriori sondaggi. Il nuovo sottosegretario agli Esteri della RSI, ambasciatore Filippo Anfuso, prima di lasciare Salò il 17 marzo 1945, avrebbe dato istruzioni al capo di gabinetto, Alberto Mellini, d’incontrare il delegato Troendle “il più presto possibile e sondarlo circa l’atteggiamento che il Governo svizzero riserverebbe alle famiglie dei membri del Governo della Repubblica e degli altri più importanti esponenti del Governo e del Partito in caso si determinasse una situazione minacciosa per la loro vita”. Mellini annota che il delegato svizzero avrebbe risposto: “anche personalità politiche che si trovassero sotto effettiva ed impellente minaccia per la loro vita” potevano valicare il confine, purché non “deIinquenti comuni” né autori di “atti di ostilità contro la Svizzera”, mentre “personalità politiche responsabili” sarebbero state poi “internate sino a che la loro posizione non fosse chiarita” (35). La versione di Troendle è diversa, la risposta sarebbe stata meno favorevole e intonata alla prudente condotta del governo federale, tra l’altro intesa a evitare incidenti con gli Alleati: “Mellini avrà voluto fornire l’interpretazione più ottimistica possibile, mentre io ho sempre affermato che la decisione sarebbe dipesa dal momento finale: si sarebbe dovuto conoscere quale fosse la situazione”, afferma (36).

Mussolini crede, o si illude, d’essere accolto ugualmente all’ultimo minuto, sull’onda del prevedibile caos del momento? Per quanto è possibile saperne, avrebbe spesse volte manifestato scetticismo assoluto su quest’eventualità. “Sapeva che gli svizzeri l’avrebbero respinto”, afferma l’ambasciatore Piero Parini, nel 1944 capo provincia di Milano, conoscitore di questioni ticinesi e svizzere: “Mussolini sperava di andare in Valtellina e di organizzarvi una più forte resistenza” (37). La stessa impressione ricavata da Aurelio Garobbio, un irredentista ticinese nativo di Mendrisio (Canton Ticino), durante la RSI incaricato del duce per le questioni elvetiche, in un colloquio con Mussolini a Gargnano il 14 aprile, alla vigilia del trasferimento del governo a Milano in vista delle cosiddette “trattative di resa”:

Il discorso passa all’atteggiamento degli svizzeri. “L’incaricato svizzero si è lamentato perché noi ci ritiriamo ai confini del suo stato: gli ho detto che ne faremmo volentieri a meno, ma che ovunque dovessimo ritirarci finiremmo purtroppo ai loro confini. Non abbiamo nessuna intenzione di andare in Svizzera. Il rappresentante svizzero mi ha fatto dire che la Svizzera non mi accoglierebbe. Io non ho intenzione di andare in Svizzera. Mi hanno accennato alla possibilità di ospitare i vecchi e i bambini. In seguito i civiIi normali, ma per loro, per ora, non rilasciano nessun permesso. Potrebbero studiare l’ospitalità per le famiglie e al caso rilasciare passaporti per gli uomini; aprirebbero però le porte a chiunque fosse minacciato nella vita. Mi hanno anzi dato questo giornale di Basilea”, un vecchio rotocalco che porta una fotografia di profughi francesi che varcano la frontiera. “Anche a Ponte Chiasso l’hanno fatto, dopo l’8 settembre”, dico. “Mi hanno detto che in caso di necessità a Chiasso alzeranno la barriera dando libero accesso. Ci credete voi?”. Lo guardo scettico senza rispondere. “Io no”, dice, e dopo un attimo di silenzio aggiunge una frase che già altra volta ha pronunciato: “Gli svizzeri accorrono sempre in aiuto del vincitore” (33).

Ricorda a sua volta Carlo Greppi di Bussèro, cognato del generale Raffaele Cadorna e suo collaboratore al comando generale del Corpo volontari della libertà (CVL), subentrato alle autorità fasciste nel palazzo della prefettura di Milano la notte del 26 aprile 1945: “Mi hanno messo in quello che era stato lo studio di Mussolini. Quando mi sono svegliato, per un vecchio istinto ho preso la scrivania e l’ho fatta passare, e ho trovato un incartamento: c’erano molti documenti che riguardavano l’occupazione di Trieste, cioè la Decima Mas che cercava di difendere Trieste. C’era poi una carta del confine italo-svizzero con rapporto allegato, in cui si diceva: “Per ragioni politiche non è possibile entrare in Svizzera dal Canton Ticino. Si può invece riuscire a passare alla chetichella dai passi dei Grigioni”” (39). Il documento, consegnato a Mussolini il 25 aprile dal citato Garobbio – confermano i suoi appunti (40), è una spiegazione deIla scelta della Valtellina quale ultimo ridotto: opporre resistenza la più lunga possibile, e, esauriti i mezzi per tenere la roccaforte, tentare di forzare a ranghi compatti il confine per ottenere rifugio nel paese neutrale. Un’altra testimonianza che depone contro l’ipotesi dell’entrata in Svizzera via Canton Ticino. Eppure, il 25 aprile 1945 Mussolini e i ministri prendono la strada di Como, non di Lecco, la più naturale per raggiungere il Sondriese. Perché?

Sommergibile per l’Argentina o aereo per la Spagna?

Sin qui si son presi in considerazione due aspetti della questione: l’asilo per i familiari dei gerarchi e per quelli del duce, sino all’ultimo giorno di guerra. Prima di addentrarsi nel labirinto d’ipotesi sulla via presa da Mussolini allo sbandamento generale, quando cadono barriere che trattengono da decisioni estreme sotto l’incalzare del pericolo concreto, sembra utile uno sguardo alle eventuali altre strade di fuga per valutare quali fossero percorribili, e se si debba ritenere avrebbe tentato di tutto pur di salvarsi. Milano, 30 aprile 1945, Istituto di medicina legale “Vittorio Emanuele III”. Il dottor Pierluigi Cova, anatomopatologo, compirà con scrupolo il verbale di autopsia della salma di Mussolini, eseguita col professore Caio Mario Cattabeni. Nella ricognizione, salta fuori un documento sorprendente:

Nella tasca posteriore dei pantaloni si rinviene una busta gialla intestata al “Fascio Repubblicano Sociale di Dongo” senza indirizzo, che contiene un foglio di carta da lettera intestato al Consolato Spagnolo di Milano: il foglio, non sdrucito, porta la data del 14 settembre 1944 ed è scritto a macchina con caratteri scuri, in lingua spagnola: nel complesso sono circa quattro o cinque righe: metà di una di queste porta scritti in matita con i caratteri della calIigrafia spagnola due nomi di coniugi “Isabella y Alonso” (segue il cognome che non ricordo). In calce alla lettera, all’angolo superiore destro su tre righe, è scritto con calligrafia minuta, in matita “a macchina in rosso, in inchiostro rosso, poi cancellare”. Il testo della lettera non è ricordato ma il suo tenore è questo: Si pregano le autorità spagnole di accogliere i Signori (i nomi sono sopracitati) profughi della guerra attuale e cittadini spagnoli che vogliono rientrare in patria. Firmato è, con firma ben chiara, il nome del Console Spagnolo a Milano. La lettera viene consegnata al generale medico partigiano perché la depositi alla sede del Comitato nazionale centrale di Liberazione. Tra noi presenti nella Sala Anatomica ci si pone la soluzione del problema riguardante la lettera ritrovata: è una lettera troppo poco sgualcita per essere dello scorso anno: indubbiamente è retrodatata al settembre del 1944 ma è assai recente e i nomi dei personaggi sopra indicati sono i falsi nomi sotto i quali dovevano celarsi Benito Mussolini e Claretta Petacci: i nomi, scritti in matita, avrebbero dovuto a suo tempo, secondo le indicazioni date in calce al foglio, essere ricalcati con inchiostro rosso (41).

Reso noto per la prima volta nel settembre 1994 tale verbale, influenzato in parte dalle emozioni del momento ma nella sostanza ineccepibile nella sua distaccata cronaca dell’episodio, ha dato il via al consueto carosello di voci e illazioni giornalistiche sulla pretesa “fuga” verso la Spagna “organizzata” da Mussolini tramite il consolato spagnolo a Milano, compiacente fornitore di visti. Sotto la dicitura Rivelazioni, ambiziosa quanto poco documentata, nell’intervista al Cova si legge: “Secondo me era stato retrodatato e doveva servire a Mussolini e alla Petacci per passare dalla Svizzera in Spagna, dove avrebbero trovato protezione. C’era ancora Franco al potere, sicuramente li avrebbe aiutati”; commento della giornalista: “L’ipotesi coincide con alcune circostanze storicamente appurate: anche il fratello della Petacci, Marcello, fermato nelle stesse ore nel Comasco, aveva con sé falsi documenti rilasciati dalla rappresentanza diplomatica spagnola, ma che non gli evitarono di essere smascherato e ucciso” (42).

Pensabile che Mussolini abbia bisogno come i Petacci di passaporti, sia pure falsificati, per tentare un espatrio in Spagna? La sua fisionomia sarebbe tanto ordinaria da potersi nascondere sotto nome fasullo? O le autorità spagnole avrebbero necessità di dargli documenti contraffatti per l’ingresso nel paese? Ipotesi ridicole. Si aggiunga il ritrovamento dei documenti in busta intestata al “fascio repubblicano” di Dongo: che significa la loro manipolazione dopo la cattura del duce e del suo seguito. Una volta tanto, anche in commenti di non storiografi si hanno i primi sussulti di scetticismo (43). Insomma, alcuni documenti rilasciati a Marcello o a Clara Petacci? sequestrati a Dongo, inseriti nella prima busta sottomano, devono esser finiti in tasca a Mussolini: forse gli stessi passaporti concessi ai Petacci e ad altri del clan nell’’estate 1944, come scritto a Madrid dal console generale di Spagna a Milano, Fernando Canthal y Giron, a seguito dell’udienza a Gargnano dell’8 luglio (44). O di altri, rilasciati più tardi, quando il 22 aprile 1945 l’imbarazzante famiglia si squaglia verso la Spagna. La faccenda passaporti, limpida, non lascia adito a credere che Mussolini stesso volesse fuggire.

Ciò non toglie che dei gerarchi, tenuto conto della piega presa dalla guerra, si siano dati davvero da fare tra fine 1943 e inizio 1945 per procurare scampo al duce. Via preferita, quella della Spagna, un paese ritenuto amico, oltre che a portata d’aereo: diverse commissioni si occupano della questione e redigono relazioni, alcune delle quali sottoposte a Mussolini. Fra le prime conferme delle iniziative fra loro scollegate per tentare di mettere il duce in salvo nei modi più originali vi è la testimonianza di Antonio Bonino, vicesegretario del Partito fascista repubblicano a Maderno (ottobre 1944-aprile 1945), uscita a Buenos Aires come libro e a Milano in una serie di articoli (45). Ideatore di un paio di progetti di salvataggio, Bonino asserisce di aver appurato nella visita di congedo da Guido Buffarini Guidi, sostituito da ministro degli Interni (21 febbraio 1945), che anch’egli ne era al corrente. Buffarini avrebbe predisposto qualcosa del genere con il capo di gabinetto Eugenio Apollonio (arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau quel giorno, per rappresaglia al licenziamento di Buffarini Guidi) (46):

Mi colpì la sua conoscenza di particolari da me ritenuti riservati alle persone strettamente interessate; infatti stavo in quei giorni predisponendo alcune iniziative per salvare il duce nel caso di un disastro. Avevo preso contatti colla medaglia d’oro Enzo Grossi, con Apollonio funzionario del ministero dell’Interno; col direttore dell’Ala d’Italia e col console Casalinuovo. Era stata prevista la possibilità di un imbarco a Genova su un sottomarino di cui Enzo Grossi avrebbe preso il comando; si era predisposto un apparecchio a lunga autonomia del tipo che aveva eseguita la crociera Roma-Tokio; un ufficiale della Decima Mas avrebbe preso il comando di un piccolo sottomarino a Trieste ed il colonnello di aviazione Casalinuovo, cugino del console Casalinuovo, era pronto a paracadutarsi nella conca della costa jonica per accogliere, col sottomarino in attesa a Trieste, lo sbarco del duce, qualora a suo tempo fosse stata scelta questa decisione. Infine Apollonio, funzionario del ministero degli Interni, aveva rintracciate due ville che davano l’assoluta garanzia di poter occultare il duce per un lungo periodo di tempo e mi doveva accompagnare a visitarle, quando improvvisamente venne arrestato dai tedeschi. Nel colloquio con Buffarini appresi, non senza stupore, che egli era a conoscenza dell’iniziativa Apollonio. Mi espresse infatti il suo rammarico per l’avvenuto arresto che mi veniva a porre nell’impossibilità di effettuare la già predisposta visita alle due ville, visita preventivamente stabilita con Apollonio per il giorno successivo a quello in cui venne arrestato. Confermò che il duce non intendeva lasciar muovere alcun passo per la propria salvezza in caso di disastro; si disse però felice di incoraggiare qualsiasi tentativo in materia, anche in contrasto colla volontà dell’interessato. Probabilmente era anche a conoscenza di tutto il complesso delle iniziative da me prese ma non ne fece cenno. Io, nel timore volesse indagare su questi da me considerati segreti e come tali scrupolosamente rispettati, mi chiusi nel più impenetrabile mutismo (47).

Una versione è resa in terza persona sempre nel 1950 al giornalista Ermanno Amicucci da Tullio Tamburini, che fa risalire la sua iniziativa di salvataggio “alla fine di dicembre del 1943 o ai primi di gennaio del 1944”, con un largo anticipo sugli altri progetti, ideati nell’estate 1944 quando i rovesci più gravi avrebbero accelerato la crisi: “la preparazione di esso richiedeva un lungo periodo di tempo, soprattutto nei riguardi della salvezza del duce”. Tuttavia già nella primavera Mussolini avrebbe respinto tale offerta (48). Nell’inedito di Tamburini si legge:

“Ora bisogna pensare che se è difficile sistemare i fascisti di una volta è difficile sistemare voi specialmente in Europa. Voi bisogna che sparite e per sparire bisogna nascondervi perché non c’è in Italia uno che vi renderebbe gratis”. A questo punto Mussolini è diventato nervoso. Io dissi: “è indispensabile che mi lasciate parlare. Voi potete essere liberi in 5/6 punti del mondo lontano dagli uomini: uno nelle pampas in Argentina, un altro è il Brasile, un altro in un’isola dell’arcipelago australe e l’altro la Groenlandia. […] Cosulich si impegna in questo mese di consegnare un sottomarino di 120 tonn. Capace di 100 giorni di autonomia e consegnarlo al di là di Gibilterra. Trova lui il modo di metterlo sotto una chiglia di una nave neutra. Si è impegnato. Non ho preso contatti con nessuno della Spagna e quindi quando noi ordineremo questo sottomarino (a Monfalcone) sarà necessario farlo attraverso l’addetto militare giapponese perché se i tedeschi vedono impostare un sottomarino domandano per chi è e lo vogliono per loro. Invece se ordinato dal Giappone non dicono niente e lasciano fare. Per questo occorre un miliardo e 300 milioni. Vi confesso che se li avevo non ve ne parlavo. Avevo già fatto avvisare l’addetto giapponese”. “Non è arrivato, meno male, si rimedierà anche a questo: Ho da fare”. Mi ha fatto proseguire. “L’aereo può arrivare a cinquemila km. di autonomia, può andare a molte migliaia di metri di altezza e per questo è preveduta l’aria condizionata almeno per tre persone. E studiato fin da ora, si sta predisponendo”. […] “Va bene, la prima parte è geniale, la seconda no. Non preoccupatevi per me”. […] Andai da donna Rachele per aiutarmi a persuaderlo. E mi rispose: “Ha fatto bene. Se scappasse lo ucciderei” “Guardate donna Rachele che la cosa va presa in un altro modo” “Siamo in guerra e dobbiamo crepare tutti” (49).

Nel 1963 ne parla Enzo Grossi, ufficiale sommergibilista, in RSI comandante la base “Betasom” a Bordeaux nel settembre 1943-aprile 1944, e della seconda divisione fanteria di marina della Decima Mas nel 1945. Grossi conferma le dichiarazioni di Bonino e Tamburini e precisa la data dell’ultimo colloquio, febbraio 1945, a Gargnano. Secondo la testimonianza, Mussolini però, come sempre, avrebbe respinto l’idea del salvataggio: quali sentimenti hanno indotto Tamburini a progettare la nota missione sottomarina e ringrazio anche voi su cui potrei fare il massimo affidamento, ma io non ho nessun interesse a vivere come un uomo qualunque” (50).

Queste le iniziative della primavera-estate 1944. Altro tentativo sarebbe stato ideato – con mèta la Penisola iberica – verso fine anno, su proposta di Mario Niccolini, ispettore dei Fasci repubblicani in Spagna fra l’aprile e il settembre 1944, poi segretario dei Fasci all’estero e d’oltremare alla direzione nazionale del PFR sino al gennaio 1945. Piano pure respinto, o forse non considerato con attenzione, e originato dalla constatazione che il governo di Franco non avrebbe potuto garantire asilo a Mussolini e ai gerarchi, pure per un periodo breve, mentre il rifugio sarebbe stato possibile presso famiglie di combattenti spagnoli della guerra 1936-39:

Il governo spagnolo assolutamente no: Franco non avrebbe mai permesso un passo del genere, perché aveva svolto una politica troppo realistica, era troppo “spagnolo” per compromettere il paese. Però, io avevo sostenuto una tesi con Renato Ricci: sarebbe stato possibile trovare un asilo provvisorio a Mussolini, ma fuori del controllo del governo spagnolo. Sarebbe dovuto essere tra spagnoli, siccome lo spagnolo è di temperamento molto generoso, molto impulsivo ed ero sicuro che negli ambienti di coloro che avevano combattuto la guerra civile si sarebbe trovato un rifugio con sufficiente facilità. Ma, comunque, in contrasto con le autorità spagnole che, certamente, ufficialmente non avrebbero mai acconsentito ad accogliere Mussolini. Non sarebbe stato difficile. La Spagna è grande, non è sovrappopolata e un rifugio si sarebbe trovato facilmente, se non in Spagna, in un’isola spagnola fuori del continente. Questo è ciò che avevo suggerito a Ricci: un trasporto aereo in Spagna e la ricerca, là, di un rifugio temporaneo, salvo poi negoziare con gli Alleati o chi per essi. Io ne parlai, appunto, a Ricci ed egli prese in considerazione la proposta, parlandone con Vittorio Mussolini che era ispettore dei fasci in Germania. Poi Ricci mi rispose: “Caro Niccolini, hanno detto che provvederanno loro, che sono sicuri, che hanno già predisposto tutto, che è già tutto previsto”. È accaduto nel dicembre 1944, prima di Natale e dopo la famosa offensiva tedesca di von Rundstedt nelle Ardenne, che abortì. Fu allora che mi resi conto che non c’era più nulla da fare, che andai da Ricci e gli sottoposi quella proposta. Avevo pensato a due possibili soluzioni: un aereo o un sommergibile. La proposta partì da me personalmente: chiesi addirittura di andare a parlarne di persona in Spagna. Conoscevo l’ambiente spagnolo proprio perché avevo partecipato alla guerra civile a fianco di truppe spagnole e quindi avevo tanti amici, là: trovare appoggi non era difficile, anche se non nel governo o fra le autorità. Si era prima del Natale 1944 e, dopo due o tre settimane, Ricci mi diede una risposta negativa. Mussolini e gli altri, infatti, contavano molto di poter organizzare il “ridotto” in Valtellina (51).

A inizio 1945, le proposte sembra si siano arenate. Viene invece studiato un altro piano, sempre mèta la Spagna o le colonie spagnole in Atlantico. Lo ricorda Ugo Noceto, capitano dell’Aeronautica, amico di Vittorio Mussolini e di Orio Ruberti della segreteria particolare del duce, e collaboratore di Piero Cosmin, capo della provincia di Verona dal settembre 1943, di Venezia dal maggio al luglio 1944. Avvio, il 15 febbraio 1945:

Il fatto più eclatante, che secondo me avrebbe potuto riuscire, è avvenuto quando Piero Cosmin ha lasciato la prefettura di Venezia ed è stato distaccato al ministero degli Interni. È andato ad abitare a Bodio Lomnago, sul lago di Varese, nella grande villa di Piero Puricelli. […] Eravamo ai primi del 1945, Cosmin è stato chiamato da Buffarini Guidi: “Vieni domani a Milano, in corso del Littorio 9 – era un rifugio segreto di Mussolini – e porta anche il tuo amico aviatore”. Cioè, me. Ci siamo andati. Buffarini Guidi ci dice: “Qui le cose si mettono male, ormai non c’è più niente da fare e bisogna cercare di salvare Mussolini in qualche modo. Lui non vuole, ma bisogna cercare in modo assoluto di salvarlo, perché se Mussolini è in salvo, o in Spagna o in Argentina, può far del bene all’Italia. Lui non vuole, ma volente o nolente, bisogna portarlo via. Guarda, qui ci sono degli indirizzi dove si può vedere di trovare qualche cosa. L’unica soluzione è l’aereo perché è troppo conosciuto”. Cosmin ha risposto: “Va bene, ma bisogna che sia d’accordo anche Vittorio”. E Buffarini: “Aspettate, che Vittorio viene subito”. Vittorio è arrivato, ha detto senz’altro di sì, ma ha ribadito: “Guardate che però mio padre non vuole. Comunque, interessatevi” Io avevo un po’ di pratica di aviazione e ho detto: “Nei campi dove si attivano i pochi aeroplani ltaliani, ci sono anche i tedeschi. Anche a partire, hanno un’autonomia di un’ora e sono aerei da guerra. E un affaraccio”. Pensa che ci ripensa, dico: “Lasciami tentare, Piero, vado io, forse ho la strada”. Quand’ero ufficiale di collegamento, i campi di Novi Ligure, Revaldigi, Sarzana, Genova-Lanterna e Villanova d’Albenga li giravo sempre. Mi recavo di frequente anche all’aeronautica “Piaggio” di Finale Ligure e ho visto che avevano un idrovolante e un anfibio. Collaudatore ufficiale della “Piaggio” era un mio grande amico, Aldo Moneti, ufficiale dell’Aeronautica là distaccato, oltre al Genio aeronautico. Ho detto a Cosmin: “Lasciami andare a parlare con Moneti”. Moneti mi ha portato dall’amministratore della “Piaggio”, e abbiamo trovato il mezzo di portar via Mussolini. Forse non bello, ma che sicuramente sarebbe riuscito: un’aeroambulanza. Quanto all’autonomia, ce n’erano pochi tipi, uno dei quali partiva da Finale, faceva tutta la Sardegna e poi tornava. Poteva portare tre persone e l’attrezzatura, levando quest’ultima Moneti – grande pilota, non come me – era sicuro. Il progetto è: pigliamo quest’apparecchio attrezzato, lo portiamo all’”Aeronautica Macchi” di Venegono avvertendo il capo della provincia di Varese, Enzo Savorgnan di Montaspro, e lo teniamo pronto. Moneti soggiorna a Bodio Lomnago, a villa Puricelli e al momento opportuno, volente o nolente, prendiamo il duce e lo portiamo via. Da Venegono andiamo a Villanova d’Albenga all’angar, facciamo il pieno di benzina, poi via verso l’isola di Gallinara, volo radente con l’apparecchio leggero e l’emblema della Croce Rossa fino a Tolone. Prima di Tolone – la parte più difficile, secondo Moneti -, traversiamo il golfo del Leone e andiamo o alle Baleari o alle Canarie. L’autonomia c’era, a patto di non portare scarponi né altro che potesse diminuire la velocità. Il golfo del Leone era molto pericoloso per il vento. Ho battuto a macchina la relazione con disegni e piani. Telefoniamo a Buffarini Guidi: “Bene! Bene! Portali a corso del Littorio 9, a Milano”. Ma ho l’impressione che Vittorio Mussolini non abbia mai avuto questa mia relazione, perché ho portato io stesso questa relazione a Milano, poi ho aspettato, ma non è successo niente.

Da Finale, sempre telefonate: “Cosa dobbiamo fare?”. Bisognava pagare l’aereo alla “Piaggio” e un piccolo compenso a Moneti, con un soggiorno di almeno un mese in Spagna perché l’aereo non sarebbe più ritornato. Dopo qualche tempo, Cosmin mi dice: “Andiamo da Savorgnan”. Ci andiamo, telefoniamo ma non riusciamo a trovare Buffarini Guidi. Poi finalmente parliamo con gli Interni e ci dicono: “Complimenti per questo piano, ma teniamolo in sospeso perché c’è un nuovo ministro, Paolo Zerbino, che ha idea che tutto si può accomodare tramite il cardinale Schuster”. Cosmin, testardo, dice: “Io non ci sto! “. Telefona, cerca di mettersi in contatto con Vittorio Mussolini, ma non ci riesce: silenzio da tutte le parti. Allora mi dice: “Vieni, Ugo, andiamo a Milano in corso del Littorio 9, oppure direttamente a Gargnano a villa Orsoline. Qualcosa facciamo: io ho una questione amministrativa da risolvere, tu devi avere il rimborso delle tue spese”. Il mattino dopo lo raggiungo, facciamo colazione, poi scendiamo. Cosmin accarezza i cani, si curva e lo vedo stramazzare. Telefono a Savorgnan, lui è arrivato con un dottore: “Niente da fare, tubercolosi galoppante. Bisogna trovare un posto di ricovero”. I sanatori erano in località pericolose per via dei partigiani, lui voleva stare vicino a noi, abbiamo fatto un po’ di prepotenza e l’abbiamo ricoverato alla clinica “La Quiete” di Varese.

Così io che credevo di diventare un piccolo eroe, non ho potuto far niente per Mussolini. Eppure sono sicuro che il piano sarebbe riuscito, anzitutto per l’abilità come pilota del capitano Aldo Moneti, e poi perché l’aereo sarebbe passato inosservato: lui conosceva tutta la zona, faceva tutta la costiera a volo radente e passava inosservato. Sarebbe stato l’unico modo di metterlo in salvo, studiato da ingegneri dell’Aeronautica. All’epoca c’era un asso di nome Francesco Lombardi, abbiamo interessato anche lui, e anche lui era d’accordo. Eppure, se Mussolini avesse aderito al nostro progetto, noi l’avremmo portato via. Mussolini è stato prigioniero fino all’ultimo, fin quando i tedeschi hanno levato gli sbarramenti in riva al ago di Garda e le ss di guardia (52).

Così, niente aereo ambulanza né destinazione Spagna. Forse il duce non ne può più di ambulanze – dopo l’indigestione di trasferimenti con quel sistema nell’estate 1943 -; ma è più probabile, come Mussolini continuerà a ripetere, che non intenda dissociarsi dalla sorte dei fascisti che l’hanno seguito, il che significherebbe un vergognoso abbandono di posto, un tradimento, il crollo definitivo del “mito” Mussolini: destino temuto più della morte. Ancora il generale Ruggero Bonomi, sottosegretario all’Aeronautica al ministero delle Forze armate, gli prospetterà una via di salvezza presso la famiglia spagnola della moglie del segretario particolare del duce, Luigi Gatti, ma ne riceverà un ultimo e definitivo rifiuto:

Io avevo fatto preparare da tempo un aeroplano su cui, nel più stretto incognito, Mussolini avrebbe dovuto salire nei giorni immediatamente precedenti il 25 aprile, per sottrarsi alla cattura da parte dei partigiani e degli alleati. L’aeroplano era un Savoia-Marchetti S 79, da me fatto trasferire segretamente presso il campo di aviazione di Ghedi, in provincia di Brescia. Quel campo era infatti uno dei pochi rimasti a disposizione della nostra aeronautica. L’aereo recava a bordo un equipaggio particolarmente addestrato, deciso nell’azione, avvertito dello scopo della missione e francamente votato a condurla a compimento. Quanto alla destinazione, non avevo dubbi: doveva trattarsi della Spagna, paese raggiungibile con poche ore di volo, con una rotta che era quasi del tutto al di fuori dei controlli nemici. Per di più la Spagna era governata da un uomo che doveva molto al fascismo, che era mio personale amico e che manteneva nel conflitto una posizione di neutralità, in grazia della quale avrebbe potuto accogliere un esule politico fuggiasco. In Spagna, era previsto, Mussolini sarebbe stato accolto dai parenti della moglie di Gatti, suo segretario particolare poi fucilato a Dongo, che era una spagnola. La signora Gatti era stata da me messa al corrente di ogni cosa ed aveva dato il suo pieno consenso.

Nella peggiore delle ipotesi, se la situazione internazionale di quei giorni avesse impedito a Franco di compromettersi, conferendo asilo e protezione all’ospite, Mussolini avrebbe potuto in un secondo tempo essere consegnato agli alleati, sottraendolo però alla tragica fine di Giulino di Mezzegra. Per coprire nel miglior modo possibile l’operazione, e dissipare ogni sospetto tedesco, avevo provveduto a far iscrivere i membri dell’equipaggio all’Aereo club di Ghedi come normali appassionati di volo, mentre erano garantite ad ogni istante le scorte di carburante e la possibilità di immediato decollo. La dimostrazione che il volo avrebbe avuto il cento per cento di successo è data dai fatti. Quel volo ebbe luogo e quell’apparecchio passò realmente e senza ostacoli in Spagna: fu esattamente il 22 aprile 1945. Senonché non c’era Mussolini. Nella carlinga dell’S 79 sedevano quel giorno il professor Francesco Petacci, sua moglie e sua figlia Miriam, la moglie dell’ambasciatore germanico a Lisbona e l’avvocato Mancini, un amico dei Petacci, che portava con sé una documentazione dei crediti italiani nei riguardi della Spagna. Atterrarono indenni a Barcellona, furono accolti nel paese come profughi, ebbero salvezza e tranquillità. L’equipaggio venne internato fino alla fine della guerra, l’aeroplano fu naturalmente sequestrato. L’avventura si concluse senza risonanza di sorta. Quanto a Mussolini, egli si rifiutò caparbiamente di lasciare l’Italia e di mettersi in salvo. Mi espresse il suo rifiuto in forma categorica, quando mi recai da lui per sollecitarlo a partire, con queste parole: “Io sono qui e resterò qui fino in fondo. Che cosa volete che mi importi ormai, Bonomi, di questa mia sporca pellaccia?”. Ripeto: avrebbe potuto salvarsi. Non lo fece di proposito, e mi pare un sintomo della rassegnazione al destino che molti avvertirono in lui negli ultimi giorni a Milano (53).

Dell’ostinazione a non voler partire per la Spagna nonostante la praticabilità dell’offerta di Bonomi, Vittorio Mussolini ha lasciato traccia in un volume di memorie. L’offerta sarebbe stata da lui rinnovata al padre il 25 aprile 1945 nel primo pomeriggio, vigilia del colloquio in arcivescovado con i membri del Comitato di liberazione nazionale alta Italia (CLNAI):

Il generale Bonomi, capo dell’aviazione repubblicana, mi aveva confermato che sul campo di Ghedi, vicino a Brescia, c’erano ancora dei trimotori “Savoia-Marchetti 79” in grado di prendere il volo. “Ieri ho parlato con il generale Bonomi, a Ghedi ci sono due aerei pronti al decollo… Si potrebbe raggiungere la Spagna, qui siamo alla fine…”. Da molti giorni mio padre era stato, da ogni gerarca che lo avvicinava, tempestato di progetti di fuga e salvezza.

Buffarini Guidi, aveva in mente l’uso di un sommergibile atlantico ancorato a Trieste. Renato Ricci un volo verso la Sicilia su un piccolo aereo o un MAS. Ma l’indifferenza di mio padre per qualsiasi piano di salvezza rasentava ormai la più ottusa testardaggine. Già non rispondeva con ironia ma duramente.

Mi disse: “È questa di Bonomi la soluzione migliore per risolvere la nostra situazione? E in quale gigantesco velivolo infileresti tutti questi fascisti che sono qui al Nord attorno a me?”. Riuscii a trovare ancor fiato per mormorare “Potremmo dirigerci in Baviera, e continuare la lotta contro i russi…”. “Siamo alla fine, anche per la Germania i giorni sono contati… Gli Dei se ne vanno…”. Provai ad insistere e ne ebbi una risposta dura: “Nessuno ti ha pregato di interessarti della mia personale salvezza. Sono in attesa di alcune risposte importanti dalle quali dipende la mia decisione finale” (54).

“Lui non vuole, ma bisogna cercare in modo assoluto di salvarlo”, avrebbe detto Buffarini Guidi a Cosmin e a Noceto nell’invitarli a predisporre il loro progetto di salvataggio. Ulteriore conferma, oltre alle altre, che tali iniziative sarebbero partite dall’entourage dei ministri e dei gerarchi, mai su istanza di Mussolini: nonostante la praticabilità di alcune vie d’uscita, questi le avrebbe rifiutate. Pare insomma si debba superare la storiografia a tesi della “fuga in Spagna” almeno quanto quella della “fuga in Svizzera”, circa la quale si può riprendere il filo dove si era lasciato.

Partenza per Como (25 aprile sera)

25 aprile 1945, poco dopo l’imbrunire: una colonna di auto scortate, i fanali azzurrati a intaccare l’oscuramento da cinque anni obbligatorio per legge di guerra, dall’autostrada Milano-Como raggiunge il piazzale della Camerlata, alle porte della città sul Lario. Sulle auto, Mussolini e il seguito di ministri e funzionari: Vito Casalinuovo, ufficiale d’ordinanza del duce e colonnello della GNR, Fritz Birzer, tenente ss, Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Rodolfo Graziani, ministro delle Forze armate, Augusto Liverani, Poste e comunicazioni, Fernando Mezzasoma, Cultura popolare, Ruggero Romano, Lavori pubblici, Valerio Paolo Zerbino, Interni, e Guido Buffarini Guidi, ex capo del dicastero, Goffredo Coppola, presidente Istituto nazionale fascista di cultura, Nicola Bombacci, giornalista, Ernesto Daquanno, direttore dell’agenzia di stampa “Stefani-Morgagni”, Luigi Gatti, segretario privato del duce, Mario Nudi, comandante della scorta di Polizia presidenziale, Marcello Fabiani, ex capo della provincia a Bologna, generale Ruggero Bonomi, sottosegretario Aeronautica, generale Rosario Sorrentino, sottosegretario all’Esercito, Fernando Feliciani, capitano divisione “Italia”, Luigi Zanon, tenente di Polizia, Rosario Boccadifuoco, brigadiere di PS del servizio speciale al ministero Interni, Pietro Carradori, brigadiere di PS della segreteria particolare del duce, e Mario Salvati, autista della Presidenza del consiglio… (55). Con i funzionari, donne e ragazzi. Così un “testimone oculare, infiltratosi nel palazzo della Prefettura di Como nel tardo pomeriggio di mercoledi 25 aprile ed ivi rimasto fino all’alba successiva”:

[…] alle 22.30, la colonna di automezzi fece un tutt’altro che silenzioso ingresso in Como. L’aprivano quattro motociclisti, la componevano una quindicina di macchine, tra le quali tre con a bordo soldati, graduati ed ufficiali della gendarmeria tedesca. L’ex duce fu uno dei primi a salire la scala che conduce all’appartamento privato del prefetto. Mussolini, che vestiva la divisa grigioverde della guardia con bustina senza greca, appena giunto nell’anticamera dell’appartamento si liberò del mitra e fu accompagnato nell’ultimo salottino a sinistra in fondo al corridoio. Accompagnavano Mussolini, tutti in borghese e con mitra, il sottosegretario alla presidenza Barracu, il ministro degli interni Zerbino, il ministro della cultura popolare Mezzasoma, il ministro dei lavori pubblici Romano, il ministro delle comunicazioni Liverani e l’ineffabile Bombacci che qualcuno al momento scambiò per Teruzzi, evidentemente a causa della barbetta che adornava il mento di colui che la stampa dell’Italia libera ha definito il supertraditore. Ma l’elenco non è terminato. A distanza di qualche minuto facevano il loro ingresso il maresciallo Graziani, il generale Sorrentino e il generale Bonomi; seguivano alcune… illustri penne asservite al regime nazifascista fra le quali Daquanno, direttore dell’agenzia “Stefani”, Baroni, Crociani, quest’ultimo addetto alla persona di Mezzasoma di cui custodiva gelosamente i valori in una borsa che durante tutta la notte non abbandonò per un solo istante… Più tardi ancora sopraggiungevano Ermanno Amicucci direttore de “Il Corriere della Sera”, Goffredo Coppola e Lando Ferretti collaboratori dello stesso. Vi era pure la scorta personale di Mussolini al comando di Luigi Gatti, ex segretario di Bombacci, assurto negli ultimi tempi alla carica di segretario personale dell’ex duce (56).

È una scena animata, dopo l’atmosfera d’attesa angosciosa e immobile della giornata. Poco dopo l’uscita da Milano, all’altezza di Lainate, la colonna ha perso per strada il camioncino di documenti riservati selezionati di persona dal duce per l’autodifesa: un episodio carico di presagi sinistri. “Nella notte senza luna e senza stelle”, scrive il tenente Enrico Mariani, capo dell’Ufficio politico all’XI Brigata Nera comasca “Cesare Rodini”, “io e il camerata Butti percorrevamo quella via che girando verso destra circonda la base delle colline che costeggiano tutto il lato nord-ovest della città di Como”, perché “dalla strada proveniente da Milano una lunga colonna di auto a fari spenti stava entrando da Camerlata nella città”. “Con l’amico Butti continuai il giro di controllo”, scrive: “La città era ancora ben presidiata (si era alla sera del 25 aprile 1945)”, poiché “giovani militi della GNR occupavano i passaggi obbligati, dominavano gli sbocchi, mantenevano la disciplina. Dei cosiddetti combattenti della Liberazione neppure l’ombra”.

“Constatato”, precisa pure, “che gli eventuali partigiani non manifestavano nessuna velleità d’azione, io e Butti tornammo alla Casa del Fascio di Como” (57). La colonna è attesa, da Milano la partenza per il capoluogo lariano è già stata preannunziata: “Si telefona a Como al Prefetto Celio, al Federale Porta e al Questore”, scriverà Secondo Larice, questore di Milano e nipote acquisito di Mussolini, in una ricostruzione del 25 sera (58). Difatti il maggiore Plinio Butti, comandante il II battaglione territoriale della “Rodini”, aspetta la colonna e la guida al palazzo del governo prima di continuare l’ispezione, “il duce è entrato nel piazzale della Camerlata che era già notte avanzata, e dal piazzale l’ho condotto in prefettura, di scorta”:

Si sapeva che Mussolini stava arrivando a Como. Vai a sapere chi me l’ha detto! Era una telefonata, ma non saprei ancora dire chi me ne ha informato. Io ero in giro a ispezionare le diverse “postazioni” quando mi hanno avvertito che la colonna Mussolini era in marcia per Como. Immediatamente sono andato a Camerlata, pensando: “E da qui che arriverà, probabilmente, la colonna”. Fra l’altro, immaginerei che non siano arrivati a Como per l’autostrada, ma sulla “Comasina”, perché il famoso camioncino con i documenti del duce è stato perduto all’altezza di Paderno Dugnano… Arrivata la colonna Mussolini, io vado in prefettura. Più tardi, sono tornato a Camerlata e ho trovato tre uomini della 4a compagnia del capitano Vittorio Galfetti, i quali, con il motocarro, volevano andare a cercare il camioncino, alla ricerca del camioncino, e ho detto loro: “Ma voialtri siete matti! Cosa volete fare?”. Loro sapevano che c’erano altre colonne in arrivo a Como, che avrebbero potuto cercare il camioncino, ma questi tre “pifferi” dicono: “Andiamo noi a cercare il camioncino!”… In quel momento, io non ho neanche parlato con il duce: sapevo solo di dover scortare la colonna in prefettura, e infatti ho visto il duce e l’ho scortato in prefettura (59).

“Mussolini arrivò alle 21 circa con un corteo di trenta macchine scortate da un carro tedesco e da alcune autoblindo della legione Muti”, annota il giornalista Pietro Caporilli, trasferitosi a Como sin da qualche giorno prima, e specifica: “Mussolini scese nel cortile della Prefettura ove eravamo ad attenderlo. Nella penombra dell’oscuramento lo salutammo con il braccio teso, nel più assoluto silenzio. Scese dalla sua macchina con un mitra a tracolla insieme a Bombacci, ricevuto da Celio e subito circondato dagli altri gerarchi che lo avevano seguito. Salì le scale a due a due. Con lui sperammo che arrivassero anche le Prime notizie sicure su quelle che sarebbero state le decisioni del governo circa il nostro immediato futuro, troncando così la ridda fantastica delle supposizioni” (60). Ancora più preciso il resoconto del brigadiere di PS della segreteria particolare Pietro Carradori, componente la scorta di Mussolini, che ricorda la pattuglia di autorità in attesa dell’arrivo del duce: il commissario federale e ispettore regionale del PFR, Paolo Porta, il questore, Lorenzo Pozzoli, il comandante della GNR, Ferdinando Vanini, colonnello degli Alpini, il comandante del distretto militare, colonnello di fanteria Giuseppe Fossa:

Siamo arrivati alla prefettura di Como verso le nove e mezzo. Non entrarono in prefettura quattro motociclette seguite da una macchina con mitragliera, come dice il brigadiere di PS Ciro Pinto della questura di Como. In testa alla colonna non c’erano né motociclisti italiani, perché Bellongini e Di Domenico non li vidi, né tedeschi: c’era il camion del battaglione “M”, comandato da Jaculli, e quello della scorta germanica. Questi due camion non entrarono nel cortile ma, andando un po’ più avanti, si fermarono accosto al marciapiede; quindi la nostra macchina entrò per prima nel cortile della prefettura di Como. C’era della gente ad aspettarci, con dei militari ed il prefetto Celio, un funzionario di carriera sui 45 o 46 anni. […] Celio, dunque, era ad aspettare Mussolini. Con Celio c’erano le autorità politiche e militari di Como: Porta, Pozzoli, Vanini, Fossa. Siamo saliti. Sopra c’era un salone. Nessuno dei ministri (Liverani, Bombacci, Zerbino, ecc.) aveva il mitra a tracolla: I’avranno avuto nelle loro macchine. Su sono saliti soltanto i ministri e i sottosegretari. Sopra, nel salone, c’è stata subito una discussione generale, che durò fino alle dieci e mezzo. Vi parteciparono tutti parlando animosamente. Graziani insisteva perché si ritornasse a Milano: era il suo chiodo fisso, e sosteneva che la miglior cosa, per salvare la pelle, era di aspettare gli americani nel Castello sforzesco. Non dovevamo assolutamente esser partiti, secondo lui (61).

“Graziani insisteva perché si ritornasse a Milano”, ricorda quindi Carradori. In effetti il maresciallo, e altri gerarchi, avevano già sconsigliato Mussolini di abbandonare il capoluogo lombardo ore prima in prefettura, durante la concitata discussione seguita all’incontro in arcivescovado. Lo ricorda fra gli altri il brigadiere di PS Rosario Boccadifuoco, agente dei servizi speciali del ministero degli Interni, ripiegato proprio il 25 aprile da Torino al palazzo del governo di Milano: “Ricordo un particolare autentico: quando Mussolini ricevette il maresciallo Graziani, ne ebbe l’invito di non andarsene, “non andate via!”… Anche Graziani è poi uscito dallo studio di Mussolini, questa volta sbattendo la porta, per la prima volta” (62).

Di sicuro la destinazione non viene stabilita all’improvviso, sull’onda della delusione e della rabbia seguite al fallimentare colloquio con i membri del CLNAI e del CVL, poiché in realtà se ne discute da settimane e sono stati dati anche gli ordini necessari alla federazione comasca. Ma a Milano, la sera del 25, al momento di rendere esecutivo l’ordine “precampo Como”, i pareri si sono scontrati con asprezza rinnovata per l’evidenza di un epilogo ormai imminente e sanguinoso.

Perché allora si abbandona Milano? Se il duce è, come pare, sempre dell’opinione di arrendersi “eventualmente agli inglesi e agli americani che sono dei gentlemen” – l’ha assicurato all’editore Hoepli il 29 agosto 1944, e non vi sono documenti scritti o testimonianze che provino un suo ripensamento dell’ultima ora – che senso ha uscire dal centro urbano più protetto? E per recarsi dove?

Chi scrive ha maturato, dopo anni di indagini, una convinzione induttiva: se Mussolini si trasferisce da Gargnano a Milano per seguire in modo diretto le varie trattative in corso per una resa a condizioni, che salvaguardi le vite dei suoi subordinati; se si rende conto che tali trattative sono state piegate da questo o quel collaboratore a fini assai più personali di autoconservazione; se realizza il 25 aprile nel colloquio in arcivescovado di esser stato attratto in una “trappola”, un “nuovo 25 luglio”; se dopo avere assistito al fallimento di tale trattativa, spacciatagli per seria, viene bersagliato di minacce di morte da esponenti del “Comitato insurrezionale” – leggasi Pertini; se è al corrente che ormai le forze tedesche in Italia sono in stato prearmistiziale e non è più caso di collegare la difesa fascista – la Valtellina – a quella nazista – la Baviera; se conosce l’ordine d’insurrezione nazionale diffuso dal CLNAI; ebbene non gli resta che un atto politico: “neutralizzare” l’insurrezione togliendogli un obiettivo primario, cioè il “nemico” (63). Annota il generale Filippo Diamanti, comandante la piazza di Milano:

1) Alle ore 13 del giorno 25 aprile 1945 fummo convocati dal Duce in uno degli uffici della Prefettura di Milano S.E. Graziani, il Ministro degli Interni Zerbino, il Gen. Montagna, quale capo della Polizia, il Prefetto di Milano e lo scrivente. Dopo alcuni minuti intervenne al colloquio anche il Ministro Pavolini segretario del Partito Fascista. 2) Il colloquio ebbe per oggetto lo studio della situazione di emergenza venuta a crearsi in seguito alla incalzante avanzata delle truppe Anglo Americane verso il Nord. La conversazione assunse, in certi momenti, carattere di drammaticità per i discordanti pareri espressi da S.E. Graziani e da S.E. Pavolini. L’argomento principale si riferiva ad una specie di patto di resa che era stato accordato non in via definitiva tra il Ministro degli Interni Zerbino ed il capo della Polizia Montagna con il Comitato di Liberazione e ciò con l’autorizzazione del Duce. 3) Dato che la richiesta principale del Comitato di Liberazione verteva sulle necessità di far uscire da Milano tutte le formazioni militari o paramilitari non identificabili con le Forze Armate dello Stato fu stabilito dal Duce che fossero date immediate disposizioni affinché venissero subito instradate per Como la “Muti”, formazione autonoma e non facente parte della polizia, gli appartenenti alle Brigate Nere, e a tutte le varie formazioni di polizia Ausiliaria (64).

Per il duce consegnarsi a Milano o altrove ha identico significato dal profilo personale, assai diverso da quello generale: nonostante le tesi improbabili di chi reputa avesse resipiscenze “socialiste”, sembra plausibile consideri unici interlocutori relativamente affidabili i partiti “moderati”, d’”ordine”, entro il CLNAI e CVL; soprattutto, mostra nelle giornate decisive di condividerne l’esigenza d’evitare un’insurrezione nazionale monopolizzata dai “rossi” e degenerativa verso il bagno di sangue dapprima dei vetero o neofascisti, poi degli elementi “borghesi”. In mancanza d’un accordo esplicito coi moderati, evitar combattimenti a Milano; “depotenziare” l’insurrezione con la mossa d’un “armistizio” unilaterale; non seguitare la guerra in Valtellina a rischio di esporre a distruzione le centrali idroelettriche: tutto ciò vuol dire adottare la “strategia” moderata nello spirito più che nella lettera. Qualcuno, riflette forse, gliene sarà grato al momento giusto.

Il “ridotto” di Como (25 aprile sera)

Ora, “perché Como?”. In mancanza di documenti, la risposta resta difficile. Di certo, lo provano documenti dell’inverno 1944 e dei primi mesi del 1945, il triangolo Milano-Como-Lecco è considerato decisivo per l’”esigenza Z 2″, il piano di ritirata dalla pianura verso le Prealpi lombarde (65); e di certo non è la riunione in prefettura a Milano del duce coi gerarchi, la sera del 25 aprile dopo l’incontro in arcivescovado, il luogo o il momento della decisione di raggiungere Como: “Mussolini si assentò per qualche momento”, afferma l’industriale milanese Gian Riccardo Cella, tessitore del colloquio, e “rientrò dicendo di non poter modificare le disposizioni già date confermando quindi la partenza” (66). Lo stesso Mussolini, secondo una memoria di Mario Bassi, capo della provincia di Milano, avrebbe subito chiarito la destinazione di Como prima deIla riunione con i gerarchi al sottocapo di stato maggiore della Guardia nazionale repubblicana, Asvero Gravelli; e l’avrebbe ribadita a ogni interlocutore nell’ora seguente:

A Gravelli, ai piedi della scala, dichiarò: – Sapete cosa mi ha detto il cardinale? Pentitevi dei vostri peccati! Gli ordinò, quindi, di raggiungerlo a Como, dopo aver garantito il servizio di sicurezza della GNR per il passaggio dei poteri. Mettendogli una mano sulla spalla: – Dopodomani a Como! – terminò. […] Nel suo studio, Mussolini prendeva le ultime decisioni. C’erano Graziani, Pavolini, Romano, Liverani, Mezzasoma, Barracu, Pisenti, Bassi, Silvestri e qualche altro. Cella era scomparso, vista la pessima luce che i suoi uffici avevan gettato nello spirito del duce. A un certo momento, ascoltati i più vari pareri, disse: – È necessario partire per la Valtellina. Comunque, cerchiamo di andare a Como. Graziani ribatté: – Duce, non vi garantisco la libertà delle strade, di notte. Mussolini, determinatissimo, insisté: – Bisogna andare a Como. Anche Borghese fu tra coloro che lo sconsigliarono. Narrò d’aver proposto, non si sa se a questo punto, che si restasse in città e che ci si consegnasse da militari a militari. Poiché il maresciallo Graziani insisteva, il duce si ritirò con lui e col prefetto di Milano nel vano di una finestra. Il maresciallo ribadì che, a suo avviso, era un errore lasciare in quel momento la città; Bassi assicurò che non erano ancora svanite le speranze di trattative onorevoli e che, in ogni modo, il tempo non stringeva. Stanco di quell’inutile schermaglia il duce aprì senz’altro la finestra e, rivolto agli uomini della sua scorta che sostavano nel cortile lì sotto, con voce sonora gridò di prepararsi alla partenza. Fra questi c’erano i soldati del battaglione contraereo tedesco che l’avevano seguito da Gargnano e che attendevano in un loro autocarro. Fu questione di una mezz’ora: il tempo di raccogliere i bagagli di Mussolini. Tra le 18 e le 18 e 30 al massimo, scese nel cortile. Aveva una borsa e la portava personalmente. Indossava il cappotto. La sua auto era ferma davanti allo scalone, pronta, Borsani, medaglia d’oro e cieco di guerra, si fece avanti col suo accompagnatore e si trovò, solo, dinanzi al duce. – Duce – disse – non abbandonateci. Noi vi difenderemo sempre. – Borsani seguitemi. Domani mattina, a Como. […] E Bassi: – E per il direttore generale della polizia, per il generale Montagna, quali ordini? – Ditegli che l’aspetto domani mattina al precampo di Como. Il prefetto chiuse lo sportello e il duce partì (67).

Una volta di più il “colloquio in arcivescovado” si rivelerebbe per ciò che è stato nella realtà: intermezzo del tutto casuale – significativo se si fossero in effetti raggiunti accordi; ininfluente se non avesse prodotto nulla, come non fosse avvenuto – entro una strategia già delineata da mesi e resa esecutiva in pochi minuti, constatato che, nelle trattative con la controparte ciellenistica, possibilità di conseguire l’approvazione unanime del CLNAI non esistono. “Mussolini aveva deciso di raggiungere Como in serata”, annoterà l’allora vicesegretario del PFR, Pino Romualdi: “”Tutti – disse -, tutti dovete venire a Como”. E credeva che a Como potesse essere rimesso in piedi, anche per un giorno soltanto, ciò che stava in quel momento crollando a Milano […] Mi guardò con un affettuoso sorriso: “Romualdi, a domattina a Como”” (68). Fra i presenti, il giornalista Pino Rolandino:

Il progetto di abbandonare Milano, malgrado i disperati appelli di Borghese, stava per essere concretato. Le macchine diventarono sempre più numerose e quasi riempirono il vasto cortile del palazzo del Governo. Un autocarro tedesco con a bordo una forte scorta di soldati delle ss continuava a caricare bauli e valigie e sul suo tetto dominava una mitragliatrice pesante. Regnava una assoluta agitazione e tutto lasciava presagire che la partenza doveva essere prossima. […] Borghese insisteva con Zerbino perché fosse scongiurata la partenza. Voleva che Zerbino almeno rimanesse a Milano e non seguisse l’autocolonna del Duce. Zerbino ebbe qualche momento di esitazione uscendo con questa frase: “seguire Mussolini vuol dire la fuga, non seguirlo è un tradimento!”. Arrivò il maresciallo Graziani accompagnato dal capo della sua segreteria generale Rosario Sorrentino. Soli da Mussolini. Forse egli voleva dissuadere il Duce a rinviare la partenza? Difficile poterlo affermare ma certamente qualche cosa di vero ci doveva essere nella voce che si era sparsa improvvisamente nelle aule e nei corridoi della Prefettura. Erano le 19 e quarantacinque circa. Il maresciallo, il viso sconvolto, scendeva le scale e rivolgendosi al suo autista ordinò: “a Como”. Borghese gli si avvicinò domandandogli: “Maresciallo, quali sono gli ordini?” “Raggiungi Como in serata con tutte le tue forze”. Pochi istanti dopo Mussolini appariva nel cortile della Prefettura. Il progetto Pavolini aveva prevalso. Il Governo abbandonava Milano. “Tutti a Como”, disse il Duce, con un’aria sconvolta e con un fare duro e nervoso (69).

Ma al di là d’una scelta strategica di carattere generale – abbandonare Milano, sottostando alle pressioni del gruppo moderato del CLNAI e CVL; rimanere in armi sino a un minuto dopo la resa tedesca, evitando l’accusa d’essere un altro Badoglio; portarsi in una località non esposta ai bombardamenti causa la vicinanza della frontiera con la Svizzera e nello stesso tempo tener aperte due ulteriori vie d’uscita quali la resa agli angloamericani e la minaccia d’un estremo atto d’autodifesa dei fascisti in Valtellina – sembrerebbe il duce abbia seguito con il trasferimento del gruppo dirigente e degli uomini del partito – esposti più degli altri a rappresaglie – una tattica altrettanto studiata: quella cioè di tentare accordi in extremis con gli inglesi.

La conferma si avrebbe da un dispaccio diplomatico. Il duce dà udienza, nel pomeriggio del 25 aprile, al console generale di Spagna a Milano, Fernando Canthal y Giron, pregandolo d’avviare a suo nome “preamboli di negoziato per una resa” presso il ministro britannico a Berna, sir Clifford Norton. Il ripiegamento a Como sarebbe dunque la scelta di una località non distante dalla frontiera ove attestarsi, sia pure per pochi giorni, “sicuramente con la speranza che la mia missione in Svizzera gli fosse più favorevole”, ipotizza lo stesso Canthal nel suo rapporto a Madrid70. La città infine gli è suggerita quale ridotto dal commissario federale Paolo Porta, ispettore regionale del PFR, per la facoltà estrema, nel caso, di risalire il lago verso la Valtellina: lo annota fra gli altri il giornalista Pietro Caporilli (71).

Per tutto il 25, difatti, la radio neofascista diffonde alle forze armate l’ordine di portarsi a Como, verso cui le autorità provinciali del partito tentano di far convergere militi dai presidi locali dell’XI Brigata Nera “Rodini”: obiettivi, formare un centro di resistenza in zona Teatro Sociale-Arena, lungo il lato orientale delle mura, verso le ferrovie Nord; bloccare gli ingressi della città a Camerlata, San Fermo della Battaglia, Brunate per garantire l’afflusso delle forze amiche e tenere sotto controllo eventuali tentativi partigiani verso il centro. Per meglio conseguire gli obiettivi, dietro consiglio del citato tenente Mariani il federale Porta ordina il rientro a Como da Taceno, Valsàssina, del I battaglione operativo della “Rodini”, sotto il maggiore Mario Noseda: la “colonna Noseda”, com’è chiamata (72). Giordano Malinverno, maresciallo di quel reparto, è incaricato dal maggiore di portar giù i brigatisti da Introbio a Bellano proprio la sera del 25:

Io ho ricevuto un fonogramma perché ci tenessimo pronti, dal momento che una colonna sarebbe passata da Bellano e Dervio: non si facevano nomi, ma doveva esserci Mussolini. Mussolini doveva percorrere quella strada: Milano e Lecco, per andare in Valtellina. Il fonogramma veniva dal maggiore Noseda, e diceva: “Comincia a scendere sulla strada con gli uomini”. Taceno, infatti, è in altura. Io ho requisito tre camion lassù. Eravamo in centocinquanta o centosessanta, che sono parecchi uomini, armati di mitra, mortaio, armi pesanti. Ho requisito tre camion e siamo scesi sulla strada statale da Taceno: non sapevamo ancora niente di preciso e siamo scesi perché doveva passare una colonna. Arrivati a Bellano, sul lago, arriva un altro ordine da Noseda: “Attendere ordini. Se c’è da andare a Como, e forse dobbiamo andare a Como, non prendere il battello”. Era meglio prendere il battello per via dei partigiani. Siamo scesi da Taceno sulla strada statale, della Valsàssina, per prendere il battello e andare a Como. Intanto, io avevo quei tre camion, e ho aspettato l’ordine. L’ordine è arrivato il 25 aprile sera e ho fatto salire i militi sui camion. Destino vuole che noi avevamo un foulard con il bordo bianco, rosso e verde e con l’emblema di Garibaldi in campo rosso, stampato a Como. Io l’ho fatto mettere al collo a tutti e siamo partiti verso Lecco. Al nostro passaggio, ci applaudivano tutti: quando siamo arrivati a Lecco, ci siamo accorti che ci avevano presi per partigiani! Per partigiani! Altrimenti ci avrebbero fatti fuori tutti. Da Lecco ci siamo portati a Erba e siamo arrivati al ponte della Malpensata: eravamo in tanti, c’era tutto il battaglione Noseda ben armato (sempre 160 uomini) con dietro due tank tedeschi (73).

Da quella direzione sono in movimento su Como anche le formazioni della Bergamasca, al comando del capo provincia di Bergamo, Adolfo Vecchini, del generale Eduardo Facdouelle, capo di stato maggiore delle Brigate Nere, e del prefetto a disposizione Gino Ganarini: “La compagnia OP “Bergamo” ed il reparto mobile della Brigata Nera rinforzato da volontari, raggiungono la destinazione prevista, superando gli sbarramenti stradali dei partigiani”, giungendo a Valmadrera, alle porte di Lecco (74); da Milano è in arrivo – così si crede – la I Brigata Nera mobile “Italo Barattini”, coi battaglioni “Marche” e “Apuania” e aliquote delle GNR provinciali, attestata nella caserma di corso Italia, sotto il generale Bruno Biagioni e il colonnello Giulio Lodovici: in realtà non si muoverà neppure, bloccata dall’improvvisa “sparizione” del Biagioni e dal patto di “cessazione delle ostilità” col CLN di Porta Ticinese, che costerà la vita a quasi tutti gli ufficiali, a resa avvenuta (75). Alla “colonna Noseda”, precisa il vicecomandante del battaglione operativo, Edvidio Aldo Salvarezza, sceso con il comandante a prendere ordini a Como la sera del 25, a Lecco la mattina del 26 aprile si aggrega il presidio di Brigata Nera e GNR per muovere compatto verso Como:

Nelle ultime giornate, ad un certo momento Mario Noseda fu chiamato in federazione, da Porta. Andammo giù io e lui, esattamente il 25. Siamo andati in federazione, ci hanno dato una certa somma di soldi per distribuire le paghe (e li ho avuti in mano io questi soldi) e poi dovevamo rientrare. Siamo rientrati verso sera. Como cominciava già ad essere deserta… Da lì, abbiamo cominciato a capire che arrivava un momento cruciale. Difatti, siamo saliti, e l’ordine era di rientrare a Como. Dell’arrivo di Mussolini non se ne parlava assolutamente: non si sapeva niente. Almeno, io e Noseda non sapevamo assolutamente niente… Noi siamo andati su, abbiamo dato l’ordine di sgombrare, siamo andati a trovare i camion e, verso le 2 o le 3 di notte, siamo partiti da Taceno, nella notte tra il 25 e il 26… Erano tutti a bordo di camion. Siamo scesi a Lecco e saremo arrivati verso le 6 del mattino, siamo andati in federazione a Lecco, e lì ci siamo fermati tant’è vero che io sono andato a dormire contro la ruota di un carro e ho fatto una bella dormita lì. Nel frattempo, è stato organizzato il rientro e si sono accodati anche i componenti del presidio che c’era a Lecco (76).

Il ritiro del I battaglione operativo dalla Valsàssina lascia senza copertura la principale strada di ritirata al ridotto: “Questo battaglione doveva guardare e fiancheggiare tutta la strada di arroccamento verso la Valtellina che da Lecco costeggiando il lago di Como portava a Sondrio e questo nel piano per il Ridotto della Valtellina avrebbe dovuto essere la via principale di ritirata da Milano”, scrive lo stesso Mariani che ne ha suggerito il rientro per guarnire il capoluogo. Alle forze in via di concentramento rimangono, in definitiva, due possibilità: trincerarsi in città; defluire in Valtellina lungo la via Regina, disagevole, sulla sponda sinistra del lago. E in questa Como blindata mèta di reparti da tutta l’Italia settentrionale che verso le 22 del 25 aprile il duce, la colonna dei ministri e gerarchi, le rispettive scorte entrano, col proposito di restarci; mentre in prefettura, animata da ordini, andirivieni di personalità in borghese e divisa, nella notte si svolgono riunioni con le autorità militari e del partito locali, tra discussioni e controversie.

In prefettura (25 aprile tarda notte)

La pattuglia s’ingrossa di ora in ora: i giornalisti Ermanno Amicucci, Lando Ferretti e Vanni Teodorani Pozzo Fabbri, nipote acquisito del duce; Vittorio Mussolini e il cugino Vito, figlio di Arnaldo; il ministro della Produzione industriale, Angelo Tarchi; il prefetto a disposizione Alessandro Alessandri. Cena in piedi, nel salone sgombrato dal capo della provincia, Renato Celio, per lo spuntino: “Il prefetto Celio e signora, con serenità da tutti ammirata, facevano gli onori di casa. Solo in seguito si seppe che la serenità derivava da segrete intese col CLN locale”, mi dice Caporilli”, scriverà in un’inchiesta il giornalista neofascista Bruno Spampanato (77). Ultime comunicazioni con Milano, la città è ormai distante, anche in senso metaforico (78). Tutti i parenti di Mussolini si allontanano quasi subito e raggiungono la villa assegnata al figlio Vittorio (79). Conversari sempre più fitti tra i primi arrivati e gli altri; il maresciallo Graziani, annota Caporilli, tenta senza riuscirci di far arrivare a Como i reparti dell’esercito accantonati a Bergamo, al comando del capo di stato maggiore, generale Archimede Mischi:

Mussolini aveva occupato nell’appartamento del Prefetto l’ultima stanza a sinistra del corridoio. Nell’ampia sala di destra, dopo aver svogliatamente consumata una frugale cena, conversavano Graziani, Barracu, Zerbino, il generale Bonomi, Mezzasoma, Bombacci, Vittorio e Vito Mussolini, Vanni Teodorani, la signora Gina Mussolini, la signora Zerbino, il collega Ajazzi direttore del locale quotidiano, la figliuola di Pavolini ed altri personaggi minori. Il Prefetto Celio e signora, con serenità da tutti ammirata, facevano gli onori di casa. Con l’evidente intenzione di non disturbare il Duce, gli ospiti, cui la stanchezza e il riverbero delle luci basse per l’oscuramento scavavano nel volto cupe ombre, bisbigliavano anziché parlare e si muovevano in punta di piedi. Questo quadro mi produsse una sinistra impressione. Aveva tutti i caratteri di una veglia funebre! Il telefono, posto sul tavolo del corridoio, squillava incessantemente. La difficoltà di avere contatti con le altre province aumentava di ora in ora. Ad una chiamata rispondo io. È il capo SM Mischi dal suo quartier generale di Sondrio. Avverto Graziani. La conversazione è concitata. Graziani ordina di ripiegare su Lecco con uomini, armi e carburanti ma Mischi, dall’altra parte del filo, deve far presente le serie difficoltà di raggiungere il luogo poiché è evidente che non controlla più la situazione. Graziani grida: “Mischi, non scherziamo. Qui c’è il Duce!” (80).

La notizia dell’arrivo di Mussolini fa il giro della città, arriva al C.L.N. Mario Martinelli, rappresentante DC nel Comitato di liberazione: “Io ho telefonato in prefettura e mi sono sentito dire dal telefonista: “Mussolini è qui!”. Ho fatto finta di chiamare da Milano per sapere se fosse arrivato a Como, perché Mussolini aveva detto ci sarebbe andato, e il telefonista della prefettura ha risposto: “È qui!”” (81). Inizia la “lunga notte” di Como. In prefettura sono già le massime autorità provinciali. Altre vengono convocate, come l’avvocato Mario Collini, capo ufficio disciplina della questura richiesto esplicitamente – ma non è dato sapere perché – da Mussolini, chiamato dagli agenti ausiliari di PS Luciano Oldoini e Aldo Vido (82). Qualcun altro viene di sua iniziativa: è il caso del famigerato commissario di PS Domenico Saletta, il più discusso questurino di Como, estromesso dal Collini per le violenze sui prigionieri politici (33). Il salone si riempie di ufficiali, civili, curiosi. Mussolini manifesta contrarietà: è scomparso il camioncino con i suoi carteggi più riservati, e gli brucia anche il fallimento dell’incontro in arcivescovado coi rappresentanti del CLNAI. Ancora dalla relazione di un “testimone oculare, infiltratosi nel palazzo della Prefettura di Como”:

Immediatamente vennero convocati d’urgenza in prefettura il federale di Como Paolo Porta, il questore ed il comandante della guardia. Mussolini appariva adirato per quello che egli chiamava il fallimento delle trattative svoltesi poche ore prima a Milano nella sede dell’arcivescovado, tramite il cardinale Schuster, con il Comitato di liberazione di Milano per una resa che garantisse soprattutto l’incolumità personale dell’ex duce e del seguito. Ma poco dopo Mussolini manifestava più palesemente ancora la sua contrarietà per il fatto che uno degli automezzi componenti la colonna partita da Milano non era giunto a Como; si trattava precisamente di un camioncino 1.100 il cui carico, a quanto si diceva, doveva essere d’importanza grandissima, comprendendo fra l’altro il cosiddetto carteggio segreto. Sulle tracce di questo camioncino, rimasto fermo per un guasto nelle vicinanze di Lainate, partivano da Como in motocicletta Gatti ed un suo fido ed un motociclista della gendarmeria tedesca. Contemporaneamente da Milano venivano fatti partire verso Lainate automezzi della “Muti”. Dopo circa un’ora Gatti e gli altri due motociclisti ritornavano e riferivano al capo di non avere rintracciato l’automezzo, mentre la “Muti” telefonicamente rispondeva che i suoi automezzi non avevano neppur fatto ritorno in sede. Questo contrattempo innervosiva ancora maggiormente Mussolini che intanto, chiesta una carta topografica del lago di Como e delle strade che lungo esso si dipartono, la consultava lungamente con Porta. Mentre in una saletta dell’appartamento prefettizio la moglie del Celio mobilitava tutta la sua servitù per fare rifocillare, con rinforzi chiesti telefonicamente al “Firenze”, le gerarchie sopraggiunte, qualcuna delle quali era accompagnata dai familiari, avveniva uno scambio di vivacissime telefonate fra Como, Milano, Bergamo e con Lecco ed altri comuni della provincia. Da una parte la guardia repubblicana segnalava che i partigiani da Barlassina si erano spinti fino a Lomazzo. Ciò alle tre di notte. Dall’altra il generale Diamanti, da Milano, chiedeva prima a Zerbino, poi al generale Sorrentino istruzioni sul da farsi segnalando che la situazione nella capitale lombarda precipitava di ora in ora se non di minuto in minuto. Alla fine gli veniva risposto che si preparasse ad una probabile partenza per Como con il maggior numero di automezzi ed armati possibile. Lo stesso veniva ordinato da Graziani, tramite il prefetto di Bergamo Vecchini, al generale Mischi capo di stato maggiore. Senonché lo stesso Mischi, successivamente chiamato al telefono dall’ex maresciallo doveva non mostrarsi disposto ad eseguire l’ordine suddetto tanto è vero che Graziani gli domandò cosa stesse ancora a fare a Bergamo, “ad aspettare i carri armati anglo-americani per arrendersi e farsi fare prigioniero?” (84).

La ricerca dei carteggi è testimoniata da Caporilli: “Rivolto a me che sono di fronte dice: “Chiamatemi Gatti!”. Lo cerco e accorre. Poco dopo il buon Gigi esce un po’ rannuvolato. Afferra il suo mitra che aveva deposto nel vano della finestra in fondo al corridoio e mi dice: “Se non si ritrova questo furgoncino non avrà più pace!”. Com’è noto il famoso furgoncino che era in coda alla colonna partita da Milano, conteneva documenti di alto interesse storico e politico ed aveva misteriosamente cambiato strada. Gatti rifece l’autostrada fino a Milano a forte velocità, rispondendo al fuoco dei mitra partigiani che invano avevano tentato di arrestare quella macchina fantasma, nella vana speranza di rintracciare il veicolo forse fermo per avaria” (85). Sarà rinvenuto dai partigiani, portato a Garbagnate, alleggerito di oggetti e documenti, inventariati questi ultimi e consegnati al commissario del governo Bonomi per la conservazione dei carteggi della RSI, l’avvocato Pier Maria Annoni di Gussola (86).

“A Mussolini è stata riservata una camera nell’appartamento del prefetto, l’ultima a sinistra nel corridoio”, scrive Spampanato: “Invece, nella grande sala di destra si sono trattenuti a discutere il Maresciallo Graziani, Zerbino, Mezzasoma, Bombacci, il gen. Bonomi… C’è la nuora del Duce, Gina Mussolini, c’è la moglie di Zerbino, la figlia di Pavolini, Vanni Teodorani… Nella stanza le luci sono basse per l’oscuramento e si parla piano per non disturbare Mussolini” (87).

In realtà, racconta Carradori, non è che il duce si apparti dal seguito, anzi è un dialogo ininterrotto fra lui e chi lo circonda, i funzionari comaschi chi a rassicurarlo (il commissario federale Porta), chi a dissuaderlo dal restare in città (tutti gli altri); I “fedeli”, propensi a “mollare tutto e andare in Svizzera”, o al più a “tornare a Milano e rinchiudersi nel Castello”. In particolare, Carradori ricorda, per la fuga in Svizzera premono in due: Buffarini Guidi e Tarchi. Saranno loro, difatti, a tentare quella strada il giorno dopo e, arrestati, a mettere in giro la voce d’essere “battistrada” di Mussolini: invenzioni. Dice il sottufficiale:

Verso le 23 fu ascoltato in prefettura un proclama radio con cui si invitavano tutti i fascisti e le forze armate della repubblica a concentrarsi su Como. Fra le undici e le undici e mezzo il colonnello Vanini fu chiamato al telefono dal CLN e gli fu detto che, se per le cinque, il comando repubblicano non lasciava la prefettura e la zona, i partigiani avrebbero attaccato con trentamila uomini: un affare del genere. Quando Vanini riferì questo a Mussolini, in presenza di tutti quanti, si possono immaginare le discussioni. Porta intervenne: “Duce, non preoccupiamoci per questo: io ho oltre diecimila giovani; giovani disposti a tutto, a sacrificarsi per voi, per portarvi in salvo”. E lui rispose: “Non occorre che nessuna vita umana sia sacrificata per me. Non voglio che dei giovani debbano morire per me”. Allora Porta ribadì, con una frase che fu presa in considerazione e che ebbe il suo peso: “Duce, ho millecinquecento uomini alla periferia di Como pronti a sacrificarsi per portarvi in salvo”. Lui rispose: “Non ce n’è bisogno. Se voi avete questi uomini, che piuttosto siano disposti ad andare in Valtellina, per poter passare”. Mussolini era dunque sempre più deciso a proseguire, aprendosi la strada tra i partigiani della Valtellina. Ascoltò anche tutti i capi locali: Pozzoli, Fossa, Vanini e gli altri; e ci ha parlato.

Trattarono sul da fare o non da fare strategicamente: se andare a nord oppure aspettare forze da Milano e da altri luoghi o se allontanarsi fino a Menaggio, forse in attesa che la situazione si chiarisse. La sosta a Menaggio era un po’ un compromesso tra un trasferimento definitivo e lo sgombero di Como che si voleva per non mettere in pericolo i civili, gli sfollati e i feriti che c’erano. D’altra parte i capi non si potevano allontanare troppo da Como, perché era già stato diramato ai fascisti del nord l’ordine di concentrarsi lì. Naturalmente riaffiorarono le solite idee: mollare tutto e andare in Svizzera; tornare a Milano e rinchiudersi nel Castello e chi più ne aveva più ne diceva. Insomma, quella baldoria durò fino all’una e mezza, le due. […] A me non consta che sia arrivata la notizia di un attacco di partigiani contro la prefettura di Como. Hanno detto al Vanini che se per le cinque eravamo ancora a Como, avrebbero attaccato con trentamila partigiani, ma di attacchi non se n’è visti. Non sono a conoscenza che i partigiani volessero fare un colpo di mano durante la notte. Non so che dire di una pretesa riunione dei partigiani in una stanzetta dell’appartamento privato di Celio: che allora ci siano stati grandi tradimenti è noto, ma che i capi nemici si fossero riuniti in prefettura… Questo bisognerebbe domandarlo a Calò. Ma mi sembrano cose inaudite. Sarà che vivevo troppo di illusioni, ma che Celio sia arrivato a questo, mi pare impossibile perché per farlo ci vuole la complicità del prefetto, capo della provincia che è il comandante supremo del luogo. Se ne parlava che Celio non fosse troppo a posto: ma arrivare a questo! Potrebbe sapere qualcosa Calò, che a Como c’è stato dieci anni e vi ha fatto tutto il suo iter di poliziotto, addetto alla persona del prefetto. Con Antonio Calò sono stato insieme quattro o cinque anni e lo conosco: e se avesse saputo una cosa del genere me l’avrebbe detta. Eravamo insieme alla questura di Bergamo ed abbiamo stretto relazione: è venuto anche al mio matrimonio e al battesimo della mia figlia. E siccome lui era il tuttofare della moglie di Celio, il factotum, e conosceva la casa meglio della prefettura, se avessero preparato questo trabocchetto per il duce Calò l’avrebbe saputo. Per quello che so, devo dire di non aver visto nessun partigiano in prefettura a Como. In quanto alla carta topografica che Mussolini e gli altri avrebbero consultato, devo dire che i comaschi non avevano bisogno della carta e che io, la carta topografica, non l’ho vista mai sul tavolo. Non ho sentito nemmeno ventilare una minaccia di bombardamento aereo della città da parte degli alleati, arrivata per telefono in quelle ore. […] Verso le ventitré e trenta si vide in prefettura il ministro Tarchi: e subito prese le parti di Buffarini Guidi, sostenendo che bisognava andare in Svizzera. Ma niente udienza privata di Mussolini a Tarchi. Udienze non ce ne sono state: parlavano tutti, chi più chi meno, e può darsi che nel tempo che il duce stava mangiando della frutta, si sia avvicinato Tarchi e gli abbia parlato. Siccome Tarchi era il promotore della via dell’esilio, può darsi anche che gli abbia detto come stavano le cose. Buffarini non poté entrare da Mussolini quando Tarchi usciva: non c’era bisogno di entrare e di uscire perché il duce era seduto in fondo al salone, dov’erano tutti, in una poltroncina e non in una stanza separata. Il colloquio descritto da Lanfranchi tra Buffarini Guidi e Mussolini non è vero. E per quanto scrive Graziani nel suo libro, tengo a precisare che Buffarini non faceva direttamente a quattr’occhi le sue proposte al duce, ma le faceva in comitiva con tutti quanti; per cui Graziani avrà riportato il fatto a modo suo. Infatti Graziani ha ascoltato quelle frasi nel battibecco che ci fu, quando Buffarini disse che voleva andare in Svizzera d’accordo con Tarchi (88).

“Non so che dire di una pretesa riunione dei partigiani in una stanzetta dell’appartamento privato di Celio”, dubita Carradori, perché “che allora ci siano stati grandi tradimenti è noto, ma che i capi nemici si fossero riuniti in prefettura…”. Ma è così. Il questore e il commissario federale di Milano, Secondo Larice e Vincenzo Costa, il cappellano del distretto di Como, don Giuseppe Russo, ne rendono testimonianza a Bruno Spampanato, che ne dà conto nella sua inchiesta (89). È storia nota, comunque: “Alle ore 10 del 25 Aprile”, dice una relazione ufficiale, “il Dott. Fulvio (Paolo), Funzionario di Prefettura, temporaneamente distaccato per ordine del Capo Provincia Celio al Commissariato Provinciale per l’Assistenza, fu telefonicamente chiamato in Prefettura dall’allora Capo di Gabinetto Dott. Zecchino”. Sono accenni del passaggio di consegne: “Subito accorso veniva da questi informato che in seguito al precipitare della situazione politica egli pretendeva predisporre in modo che il trapasso dei poteri tra il Governo neo-fascista e quello del CLN avvenisse senza scosse e possibilmente senza spargimento di sangue per quanto si riferiva alla Prefettura” (90). Il capo gabinetto Giovanni Zecchino, poi prefetto di Como dopo la Liberazione, quella notte constata di persona il tracollo da lui stesso accelerato con il passaggio di consegne a Manlio Fulvio, funzionario in collegamento col CLN, proprio mentre arrivano da Milano i massimi esponenti della RSI convinti di raggiungere una città ancora difesa e controllata dalle forze fasciste (91).

Passaggio dei poteri (notte tra il 25 e il 26 aprile)

Zecchino è sorpreso di venir convocato a cose per lui ormai superate: “Io mi meravigliai del fatto che, quando è arrivato Mussolini durante la notte, mi abbiano telefonato perché andassi in prefettura, perché avevano bisogno… Io dissi: “Mah, come mai? Oramai ci sono gli altri”. Invece mi considerarono come funzionario dello stato: avevano bisogno di avere a disposizione tutti i locali, perché arrivò un sacco di gente… Non ci fu nulla di formale. Io mi ritirai in buon ordine e detti il posto mio, mi pare, a Fulvio, perché subentrò Fulvio nel posto mio, e al posto del prefetto si sono insediati Martinelli e Bertinelli, prefetto della Liberazione. Celio credo sapesse qualcosa di quello che si era predisposto. Ma quando io gliene accennai dicendo: “Guardate, penso che siate d’accordo anche voi di far sì che non succedano fatti di sangue. Si sarebbe già predisposto un Passaggio di poteri…”, lui disse: “Sì, sì, avete fatto bene, avete fatto bene”. Poi lui è sparito: non so come diavolo abbia fatto, non l’ho più visto, non mi ha neanche salutato” (92). Il cedimento investe la questura: “Alle ore 18 il Dott. Fulvio s’incontrava con il Questore Pozzoli e da questi veniva richiesto del nominativo di persona con la quale egli avrebbe potuto trattare la resa della Questura e del Corpo degli Agenti Ausiliari. Il Dott. Fulvio indicò l’avvocato Lorenzo Spallino. Più tardi infatti quest’ultimo fu visitato in casa dal Sig. Giamminola di Villa Guardia, suo conoscente, il quale gli presentò il sig. Bartoletti Italo, Agente di ps, persona di fiducia del Pozzoli, che era incaricato da questi di chiedergli un colloquio”. Questa la relazione ufficiale (93). Conferma lo stesso Pozzoli, in un memoriale redatto in carcere:

Già dal 24 aprile avevo iniziato la consegna della città di Como e, al 25 mattina, completavo gli accordi per la cessione delle varie caserme della Guardia nazionale repubblicana ed ero in trattative con la federazione per quanto riguardava la consegna delle armi da parte della Brigata nera. Per quest’ultima vi erano molte difficoltà, ma alcuni appartenenti ad essa erano già d’accordo con me: tanto che il 25 stesso, alle ore 23, avremmo consegnato al col. Gualandi, comandante militare dei patrioti, tutto il complesso organizzativo e direttivo di Como e provincia. Senonché, una telefonata da Milano mi avvertiva dell’arrivo a Como di Mussolini e dei suoi ministri, scortati dai reparti militari della “Muti”, della Brigata nera di Milano, della Guardia personale di Mussolini e dei vari ministri. In totale un complesso di 6 mila uomini armati e scortati anche da mezzi blindati. Riuscii a convincere il colonnello Gualandi a fermare alle porte della città quei patrioti che, già incolonnati, stavano per entrarvi: e ciò allo scopo di evitare un inutile spargimento di sangue con i reparti sopradetti provenienti da Milano che erano già in parte piazzati nel centro di Como e precisamente presso la federazione fascista. Riuscii a stento nel mio intento e assicurai il col. Gualandi che mi ritenevo personalmente garante che la città di Como sarebbe stata consegnata al mattino del 26, alle ore 9, oppure io avrei consegnato a lui tutte le personalità di cui sopra. A mezzanotte circa, Mussolini e il suo seguito (Zerbino, Liverani, Tarchi, Barracu, Graziani ed altre personalità di cui non ricordo il nome, fra le quali però Bombacci) erano nel salone dell’appartamento privato del prefetto Celio, vicino al quale siede il federale Porta. Appena entrato nel salone, Mussolini mi chiama dicendo: “Siete voi il questore di Como?” “Sì eccellenza”. “Qual è la situazione di Como?” “Attualmente, per Como siamo tranquilli: però alla periferia undici mila patrioti attendono di entrare”. “E vero?” dice Mussolini rivolgendosi al federale Porta. Porta risponde “Duce, Pozzoli drammatizza”. “Qual è il vostro piano” (Sempre rivolto al federale). Porta risponde: “Con la forza attualmente in città possiamo resistere e occupare tutti gli ingressi di Como, e tenere sgombra tutta la fascia del lago dalla parte occidentale fino a Menaggio – Porlezza. Dopo di che, con l’arrivo delle nostre colonne che stanno concentrandosi su Como, la nostra forza attuale di ottomila uomini potrà arrivare ai venti-trentamila. Questi reparti sono muniti di mezzi blindati e corazzati. Viveri ne abbiamo a sufficienza, altrimenti li preleveremo dove ci sono”. Mussolini rivolge lo sguardo a me in evidente segno di chiedere la mia conferma, al che rispondo: “Duce, la vostra permanenza in Como non è possibile. Pensate che Varese, Milano e Bergamo hanno ceduto, e non faremo altro che spargere sangue inutile, tanto più che i nostri uomini non credo siano tutti disposti a morire per noi”. Mussolini adirato si alza in piedi e mi guarda in modo strano, direi quasi feroce, e mi dice: “Sembrate certo della forza dei partigiani!?” “Duce, il vostro pensiero mi ha capito. In questo momento i partigiani aspettano un fischio per entrare in città, e non vorrei essere proprio io quello che vi deve consegnare a loro. Avreste fatto meglio a rimanere a Milano”. Il duce comincia a passeggiare per il salone adiratissimo, poi si siede nuovamente sulla poltrona. Chiama a sé Graziani, Porta e Zerbino che, con la carta topografica alla mano stanno studiando un piano. Ho la sensazione netta che Mussolini non mi ha creduto, e che voleva commettere il più grande crimine che si potesse registrare in Como; e cioè sacrificare cittadini e città finora risparmiati dai bombardamenti. In quel momento entra nel salone il colonnello Ferdinando Vanini. Il duce lo chiama a sé e gli domanda qual è la forza e su quanti di tali uomini si può contare. Al che il Vanini risponde che non poteva avere a sua disposizione se non una cinquantina di uomini a malapena. Il duce allora si alza e si ritira in un salottino appartato con Graziani, Porta e Zerbino. Non so quale sia stata la conclusione di questa riunione, ma, certamente, doveva essere quella della resistenza ad oltranza, perché ho visto uscire Porta che si recava alla federazione per dare ordini a quelli della Brigata nera in proposito al piano progettato. E benché io seguissi Porta nel corridoio e sulle scale, cercando di convincerlo e di fargli capire quale era la situazione, e pur portandogli a conoscenza che uomini della sua brigata avevano già versato le armi e, per ordine mio, si erano già inquadrati, egli mi rispose: “Provvederò io a rintracciare i miei uomini, e non consegnerò mai la città di Como ai partigiani”. Questa minaccia mi ha impressionato: e, non avendo più la possibilità di parlare col duce, andai immediatamente in Questura dove, nel mio appartamento privato, vi erano già i componenti il Comitato di liberazione per comunicare a loro e per prendere accordi sul da farsi. Però era necessario che parlassi ancora col duce: allora telefonai dal mio stesso appartamento all’appartamento del prefetto, e riuscii a parlare coi ministri Liverani e Tarchi, che venivano immediatamente da me; a loro esponevo la situazione di Como e le trattative già fatte. I due ministri hanno perfettamente capito, sono ritornati in prefettura e hanno conferito col duce, il quale – mi dissero – uscito dal salottino, fece sgombrare tutto il corridoio e si mise a camminare avanti e indietro come una belva urlando e imprecando contro tutti. Ritornai in prefettura e, nel corridoio, vidi il duce con Graziani, e sentii queste precise parole: “Non avrei dovuto andare dal cardinale Schuster. Quei quattro signori mi hanno trattato male e me la pagheranno. Oggi ne abbiamo 25: questo giorno mi ha sempre portato scalogna. Domani comincia un’epoca nuova: e d’altronde, se hanno fatto i partigiani per diversi mesi la montagna, potremo farla anche noi. Non voglio vedere più nessuno”. E camminava sempre per il corridoio concitatamente. Ma le sue ultime parole mi hanno confermato che voleva tagliare la corda: e allora, col prefetto Celio, mi riuscì a inviare una colonna di auto con a bordo i familiari del duce e dei vari ministri del seguito, fino a Ponte Chiasso, con l’evidente intenzione che volessero andare in Svizzera. Tutta la colonna – con le auto dei familiari, ministri, seguito e scorta – iniziava la marcia verso Menaggio, con l’assicurazione che avrebbero trovato via libera e si sarebbe fermata nei pressi della Tremezzina in una zona chiusa e messa a loro disposizione fino al giorno 30. La scena della partenza di tutte le macchine portanti Mussolini e il seguito dava l’impressione di una fuga, in quanto non salivano sulle macchine, ma saltavano addirittura nell’interno di esse e ognuno partiva con la prima macchina che gli capitava (94).

“Ricordo”, rincara il Caporilli, anche Mussolini fu letteralmente bombardato dall’allarmismo che, alleato della paura non poteva generare niente di buono in una situazione già di per se stessa drammatica. La psicosi dei partigiani che stavano calando su Como a battaglioni affiancati ingigantiva sempre più l’aspettazione di tragedia e, ad avvalorarla come ineluttabile, il Questore Pozzoli venne in Prefettura per mettere Mussolini dinnanzi a questo pericolo; il comandante militare della Piazza avvertì che la città, noto centro ospedaliero, non era militarmente tenibile; Celio dal canto suo, interpretando con aria apocalittica le insistenze del CLN per il trapasso dei poteri, ventilò anche la probabilità di una notte di S. Bartolomeo. Balle. Tutte balle che ebbero purtroppo il loro funesto effetto su uomini i cui nervi, sottoposti all’incalzare degli eventi ad uno sforzo sovrumano, non reggevano più. Il resto venne da sé” (95).

Il questore rivendica seppure a titolo difensivo in sede di processo, il merito di aver scardinato ancor più la volontà di resistenza in Como di Mussolini e di aver fatto ritorno “in Questura dove, nel mio appartamento privato, vi erano già i componenti il Comitato di liberazione per comunicare a loro e per prendere accordi sul da farsi”. Poco prima, versione ufficiale, l’incontro tra Pozzoli e i designati dal CLN a trattare la resa di questura e federazione “fu interrotto da una telefonata che chiamava il Pozzoli in Prefettura dove era giunto Mussolini” (96). “Attualmente, per Como siamo tranquilli: però alla periferia undici mila patrioti attendono di entrare”, asserisce per di più il Pozzoli, sapendo che al momento i partigiani in periferia saranno in tutto undici e arriveranno a qualche centinaio.

Il cedimento della questura, che segue di poco quello del comando Servizio ausiliario femminile in via Zezio, rimasto senza disposizioni operative (97), è uno dei primi segnali del crollo del giorno dopo, preparato dagli elementi del CLN infiltrati in prefettura, consenzienti il capo provincia Celio e il capo gabinetto Zecchino: in particolare, due funzionari addetti agli uffici alloggi e annona, Manlio Fulvio e Guido Mauri; così Caporilli: “Che l’ambiente della Prefettura fosse in collusione con gli esponenti del Comitato di Liberazione di Como, è storicamente accertato e basterebbe a confermarlo il fatto che il Segretario Particolare di Celio, dott. Fulvio faceva il doppio gioco. La mattina del 26 aprile – munito di patacca di riconoscimento che mi mostrò – il dott. Fulvio era sul portone della Prefettura per ricevere i membri del CLN che si recavano da Celio per il passaggio dei poteri” (98). Ricorda oggi la signora Paola Trani, vedova Mauri:

La sera prima saranno stati in cinque o sei a distribuirsi i compiti, e la città è stata praticamente bloccata in un paio d’ore da Fulvio e da mio marito dalla prefettura, mentre il prefetto Celio era nei suoi appartamenti e come lui si era ritirato Zecchino, mentre fuori della porta c’erano ancora le camicie nere di guardia… La decisione è stata presa in casa Lombardini dove, appunto, sono state date le direttive. Mio marito e Fulvio erano i più giovani tra coloro che erano in prefettura, e Fulvio aveva già stabilito dei semi-accordi con Zecchino del genere: “Voi state buono, ci lasciate fare anche se non pretendiamo che ci aiutate: noi vi salviamo se state buono”. Celio, probabilmente, non è riuscito a fare resistenza, perché ha compiuto l’atto di chiedere aiuto ma il telefono era isolato, e gli hanno consigliato: “Eccellenza, il telefono non funziona, quindi state buono!”. Occupati i punti chiave, la città è caduta in mano loro quando sì avevano già occupato la prefettura, ma nessuno a Como lo sapeva: neppure i fascisti sapevano che la prefettura non era più in mano loro… La prefettura di Como, di fatto, è stata “conquistata” con una rivoltella in due. Il 26 aprile mattina, infatti (cosa che ricordo bene), sapevo cosa mio marito si apprestasse a fare, ed egli, uscendo di casa, mi aveva detto di recarmi da mia cognata (sua sorella) a raccomandarle di non uscire di casa in quei giorni perché non si sapeva cosa potesse accadere. Noi abitavamo in via Anzani e, in fondo ad essa, c’è via Milano e io ho visto mio marito e Fulvio mentre si recavano in prefettura il 26 mattino; ho guardato e ho visto questi due, entrambi magri, vestiti con abiti blu e con l’impermeabile sul braccio andare verso la prefettura. Tutta via Milano, da Camerlata sino a porta Torre, era un’unica colonna di camion di brigate fasciste armatissime, le quali si erano riversate tutte su Como quella mattina del 26 aprile. Era la colonna di Pavolini: fascisti armatissimi che volevano impostare un centro di resistenza a Como, mentre la prefettura era occupata dai fascisti ancora. Immagini cosa ho provato, sapendo che mio marito e Fulvio andavano a occupare da soli la prefettura! È vero che c’erano degli accordi, però bastava che qualcuno, prima che loro arrivassero dal prefetto, intuisse dov’erano diretti e perché… Ma sono arrivati entrambi in presenza del capo della provincia, Renato Celio, il quale non sospettava assolutamente niente… Celio, in un primo momento, non ha creduto a quanto gli veniva intimato e ha tentato di telefonare ma, nel frattempo, i telefoni erano già stati isolati. Celio ha tentato di chiedere aiuto, ma era del tutto inutile e allora si è ritirato nell’appartamento prefettizio e si è arreso: ha capito che non c’era più niente da fare. C’è stato un momento di paura, perché se i fascisti avessero reagito, si sarebbero “mangiati” mio marito e Fulvio (99).

“Si era in continuo contatto telefonico con elementi fiduciari in Via Volta ed in Prefettura dai quali si era costantemente informati dello svolgersi degli avvenimenti. Motivo di qualche preoccupazione fu l’ordine diramato dalla radio relativo al concentramento a Milano e a Como di tutte le forze neofasciste. Era chiaro che si intendeva costituire proprio in questa zona un ultimo centro di resistenza”, conferma la relazione ufficiale del CLN sulle ore confuse che possono preludere a uno scontro (100). Mentre ancora sono in corso le trattative tra fascisti moderati e inviati del Comitato di liberazione, Mussolini e il seguito vengono però orientati ad abbandonare Como: per raggiungere l’alto Lario e attendere gli Alleati o tentare di nuovo la strada della Valtellina, nell’opinione che alla luce di documenti e testimonianze si può attribuire a Mussolini; per espatriare in fretta e furia in Svizzera, nella speranza scoperta di alcuni gerarchi, incoraggiati in tale proposito dal capo della provincia, Renato Celio.

Nel descrivere la nottata del 25, Caporilli accenna alle speranze d’espatrio di vari gerarchi prima dell’arrivo di Mussolini in prefettura: “Ci rechiamo in Prefettura in cerca di lumi. Qui troviamo una grande animazione, anzi una grande confusione. Sulla bocca di tutti l’interrogativo “che si fa”; nel cuore la segreta speranza di andare “dall’altra parte” cioè in Svizzera. Como era diventata una specie di Mecca nella quale la Porta Santa era rappresentata dal cancello di Ponte Chiasso che separa l’Italia dalla Svizzera e tutti covavano la segreta speranza di poterlo varcare quando tutto fosse finito; e poiché eravamo alla fine, la marcia di avvicinamento era già in atto” (101). Il tenente Enrico Mariani scrive invece a guerra finita a Spampanato: “Sono sicuro che la venuta del Duce a Como non è stata per aprirsi più facilmente un passaggio in Svizzera ma per recarsi in Valtellina” (l02). In effetti, ancora in un colloquio a Milano il 25 aprire mattina con Garobbio, il funzionario originario del Canton Ticino, il duce esclude la scappatoia della Svizzera e annuncia il ripiegamento su Como:

“Fra qualche giorno andremo a Como. In prefettura vi diranno dove mi potrete trovare. Poi proseguiremo per la Valtellina. Perché non venite anche voi?”. “Potrei ben venire”, gli dico un’altra volta traducendo dal dialetto. “Gli svizzeri mi hanno offerto questa volta l’ospitalità”. Una pausa: “Ho risposto che non vado in Svizzera […] cosa avete intenzione di fare?”. “Non ho ancora deciso ma, dovendo lasciare Milano, pensavo di rientrare a casa mia…”. “Dove?”. “A Moltrasio”. “Sulla sponda occidentale del lago”, precisa e, dopo una pausa: “Rientrate in seno alla vostra famiglia e, dopo due o tre giorni, venite da me a Como. Ho dato disposizioni che i fascisti si concentrino nel triangolo Milano-Lecco-Como. Poi proseguiremo per la Valtellina. In Valtellina potreste essere utile, conoscete la terra, la gente. Perché non venite con noi?”, ripete, e stavolta non traduco al dialetto: “Verrò senz’altro, duce”. Scambiamo ancora qualche frase, torno ad esprimere la mia preoccupazione per un colpo di testa tedesco che si risolverebbe ai nostri danni, il colloquio finisce: mi presenterò al duce a Como, fra qualche giorno (103).

Raggiunto il Lario, per l’allarmismo diffuso dagli uomini in contatto con il CLN per un trapasso “morbido” dei poteri al Comitato qualche gerarca si fa rendere però dal panico e comincia a insistere perché il duce cerchi rifugio nella Confederazione, primo passo per accodarsi e non prendere l’iniziativa. Qualcun altro vuole solo liberarsi dell’ingombro rappresentato dai fascisti confluiti in città a resa ormai quasi sottoscritta. Il capo della provincia, Celio, sembra sia stato tra i più attivi, nonostante nel dopoguerra l’abbia del tutto negato: “In proposito debbo precisare che mai ebbi l’incarico di trattare con le Autorità elvetiche accordi di sorta per l’espatrio in Svizzera del Duce e dei suoi collaboratori (Questa possibilità fu sempre esclusa dagli interessati). Pertanto nessuna assicurazione fu da me data in proposito e tanto meno essa mi fu richiesta” (l04).

Svizzera o Valtellina? (26 aprile all’alba)

Scriverà inoltre a Niccolò Nicchiarelli, ex capo di stato maggiore della GNR: “All’ultimo momento fu tentata un’altra strada per sollecitare dalle autorità svizzere una risposta favorevole, ma anche questo estremo tentativo ebbe purtroppo esito negativo”, e: “Aggiungo, per abbondanza, che tutte queste trattative, e tentativi, furono sempre diretti ad ottenere il passaggio della frontiera svizzera in favore delle donne e dei bambini; non hanno mai riguardato né si sono mai riferiti all’eventuale passaggio in Svizzera di gerarchi e altri elementi fascisti” (105). Lo smentirebbero però testimoni diretti e indagini. Caporilli, anzitutto, in prefettura:

Come ho già ricordato, la generale speranza era quella di varcare il confine svizzero. Questo chiodo era diventato ossessivo e Celio intavolò anche trattative con il console svizzero di Como – almeno così ci disse – e fece persino un lungo elenco di quelli che avrebbero potuto, all’ultimo momento, varcare i cancelli di Ponte Chiasso. Come dispensatore di queste vane speranze e per gli onori di casa, il Prefetto Celio si avvaleva della collaborazione del Prefetto vacante Pierino Bologna che, passando da una sala all’altra della Prefettura, intratteneva gli ospiti bivaccanti in amabili conversari. Noi, diciamo così del lago, sapevamo perfettamente che un espatrio non sarebbe mai potuto avvenire, poiché la “neutralità” svizzera era al totale servizio degli interessi angloamericani al punto che quanti avessero eventualmente sconfinato alla maniera dei contrabbandieri, sarebbero stati immediatamente ricondotti alla frontiera. Ad ogni buon conto, per scongiurare anche questa eventualità, le autorità elvetiche, oltre alla rete che correva lungo tutto il confine, rinforzarono il servizio di vigilanza (106).

L’aiutante Carlo Ghioldi, del 610° comando della GNR di Como, ricorda la chiamata del colonnello Ferdinando Vanini, comandante provinciale della guardia, “per eseguire una missione importante e segretissima” con altri elementi fidati. “Scelsi il milite Fragassi e il brigadiere Carlo Zamba”, scrive il milite: “Si aggregò a noi il capitano Mario Scovenna. Giunti in Prefettura venimmo a sapere che il Duce e i componenti del Governo erano riuniti in una sala con le autorità di Como. Attorno a un grande tavolo, dove era stesa una carta della regione settentrionale lombarda, tutti stavano ascoltando Mussolini”. Passa qualche tempo: “Ascoltai anche alcune telefonate, fatte dal Capo provincia Celio, per combinare l’entrata in Svizzera del Governo, e anche di Mussolini se avesse accettato, ma udii anche la sua voce gridare: “Basta”’” (l07). Secondo un’altra testimonianza, Celio avrebbe invece tentato o suggerito lo sconfinamento come via d’uscita rischiosa, ma temporanea, per far arrivare comunque Mussolini in Valtellina. Incaricato del tentativo, su mandato del capo provincia, Dante Lelli capitano comandante il battaglione della Polizia repubbIicana presso la questura locale:

A Como il 25 o 26 aprile, cioè la sera in cui Mussolini lasciò Como per recarsi a Gràndola, una macchina della questura di Como con militi appartenenti al battaglione di Polizia di Como, persone di sicura fiducia del capitano Dante Lelli, comandante detto battaglione, si recò al valico di Chiasso per concretare con il rilascio dei necessari salvacondotti un piano, messo probabilmente a punto in precedenza dal prefetto Celio, secondo cui la Svizzera si impegnava a lasciar passare dal valico di Chiasso una macchina con dentro una persona che non sarebbe stata riconosciuta ufficialmente, e che si sarebbe recata al valico fra la Svizzera e la Valtellina, ritornando in Italia quindi da quella via. Ma qualcosa dell’accordo già stipulato in precedenza non funzionò, in quanto l’autorità svizzera di frontiera disse di dover chiedere l’autorizzazione a Berna, nonostante il precedente accordo fosse probabilmente già stato approvato da Berna, non avendo le autorità cantonali il potere di decidere in materia. D’altra parte Mussolini, perché di lui si trattava, esigeva il salvacondotto di uscita contestualmente a quello di entrata, non volendo restare in Svizzera, ma volendo passare in Valtellina per la via più sicura (e questo liberandosi anche di Birzer e gli altri che, a quanto pare, avevano probabilmente un accordo con i partigiani di consegnare Mussolini in cambio del loro passaggio sicuro verso il Brennero, come infatti è avvenuto). I fatti hanno dimostrato che la soluzione cercata avrebbe veramente cambiato il volto alla storia, perché Mussolini in Valtellina avrebbe trovato sicuro rifugio per sé e per gli altri fino all’arrivo delle truppe angloamericane, alle quali si sarebbe arresa la Repubblica sociale italiana come tale. La macchina attese ben quattro ore, poi arrivò la risposta negativa, che fu portata a Como dagli occupanti l’auto in questione. Resta un mistero il perché la Svizzera abbia in un primo tempo stilato un accordo, per poi rimangiarselo al momento dell’effettuazione (108).

L’accordo, in realtà, non può essere esistito che secondo Celio: la Svizzera ha risposto di non volere, o potere, accogliere nemmeno familiari dei gerarchi più esposti già nel 1944; impensabili quindi passi falsi nell’aprile 1945, a fine guerra. Valerian Lada-Mocarski, ufficiale dell’oss, il Servizio informazioni dell’esercito degli Stati Uniti, in base a indagini personali spiega: “Quando Celio domandò quali fossero i suoi piani immediati, Mussolini rispose che era ancora indeciso. Celio suggerì che avrebbe dovuto chiedere asilo alla Svizzera. Mussolini disse che gli era stato notificato che la Svizzera non l’avrebbe accettato. Celio suggerì di fare un altro tentativo, usando i servizi del Console americano a Lugano. Il Duce si arrabbiò e disse che non avrebbe voluto avere nulla a che fare con la Svizzera. Si era quasi a mezzanotte”; in proposito precisa anche:

Poco prima delle 2, Mussolini mandò a chiamare Paolo Porta, Commissario Federale di Como, che venne più tardi raggiunto da Paolo Zerbino, Ministro degli Interni. Essi rimasero nella piccola sala da ricevimento per quasi un’ora e mezza, dibattendo presumibilmente i vari possibili corsi d’azione per il giorno successivo. Celio non era presente a questa conversazione, ma le sue impressioni furono che il trio esaminasse tre alternative. La prima era che Mussolini entrasse in Svizzera. La seconda era continuare a combattere contro i partigiani e, forse, le truppe Alleate. Era probabilmente in anticipazione di una tale decisione che Graziani e Alessandro Pavolini, Segretario del Partito Fascista, stavano concentrando le truppe fasciste presso Como e Lecco. Non c’era modo di conoscere, comunque, se truppe sufficienti avrebbero raggiunto Mussolini in quella situazione per fare un’effettiva resistenza. La terza alternativa era per il Duce di nascondersi in un luogo sicuro sinché gli Alleati avessero sorpassato il nascondiglio. L’interpretazione di Celio fu che la terza alternativa venne prescelta. Immediatamente dopo queste discussioni Mussolini decise di andare a Menaggio, a metà strada lungo la riva occidentale del Lago di Como (109).

In una ricerca successiva sul servizio segreto statunitense si legge che giunto Mussolini, il capo della provincia aveva tentato “di persuadere il dittatore ad arrendersi all’oss” inviando un messaggio per sondare la disponibilità del viceconsole a Lugano, Donald Jones; che l’aveva trasmesso al direttore della centrale in Svizzera, Allen Dulles, ostile: “Il responsabile informativo dell’oss rifiutò di far entrare il dittatore fascista in un paese neutrale, dove Potesse ricevere un temporaneo asilo politico”, conclude lo studio (110). Celio, trasferiti i poteri al CLN, intende liberarsi dell’ingombro rappresentato da Mussolini e dagli altri gerarchi. Otello Contermini, graduato della legione “M” Guardia del duce e suo factotum:

si raggiunse Menaggio dove ci venne segnalato che Mussolini si trovava in casa del dottore del paese. Avvicinandomi al dott. Porta federale di Como, venni a sapere che l’improvvisa partenza dalla prefettura era dovuta ad una dichiarazione del prefetto, il quale disse che Como era circondata da circa settemila partigiani. E seppur il Porta cercasse di convincere il Duce che non era vero, non fu creduto e decise di partire (111).

Il brigadiere Boccadifuoco: “il capo della provincia di Como, Renato Celio, si dice che sia stato lui a insaccarci su quella strada per Musso e Dongo. Sarebbe stato Celio a consigliare d’imboccare quella strada. Si erano fatti tentativi per passare in Svizzera, e la Svizzera aveva detto che non accettava Mussolini. Tutta la colonna sarebbe dovuta andare in Svizzera” (ll2). Ma anche Buffarini Guidi, ex ministro degli Interni, giunto nel frattempo, scongiura il dittatore di entrare in Svizzera da Chiasso: “Buffarini Guidi insisteva che andassero in Svizzera, perché a entrare in Svizzera tutti i contrabbandieri di questo mondo lo avrebbero accompagnato: allora c’erano le piste e una volta in Svizzera…”, testimonia l’agente di PS Luciano Oldoini (113). Carradori assiste ai tentativi di Buffarini per convincere il duce:

Anche Buffarini Guidi – che aveva questo pallino – ricominciò subito a infierire insistendo col Duce perché si proseguisse e si entrasse subito in Svizzera dal valico vicinissimo di Ponte Chiasso, ancora in mano alla polizia italiana: e quindi si poteva passare. Se noi, in quei frangenti, anche senza essere accettati, si fosse entrati a forza nel Canton Ticino, ci avrebbero fatto prigionieri ma non certo ributtati fuori. Colle buone o colle cattive si entrava, se voleva entrare Mussolini, e ci si sarebbe riusciti. “Duce, andiamo”, diceva Buffarini. Lui replicò: “Assolutamente no! Sentite: voi da questo momento siete libero di fare quello che volete. Andate, se volete andare. Da questo momento siete libero di prendere la via che volete. Io rimango in Italia. Preferisco morire su una zolla di terra italiana che in una prigione svizzera! “. Queste, le sue precise parole. Che abbia poi detto a Celio che la Svizzera non voleva accettarlo, non è vero. A chi gli diceva di voler andare in Svizzera o in altri luoghi, Mussolini non si opponeva: ma lui non sarebbe andato (114).

“Verso le ventitré e trenta”, ribadisce oltre Carradori, “si vide in prefettura il ministro Tarchi: e subito prese le parti di Buffarini Guidi, sostenendo che bisognava andare in Svizzera”. Lo ricorda il maggiore Butti, comandante il II battaglione della BN “Rodini”: “Ho assistito alla scena. Buffarini Guidi è arrivato in prefettura, ha detto che tornava da Maslianico e ha suggerito al duce che poteva andare in Svizzera: a quella proposta, il duce è andato in bestia!” (115); lo conferma la relazione controfirmata dai membri del CLN (116); secondo Caporilli: “Ricordo che fra quelli che più d’ogni altro si agitavano per il passaggio in Svizzera fino a raggiungere forme parossistiche, era l’ex Ministro dell’Interno Buffarini Guidi”, e: “Sconfinare era la sua idea fissa. Aveva anche preparato un piano che prevedeva il forzamento del blocco di Ponte Chiasso e ne parlava con tutti, mal dissimulando la preoccupazione dominante che era quella di mettere al sicuro la propria persona. Quando giunse Mussolini, Buffarini lo assalì sperando di conquistarlo alla causa del suo progetto di espatrio; arrivò a scongiurarlo a mani giunte ma non ci fu niente da fare poiché Mussolini si oppose recisamente all’idea di varcare il confine” (117); lo attesta Graziani:

Il commissario federale di Como, Porta, gli proponeva di ritirarsi in una villa nella zona di Cadenabbia, sotto la vigilanza della sua Brigata Nera, forte di novecento uomini, che diceva sicuri e decisi a far saltare le due gallerie che a Nord e a Sud delimitano quella zona, e che erano già minate. Ne sarebbe risultato una specie di ridotto di facile difesa: là si poteva aspettare la resa tedesca. In mia presenza Mussolini mostrava d’accogliere tale soluzione, quando entrò in scena Buffarini Guidi, che non avevo più visto da alcuni mesi, da quando cioè era stato dimesso da ministro dell’Interno. Ne constatai la presenza per caso, entrando, senza essere preannunziato, nel salottino: i due, in piedi; Buffarini a mani giunte nell’atto di scongiurare il Duce. Mi ritrassi e aspettai che il primo uscisse. Mi spiegò che aveva cercato di persuadere Mussolini a tentare da solo il passaggio in Svizzera dal ponte di Chiasso. Riteneva la cosa possibile; affermava che il milite svizzero e il nostro doganiere fraternizzavano lasciando i varchi aperti. Giungendo in macchina, Mussolini avrebbe dovuto introdursi di sorpresa, e poi, appena là, rivelarsi e consegnarsi al corpo di guardia svizzero. A me la proposta parve rocambolesca e anche il Duce la respingeva definendola poco seria, e comunque improduttiva. “Mi darò alla montagna con Porta”, disse; “è mai possibile che non si trovino cinquecento uomini disposti a seguirmi?”. Intanto le ore trascorrevano, brevi e solenni. La tavola dell’ultima cena era rimasta presso che intatta. Poi le sale della Prefettura s’erano andate trasformando in dormitorii. M’ero appena gettato su un divano, quando fui fatto chiamare da Buffarini Guidi il quale mi annunziò che Mussolini lasciava la Prefettura. Erano circa le quattro del mattino. “Che cosa ha poi deciso?” gli domandai. Buffarini m’illustrò allora il secondo progetto che gli aveva sottoposto, assicurandomi che era stato accolto. Si trattava di tentare il passaggio del governo in Svizzera, dal passo di Porlezza, cosa che riteneva di facilissima attuazione. “Vedrai”, mi disse, “giunti al di là, gli farò fare delle dichiarazioni che imporranno il Governo all’attenzione del mondo e degli Italiani!”. Raggiungemmo il Duce in cortile; gli chiesi che avesse deciso di fare. “Per ora”, rispose, “andiamo a Menaggio” (118).

“Nei pressi di Cadenabbia trovammo, prima d’ogni altro, il commissario federale Porta, al quale chiesi se Mussolini avesse proprio accettato l’ultima proposta di Buffarini Guidi. Mi rispose che l’aveva respinta, e adesso riposava in una casa vicina, vigilato dai suoi militi”: secondo il maresciallo, come per altri, la proposta di forzare la frontiera viene dal seguito del duce; lo conferma anche la relazione del sottosegretario all’Aeronautica, generale Bonomi (119). Un’idea fissa di Buffarini Guidi, non di Mussolini, che si ostina a rifiutarla. Ma le insistenze del gerarca, unite alla sensazione del pericolo, non fanno che aumentare l’atmosfera di sottile angoscia che ora dopo ora si impadronisce di ministri e funzionari, mentre la voce che il governo e lo stesso Mussolini sono ormai diretti alla frontiera con la Svizzera si diffonde. Lascerà scritto, per esempio, Costantino Romano figlio del ministro dei Lavori pubblici, Ruggero: “Era suo intento raggiungere la frontiera svizzera dalla parte della città di Lugano” (120). Feliciani riceverà notizie del genere al momento di lasciare la città, il 26 all’alba:

A Como, Mezzasoma ha mandato me, Daquanno e Fabiani in un albergo vicino alla piazza sul lago, vicino a via Ciapparelli dove, tra l’altro, c’era la casa di un’amica di università di mia moglie, una certa Elena Sala… Andammo in albergo, dicendo: “Vedremo domani mattina”. Ci avevano fatto stracciare tutte le tessere e i documenti. Misteriosamente, la mattina presto, arriva Fernando Crociani, segretario di Mezzasoma (tenente della Milizia di Norcia) e dice: “Presto, presto! Si parte!”. “Dove si va?”. “In Svizzera!”. “Ma come, in Svizzera?”. Io, comunque, mi feci portare subito sotto la casa di via Ciapparelli 1, da questa amica di mia moglie, suonai, questa si affacciò e le dissi: “Dì a mia moglie che vado in Svizzera” (121).

Espatrio fallito di Rachele Mussolini (prime luci del 26 aprile)

“No, mio padre mai!”, Vittorio Mussolini ribatte alla domanda se il padre volesse espatriare: “Che ci potesse andare qualcuno della famiglia, o qualche altro gerarca, oppure chi avesse potuto andare in Svizzera, sì. Ma mio padre no! E la prima ad essere stata contenta di essere stata rifiutata dagli svizzeri, è stata mia madre” (122). In un libro di memorie ha lasciato scritto sotto la data del 25 aprile 1945: “Mio padre mi chiese notizie dei vari famigliari e se già avessero raggiunto Como. Gli dissi di sì, che sul lago di Garda non c’era più nessuno. “A Como saranno più sicuri, e nel caso credo che la Svizzera concederà loro il diritto d’asilo””. E tra il 25 e 26: “Cercai di mia madre e dei miei fratelli, Anna e Romano: avevano lasciato la casa dove alloggiavano. Più tardi seppi che avevano chiesto di passare in Svizzera alla frontiera di Chiasso, ma che contrariamente alle nobili e sempre applicate consuetudini della Confederazione elvetica in materia d’asilo, era stato loro rifiutato l’ingresso, pur sapendo che ciò li avrebbe esposti a gravi pericoli” (123). Difatti, l’unico tentativo di espatrio di un Mussolini sarà compiuto dalla moglie del dittatore. Alle prime ore del 26, Rachele Guidi Mussolini è raggiunta a villa Mantero di Como, dove si era trasferita per essere più vicina alla frontiera, dall’agente di PS Antonio Calò, aiutante del capo provincia, che le consegna poche righe di commiato del marito. Ne segue un brevissimo, drammatico colloquio al telefono, col consiglio di passare senza esitazioni in Svizzera coi figli minori. Ancora il tenente Mariani:

Viene introdotto un giovane in borghese che chiede di parlare. Dice di essere un agente inviato dal prefetto per scortare la famiglia del duce alla frontiera svizzera onde trovare un rifugio in quella Confederazione. Esitante donna Rachele mi chiede chi è il prefetto di Como. Le rispondo che è Celio. A quel nome essa si irrigidisce affermando “di quello non mi fido perché è una creatura di Buffarini”… Donna Rachele mi dice “voglio parlare con mio marito”. Si telefona in prefettura. Assisto quindi a quest’ultimo colloquio. Mi ricordo che lei dice: “Salvati per l’Italia che avrà ancora bisogno di te”. Poi donna Rachele rivolgendosi a me dice: “Il duce vuole parlarvi”. Mi accosto all’apparecchio e sento la voce dirmi “Tenente Mariani vi affido la mia famiglia. Portatela alla frontiera svizzera”. Rispondo: “Duce, siete già d’accordo con le autorità svizzere?” “No, dite che si tratta di una donna e di due bambini in pericolo”… A lui ripeto “Duce quando tornerò vi riferirò”. Mi risponde “quando tornerete sarò già lontano” (124).

“Cerca di passare in Svizzera. Ti accoglieranno. Ho sempre aiutato il popolo helvetico”, sarebbero le parole di Mussolini secondo Carradori, non molto distante da lui durante la telefonata a Rachele (125). All’alba, la donna tenta il passaggio della frontiera col Canton Ticino alla barriera di Chiasso-strada (126), dove arriva scortata da due auto di ufficiali e militi dell’ufficio politico della Brigata Nera “Rodini”, con una decina di uomini: Enrico Mariani, Vittorio Cavatore, Adolfo e Paolo Belgeri (127), Alessandro Scotti, Luigi Confalonieri, Mario Antonioli, Rinaldo castaldo e Aldo Neri (128). Antonioli e Castaldo, va ricordato, sono sergenti “svizzeri”, gli uomini venuti dal paese neutrale per arruolarsi volontari nelle formazioni della RSI, e forse la loro presenza non è casuale perché conoscono la zona di Chiasso, ventre molle della frontiera. Comandante la scorta, Mariani:

Dopo questo do disposizioni per il trasferimento a Chiasso. Ci sono due grandi macchine con pochi fedeli. Senza drammi ci imbarchiamo. Si tratta di percorrere pochi chilometri. Mi ricordo delle parole di Romano: “Mamma non avere paura ti difenderemo noi”. A Chiasso noto l’illuminazione della parte svizzera che non avevo mai visto durante la guerra. Mi si avvicina un tizio che si dice incaricato del prefetto Celio. Mi dice che le autorità di frontiera svizzere non autorizzano il transito dei famigliari di Mussolini. A parte mi dice “ma perché non entra da solo?”. Lo faccio smettere e mi avvicino al capoposto svizzero. Gli parlo. Ostile, forse odia Mussolini e il Fascismo che per tanti anni anno imposto il rispetto per il lavoratore italiano, il già disprezzato “cinchell”. Il risultato è che non si può passare e se si entrasse clandestinamente si sarebbe prima o poi arrestati e riaccompagnati alla frontiera come era già accaduto agli altri. Più questo evento si sarebbe protratto e più sarebbero aumentate le probabilità di trovare la frontiera presidiata dai partigiani con le prevedibili conseguenze per la famiglia del duce. Con una simile dura cervice di montanaro svizzero e sopratutto ticinese impossibile discutere malgrado i reiterati tentativi di prospettare la situazione nella giusta luce. Bel modo di comportarsi nei confronti di chi aveva salvato la Svizzera dalla più che probabile e possibile invasione nazista! Meglio pertanto, nel buio della notte e in silenzio, trovare un rifugio. Nessuno di coloro che si sono avvantaggiati sa in quel frangente essere magnanimo e generoso. Le reazioni di donna Rachele che vede crollare in quei momenti un passato di fedeltà e di trionfo sono sottoposte a un’enorme tensione ma mai cadono nella disperazione. Essa si turba quando vede arrivare alla frontiera una macchina su cui dovrebbe trovarsi l’ex ministro Buffarini. Mi dice “quello lo lasceranno passare”. Frase ingiusta ma comprensibile. […] Il momento del ritorno a Como è l’inizio di un viaggio verso l’ignoto. Penso di trovare a questa donna e ai suoi giovani figli un rifugio provvisorio presso un fedele non troppo in vista. Si tratta della casa del milite della GNR Corbella, agiato artigiano, abitante sotto le pendici di monte Olimpino (129).

Mariani commenta: “Mi sembra che se Mussolini avesse avuto intenzione di sconfinare in Svizzera come hanno insinuato e continuato a insinuare i suoi nemici così che questa falsa interpretazione degli avvenimenti sembra accettata anche da diversi fascisti, avrebbe potuto tentare con la famiglia di varcare la frontiera a Chiasso, sperando, sia pure ingenuamente, in un maggior senso di umanità delle autorità di frontiera svizzere” (130); mentre il maresciallo Adolfo Belgeri scriverà che gli svizzeri avrebbero rifiutato asilo solo perché “non avevano disposizioni dal dipartimento confederale!” (131). In realtà le disposizioni imponevano il refoulement dei neofascisti e loro familiari, e nel caso di Rachele Mussolini e dei figli minori una risposta era stata di continuo dilazionata, quasi di certo per imposizione degli Alleati (132). In prefettura, intanto, la situazione precipita, annota il “testimone oculare” infiltratosi “nel tardo pomeriggio di mercoledi 25”: alla fine di un consulto col capo provincia Celio e il commissario federale Porta, specie su consiglio di questi, Mussolini decide di lasciare Como per Menaggio, sotto protezione della 6a compagnia della “Rodini”:

La notizia circa una possibile minaccia da parte dei patrioti doveva intanto aver fatto una certa impressione sulle… forze dell’ordine. Si erano perciò racimolati, facendoli accorrere dalla vicina questura, gli uomini di Saletta, come erano chiamati da chi se ne serviva e da chi disgraziatamente doveva subirne le persecuzioni, i questurini della polizia ausiliaria. Lo stesso Saletta, vestito in abito grigio, senza cappello, con a tracolla l’inseparabile “mitra”, era accorso e si era precipitato al primo piano dove, postosi invano in evidenza presso questo e quel ministro per farsi presentare a Mussolini, visto che nessuno, avendo evidentemente ben altri pensieri per la testa, lo prendeva in considerazione, avvicinatosi all’ex duce, durante una delle sue rare apparizioni nel corridoio, si faceva conoscere con queste testuali parole: “Sono Saletta, primo capo dell’ufficio politico della questura repubblicana… “, al che Mussolini rispondeva: “Conoscete allora i vostri polli?”… “Tutti li conosco”, rispondeva il tristo figuro della polizia neofascista, con tono e gesto non forieri di smentita. Alle quattro circa Mussolini, ritornato Celio da una missione di cui ignoriamo gli scopi e l’esito, e ritornato pure Buffarini Guidi, probabilmente incaricato di un contatto con Rachele Mussolini, ospite in quella notte, coi figli Romano e Anna Maria di una villa di via Crispi, si recava nello studio privato del prefetto Celio per avere, crediamo, un colloquio telefonico con la consorte, colloquio che lo dovette irritare e non poco dato che fece ritorno nel corridoio visibilmente concitato. Pochi minuti dopo ordine subitaneo di partenza, con visibile sorpresa della scorta armata tedesca, uno dei componenti la quale, adocchiato in uno stanzino della servitù un fiasco di vino, pareva non volersene più staccare, tanto da provocare una scenata piuttosto clamorosa con il suo comandante. L’ex duce, indossato sulla divisa grigioverde un cappotto di pelle prendeva posto in una macchina chiusa, mentre un’altra macchina aperta, con a bordo Paolo Porta, si metteva in testa alla colonna, inframezzata da tre macchine tedesche. Mussolini, i suoi fidi e la scorta tedesca lasciavano la sede della prefettura alle ore 4.30 dirigendosi lungo la strada Regina. Successivamente si apprendeva che di primo mattino Mussolini ed un seguito ristretto erano giunti a Menaggio, mentre gli altri gerarchi e papaveri minori, rimasti a Como, lo raggiungevano, e non tutti, solo qualche ora dopo (133).

Abbandono di Como (alba del 26 aprile)

Caporilli tratteggia le prime ore del 26 aprile, un limbo in attesa degli ordini: “Intanto in Prefettura l’agonia continua. Nella sala del bigliardo il ministro Zerbino racconta l’incontro all’Arcivescovado con i rappresentanti del C.L.N. Sono presenti il prof. Coppola, il direttore Amicucci, il capo dell’ufficio politico della Questura dott. Saletta, il Prefetto Alessandri ed io”. Il ministro degli Interni rievoca i drammatici avvenimenti del pomeriggio precedente, la scoperta dell’abbandono del combattimento da parte dei tedeschi durante il colloquio con il CLNAI: “Zerbino ci dice come venne appresa la notizia che i tedeschi avevano firmata la resa all’insaputa del governo della RSI e del conseguente e insolente atteggiamento dei delegati avversari”. Quindi: “Il ministro Zerbino conclude dicendo: “Bisognava avere una pistola e farli fuori tutti!”. Alla fine del racconto, Amicucci domanda: “E adesso che cosa si fa?” Zerbino: “Niente. Siamo in un ‘cul de sac’. Aspettiamo che passino le ore””. Le ore passano, la una, le due, le tre:

Dissi ad Alessandri che se dovevano passare le ore tanto valeva che tentassimo anche noi di prendere un po’ di riposo. Già nelle altre sale la conversazione era scaduta e corpi sdraiati ve n’erano su tutte le poltrone e sui divani. Il maresciallo Graziani, con la sua notevole mole, s’era sbottonata la giacca e non trovava pace su un divano evidentemente troppo piccolo per lui, ma forse più per i gravi pensieri che lo agitavano. I bambini vennero sistemati sul piano del bigliardo. Anche noi andammo a gettarci su due poltrone in una stanza fuori mano e spegnemmo la luce. Quella di voler dormire era una ipocrisia verso noi stessi; eravamo stanchi sì, ma avevamo più che altro bisogno di ritrovarci soli con i nostri pensieri. Come sarebbe finita? La risposta non turbava il nostro spirito. Eravamo decisi a seguire Mussolini e condurre fino in fondo quel gioco che avevamo iniziato ventisei anni prima. Poteva essere trascorsa forse un’ora quando il rombar dei motori delle macchine nella strada mi parve accentuarsi. Nelle pause si udiva anche un vociare confuso. Quel trambusto non mi convinceva. Alessandri al pari di me non dormiva e gli segnalai la cosa. “È gente che arriva”, mi rispose. Non ero convinto e glielo dissi. Poco dopo un grido che si sarebbe potuto definire d’invocazione e di disperazione, sovrastò ogni rumore echeggiando nella notte: “Duceee!!!”. Contemporaneamente la sirena d’allarme della Prefettura prese ad ululare lungamente. (Poi si seppe che era il segnale convenuto per avvertire i partigiani che Mussolini aveva lasciato Como). Balzammo in piedi e percorremmo di corsa le stanze dell’appartamento privato del Prefetto, diventate deserte. Scendendo le scale incontriamo Celio che le risale: “E il Duce?”, chiediamo noi. “È partito. All’improvviso è uscito dalla sua stanza ed ha ordinato di raggiungere Menaggio. Non sapevano la strada ed ho mandato il tenente Boccolini con la “topolino” per indicargliela” (134).

Precisazioni sull’improvvisa partenza provengono da Carradori che ricorda: “Mussolini, poi, non rimase per quasi un’ora e mezzo chiuso in una stanza con Porta e Zerbino. A un certo punto, per troncare la discussione che seguitava senza sosta, Mussolini disse: “Per le cinque lasciamo Como perché non voglio assolutamente spargimenti di sangue”. Lo ricordo benissimo, perché mi tornò in mente subito una sua frase sentita a palazzo Venezia tanto tempo prima, con Bocchini: “I morti pesano più dei vivi””; e ancora: “Passata l’una e mezza, Mussolini si era accasciato su una poltroncina: era tornata la quiete. Si assopirono tutti. Aspettavano la partenza della mattina. Sapevano che il duce alle cinque doveva partire. Anche Graziani, reticente ad andare a Menaggio, si era deciso a venire con noi. Così passò quella notte d’inferno”. La partenza, nella sua testimonianza:

Mussolini scese in cortile dopo le quattro e mezzo. La minaccia dell’attacco dei partigiani fu secondo me la sola ragione della partenza frettolosa da Como. Nessuno gli buttò sulle spalle un cappotto di cuoio. Nessun discorsino suo a chi restava. Siamo scesi per salire sulla sua macchina, l’Alfa Romeo 2800 metallizzata, che aveva alla guida Mario Salvati, che era un mio amico romano, un civile, autista della Presidenza del consiglio. Ero preoccupato per i due mitra (quello del duce e quello mio), per il pacco dei soldi della Storia di un anno e per la famosa borsa. Lui era già salito sopra con Bombacci. Nel montare inciampo nello sportellone della macchina. “Eh cosa fate?” mi disse. Coi tedeschi allora ci fu una confusione non indifferente: non sapevano dove si fosse diretti perché nessuno li aveva informati di nulla. La scorta germanica si presentò sul cortile. Ci fu attrito. Il loro comandante venne a chiederci risentito la destinazione. Gli fu risposto: “Menaggio”. Le acque si calmarono. Mi meraviglia che Bonomi abbia potuto dire che Graziani abbia creduto che il duce andasse in Svizzera da solo, dal momento che tutti hanno sentito come abbia sempre detto di non volerci andare. E poi anche lui sapeva che nella notte si era parlato con Castelli e che si era stabilito di dirigersi a Menaggio: perciò Graziani non aveva ragione di gridare per la sorpresa di quella partenza, perché lo sapeva benissimo. Siamo partiti alle cinque e un quarto precise. Aprivano le colonne i due camions, uno con la scorta italiana comandata dal console Jaculli e uno con quella tedesca. Bisogna aggiungere che è falso che all’esterno dell’auto del duce, sui predellini, fossero montati un maresciallo e tre militi. Non c’era nessuno. Non saprei dire chi c’era sulla macchina che ci seguiva. Era notte (135).

L’interpretazione della partenza quale decisione di “non voler far spargere altro sangue italiano in una difesa ormai senza scopo” è confermata pure in un resoconto di qualche anno dopo, del sottotenente faentino Della Verità, ufficiale della GNR di Como:

La notte tra il 25 e il 26 giunsero a Como, presso la Caserma del centro addestramento reparti per il fronte, il Comando G.le della GNR ripiegato da Brescia, un reparto della Leonessa con una decina di mezzi corazzati da Milano, oltre ad altri contingenti di truppa provenienti da altre sedi. Complessivamente si raggiunse una forza di oltre 1.000 uomini. La notte stessa il Comandante la Caserma, Colonnello Fossa, fu chiamato da Mussolini alla Prefettura di Como, ove ricevette ordine di predisporre il trasferimento degli uomini tutti in Valtellina, ove si sarebbe effettuata una difesa estrema. Mussolini preannunziò una sua visita l’indomani alla Caserma durante la quale avrebbe dati ordini precisi per il trasferimento. A mezzogiorno del 26 nessun ordine era giunto in Caserma. Il T.te Muccioli che aveva prestato servizio di Uff.le Guardia al Duce nella notte, riferì che in contrasto all’ordine dato al C.llo Fossa, Mussolini aveva abbandonato alle 5 del mattino del 26/4 Como e si era diretto a Menaggio dopo aver detto di aver deciso di non voler far spargere altro sangue italiano in una difesa ormai senza scopo (136).

Valerian Lada-Mocarski: “Mussolini decise di andare a Menaggio, a metà strada lungo la riva occidentale del Lago di Como”; Carradori, alla domanda “fu risposto: “Menaggio””; e secondo la relazione ufficiale del CLN: “Alle ore 4 della notte il Duce aveva lasciato Como dirigendosi verso Menaggio”. Menaggio è dunque la mèta della colonna, per il momento: non la Svizzera, soluzione scartata sempre da Mussolini, né la Valtellina, troppo lontana da raggiungere in mancanza di copertura sufficiente di truppe, peraltro attese di ora in ora dopo il proclama “precampo Como”, radiodiffuso di continuo dall’EIAR. L’arrivo del duce e del suo seguito nel paesino a metà della via Regina, sull’alto Lario, un paio di ore dopo, è segnalato da parte svizzera da un telegramma del comando IV circondario Corpo guardie di confine del Canton Ticino: “Famigliari Mussolini e seguito respinti a Chiasso ore 03.45, si troverebbero a Porlezza. Da prevedersi entrata clandestina dei respinti ed altri collaborazionisti. Domandiamo autorizzare Reggimento combinato di rinforzare d’urgenza con 200 uomini settore Val di Muggio/SanJorio” (137). È una segnalazione imprecisa: in realtà a Porlezza si dirigono solo il ministro della Produzione industriale, Tarchi, e l’ex ministro Buffarini Guidi, dove vengono arrestati da finanzieri-partigiani mentre tentano di loro iniziativa di raggiungere il confine con la Svizzera al posto dogana di Oria subito dopo aver abbandonato la colonna fascista alla casermetta della GNR di Gràndola, sette chilometri sopra Menaggio. Soprattutto da tale episodio, e da successive dichiarazioni di Tarchi, inizia il vero equivoco storiografico sulla pretesa volontà di espatrio di Mussolini. Il solito Tarchi assicurerà infatti anni dopo di aver tentato la via su ordine del duce, per vedere se la strada per fuggire nel Canton Ticino fosse libera (138). La versione è accettata da parte della storiografia, nonostante recise smentite di protagonisti, quale il maresciallo Graziani, che nel suo diario attribuisce la responsabilità della parola d’ordine “Svizzera” a Buffarini Guidi (139). Cui si possono aggiungere oggi quelle di Elena Curti, segretaria della direzione del PFR, arrivata sul posto il 26 aprile (140); di Carradori (141); del brigadiere Otello Montermini (142), di Rosario Boccadifuoco (143), testimoni diretti di quelle ore; e poi del ragionier Carlo Gallioli, amico e collaboratore di Tarchi al ministero della Produzione industriale, cointeressato al tentativo di resa separata del governo della RSI al CLNAI nell’aprile 1945, testimone indiretto ‘44. Netta la smentita di Paolo Emilio Castelli, vicefederale di Como e comandante la 6ª compagnia “Menaggio” della “Rodini”, il quale ospita il duce nella sua casa di Menaggio il 26 aprile mattina e nella caserma del presidio di Brigata Nera la notte: consegnatosi ai partigiani il 27 aprile mattina, Castelli trascorrerà in carcere otto anni, sì da essere creduto morto nelle sanguinose epurazioni di Dongo dall’ex camerata Tarchi; alla versione del quale, appena scarcerato, si opporrà a lungo sui quotidiani nel tentativo di far prevalere la versione dei fatti quale vissuta di persona in quella giornata, e ascoltata nei penitenziari da altri protagonisti:

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1) Mussolini, a Como, nella notte tra il 25 e il 26, decise il proseguimento per Menaggio – ove gli fu assicurata tranquilla la sosta, che il prefetto Celio gli aveva invece sconsigliata in Como – nell’attesa che si compisse in Como stessa la radunata dei suoi vari reparti ordinata a mezzo radio L’idea del passaggio in Svizzera che, nel suo primo arrivo in prefettura di Como, gli fu ventilata dal ministro Buffarini, era già stata scartata da lui, e la via di Menaggio era la più comoda per andare, da Como, in Valtellina – ove erano ancora efficienti e preparati parecchi battaglioni – e non la più facile per andare in Svizzera. 2) A Menaggio Mussolini giunse con tutti i suoi ministri – esclusi Buffarini e Tarchi, che si erano distaccati e di loro iniziativa tentarono, il 26 la via della Svizzera attraverso il valico di Oria – alle ore 6 del giorno 26. Fu ospitato nella mia casa, ove egli conferì con i suoi ministri e, ove, in un letto, si coricò, senza svestirsi, per circa un’ora. Intorno alle ore 9, per un giusto motivo ben vagliato e discusso, e non per dirottare verso la Svizzera, si avviò sulla strada di Porlezza, ove poi giungeranno solamente i ministri. A Grandola – a 2 km. da Menaggio – Mussolini fermò nella caserma della Milizia Confinaria ed ivi trascorse la giornata del 26. 3) A sera ritornò a Menaggio. Cenò e sostò nella mia caserma. Durante la notte gli fu comunicato che a Como il raduno dei vari reparti era avvenuto e che la colonna stava marciando verso Menaggio.4) All’alba del 27 diede ordine che a lui si unissero un centinaio di militari tedeschi della Flak, che nella notte erano stati fermati a Menaggio; e con i suoi ministri, con la sua scorta – che lo seguiva da Salò -, sulla sua macchina, proseguì, in testa, verso la Valtellina (145).

Chiarire quest’ultimo passaggio – l’abbandono di Menaggio, dove credeva di fermarsi, per Gràndola; e la mezza giornata nella caserma della Confinaria di quella località – è dunque basilare per tentare una risposta plausibile alla questione dell’”espatrio di Mussolini”. Sul fatto, le voci dei testimoni sono però ancora più rade e tenui: solo i neofascisti che hanno vissuto quelle ore possono raccontare quanto accaduto, non vi sono riscontri obiettivi, bisogna fidarsi di ciò che raccontano.

Gràndola e dintorni (pomeriggio del 26 aprile)

Catturato il giorno dopo a Dongo, condotto prigioniero nella caserma della Guardia di Finanza di Germàsino, sarà lo stesso Mussolini a sostenere in un colloquio col giovane brigadiere della GdF Giorgio Buffelli di avere rifiutato le continue offerte di espatrio arrivate dai vari gerarchi: “”E voi perché non avete cercato rifugio nella vicina Svizzera?”. “Ieri, mi dissero – affermò l’ex Duce – che avevo tre ore di tempo per andare in Svizzera, non accettai’’” (146). E sarà Castelli, in un’aspra polemica epistolare, a ribadire come la versione di Tarchi sia insostenibile, prima in maniera generica (147), in seguito con una raccomandata circostanziata:

A Menaggio Lei [Tarchi] transitò nella giornata del 26 e fu fermato, insieme al ministro Buffarini Guidi, al posto di blocco presso la galleria a sud del paese (verso Cadenabbia) da un mio sottufficiale (che esiste ancora). Le specifico che dal mattino del 26 tutto il paese era stato, per mio ordine, bloccato per misura di sicurezza. Per telefono mi fu comunicata la sosta sua e di Buffarini e la destinazione dichiarata (Porlezza Oria). Da me fu segnalata immediatamente al mio Comandante, avv. Porta, e da questi a Mussolini che, in mia presenza, alzò le spalle e ordinò di fare proseguire. E logicamente pura invenzione tutto quello che Lei racconta essere avvenuto in casa mia… Il trasferimento di Mussolini e dei Ministri a Gràndola nella giornata del 26 fu escogitato solo ed esclusivamente da me e dal Maggiore Comandante il Btg. Confinaria dislocato a Menaggio (Ufficiale che dal 25 era presso il Comando) ad evitare eventuali disturbi o danni alla Colonna ed al paese, specie dagli aerei del nemico, data la necessità della sosta (in attesa del ritorno di Pavolini con il grosso) per un periodo allora non stabilito. Quindi non è vero che Mussolini pensasse al passaggio (o “fuga” come le cronache “interessate” di massima raccontano) in Svizzera, per lo meno nel tempo in cui fu a Menaggio. In casa mia, durante le discussioni fra i Suoi Ministri ed il Suo Seguito, fu sempre contrario alla tesi del passaggio in Svizzera, avanzata solo da pochi. Dei presenti a quella riunione oltre al sottoscritto, vive ancora un altro testimone. Gràndola, quindi, non fu, come Lei ha raccontato una tappa verso la Svizzera, ma una provvisoria diversione, per le ragioni sopra scritte. È ora quindi di finirla di raccontare storie non vere!! (148).

Battaglia a seguito della quale l’ex ministro verrà zittito dalla segreteria del Movimento sociale italiano (149). Del resto, Tarchi stesso si era smentito da sé con le candide dichiarazioni rese il 26 aprile 1945 ai finanzieri che l’avevano preso a Porlezza: lui e Buffarini Guidi “non intendevano seguire Mussolini in Germania” (150). Sondato da chi scrive in anni recenti sull’eventualità per il duce di espatriare in Svizzera dalla zona di Gràndola in caso d’emergenza, Castelli ha ripetuto in modo energico:

Mussolini si è sempre ribellato a tale proposta. Un episodio a cui io ho assistito e che ricordo, è quando, a qualcuno che tira fuori ancora la faccenda Svizzera, risponde aggrappandosi ad un bracciolo del divano: “Ma non parlatemi più di Svizzera, sinché abbiamo forza! “… Il posto di Gràndola è il meno adatto per entrare in Svizzera perché c’è di mezzo la val Menaggio. Se avessero voluto entrare in Svizzera, avrebbero preso (guardando la Svizzera) sulla destra: ma la colonna Mussolini si è portata sulla sinistra, esattamente sotto il monte Calbiga, e quindi nel posto meno adatto. Per entrare in Svizzera, potevano appoggiarsi a Gottro, Carlazzo e la Valcavargna, località sotto la cresta di montagne che dividono dalla Svizzera l’Italia: Gràndola è sul lato opposto. In ore di tempo, a piedi (per me che sono conoscitore della zona perché vi sono nato), ci vogliono circa sei o sette ore (151).

Se dunque il duce non è mandante della spedizione Tarchi-Buffarini Guidi verso il confine svizzero a Oria, perché esce da Menaggio e si porta su quella strada? Il graduato Montermini assiste alla discussione in casa Castelli, cui il vicefederale partecipa solo in parte, occupato dall’arrivo di altri gerarchi da Como; pur convinto per errore che Mussolini “era l’unico in possesso di un’autorizzazione per entrare in territorio svizzero”, Montermini ribadisce come il duce abbia rifiutato le lusinghe soprattutto di Marcello Petacci, il più accanito sostenitore della fuga:

Essendo la mia curiosità troppo grande, e volendo sapere quello che si stava discutendo in questo gruppo di personalità, decisi di recarmi in cucina a pian terreno. Presi una camomilla che mi preparò una signora; salii per offrirla al ministro Zerbino, lì sentii che la discussione era imperniata sulla partenza per il confine svizzero, da parte del sig. Petacci, e il pericolo che avrebbe potuto incontrare il Duce da parte del sig. Bombacci. Di queste due tesi ebbe la meglio l’intervento del Duce, che aprendo la porta comparve in questa saletta dichiarando che non aveva nessuna intenzione di tradire il suo popolo. Nacque una grande discussione, il sig. Petacci continuava a scrutare la carta topografica segnando la strada che si doveva seguire per raggiungere il confine. Ma il Duce non era di questo parere. Lui non voleva fuggire in Svizzera come sarebbe stata l’intenzione di tanti. Se Mussolini avesse voluto scappare, io sono in grado di sapere che a pochi chilometri da Milano vi era un apparecchio, pronto per portarlo in Spagna. In più era l’unico in possesso di un’autorizzazione per entrare in territorio svizzero (152).

Nel clima d’incertezza su cosa fare, conosciuta in paese la presenza del duce, diventa urgente dislocare altrove l’ingombrante colonna. La responsabilità di aver instradato Mussolini alla casermetta di Gràndola verrà rivendicata a vent’anni di distanza da un altro reduce dell’epurazione, il maggiore Guido Fiaccarini, comandante del II battaglione della GNR Confinaria di Nobiallo di Menaggio, il quale con una lettera (“Menaggio: 26 aprile 1945. Mussolini non voleva espatriare in Svizzera”) pubblicata nel 1967 asserisce aver scelto una località dove il duce “avrebbe potuto attendere con una certa sicurezza gli sviluppi della situazione”:

Ricordo benissimo che venne chiesto il mio parere sulla situazione della zona e sulla consistenza delle bande partigiane. Carta topografica alla mano, illustrai la situazione e precisai che i partigiani, nel settore di Menaggio, erano praticamente inesistenti. Nel corso della mia esposizione mi capitò, ad un certo momento, di indicare i valichi di confine con la Svizzera che si aprivano a non molta distanza da Menaggio, ma Mussolini, lo ricorderò sempre, mi interruppe esclamando: “In Svizzera no, ci sono già stato in prigione una volta”: il che dimostra, in maniera inequivocabile, che il Duce, quella mattina del 26 aprile 1945, non aveva alcuna intenzione di rifugiarsi nella vicina Confederazione. E veniamo al successivo trasferimento a Grandola sul quale, da vent’anni, l’antifascismo specula sostenendo che Mussolini si recò in quella piccola località per essere più vicino al confine elvetico. Mentre ero in casa Castelli, dunque, venni avvicinato da Nicola Bombacci che mi disse: “Maggiore, bisogna cercare di mettere in salvo il Duce, per guadagnare tempo in attesa che si chiarisca la situazione”. Risposi che una buona soluzione poteva essere quella di isolare Mussolini dal suo seguito alloggiandolo nella caserma della Confinaria, a Grandola. Per attuare questo piano sarebbe stato necessario richiamare subito in sede la Compagnia mobile Confinaria che da due giorni, al comando del capitano Baviera, si trovava a Chiavenna per un ciclo operativo e che, nel periodo di riposo, era accasermata appunto a Gràndola. Si trattava di cento uomini, disciplinatissimi, molto bene addestrati e armati. Protetto dai miei confinari e dagli squadristi della Brigata nera locale, Mussolini avrebbe potuto attendere con una certa sicurezza gli sviluppi della situazione. Ma il Duce, in un primo momento, non fu del parere di separarsi dal suo seguito. Fu Bombacci a convincerlo, dicendogli, tra l’altro, che alcuni dei suoi ministri volevano tentare di raggiungere la Svizzera. Il Duce, allora, che non voleva saperne di espatriare, decise di trasferirsi altrove anche per lasciare i suoi collaboratori liberi di scegliere il proprio destino (153).

Versione coincidente con quanto ha da subito raccontato a Giuseppe Rocco, tenente della GNR di Sondrio, in carcere con lui: “Magg. Guido Fiaccarini- Comandante la GNR di frontiera di Menaggio, che ospitò il Duce ed un gruppo di ministri il giorno 26/4/45. Ricorda varie considerazioni fatte da Mussolini sui suggerimenti avanzati dalle persone che gli erano rimaste accanto in quelle ultime ore critiche, con obiezioni ai singoli che riteneva scossi dalla situazione incalzante. In risposta a sollecitazioni Fressanti che particolarmente gli rivolgeva Buffarini Guidi, dichiarò che non voleva assolutamente andare in Svizzera, perché conosceva troppo bene le prigioni svizzere” (154). Se si presta fede a tali ricostruzioni, la partenza da Menaggio si inquadra in un semplice espediente tattico.

Ma anche sulla sosta della colonna a Gràndola, nonostante alcune vicende siano note, si è continuato a trarre conclusioni arbitrarie. Si pretende che la località sia stata scelta dal federale di Como, Porta, perché vicina al confine di stato (155): Gràndola dista invece una ventina di chilometri in linea d’aria dalla frontiera, e parecchie ore di marcia su per montagne coperte di neve. Una storiografia a tesi, di chi non mai fatto sopralluoghi in zona, dà credito anche alle versioni interessate e inverosimili dell’ufficiale tedesco di scorta, il tenente delle ss Fritz Birzer, che parla di tentativi di fuga a piedi da “una casa a pochi metri dal confine svizzero” (così è scritto, ma diventerà in una seconda sua versione “a pochi chilometri dal confine svizzero”): forse per giustificarsi di aver abbandonato il duce nelle mani dei partigiani a Dongo il pomeriggio successivo, senza reagire (156).

“La macchina del duce”, dice Birzer, “svolta sulla sinistra, prende per una stradina, scompare”, e “Mussolini tenta una sortita da un’uscita laterale, ma vede le guardie delle ss e rientra”. Del tutto diverso il ricordo del brigadiere Boccadifuoco: “La proposta di salire a Gràndola, io penso che sia partita da Buffarini Guidi, il quale voleva forzare il passaggio per entrare in Svizzera. Perciò, arrivati a una caserma della Confinaria a Gràndola ci siamo fermati un’altra volta. Eravamo una colonna sola. Ci siamo fermati nella caserma della Confinaria: Mussolini è entrato, noi siamo rimasti fuori. Nel gruppo di Zerbino c’erano i ministri Liverani, Romano, Barracu, Mezzasoma con il maggiore Beltrami, ufficiale d’ordinanza di Liverani” (157). Nessun balzo in avanti di Mussolini, dunque Marcello Fabiani, ex questore di Bologna, quel pomeriggio aggregatosi alla colonna: “A Grandola la caserma non fu mai circondata dai tedeschi e nessuna mitragliatrice fu piazzata – Mussolini non tentò mai di abbandonare l’edificio” (158).

Ilario Guarneri, della lª (53ª) compagnia della GNR Confinaria di Gràndola e Uniti, è di guardia alla caserma: “La colonna arriva, vi sono dei tedeschi e ne scende Mussolini, il quale viene dentro l’atrio. Il maresciallo ordina: “Confinaria, attenti!”. I componenti della colonna hanno parlato con il maresciallo e poi noi abbiamo scaricato delle valigie e le abbiamo poste nell’atrio. A mezzogiorno abbiamo preparato da mangiare”; e a proposito del preteso tentativo dei neofascisti di separarsi dalla scorta tedesca salendo di nascosto a Gràndola: “La colonna è arrivata tutta in blocco, con un arrivo simultaneo dei diversi componenti. Dopo, solo dopo alcuni ministri hanno tentato di arrivare alla frontiera passando per Porlezza”. Sulla “missione” di Buffarini e Tarchi: “Sono ripartiti in auto, ma non tutti: sono ripartiti solo una parte. Evidentemente sono andati a constatare se potessero passare la frontiera con la Svizzera”.

Quanto alla “vicinanza” della frontiera col Canton Ticino: “Il confine è un bel po’ lontano. Bisogna raggiungere Porlezza, e da Porlezza andare a San Mamete e Oria. Poi, a piedi, neanche per la montagna era facile: chi andava a Cavargna a piedi? E dovevano andare a Cavargna per entrare in Svizzera. Oppure dovevano salire dal costone opposto, ma da quella parte è ancora più difficile salire la montagna”. Infine, sull’atteggiamento di Mussolini in quelle ore: “Sembrava tranquillo. Tant’è vero che a me ha fatto una carezza e ha detto: “Ragazzo mio ora la ruota della sorte gira così: noi la faremo girare nell’altro senso”” (159). Fra altre testimonianze che lasciano escludere l’andata a Gràndola quale primo passo dell’”espatrio clandestino” del duce, quella indiretta di Vittoria Baviera, moglie del comandante del presidio di Gràndola: “Una donna diceva: “Duce, perché non andate in Svizzera? La strada è aperta”, e Mussolini ripeté proprio queste testuali parole: “Non voglio essere lo zimbello del mondo!”” (160).

Si può tornare a Feliciani, il capitano dei bersaglieri con il quale si è aperto questo articolo: “Buffarini Guidi aveva detto al duce: “Io vorrei veramente andare a sentire quelli che sono gli ordini dei gendarmi svizzeri”. A lui si affiancò Tarchi dicendo “vengo anch’io”, e con Tarchi andò anche Fabiani, cavo di gabinetto di Buffarini Guidi”, ha ripetuto (161). Fabiani scriverà poi di Buffarini: “Giuro che il suo fu un sacrificio cosciente nel tentativo di aprire la strada alla salvezza del suo Duce” (162). Nel 1950, descrivendo le proposte di fuga fatte da altri del seguito – Fernando Crociani, segretario di Mezzasoma, e i ministri dei Lavori pubblici, Ruggero Romano, e delle Comunicazioni, Augusto Liverani -, Feliciani aveva riferito come Mussolini avesse espresso contrarietà quasi sprezzante all’unica soluzione possibile; cioè forzare uno dei posti di frontiera elvetici della zona, in mancanza dell’autorizzazione a un espatrio legale, simulando un incidente di carattere bellico per invocare le norme internazionali sull’internamento dei militari in paese neutrale ai sensi della convenzione dell’Aja del 1907:

Ogni tanto qualche ministro si avvicinava al Duce per cercare di indurlo ad adottare qualche decisione. Si parlò ancora di Svizzera. Perfino Crociani, propose di entrarci con uno stratagemma. Far finta cioè di essere inseguiti da partigiani: in tal caso, diceva il Crociani, non possono non darci asilo. Liverani e Romano dissero al Duce: “Duce, anche in un campo d’internamento in Svizzera voi potrete seguire la situazione internazionale nella sua inevitabile corsa verso l attrito tra americani e russi ed intervenire tempestivamente con il vostro genio politico”. Il Duce in un primo tempo rispose: “Non vorrei che dovessimo pagar caro questo desiderio della Svizzera nella inazione e nella desolazione di un campo di internamento”. E poiché si insisteva con questa possibilità di una Svizzera, come tempo di attesa per nuovi immancabili eventi sulla scena internazionale, il Duce che si era seduto su una panchina, si alzò di scatto dicendo: “Non comprendete che è tutto finito? Ognuno deve pensare oramai ai suoi casi, ed io ai miei” (163).

All’ennesimo rifiuto del duce, tutti devono rassegnarsi. Nella tarda serata di quel 26 aprile 1945 la colonna Mussolini discende a Menaggio, dove Castelli sta facendo confluire i presìdi locali della XI Brigata Nera. Il giorno dopo, 27 aprile, all’alba, raggiunta da una colonna tedesca in ritirata, si accoda e parte con destinazione Merano, attraversando Nobiallo, Santa Maria Rezzonico, Pianello del Lario, Dongo…

Una (possibile) interpretazione

La sera del 25 aprile 1945 Mussolini lascia Milano, dove si era trasferito il 18 convinto con tutta probabilità di poter trattare con la controparte un accordo di resa a condizione. Fallite tutte le mediazioni – peraltro confuse, e spesso interessate – a causa del crollo del fronte italiano e germanico in Italia, come pure nel Reich, abbandona il capoluogo ambrosiano e raggiunge Como dove da mesi ha stabilito di ripiegare quale località più favorevole per difendersi, trattare con emissari inglesi o raggiungere il debole ridotto della Valtellina, in attesa degli Alleati cui consegnarsi. “Depotenziata” in una certa misura l’insurrezione nazionale con la mancata difesa di Milano, sfuggito infine al soffocante controllo nazista sulla sua persona e sui suoi atti poiché i tedeschi stessi stanno firmando la resa delle forze in Italia, il duce non sembra avere altro scopo che attendere gli sviluppi della situazione per arrendersi: subito dopo, però, la cessazione delle ostilità da parte germanica non tollerando un secondo “Badoglio-Waffenstillstand”.

La vicinanza della frontiera con la Confederazione elvetica suscita allora nel seguito del duce l’attrattiva dell’espatrio palese o clandestino; e quindi nella storiografia successiva interrogativi, in parte irrisolti, sulla sincerità dei suoi propositi di non considerare la fuga in Svizzera. I documenti ufficiali della Confederazione stessa provano che nel settembre 1944, momento della crisi del fronte italiano, Mussolini ha fatto domandare asilo per i suoi famigliari e per quelli dei gerarchi più in vista, assicurando di volersi consegnare “agli inglesi e agli americani che sono dei gentlemen”; ha ordinato di predisporre il ripiegamento in Valtellina; ha respinto qualunque piano di salvaguardia personale. Non vi sono motivi di credere che nell’aprire 1945 la dinamica si sia svolta in modo differente: un appunto della legazione svizzera in Roma assicura il 1° maggio 1945 che “nessuna domanda d’asilo è stata presentata a favore di Mussolini” (164); il ridotto valtellinese è di continuo indicato quale mèta del ripiegamento, salvo la resa a Como in caso di crollo del Reich – ciò che renderebbe nulla l’”alleanza” formale fra i due governi togliendo la RSI dall’impaccio; il duce ha sempre rifiutato le offerte di espatrio, in particolare verso la Spagna neutrale o altrove.

Sui pretesi tentativi di “passaggio clandestino” del confine italo-svizzero fra Como, Menaggio o Gràndola, protagonisti e testimoni occasionali delle due giornate 25-26 aprile concordano nell’escludere che Mussolini abbia tentato di espatriare. In effetti, la sosta a Como anziché prolungata diventa in poche ore momentanea: le massime autorità, dal capo della provincia al questore, dal comandante provinciale della GNR a quello del distretto concorrono nel rappresentare la città come luogo indifendibile, esposto all’attacco aereo dei nemici e all’assalto dei partigiani; e solo il commissario federale e ispettore regionale del PFR mantiene i nervi saldi, o almeno non segue gli altri sulla via della resa – comprensibile peraltro, causa il crollo psicologico prima che militare della difesa, ora individuale: un tema sul quale converrà in futuro soffermarsi, per documentare ora per ora lo sfaldamento di reparti ancora in apparenza compatti e combattivi. È così il commissario federale di Como a suggerire una località di sfollamento, Menaggio, dove fermarsi; ed è il locale comandante della Confinaria a consigliare Gràndola quale ulteriore posto di tappa, se si vuole credere alle testimonianze – certo unilaterali – sulle ultime fasi del ripiegamento della colonna.

Man mano che questa risale il lago, mentre le strade si fanno minacciose e le sensazioni di isolamento e pericolo si intensificano, il seguito di Mussolini – ministri, funzionari, autisti, agenti, civili, attendenti con donne e bambini – si fa più nervoso. Chi già a Como aveva premuto per l’espatrio, credendo si andasse in Svizzera sin dall’inizio, insiste con maggiore energia; qualcuno si dà alla macchia in modo discreto, qualcun altro taglia la corda con i pretesti più vari. Ha scritto il brigadiere Montermini: “la colonna nel trascorrere il percorso Milano – Menaggio aveva dato modo di seminare tutti i timidi e timorosi” poiché “molti di quegli entusiasti che vollero seguire il Duce se la davano a gambe come un gregge di pecore spaventate da un branco di lupi, e non rimanemmo che pochi fedeli” (165). Molti vorrebbero fosse il duce a dare il “si salvi chi può”, per non sfigurare dopo aver proclamato lealtà sino alla morte. Il momento cruciale è il pomeriggio del 26, a Gràndola, località nella quale sono sfollati parenti di gerarchi, magistrati a riposo, pezzi grossi della repubblica di Salò. La tentazione di trovare rifugio in casa loro o di aspettare il momento buono per varcare la rete di confine è palpabile.

Però, ostinato, Mussolini si oppone. Non è possibile sintonizzarsi del tutto con le sue idee rivelate a sprazzi da gesti e parole raccolti dai pochi presenti, si può ritenere tuttavia abbia persistito nel proposito espresso ancora il 25 aprile a Milano: “Ho risposto che non vado in Svizzera”.

NOTE1) E. Arosio-R. Dl CARO, In nome del Duce per una bella morte. A tavola con il Duce, in “L’Espresso”, XLI (1995), n. 16/17, pp. 30-3, qui p. 33.2) Archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera, 29.XI.50.3) La bibliografia, ampia, è in gran parte divulgativa e insoddisfacente nelle interpretazioni, tra le pubblicazioni più serie si contano: F. BANDINI, Le ultime 95 ore di Mussolini, Milano, 1968; F. ANDRIOLA, Appuntamento sul lago. L’ultimo piano di Benito Mussolini Milano, 1990; A. ZANELLA, L’ora di Dongo, Milano, 1993. Per una sintesi ci si permette rimandare a: M. VIGANO, Svizzera ultima illusione. I gerarchi neofascisti e l’asilo nella Confederazione elvetica (settembre 1944-aprile 1945), in Italia e Svizzera 1943/45: relazioni diplomatiche, emigrazione politica, rapporti culturali, Atti del Convegno Internazionale di Studi Roma, 8 maggio 1995, a cura di D. Chesten, Roma, 1996, pp. 41-80.4) Tesi avvalorata con pervicacia e mancanza di acribia degna di miglior causa da Gianfranco Bianchi, il che non torna a suo onore di comasco, studioso di meticolosità altrimenti ossessiva, contemporaneo e in minima parte testimone delle indagini sugli avvenimenti: G. BIANCHl-F. MEZZETTI, Mussolini Aprile ‘45: I’epilogo, Milano, 1985.5) “Evidentemente, in quel momento, egli pensava al “ridotto” della Valtellina ed anche la sua partenza da Como, la mattina del 27 [sic], avvenne con l’intento di proseguire in quella direzione”: F. CATALANO, L’ltalia dalla dittatura alla democrazia 1919/1948, Milano, 1972, voll. 2, vol. II, p. 169, e in un recente studio: “altri suoi seguaci (il segretario Pavolini prima di tutti) propongono a Mussolini un’ultima difesa militare dei fascisti in un Ridotto armato repubblicano, che avrebbe dovuto essere costituito in Valtellina. Ed era forse proprio verso questo ridotto – peraltro inesistente – che si stava avviando Mussolini il 28 [sic] aprile 1945, dopo aver visto fallire i tentativi di mediazione per una resa concordata tramite il cardinale arcivescovo di Milano, Schuster”: L. GANANNI, La repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici gli amministratori, i socializzatori, Milano,1999, p.16.6) Archivio di Stato, Como, fondo Gabinetto di Prefettura 1943/45 u.v.1944/45, Celio, b. l, cat. XII, f. XIV (Varia). Segnalazione al Capo della Provincia, Como, 7 settembre 19i4 XXII.7) National Archives, Washington, Italian Collection, nn. 000955-000956. Appunto per sua eccellenza Rahn P. Civ. 305, 17 settembre 1944 XXII.8) Per un inquadramento della questione Valtellina e i progetti succedutisi nei mesi fra inverno 1944 e primavera 1945: A. BONINO, Mussolini da Gargnano a Dongo, in “Tempo”, XII (1950), n. 9, pp. 9-12, n. 10, pp. 33-5, n. 11, pp. 24-5, n. 12, pp. 16-7, ora in A. BONlNO, Mussolini mi ha detto. Memorie del vicesegretario del Partito fascista repubblicano 1944/1945, riedizione a cura di M. Viganò, Roma, 1995, pp. 239-71; A. M. FORTUNA, Incontro all’arcivescovado, Firenze, 1971, pp. 87-119; B. SPAMPANATO, Contromemoriale, Roma, 1974, voll. 6, vol. V, pp. 1394-5; M. FINl-F. GIANNANTONI, La Resistenza più lunga. Lotta partigiana e difesa degli impianti idroelettrici in Valtellina 1943-1945, Milano, 1984, voll. 2, vol. I, pp. 288-97; P. ROMUALDI, Fascismo repubblicano, a cura di M. Viganò, Milano, 1992, pp. 127-31; G. Rocco, Com’era rossa la mia valle. Una storia di antiresistenza in Valtellina, Milano, 1992; V. COSTA, L’ultimo federale. Memorie della guerra civile 1943-1945, Bologna, 1997, pp. 161-4; A. GAROBBIO, A colloquio con il Duce, a cura di M. Viganò, Milano, 1998, pp. 159-63; A. ROSSI, Fascisti toscani nella repubblica di Salò 1943-1945, Pisa, 2000, pp. 109-39.9) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (E) 2 Bd. 592 I f. C.43.J.111.1-9. Notiz uber den Besuch von Herrn Toti-Lombardozzi bei Herrn Kohli, 18.september, 14 Uhr 15 [traduzione dal tedesco]. 10) Archivio privato Bruno Kiniger (Firenze). Da S.E. Tamburini, s.d. [circa 1950].11) F. FRANCHI, Le costituzioni della Repubblica Sociale Italiana. Vittorio Rolandi Ricci il “Socrate” di Mussolini, Milano, 1987.12) R. BROGGINI, Terra d’asilo. I rifugiati italiani in Svizzera 1943-1945, Lugano e Bologna, 1993, R. BROGGINI, La frontiera della speranza. Gli ebrei dall’ltalia verso la Svizzera 1943-45, Milano, 1998.13) S. SETTA, Profughi di lusso. Industriali e manager di Stato dal fascismo alla epurazione mancata, Milano, 1993.14) R. BROGGINI, La “famiglia Mussolini”. I colloqui di Edda Ciano con lo psichiatra svizzero Repond (1944/1945), in “Italia contemporanea”, 1996, n. 203, pp. 333-61.15) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E2001 (E) 2 Bd.592 If.C.43.J.111.1-9. Notiz uber den Besuch von Herrn Toti-Lombardozzi bei Herrn Kohli, 21.9 16.00 [dal tedesco].16) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E2001 2 Bd.592 If.C.43.J.111.1-9. Notiz. 23.9.1944 [dal tedesco].I7) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E2001 (E) 2 Bd.592 If.C.43.J.111.1-9. Telephon Herr Dr. Hess, im Auftrag von Herrn Legationsrat Kohli, Abteilung fur Auswartiges, Bern 23.9.1944, 9 Uhr 15 [dal tedesco].18) C. LUDWIG, La politique pratiquée par la Suisse à l’égard des réfugiés au cours des années 1933 à 1955. Rapport adressé au Conseil fédéral à l’intention des conseils législatifs, Berne, 1957, p. 300 [dal francese].19) “Sulla stampa svizzera si va agitando in questi giorni il problema dell’asilo agli stranieri. Unanimemente vien sottolineato il principio che quando si parla di diritto di asilo, si deve intendere di parlare del diritto dello stato sovrano a concedere l’asilo e non di un diritto dell’individuo straniero a ricevere asilo. E anche unanime è l’affermazione che, ciò premesso, essendo stato affermato in un atto del Consiglio Federale del luglio scorso il principio che va rifiutato l’asilo agli stranieri che ne sembrino indegni a causa di azioni riprovevoli o per il loro atteggiamento contrario o pericoloso al Paese, va ora fatta la discriminazione “fra infelici ed odiosi”. Attualmente sono soprattutto gli odiosi e gli odiati che cercano asilo” afferma il Corriere del Ticino, che auspica una severa ed attenta differenziazione di trattamento diretta ad accogliere gli “infelici” e a respingere gli “odiosi”: Archivio storico-diplomatico del ministero degli Affari esteri, Affari politici 1931/45, Svizzera, b. 31, f. 2 (Miscellanea) DOS. 53. Telespresso n. 80/37. Oggetto: diritto d’asilo. Zurigo 21 settemhre 1944.XXII°.20) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (E) 2 b.592 I f. C.43.J.111.1 -9. Notice. Entretien de Monsieur Kohli avec M. Toti le 6 octobre 1944 à 14h30, Berne, le 6.10.1944 [dal francese].21) Il delegato commerciale svizzero presso il governo della RSI, Max Troendle, testimonia in proposito: “Ricordo unicamente che Mazzolini, ad un certo momento, mi ha mostrato un elenco di personalità (questo nelle ultime settimane), e mi ha detto che non c’era via per cui la situazione andasse bene, per cui si prospettava la situazione dei familiari dei ministri della RSI. Mi chiedeva: “Vorrei sapere se, in caso di necessità, i familiari possono rifugiarsi in Svizzera”. Mi ha consegnato l’elenco: il primo nome che c’era sull’elenco era quello di Roberto Farinacci! Quel Farinacci che per tutto il tempo aveva bestemmiato sulla Svizzera, come giornalista di “Regime Fascista”! Allora, io ho risposto a Mazzolini: “Senta, non mi sembra che fosse il caso di aprire il suo elenco con il nome di Farinacci: poteva metterne un altro!”. Ho preso quell’elenco, e ho precisato: “Non c’è nessun obbligo da parte svizzera, e tutto dipende dalla situazione, una volta giunto il momento. Non c’è alcuna assicurazione: può darsi di sì, può darsi di no”. Infatti, io ho sottoposto quell’elenco a Berna, senza alcuna proposizione ma solo scrivendo quanto avevo risposto a Mazzolini”, e ancora: “Qualcuno ha scritto di aver avuto l’impressione che io avessi lasciato credere che vi fosse una speranza: io non ho mai dato una speranza. Io ho detto: “Prendo l’elenco ad referendum“, aggiungendo che non mi pareva molto facile l’accoglimento”: testimonianza all’autore di Max Troendle Rukavina (n. Basilea 15/1/1905), Munsingen, 12 agosto 1990.22) A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli, Torino, 1993 e Bologna, 1995, p. l24 [8 aprile, domenica – Lugano].23) LUDWIG, La politique pratiquée par la Suisse à l’égard des réfugiés au cours des années 1933 à 1955, cit., pp. 298-9 [dal francese].24) Rothmund scrive difatti a von Steiger: “Se un giorno il signor Mussolini si dovesse trovare nella necessità di domandare asilo all’estero, ciò accadrebbe presumibilmente nel momento in cui la situazione nell’Italia settentrionale dovesse precipitare e le condizioni cambierebbero perciò di ora in ora. All’occorrenza sarebbe possibile e fattibile un respingimento, per quanto potesse venir applicato, se eseguito immediatamente dopo il passaggio della frontiera. Potrà invece non essere forse più praticabile il giorno dopo. Sono perciò dell’avviso che si dovrebbe già oggi analizzare in linea di principio la questione di un possibile accoglimento o respingimento del signor Mussolini e prevedere, oppure addirittura stabilire la decisione del Consiglio Federale, necessaria in ogni caso. D’altra parte non è consueto in questi casi adottare decisioni per situazioni di fatto che ancora non si sono verificate, e probabilmente pure non si verificheranno mai. La decisione su un possibile accoglimento del signor Mussolini potrà tuttavia, come già detto, dover essere adottata presumibilmente con grande rapidità, quando dovesse in pratica trovarsi all’ordine del giorno, e qui avrà pure straordinaria importanza l’atteggiamento della Svizzera in politica estera. […] Sulla questione concreta se al signor Mussolini debba essere garantito l’asilo oppure no, non desidero da parte mia prendere posizione, perché si tratta d’una questione d’alta politica, della cui valutazione non mi considero competente”: Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (D) 3 Bd. 270 I f. B.41.21J. Der Chef der Polizeiabteilung im eidgenossischen Justiz-& Polizeidepartment, Bern, den 5. Juli 1944 [dal tedesco].25) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2400 Mailand 6. Consulat Général de Suisse à Milan. Aperçu très sommaire de quatre années et plus de gestion Mai 1942-Juin 1946 [dal francese].26) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (D) 3 Bd. 270 I f. B.41.21.J. Consolato Generale di Svizzera. Strictement confidentielle, Milano, ler Septembre 1944 [dal francese].27) Così ora Ulrico Hoepli, figlio di Carlo: “Mussolini gli ha mandato un motociclista, che un giorno è arrivato con una lettera intestata al “Grand’ufficiale Carlo Hoepli” e nella quale di suo pugno aveva scritto: “Caro editore, vogliate venire da me al più presto”. E qui c’è un mio ricordo che è un po’ vago, perché ho l’impressione che mio padre sia andato a Gargnano con la nostra macchina privata, non con quella del capo del governo, perché c’era il rischio di essere presi dai partigiani se sapevano che uno andava dal duce. Insomma, mio padre è stato convocato con quelle due righe – non si poteva fare per telefono – e sulla stessa lettera mio padre ha scritto: “Verrò dopodomani, giorno tale…”. L’ha riconsegnata al motociclista che la ha chiusa e l’ha riportata a Gargnano. Mio padre è partito con il nostro autista, Ernesto Monti, è stato ricevuto da Mussolini, si sono fermati una mezz’ora. Quando è tornato gli ho chiesto: “Papà, allora, com’è andata?”, e lui mi ha risposto in francese – parlavamo sempre in francese in casa – “C’etait un pauvre petit diable!“, “Mussolini è un povero diavolo…”. Ossia ha avuto l’impressione che Mussolini fosse un uomo depresso. Indubbiamente dover chiedere a uno straniero, non fascista e che non fa parte nemmeno dell’entourage, è umiliante…”: testimonianza all’autore di Ulrico Hoepli (n. Milano 31/8/1906), Milano, 16 febbraio 1996.28) Registra nelle sue memorie un testimone occasionale: “L’usciere chiama Hoepli: odo sul soffitto i passi di quando entra e di quando esce dallo studio del duce; si ferma per quasi mezz’ora”: GAROBBIO, A colloquio con il Duce, cit., p. 157.29) Il dispaccio menziona formulari a nome dei seguenti richiedenti asilo: “I) Donna Rachele, con i figli Romano e Annamaria, 2) Mussolini Silvia, moglie di Vito Mussolini, figlio del defunto Arnaldo Mussolini, fratello del Duce; 3) Teodorani Rosa, sorella di Vito Mussolini, figlia del defunto Arnaldo Mussolini, sposata Teodorani (il marito vive ancora e si trova in Italia); 4) Mussolini Orsola, nata Buvoli, moglie di Vittorio Mussolini; 5) Mussolini Romano, figlio del Duce (già inscritto nella domanda della madre) – 6) Mussolini Anna Maria figlia del Duce (già inscritta nella domanda della madre). E la figlia del Duce che è stata a suo tempo colpita da paralisi infantile; 7) Tassinari Teresita, cognata di Vittorio Mussolini, cioè sorella della moglie di quest’ultimo; 8) Mussolini Gina, vedova di Bruno Mussolini; 9) Musti de Gennaro Fiorella (quest’ultima è stata indicata da Vittorio Mussolini semplicemente come amica di famiglia)”: Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (D) 3 Bd.270 I f. B.41.21J. Consolato Generale di Svizzera. Confidentiel, Milano, li 5 Octobre 1944 [dal francese].30) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 4001 (C) I Bd.284 f. B.41.21.J. Département Politique fédéral, Berne, le 20 octobre 1944 [dal francese].31) “Sabato scorso – esattamente nell’anniversario della marcia su Roma – il signor Vittorio Mussolini è venuto a rendermi visita. Ho profittato allora dell’occasione per informarlo sul contenuto della vostra lettera e di rendergli i formulari. II sunnominato mi ha tuttavia fatto osservare che, nelle condizioni attuali, non è facile per lui e per i membri della sua famiglia tenere dei formulari pronti a disposizione, e mi ha pregato di ritornarli a Berna e lasciarli in deposito presso le autorità competenti. Non ho creduto di rifiutare questa proposta, e ho aggiunto che tenterò di ritornare i formulari a Berna, pregando le mie autorità di tenerli in sospeso sino al giorno in cui gli interessati, per l’intermediazione di questo Consolato o d’un altro, avessero domandato d’esaminare il loro caso, indicando pure il luogo ove gli interessati desiderassero eventualmente soggiornare in Svizzera. Credo di conseguenza che non vedrete inconvenienti ad aderire a questa richiesta, soprattutto sul fatto che il signor Vittorio Mussolini ha avanzato una nuova domanda. Questa concerne specialmente sua sorella Anna Maria, che, secondo sue affermazioni, soffre ancora di paralisi infantile ed è obbligata a portare delle protesi ed anche un busto per potersi sostenere. In queste condizioni, la famiglia Mussolini amerebbe poter sin d’ora collocare la figlia in un collegio della Svizzera francese (Vaud o Neuchatel) dove potrebbe esser curata anche la sua malattia. Donna Rachele accompagnerebbe la figlia nel luogo indicato, facendo beninteso ritorno in Italia. Si tratterebbe di conseguenza di fornire a Donna Rachele Mussolini un visto d’entrata e d’uscita, così come per la figlia Anna Maria entrerebbe in linea di considerazione un permesso di soggiorno illimitato. Non è il caso di dire che Donna Rachele avrebbe il ritorno in Italia assicurato in ogni caso e che s’impegnerebbe senz’altro a non rimanere in Svizzera per il momento. Il signor Vittorio Mussolini, dietro mia domanda, non è stato in grado di indicarmi il luogo preciso e si è limitato a dire che suo padre darebbe preferenza a un cantone romano, intendendo soprattutto il cantone di Neuchatel”: Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (D) 3 Bd. 270 I f. B.41.21.J. Consolato Generale di Svizzera. Confidentiel, Milano, li 30 Octobre 1944 [dal francese].32) “Signor Ministro, mi riferisco con la presente alla mia lettera del 3 gennaio di quest’anno, concernente la domanda d’entrata in Svizzera, presentata da Donna Rachele Mussolini e da sua figlia Anna Maria, lettera che ancor oggi è rimasta senza risposta da parte vostra. In occasione del mio ultimo soggiorno a Berna, non ho mancato d’intrattenermi in proposito, e per tutta risposta ci si è limitati a dirmi che il caso era stato trasmesso al Capo della polizia federale degli stranieri. Mi permetto in proposito di ricordarvi che già l’autunno dell’anno passato il caso era stato deciso favorevolmente, se non mi sbaglio, dal Consiglio Federale stesso, che, in linea di principio, aveva autorizzato l’entrata in Svizzera di Donna Rachele Mussolini, i suoi due figli minori ed anche della vedova di Bruno Mussolini. Non comprendo perché il caso debba essere stato sottoposto di nuovo alla polizia federale degli stranieri, soprattutto perché si tratta unicamente dell’entrata in Svizzera della figlia Anna Maria. Donna Rachele non farebbe altro che accompagnare la figlia e ritornare m Italia. Nel caso in cui l’autorizzazione per Donna Rachele non potesse essere accordata, sarebbe eventualmente sufficiente autorizzare la figlia Anna Maria, che potrebbe eventualmente essere accolta alla frontiera ed accompagnata nel luogo di soggiorno da una persona di fiducia, residente in Svizzera. In ogni caso vi sarei vivamente riconoscente di voler esaminare il caso il più presto possibile e di darmi la vostra risposta, al fine di mettermi nelle condizioni di dar conoscenza agli interessati della vostra decisione”: Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (D) 3 Bd. 270 I f. B.41.21J. Consolato Generale di Svizzera, Como, li 20 Février 1945 [dal francese, il corsivo sottolineato nelI’originale].33) “Signor Ministro, ho l’onore di riferirmi alla mia lettera del 20 febbraio scorso, concernente la domanda d’entrata presentata da Donna Rachele Mussolini e dalla figlia Anna Maria. Non è certamente necessario che vi ripeta quanto ho avuto l’onore di scrivervi e dire personalmente a Berna in occasione del mio ultimo soggiorno. Constato solamente che al momento in cui siamo, malgrado tutte le assicurazioni che mi sono state date dal Capo della Polizia federale degli stranieri, signor Baechtold, il caso non è stato ancora deciso. Circa 15 giorni fa il Capo della Polizia federale degli stranieri mi aveva assicurato nel modo più preciso che una decisione sarebbe stata presa a breve termine. Malgrado ciò, e malgrado reiterate domande da parte mia, nessuna decisione è stata presa. Comprenderete facilmente che mi trovo in una situazione molto imbarazzante riguardo gli interessati, ai quali davvero non so più cosa dire, soprattutto dal momento che, valendomi delle assicurazioni che mi sono state date, ho lasciato loro sperare che una decisione sarebbe intervenuta a breve scadenza. Non comprendo davvero che in un caso simile si possa lasciare andar le cose a tal punto, e mi permetto di protestare vivamente, dal momento che è inammissibile che si obblighi un capo d’ufficio consolare a far la figura di persona incapace e assolutamente incompetente. La cosa non avrebbe certamente dovuto incontrare grandi difficoltà, dopo che una decisione in linea di principio era stata presa già dal Consiglio Federale, e soprattutto il fatto che nel caso particolare, gli interessati hanno lasciato libere le autorità svizzere di polizia di fissare da sé il luogo di soggiorno della giovane. Vi prego di conseguenza, signor Ministro, di voler intervenire energicamente presso il Capo della Polizia per provocare finalmente una decisione”, con a margine un appunto: “Signor Wagnière. Comprendo l’imbarazzo del signor Brenni. Perché ha domandato, dal momento che il caso non è stato deciso in linea di principio?”: Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (D) 3 Bd. 270 I f. B.41.21.J. Consolato Generale di Svizzera. Confidentiel, Como, li 17 Mars 1945 [dal francese, il corsivo è sottolineato nell’originale].34) Per tutti: E. BONJOIJK, Geschichte der Schweizerischen Neutralitat. VierJahrhunderte eidgenossischer Aussentpolitik. Band Vl 1939-1945, Basel, 1970, p.288.35) A. MELLINI PONCE DE LEON, Guerra diplomatica a Salò, Bologna, 1950, pp.139 e 145, 16 e 20 aprile 1945.36) Testimonianza all’autore di Max Troendle Rukavina, cit.37) Testimonianza all’autore di Piero Parini (n. Milano 13/11/1894-m. Atene 23/5/1993), Milano, 24 settembre 1988.38) GAROBBIO, A colloquio con il Duce, cit., pp. 238-9, e in una testimonianza: “Nel colloquio del 14 aprile 1945, I’ultimo che ebbi a Gargnano, il Duce, specificando i particolari dello spostamento, mi disse che il ridotto valtellinese del quale avevamo parlato nell’agosto del precedente anno (udienza 29 agosto) era imminente – aggiunse che in un primo tempo egli si sarebbe trasferito a Milano; mi precisò che il delegato svizzero si era lamentato perché si creava un ridotto ai confini della Svizzera (“faremmo proprio a meno di tanta vicinanza” aggiunse) e che aveva dichiarato che in caso di necessità la Svizzera avrebbe aperto le barriere ai fascisti così come le aveva aperte nel 1943 dopo l’armistizio, come si vedeva da una fotografia del valico di Chiasso, pubblicata da un settimanale. Ricordo le precise parole: “Ci credete voi? “. Silenzio da parte mia. “Io no! ” esclamò deciso e proseguendo: “gli svizzeri corrono sempre in aiuto del vincitore””: lettera all’autore, Milano, 28 agosto 1990.39) Testimonianza all’autore di Carlo Greppi di Bussèro (n. Milano 18/3/1907-m. Mosino 31/8/1993), Milano, 13 dicembre 1989.40) “”Mi avete parlato dell’intenzione tedesca di invadere i Grigioni per collegare Valtellina ed Alto Adige con il ridotto bavarese-tirolese”: gli porgo una carta geografica ed alcuni appunti che la commentano. “Siete del parere che non sia possibile entrare nei Grigioni?”. “No, con le forze che dispongono”. “Incanaleranno una parte delle truppe in Valtellina”. “”Si tratta di truppe in ritirata da settentrione sarebbe senz’altro più facile, non c’è il muro della Maloggia e della Bernina, e non ci sono le fortificazioni che gli svizzeri hanno costruito contro l’Italia. Ci sono poi i problemi dei viveri, dei rifornimenti; conoscete i dati sulla situazione alimentare…”. Il duce prende appunti e carta geografica e li infila in una delle cartelle alla sua destra. “”Siamo lontani dalla Blitzkrieg di un tempo”, proseguo, “attaccando potrebbero dar modo agli svizzeri, con una frontiera insostenibile dal Mottarone al Legnone – tale è il giudizio del maresciallo Cadorna, ma non lo specifico – e con l’aiuto immediato degli invasori, di spingersi sino a Milano.””: GAROBBIO, A colloquio con il Duce, cit., p. 248.41) Archivio del Civico Museo del Risorgimento e di Storia contemporanea, Milano, documento n. 49.883. Autopsia di Benito Mussolini eseguita dal dottor Pierluigi Cova, Milano, 30 aprile 1945, e: P. COVA, Un medico nell’anno primo della liberazione. “Quella divisa grigio-verde sporca di sangue”, in “Corriere della Sera”, CXIX, sabato 24 settembre 1994, n. 227, p. 31.42) E. ROSASPINA, Benito e Claretta. Passaporto per la salvezza. Salvacondotto spagnolo nelle tasche del duce. Era intestato ad Alonso e Isabella, in “Corriere della Sera”, CXIX, sabato 24 settembre 1994, n. 227, p. 31.43) Per Silvio Bertoldi: “Un salvacondotto spagnolo in tasca a Mussolini? E una novità. Ritengo più probabile che a utilizzarlo dovessero essere Claretta e il fratello. Mussolini voleva che tutta la famiglia Petacci riparasse in Spagna, ma Claretta rifiutò, come noto, per restargli vicina. Non volle imbarcarsi sull’aereo in partenza da Ghedi e lo raggiunse a Menaggio. Forse aveva lei, inizialmente, in tasca quel salvacondotto. E nella notte che passarono insieme, dopo essere stati catturati dai partigiani, Claretta passò il documento a Mussolini”: ROSASPINA, Benito e Claretta. Passaporto per la salvezza, cit.44) Nel dispaccio del console: “Per ultimo arriva il vero motivo della mia chiamata. Mi dice il Duce: devo chiederle un favore; alcuni giorni fa è partita per la Spagna una commissione presieduta dal sig. Bianchi per risolvere questioni relative alla cinematografia; non ho notizie se sono arrivati o se gli è accaduto qualche incidente nel viaggio attraverso la Francia. Gradirei che si interessasse se sono già entrati in Spagna. Effettivamente ho concesso questi visti per un mese ai membri della commissione, per avermelo chiesto con nota firmata e per telefono con la più grande insistenza il sottosegretario del ministero della Cultura popolare, conte Manzoni […] Risulta che le due signore che figurano come spose dei detti Bianchi e Mancini, non sono tali ma le famose sorelle Petacci, che han preferito lasciare qui Mussolini. Vostra eccellenza ricorderà quanto si è parlato delle relazioni illecite che questi teneva con queste due sorelle intriganti e ambiziose e gli scandali ai quali ha dato luogo questo fatto. Una indiscrezione della ragazza che le accompagna nel viaggio mi ha aiutato a provarlo”: Personal y reservada, Milan, 8 de Julio de 1944, in: A. ZAMBARBIERI, La repubblica di Salò e Mussolini visti da un osservatore spagnolo, in “Humanitas”, XXXVII (1982), n. 2, pp. 288-4, qui p. 290 [dallo spagnolo], e: X. TUSELL – G. GARCIA QUEIPO DE LLANO, Franco y Mussolini La política espanola durante la segunda guerra mundial, Barcelona, 1985, p. 276.45) “Che non ci fosse clima di trattative a Gargnano lo dimostrano anche le preoccupazioni di una ristretta cerchia di persone, fra le quali io mi trovavo, per avviare vari progetti diretti a salvare Mussolini. Pavolini, Barracu, Apollonio, Leppo, Casalinuovo, la medaglia d’oro Enzo Grossi e il sottoscritto sono stati i principali protagonisti di questi progetti. Si era pensato in un primo tempo di portare Mussolini in Spagna con un apparecchio dell’Ala Littoria. L’apparecchio era stato anche trovato e non mancavano certo i piloti per effettuare il volo. Naturalmente l’atterraggio sarebbe stato fatto in qualche punto isolato della Spagna, d’accordo col governo di Franco e Mussolini sarebbe “sparito” in qualche castello dell’interno. Si pensò che l’apparecchio poteva essere intercettato che un guasto improvviso avrebbe anche provocato un atterraggio forzato in territorio nemico e si pensò allora che il sottomarino avrebbe costituito un mezzo di trasporto più sicuro. Ne vennero approntati due: uno a Genova e un altro a Venezia, il comandante Grossi avrebbe pensato a mettere insieme un equipaggio fidatissimo e garantiva in modo assoluto la certezza del successo. Accennai questi progetti a Mussolini e li respinse sdegnosamente”: A. BONINO, Mussolini da Gargnano a Dongo. Sperò di essere processato dai nemici, in “Tempo”, XII (1950), n. 12, pp. 16-7, qui p. 17.46) Su quest’intricato episodio, mi permetto di rimandare a: M. VIGANO, “La guerra fu vinta in Svizzera”. Un documento del Servizio informazioni dell’Esercito elvetico sulla fine della RSI, in “Italia Contemporanea”, 1995, n. 199, pp. 327-41.47) A. BONINO, Mussolini mi ha detto, Buenos Aires, 1950, pp. 29-30, ora: BONINO, Mussolini mi ha detto. Memorie, cit., pp. 62-4.48) “Tamburini, che era stato a lungo prefetto di Trieste, conosceva assai bene Augusto Cosulich, l’amministratore dei cantieri dell’Alto Adriatico di Monfalcone dove si fabbricavano non soltanto navi e sommergibili ma anche aeroplani. Lo fece venire a Maderno e gli disse di aver bisogno urgente per i suoi servizi di polizia di un aeroplano e di un sottomarino di lunga autonomia. Cosulich rispose che nei cantieri esistevano ancora quattro apparecchi “Cant Z” danneggiati da un bombardamento: uno tuttavia avrebbe potuto essere riparato con una certa sollecitudine e messo in condizioni di servire. Avrebbe avuto un’autonomia di cinque o sei mila chilometri, portando non più di dieci o dodici persone. Tamburini gli chiese che vi fosse costruita una cabina con aria condizionata per l’eventualità che dovesse trasportare una persona ammalata di cuore (come egli era). Per il sottomarino, Cosulich disse che era pronto a costruirlo e che gli avrebbe potuto fornire presto un preventivo. […] Il comandante Enzo Grossi, interpellato in via riservata da Tamburini si offerse di guidare il sommergibile e di scegliere l’equipaggio. Per l’aeroplano lo stesso Mussolini avrebbe dovuto scegliere piloti e personale tecnico”: E. AMICUCCI, Mussolini respinse il piano di Tamburini, in “Tempo”, XII (1950), n. 19, p. 6.49) Archivio privato Bruno Kiniger (Firenze). Da S.E. Tamburini cit.50) E. GROSSI, Dal “Barbarigo” a Dongo. Parte 13. Un sommergibile per Mussolini, in “Il Secolo d’Italia”, VII, sabato 25 gennaio 1958, n. 23, p. 2.51) Testimonianza all’autore di Mario Niccolini (n. Firenze 30/4/1914), Milano, 8 aprile 1988.52) Testimonianza all’autore di Ugo Noceto (n. Savona 10/4/1905), Milano, 2 giugno 1995.53) S. BERTOLDI, Parla Bonomi. Avevo preparato un aereo per la salvezza del duce ma lui non ne volle sapere, in “Oggi”, XVIII (1962), n. 17, pp. 9-13, qui pp. 9-10; S. BERTOLDI, La guerra parallela 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945, Milano, 1963, pp. 60-2.54) V. MUSSOLINI, Il figlio del Duce racconta il “suo” venticinque aprile di 44 anni fa. Mio padre mi diede il memorandum per evitare le stragi del ‘45, in “Controstoria”, I (1989), n. 2, pp. 5-12, quip. Il, conforme a quanto già scritto: “Mi feci animo e gli parlai di un progetto che avevo sinora taciuto: “Papà, ieri sono stato a parlare con il generale Bonomi. All’aeroporto di Ghedi ci sono ancora alcuni S.M. 79 in grado di decollare. Potremmo raggiungere la Germania o nel caso anche la Spagna. Prima di notte m’impegno a portarti sino a Ghedi e partire. Piloti e benzina sono a disposizione, ma non bisogna indugiare, perché gli anglo-americani possono arrivare a Brescia in poche ore…” Mio padre si alzò di scatto dalla sedia e mi disse rudemente: “Nessuno ti ha pregato di interessarti della mia persona: seguirò il mio destino qui in Italia.” Ero certo che mi avrebbe risposto così, ma le sue parole mi gelarono il sangue. Già Renato Ricci e Buffarini-Guidi che avevano fatto un analogo tentativo al mattino, avevano ricevuto un netto rifiuto”: V. MUSSOLINI, Vita con mio padre, Milano, 1957, 213.55) Ci si permette di rimandare pure a: M. VIGANO, “Como è libera, libera e indenne!”. Episodi e testimonianze dalla Liberazione (25-27 aprile 1945), in Resistenza. La memoria e il futuro. Atti del Convegno: “Antifascismo e Resistenza nel comasco. Analisi e riflessioni al giovanile”. Como, Villa Gallia, 18 maggio 1996. Giornata di studi promossa dal Museo della Resistenza Comasca e dall’Amministrazione Provinciale di Como, a cura di L. Mella, Como, 1997, pp. 85-153.56) C.V., Le ultime ore dello pseudo governo di Mussolini precipitatosi a Como nella notte tra il 25 e il 26 aprile, in “Il Popolo Comasco”, I, martedi 1° maggio 1945, n. 5, p. l, ora in: I. e V. DAVIDDI-D. e G. PERRETTA, 25 aprile 1945. Como è libera: libera e indenne!, Como,1983, p. 62.57) Archivio privato Enrico Mariani (Cardano al Campo). La fine di un’era, s.d., pp. 1-2.58) Archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera di Secondo Larice al Dr. Bruno Spampanato Direttore dell’”lllustrato”, Roma, aprile 1952.59) Testimonianza all’autore di Plinio Butti (n. Como 30/6/1911) Menaggio, 16 novembre 1988.60) p. CAPORILLI, Crepuscolo di sangue. Uno che ha seguito Mussolini fino all’ultima ora racconta, Roma,1963,61) Archivio privato Alessandro Zanella (Mantova). Pietro Carradori, Ricordi 1945. Raccolti dalla viva voce, con molte precisazioni, La Spezia, 9 maggio 1989, pp.24-5.62) Testimonianza all’autore di Rosario Boccadifuoco (n. Vittoria 25/2/1917), Vittuone, 10 ottobre 1988.63) Sulla vicenda, si rinvia a: M. VIGANO, Una precisazione con documenti inediti. Il colloquio in arcivescovado (25 aprile 1945): CLNAI, RSI, “partito industriale” e massoneria, “Nuova Antologia”, CXXXV (2000), vol. 585°, fasc. 2.215, pp. 311-40.64) Archivio Centrale dello Stato, Roma, carte Diamanti, b. 3, f. “Salò”. Dichiarazione del generale Filippo Diamanti, s.d.65) Per tutti, l’appendice di documenti in: FORTUNA, Incontro all’arcivescovado, cit., pp. 87-119.66) M. MELLONI, Dai colloqui in Arcivescovado alla fuga dal Palazzo del Governo, in “Il Popolo”, III, mercoledi 2 maggio 1945, n. 19, pp. 1-2, qui p. 2.67) FORTUNA, Incontro all’arcivescovado, it., pp. 50 e 52-5, mentre un altro resoconto di Bassi è in: CAPORILLl, Crepuscolo di sangue, cit., pp. 155-7.68) ROMUALDI, Fascismo repubblicano, cit., pp. 171-2.69) Archivio privato Alessandro Zanella (Mantova). Pino Rolandino, Memorie di un cronista di guerra, [Como], Dal Collegio Gallio, maggio 1945, pp. 71-2.70) Il diplomatico scrive infatti il 6 maggio in un dispaccio diretto al ministro degli Esteri spagnolo, José Felix Lequerica: “Me llamó el Duce el dia 25 por la tarde para rogarme hiciese una gestión reservadisima y delicada en Suiza, la cual no pude realizar por la precipitación con que se suciedieron los acontecimientos. Se trataba de hablar con el Ministro de Inglaterra en Berna, a lo que accedi ya que conozco personalmente al Sr. Norton. Debia iniciar un preámbulo de negociación para una rendición pero deseaba que no se destruyese el Fascismo del todo, por ser una fuerza aprovechable para una lucha ulterior contra el bolchevismo. Queria tambien que no fuese perseguido el Fascismo que renace en la Italia ocupada por los Aliados. Aunque todo me pareció una quimera, dada la mentalidad de los Aliados, prometí al Duce que marcharia en seguida a Berna para dicha gestión. En esta última entrevista conmigo estaba Mussolini agitadisimo, con los ojos fuera de las órbitas y se veia abiertamente su desesperación. Me dijo “esto se acaba, los soldados se me marchan y no tengo gente”. […] El proprio Mussolini llegó a entrevistarse con el General Cadorna, Jefe del movimiento de resistencia, en el palacio del Cardenal, pero el Duce se reservó el derecho de reflexionar antes de acceder a la demanda de rendición y escapó de Milán sin ceder, seguramente con la esperanza de que mi gestión en Suiza le fuese más favorable. Aquella tarde fueron cortadas las carreteras de salida de Milán por grupos de “partisanos” iniciando un fuerte tiroteo a cualquier coche. Ya me fué imposible salir de Milán y supe al dia siguiente la detención del Duce y todo su Gobierno, que habia intentado refugiarse en Como por la noche, escoltado por una fuerte columna de carros armados alemanes, que tambien se retiraban al Norte, pero ya era tarde para escapar”: Reservada. Consulado de Espana en Milán. Asunto: Sobre caida Gobierno Fascista, Milán 6 de Mayo de 1945, in: ZAMBARBIERI, La repubblica di Salò, cit., pp. 292-3, e in: TUSELL-GARCIA QUEIPO DE LLANO, Franco y Mussolini, cit., p. 276.71) Il quale assicura: “L’ultima ridotta della RSI, a quanto si mormorava fra i gregari che ignoravano le decisioni ufficiali, sarebbe stata la Valtellina. Tale progetto ebbe, fra gli altri tenaci oppositori, il Federale Porta, Ispettore del Partito per la Lombardia. Tutti i suoi sforzi e tutti i suoi estremi tentativi per far prevalere Como con le sue protezioni naturali della frontiera svizzera alle spalle, il ponte delle Camerlate all’ingresso e ai fianchi le alture di Brunate e San Fermo, come la zona più adatta militarmente per tenere a bada le velleità partigiane ed attendere di trattare con le autorità militari alleate la resa, non sortirono alcun effetto”: CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., p.165.72) Scrive Mariani a Bruno Spampanato, ufficiale stampa della Decima Mas e nel dopoguerra, direttore dell’”Illustrato”, per un’inchiesta: “Il 25 Aprile notte col Maggiore Butti compii un giro di ispezione attorno a Como che era perfettamente difesa. Una Compagnia della GNR a Camerlata e una a S. Fermo sbarravano la strada verso Milano e verso Varese (Varese aveva capitolato al CLN fin dal 24 ma a Como non lo si sapeva). La città era tranquillissima e questo era possibile in quanto la provincia di Como era controllata perfettamente dalla RSI. Precedentemente avevo consigliato all’avv. Porta di richiamare il battaglione operativo Noseda che si trovava in Valsassina. Questo battaglione doveva guardare e fiancheggiare tutta la strada di arroccamento verso la Valtellina che da Lecco costeggiando il lago di Como portava a Sondrio e questo nel piano per il Ridotto della Valtellina avrebbe dovuto essere la via principale di ritirata da Milano”, e più oltre: “La sera del 25 i fascisti non erano molti perché la Guardia aveva solo un battaglione però perfettamente inquadrato e i fascisti di presidio non c’erano stati a Como mai in numero maggiore di quelli necessari per i servizi di Guardia e sorveglianza. Però il battaglione Noseda era stato richiamato dalla Valsassina. Non so se fosse già arrivata la Leonessa da Brescia”: archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera, Bari, 27 Dicembre 1952.73) Testimonianza all’autore di Giordano Malinverno (n. Como 21/10/1914), Como, 24 giugno 1991.74) T. FRANCESCONI, Repubblica Sociale Italiana e guerra civile nella Bergamasca 1943-1945, Milano, 1984, P. 148. E sull’aggregazione di reparti di carristi della GNR: T. STABILE, Gruppo corazzato “M”, Leonessa 1943-1945 RSI, Roma 1985, PP. 47-51.75) Asserisce il colonnello Lodovici: “Situazione a Milano a fine aprile ‘45: ero poco in contatto con altri reparti anche perché ero impegnatissimo nei miei compiti. Mi recai qualche volta al Comando Generale dove era esaminata la situazione e si studiava il da farsi: incontravo allora tutti i massimi esponenti che avevano seguito Mussolini, ma non ho mai avuto contatti approfonditi con nessuno di loro se si eccettua Romualdi. Si parlava dell’ultima resistenza nel ridotto della Valtellina, ma la cosa non ebbe più seguito anche, credo, per difficoltà logistiche. L’ultima volta che fui chiamato espressamente seppi che Mussolini con un reparto sarebbe partito per il Nord, noi avremmo dovuto restare in Milano in attesa che gli automezzi impiegati per quel viaggio fossero tornati a Milano a prelevarci; questo perché, malgrado i nostri autoparchi fossero pieni di mezzi, la maggior parte di questi, per non dire la totalità, non funzionavano; mancavano pezzi di ricambio e carburante. Compresi subito che il piano sarebbe stato inattuabile sapendo che ormai tutte le strade erano presidiate dai partigiani e compresi anche che sarebbe stato difficile anche per la colonna Mussolini arrivare a destinazione”: testimonianza all’autore di Giulio Lodovici (n. Carrara 7/10/1908), Campese del Giglio,6 ottobre 1990. Sull’episodio, che priva le forze di Como di un reparto efficiente, si veda: M. VIGANO, La cessazione delle ostilità della I Brigata Nera mobile di Milano (26 aprile 1945). Con l’onore delle armi e a resa avvenuta, con fucilazioni indiscriminate, in “Storia Verità”, III (1994), n. 16, pp. 22-4.76) Testimonianza all’autore di Edvidio Aldo Salvarezza (n. Como 4/5/1920), Como, 16 marzo 1990.77) SPAMPANATO, Contromemoriale, cit., vol. V, p. 1.239.78) Scrive ancora Caporilli: “Mezzasoma mi prega di chiamare a Milano il “Corriere della Sera”. Dopo aver pestato e insistito col centralinista, ecco il “Corriere”. Mezzasoma parla, domanda se al mattino – mezzanotte è già passata – uscirà il giornale. Il giornale era in mano ai partigiani e una voce ignota risponde che il “Corriere” non uscirà. Mezzasoma posa lentamente il microfono e me lo dice. Dietro le spesse lenti i suoi dolci occhi un po’ arrossati, sembrano più piccoli. Mi guarda assente; forse insegue un pensiero che lo porta lontano. Ho la netta sensazione che i fili che lo legano ancora alla vita siano già recisi. Poi si scuote, mi stringe confidenzialmente un braccio e mi dice: “Addio caro!” e torna in sala da pranzo. In quel momento il figlio di Mussolini, Vittorio, i nipoti Vito e Vanni Teodorani lasciano la prefettura e non ci saranno quando il Duce partirà. Teodorani mi saluta e mi abbraccia”: CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., pp. 166-7.79) “La sera del 25 aprile 1945, ore 20 circa, uscimmo dalla Prefettura di Milano al seguito del Duce. La macchina dove io mi trovavo, pilotata da Vito Mussolini, era la seconda in partenza. Ma divenne successivamente la quarta o la quinta. Prima di muoverci, essendo io già in macchina e trovandomi attaccato al finestrino posteriore della auto del Duce, raccolsi un suo ordine per il capitano germanico Jost, che si trovava a terra in piedi dall’altro lato della mia macchina e glielo trasmisi. Viaggio tranquillo, arrivo a Como, ore 21 circa. Prefettura piena di gente, impossibile sostare. Dopo una breve visita decidiamo con Vito e Vittorio M. di pernottare a Villa Stecchini, residenza di Vittorio a Como. Appuntamento col Duce, la mattina dopo alle ore 8. Per ogni imprevisto telefonare e noi saremo subito in allarme. A Villa Stecchini Vito M. ed io siamo ospitati nella stessa camera. Brevi discussioni sulla situazione, cui si unisce anche Renato Tassinari che ci aspettava a Como e Orio Ruberti, cognato di Bruno Mussolini”: archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Relazione sugli avvenimenti dei giorni 25-29 aprile 1945 scritta dal tenente colonnello Vanni Teodorani e sulle circostanze che sono a sua diretta conoscenza, [Roma], 25 Novembre 1951.80) CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., pp. 165-6.81) Testimonianza all’autore di Mario Martinelli (n. Como 12/5/1906), Capiago Intimiano, 31 ottobre 1989.82) “Mussolini da Milano è arrivato alla prefettura di Como. La sera in cui è arrivato io e Aldo Vido siamo andati a chiamare l’avvocato Mario Collini, che reggeva l’ufficio disciplina della questura. Mussolini era nella cucina del prefetto, è uscito e ha detto: “Qualcuno mi vada a chiamare l’avvocato Collini”. Allora io e Vido siamo andati in via Cadorna a chiamare l’avvocato Collini… Mussolini si era preoccupato di chiedere dell’avvocato Collini perché era lui che lo aveva mandato qui a Como, ed era ovvio che cercasse del suo amico, camerata. Infatti non è che lui si sia rivolto a me o al Vido. Ha detto: “Qualcuno mi faccia venire qui l’avvocato Collini”. Essendo qui vicino, in via Cadorna, siamo andati a chiamarlo. Infatti, col passo da bersagliere, lui sarà arrivato 50 metri prima di noi”: testimonianza all’autore di Luciano Oldoini (n. La Spezia 4/2/1925), Como, 18 luglio 1989.83 Scrive il Saletta in una memoria alla corte militare che lo condannerà a morte nel maggio del ‘45: “Presentendo un’immediata fine, in bene o in male, delle competizioni interne e di guerra, ritenni mio preciso dovere ritornare al mio posto. Per tale motivo, quando la sera del 25 io appresi che in Prefettura erano giunte delle personalità, mi ci recai anch’io, allo scopo di apprendere eventualmente ulteriori notizie. Seppi subito che c’era il duce. Mi sono fermato in portineria a lungo, dopo di che, vedendo andar su altre persone che all’aspetto non mi sembravano autorità pensai che avrei potuto salire anch’io, lasciando giù in cortile il brigadiere Serra e l’agente Tommei che, quella sera, si trovavano con me. Ebbi così modo di entrare nell’appartamento privato del prefetto dove c’erano personalità i cui nomi appresi solo dopo e, tra questi, il ministro Zerbino, il maresciallo Graziani, Bombacci, il ministro Mezzasoma, il noto critico letterario Alfredo [sic] Coppola e molte altre personalità, anche ufficiali, tra cui il sottosegretario all’aeronautica gen. Bonomi, il col. Casalinuovo, militi, autisti e curiosi. Le porte erano aperte e tutti potevano entrare. In fondo al corridoio c’era il duce in divisa con pantaloni alla zuava e gli stivaloni, senza gradi, che discorreva con un giovane alto e biondo. Io lo salutai romanamente, egli si fermò e disse ad alta voce come rivolgendosi ad un altro vicino: “Ma chi è?”. Mi presentai con le testuali parole: “Dottor Saletta della questura di Como, già dell’Ufficio politico”. Il duce mi osservò a lungo e poi si allontanò senza dirmi nulla. Fatto qualche passo, si girò verso di me e disse, in modo che tutti i vicini potessero sentire: “Allora conoscete questi signori?”. Non so a chi volesse alludere il duce, perché, proprio in quel momento, alla mia affermazione monosillabica “Sì, duce”, il col. Casalinuovo mi estromise dicendo: “Duce, abbiamo mandato a chiamare il col. Contrada capo dell’Ufficio politico””: archivio privato Gianfranco Bianchi (Milano). Memoria, s.d. [ma maggio 1945], pubblicata in parte come d’abitudine senza indicazione di fonte in: G. BIANCHI, Antifascismo e resistenza nel Comasco. Rievocazione – testimonianze – documenti Como, 1975,p.177.84) C. V., Le ultime ore dello pseudo governo di Mussolini, cit., ora in: DAVIDDI-PERRETTA, 25 aprile 1945, cit., p. 62.85) CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., pp.l67-8.86) F.L. [F. LANFRANCHI], Abbiamo trovato le tracce del camioncino scomparso, in “Corriere della Sera”, LXXII, mercoledi 5 marzo 1947, n. 55, p. 2, e ID., L’elenco dei documenti trovati nella cassetta di Mussolini, ivi, giovedi 6 marzo 1947, n. 56, p. 2; G. BIANCHI, L’odissea del camioncino fantasma, in “Tempo”, XXIV (1962), n. 24, pp. 20-6.87) SPAMPANATO, Contromemoriale, cit., vol. V, p. 1240.88) CARRADORI, Ricordi 1945, cit., pp. 27-30.89) Si legge nel suo libro-inchiesta basato su fonti fasciste: “Me lo dichiara Larice: “Entro dal capogabinetto per avere il buono per una camera. Parlando mi conferma che è membro del CLN, e che tutto è predisposto, consenziente [sic] anche il capo provincia! Non mi fermo oltre, né entro da Celio perché il suo ufficio rigurgita di persone che discutono animatamente”. E che già la prefettura funzionasse per il CLN, me lo conferma la deposizione resami dal federale Costa: “Recandoci dal capo della provincia Celio, mentre salivamo lo scalone del palazzo, notammo che scendevano dei borghesi con le braccia colme di armi. Erano degli appartenenti al C.L.N.”. Questa circostanza mi fu personalmente smentita dal prefetto Renato Celio che mi scrisse che le armi venivano custodite nell’attiguo palazzo della questura, e non in prefettura; e che egli nessuna autorizzazione aveva dato di consegnare armi a partigiani, o incaricati del C.L.N. Ma Costa ribatteva, precisando: “Notai anche che nell’ufficio che sta di fronte all’anticamera si stava lavorando alacremente a togliere dai quadri le fotografie di Mussolini”. E a sua volta il questore Larice, che interrogai sull’episodio, insisteva anche lui: “In quell’occasione, io, ultimo questore di Milano, ero proprio nei locali della prefettura fascista di Como e dovetti constatare, meravigliato, come da quegli uffici scendessero armi di ogni tipo (moschetti, mitra, rivoltelle) così come constatai che quei funzionari che fino a qualche minuto prima si erano prodigati a dimostrare la loro ossequienza all’autorità fascista, divenissero di punto in bianco degli antifascisti e ostentassero bracciali del CVL, e si accanissero a strappare le fotografie di Mussolini appese ai muri”. E Don Russo: “Vedemmo in prefettura alcuni funzionari in carica con la RS che ora portavano il bracciale tricolore con la stampigliatura nera CLNAI…””: SPAMPANATO, Contromemoriale, cit., vol. V, pp. 1258-9. Lettera di Larice: “Solo ora mi è dato di leggere il numero arretrato di “Illustrato” e di leggere l’ultima puntata del vostro memoriale della RSI. In quell’ultima parte esattamente dichiara il Costa Vincenzo, ultimo Commissario Federale di Milano e Componente del direttorio Nazionale del detto Partito, le vicende che ebbi a vivere pur io ed a conoscere nella sua esattezza. Per quanto riguarda la dichiarazione del Costa, che nella notte dal 26 al 27 aprile, salendo con Romualdi e qualche altro lo scalone del palazzo della Prefettura di Como avesse incontrato delle persone che portavano bracciali con le scritte “Comitato di Liberazione” è esatto: esattissimo, ed è esatto che trasportassero armi. Mentre in quel palazzo vi era ancora il Capo della Provincia “fascista”, Celio, vi era pure il “comitato di liberazione” nella persona del “capo gabinetto” del Celio. Il Celio, indubbiamente, e da qualche tempo prima doveva ben sapere che il suo “capo gabinetto” era un “capo” dei “comitati di liberazione”. In quella notte io, ultimo Questore di Milano, ero proprio nei locali della Prefettura “fascista” di Como e dovetti così constatare, meravigliato, come in quella notte da quegli uffici scendessero da quel palazzo armi di ogni tipo (moschetti, mitra, rivoltelle) così come constatai l’affannarsi di quei funzionari, che fino a qualche minuto prima si erano prodigati a dimostrare la loro ossequienza alI’autorità fascista, divenissero di punto in bianco degli antifascisti ed ostentassero bracciali del “corpo Volontari della libertà” e si accanissero a strappare le fotografie di Mussolini appese ai muri. Quindi quanto dichiarato dal Costa, che d’altra parte ebbi largo modo di conoscere per la sua singolare lealtà e sincerità, è esattissimo ed io lo riconfermo, così come potrei, appunto per la mia funzione di allora, dichiarare con maggiori particolari”: archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Al direttore dell’”lllustrato”, Roma li 16.7.1951.90) La relazione ufficiale è redatta da Manlio Fulvio e Guido Mauri, funzionari di prefettura collegati al CLN di Como: archivio privato Manlio Fulvio (Lucca). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), s.d. [ma 2 giugno 1945, si ricava da allegata certificazione di autenticità del capitano di fregata Giovanni Dessy, del Servizio informazioni sicurezza della regia marina], con firme autografe, mentre la copia con firme dattilografate è in archivio privato Guido Mauri (Como). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), s.d.91) Scrive Zecchino: “Nella notte dal 25 al 26 aprile 1945, essendo stato convocato d’urgenza, telefonicamente, in Prefettura, diviene testimone del drammatico succedersi degli eventi che seguirono il dissolversi del regime fascista. Verso le ore 20 del 25 aprile i gerarchi della Repubblica Sociale di Salò, tra i quali lo stesso Mussolini […] con un numeroso seguito, partono dalla Prefettura di Milano per Como. Qui si accampano presso gli Uffici della Prefettura, invadendo financo l’appartamento privato del Prefetto Celio. Le poche ore trascorse in Prefettura danno al Duce la certezza dello sfacelo. La moglie del Prefetto, signora Celio, aveva approntato la cena. Sembrava, più che un banchetto, una veglia funebre, mentre di minuto in minuto, l’ambiente si trasformava in una sorta di bivacco. Dopo la cena, mentre il Duce si era ritirato per consultarsi con i suoi fidi, la gente del seguito, stanca e disfatta, si era abbandonata su divani e poltrone, cercando di dormire qualche ora. Il Duce, dalla Prefettura, telefona a Villa Mantero dove, fin dal giorno prima, ha fatto rifugiare sua moglie Rachele con i figli minori Anna Maria e Romano. All’alba del 26 aprile Mussolini, con il suo seguito a bordo di numerosi automezzi scortati da forze militari germaniche, lascia il Palazzo del Governo e parte alla volta di Menaggio”: archivio privato Giovanni Zecchino (Varese). Curriculum vitae, pp. 3-4, in corsivo quanto sottolineato nell’originale.92) Testimonianza all’autore di Giovanni Zecchino (n. Ariano Irpino 11/4/1905), Varese, 15 settembre 1989.93) Archivio privato Manlio Fulvio (Lucca). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), cit., e archivio privato Guido Mauri (Como). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), cit.94) Archivio privato Gianfranco Bianchi (Milano). Memoria, s.d., pubblicata in parte come da sua abitudine senza indicar la fonte in: 25-26 aprile 1945: le ultime ore di Mussolini nella sede della prefettura. Si chiude a Como un capitolo della storia d’ltalia, in “Il Corriere della Provincia”, lunedi 24 aprile 1967, p. 1, ora in: DAVIDDl-PERRETTA, 25 aprile 1945, cit., p. 58, e: BIANCHI, Antifascismo e resistenza nel Comasco, cit., pp. 174-6.95) CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., pp. 173-4.96) Archivio privato Manlio Fulvio (Lucca). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), cit., e archivio privato Guido Mauri (Como). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), cit.97) Scrive la vicecomandante del SAF, colonnello Cesaria Pancheri tornata in città la sera con la comandante Piera Gatteschi Fondelli: “Arrivammo a Como. Il federale Porta non pensava più alla possibilità di un arrivo isolato. La comandante chiese un corpo di guardia da distaccare all’accantonamento per la notte. C’erano ormai poche ausiliarie, ma era opportuno prendere precauzioni anche eccessive. Non sembrava possibile che tutto dovesse sparire inghiottito da un caos fatto di terrore e di vuoto. Il tragico consisteva nel non saper cosa fare. Alla Federazione bruciavano tutti gli incartamenti. La comandante diede disposizioni perché ogni ausiliaria ancora presente avesse un’assegnazione di viveri e gli assegni mensili. Tutte o quasi affermavano di aver trovato un alloggio provvisorio. Del resto anche noi eravamo allo sbaraglio; a nessuno avremmo osato chiedere ospitalità. Forse rimaneva un residuo di speranza, un istinto portava a credere ancora negli uomini che avevano condotto la guerra e retto le sorti della repubblica. La ragione però era senza illusioni, aveva la lucida percezione della fine. Era notte quando in bicicletta arrivarono l’autista e il milite. Erano sfuggiti per miracolo alla cattura, erano stati picchiati, avevano dovuto abbandonare la macchina per un guasto. Nel cortile ci fu l’ultima adunata. Un’ausiliaria reggeva la bandiera del corpo, la comandante parlò senza illusioni, risuonò nel cortile semivuoto il saluto “Italia Italia Italia””: archivio privato Cesaria Pancheri (Trento). Memoria sul Saf, ora in: M. VIGANA, Donne in grigioverde. Il Comando generale del Servizio ausiliario femminile della Repubblica sociale italiana nei documenti e nelle testimonianze (Venezia/Como 1944-1945), Roma, 1995, pp. 183-4.98) CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., pp. 169-70.99) Testimonianza all’autore di Paola Trani (n. Udine 16/10/1919), Como, 16 settembre 1989.100) Archivio privato Manlio Fulvio (Lucca). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), cit., e archivio privato Guido Mauri (Como). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), cit.101) CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., p.162.102) Archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera, cit., Bari, 27 Dicembre 1952.103) GAROBBIO, A colloquio con il Duce, cit., p. 249.104) R. CELIO, Sull’espatrio in Svizzera dei gerarchi di Salò, in “Il Tempo”, IX, giovedi 29 aprile 1954, n.120, p. 8.105) Archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera di Renato Celio al generale Niccolò Nicchiarelli, s.d.106) CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., p.172.107) G. PISANO, Storia delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana. 1943-1945, Roma, 1982, voll. 4, vol. III, p. 1.972.108) Lettera all’autore di Alda Paoletti Dal Piaz, nipote del suddetto capitano Dante Lelli, e ausiliaria a Como nel 1944-’45, Arezzo, 9 settembre 1995.109) V. LADA-MOCARSKI, The last three days of Mussolini, in “The Atlantic Monthly”, LXXXVIII (1945), vol. 176°, n. 6, pp. 43-52, qui pp. 44-5 [dall’inglese].110) Per di più, a Jones “vennero date istruzioni di “stare alla larga” dal Duce”: R. HARRIS SMITH, OSS. The Secret History of America’s First Central lntelligence Agency, Berkeley, 1972, pp. 117-8 [dall’inglese].111) T. ZANA-L. GALLI, II diario di Montermini. Mussolini segreto. Le inedite memorie del barbiere-guardia del Duce, Gussago, [1994], p. 46-7.112) Testimonianza all’autore di Rosario Boccadifuoco, cit.113) Testimonianza all’autore di Luciano Oldoini, cit.114) CARRADORI, Ricordi 1945, cit., pp. 25 e 29. 5 Testimonianza all’autore di Plinio Butti, cit.116) “Sembra che Celio e Buffarini fossero per la resa e consigliassero Mussolini a fuggire in Svizzera e, ove le autorità Federali, come sembrava, non avessero voluto accoglierlo, a consegnarsi colà al Console Americano. Di contrario avviso sembra che fossero Porta e Pavolini che propendevano per una estrema resistenza in una zona da stabilirsi. Mussolini pare che dividesse l’opinione del Porta. Tali informazioni furono poi confermate dal Pozzoli all’Avvocato Spallino alle ore 7.30 del 26 in un secondo colloquio che ebbe luogo in Questura”: archivio privato Manlio Fulvio (Lucca). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), cit., e archivio privato Guido Mauri (Como). La liberazione di Como (25-29 Aprile 1945), cit.117) CAPORILLI. Crepuscolo di sangue. cit.. DV. 172-3.118) R. GRAZIANI, Una vita per l’ltalia. Ho difeso la patria, Milano, 1986, pp. 245-6.119) “Giunto a Como mi recai in Prefettura ove il Maresciallo Graziani mi disse di rimanere con lui e col Gen. Sorrentino. In Prefettura erano convenuti molti ministri e una quantità di gente, fra cui donne e bambini. Mussolini riunì una specie di consiglio per stabilire il da farsi e all’osservazione del Prefetto Celio che Como poteva correre il rischio di un bombardamento aereo per la permanenza in città del Governo, venne esaminato quale località dei dintorni prescegliere ove trasferirsi temporaneamente in attesa o di un accordo col CLN o dell’arrivo degli alleati. Fu dapprima indicato Bellagio, poi il Federale Porta consigliò Menaggio. […] Ad una certa ora della notte corse la voce di un probabile trasferimento dei Ministri in Svizzera, trasferimento probabilmente proposto da Buffarini. Alle quattro del mattino del giorno 26 Mussolini partì in auto col Federale Porta. […] Mentre parlavamo, con nostra grande sorpresa entrò Buffarini. Disse che Mussolini stava in una villa presso Menaggio, gli altri Ministri erano pure a Menaggio, ed invitò il Maresciallo a raggiungerli”: archivio privato Vittorio Bonetti (Milano). Ruggero Bonomi, Relazione, s.d. [7 settembre 1945], pp. 2-3, ora in GRAZIANI, Una vita per l’ltalia, cit., pp. 278-9. Lo stesso Bonomi dichiarerà: “Verso le 4 del mattino del 26 aprile udii Graziani che urlava perché Mussolini aveva deciso di partire e i gerarchi, credendo che volesse passare in Svizzera, si precipitavano affannosamente per tenergli dietro. Il maresciallo gridava che doveva essere Mussolini solo a varcare il confine, unico modo per consentirgli qualche probabilità di riuscire. Ma si scalmanava invano: il duce pensava solo di raggiungere Menaggio, con Porta”: BERTOLDI, Parla Bonomi, cit., p. 11, e BERTOLDI, La guerra parallela, cit., p. 67.120) Archivio privato Piero Puccioni (Firenze). Ricordo redatto subito dopo i fatti da Costantino Romano, s.d.121) Testimonianza all’autore di Fernando Feliciani (n. Assisi 12/5/1912 – m. Milano 1/7/1995), Milano, 23 febbraio 1988.122) Testimonianza all’autore di Vittorio Mussolini (n. Milano 28/9/1916 – m. Roma 12/6/1997), Roma, 12 gennaio 1989.123) MUSSOLINI, Vita con mio padre, cit., pp. 217-8 e 221-2.124) Archivio privato Enrico Mariani (Cardano al Campo). La fine di un’era, cit., pp. 3-4, e in un’altra relazione a Spampanato, ex tenente della Decima Mas: “Arrivai alla Villa Mantero verso le 2 del mattino 26. La Villa era presidiata da alcuni agenti di scorta di Donna Rachele e da 5 o 6 militi del mio Ufficio Politico della BN. Trovai Donna Rachele in naturale eccitazione ma perfettamente padrona dei suoi atti e parole. Disponeva di due macchine e assolutamente all’oscuro su la sua ulteriore linea di condotta. Mi ricordo che Donna Rachele si preoccupò di darci qualche segno della sua ospitalità anche in quelle condizioni stappando personalmente una bottiglia di cognac. Nelle stanze a terreno c’erano alcune valige con gli abiti borghesi del Duce. I figli erano nelle stanze superiori a riposare. Verso le 3 1/2 si presentò un giovanotto che disse di essere inviato dal Prefetto per accompagnare per ordine del Duce la Famiglia in Svizzera. Donna Rachele domandò a me chi fosse il Prefetto di Como e io le risposi che era Celio. A queste parole Donna Rachele testualmente mi disse: “Voglio parlare con mio marito non mi fido di Celio. E una creatura di Buffarini”. Dopo qualche resistenza da parte dell’inviato di Celio, Donna Rachele poté parlare telefonicamente col Duce e mi ricordo una sua frase: “Salvati per l’Italia”. Poi mi domandò il nome e avutolo mi riferì che il Duce voleva parlarmi per telefono. Io andai all’apparecchio e con emozione ricevetti la seguente comunicazione dalla viva voce del Duce: “Tenente Mariani vi affido la mia famiglia perché la portiate in Svizzera”. Io mi permisi di domandare se le autorità svizzere erano già al corrente e avessero acconsentito. Il Duce mi rispose: “Dite solamente che si tratta di una donna e dei ragazzi in pericolo” al che io replicai: “Sta bene: Duce, vi riferirò”. Egli rispose: “al vostro ritorno io sarò già lontano””: archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera, cit., Bari, 27 Dicembre 1952, e in altra relazione: “Alla sede della Federazione mi consegnano verso le ore 23 un biglietto autografo dell’Avv. Porta che mi ordina di recarmi alla Villa Mantero, sotto le pendici della collina di Brunate. Raggiungo subito il posto accompagnato da due militi dell’Ufficio Politico: Confalonieri e Scotti. Trovo che da poco la villa ospita la famiglia del Duce, Donna Rachele e i due figli più piccoli Romano e Annamaria, accompagnata da qualche agente di scorta. Donna Rachele si dimostra calma, efficiente, padrona di sé pur nelle drammatiche circostanze. Mi ricordo che personalmente ci offre del cognac da bere. […] Dopo qualche tempo si presenta un inviato del Prefetto di Como che si dice incaricato di scortare la famiglia del Duce alla frontiera svizzera di Chiasso. Donna Rachele che, evidentemente, mi ha giudicato degno di fiducia mi chiede chi è il Prefetto di Como. Saputo che si tratta di Celio esclama “Di quello non mi fido perché è una creatura di Buffarini, voglio parlare con mio marito”. Assisto quindi così all’ultimo colloquio telefonico fra il Duce e Donna Rachele nel quale quest’ultima lo esorta a salvarsi per il bene dell’Italia. Improvvisamente Donna Rachele mi chiama al telefono per dirmi che Mussolini vuole parlarmi. Da notare che io non avevo mai avuto occasione di parlare col Duce il quale, sono sicuro, sino a quel momento ignorava la mia esistenza. Ciò dovrebbe dimostrare che egli non aveva previsto nessun piano di espatrio per sé e la sua famiglia. Con tono di comando Mussolini mi dice: “Tenente Mariani, vi affido la mia famiglia, portatela alla frontiera svizzera!”. Rispondo: “Duce, siete già d’accordo con le autorità di frontiera svizzera?” “No, dite che si tratta di una donna e di due bambini in pericolo” “Sta bene quando ritornerò vi riferirò” “Quando tornerete sarò già lontano””: archivio privato Enrico Mariani (Cardano al Campo). Note storiche.125) CARRADORI, Ricordi 1945, cit., p. 30.126) In un volume uscito dopo il confino a Forio d’Ischia: “La frontiera svizzera è vicinissima a Como. Il paese neutrale non è soggetto all’oscuramento e tutta la zona oltre frontiera brilla di luci. Molte macchine sostano nelle vicinanze, perché molti cercano salvezza nel territorio della Confederazione che, col suo chiarore, sembra una terra promessa. Ci avviciniamo ai posti di blocco italiano e tedesco e siamo accolti da alcuni funzionari mandati appositamente da Benito. Lì vicino sta seduto in un’automobile Buffarini che mi fa proporre di associare i nostri tentativi di passaggio. Io non ne voglio sapere, non lo voglio nemmeno vedere, ma debbo intervenire perché i miei militi minacciano di morte l’ex ministro. La risposta della polizia svizzera alla presentazione dei nostri documenti è negativa: “Assolutamente non è possibile”. Penso alle parole di Benito: “Non ti rifiuteranno il passaggio, me l’hanno promesso”. Invece a tutti è consentito attraversare la barriere, proprio a tutti, eccetto che a noi. Ho una vaga sensazione di sollievo al pensiero di non lasciare l’Italia. Sarà sempre più facile avere notizie di Benito. Riprendiamo la via di Como”: R. MUSSOLINI, La mia vita con Benito, Milano, 1948, p. 271.127) “La mattina viene dentro in federazione il famoso Cetti (che era l’autista del federale) e mi dice: “Devi andare su a villa Mantero perché c’è da accompagnare la moglie di Mussolini, perché va in Svizzera” “Va in Svizzera? Come fa ad andare in Svizzera se andar dentro non si può?”. Avevano sbarrato la frontiera, quello me lo aveva detto gente che veniva in giù: “Non passa nemmeno un ago!””, e aggiunge che, dopo l’avventura alla sbarra di confine di Chiasso, “da me venne giù il Cavadini che era un nostro milite che abitava a Ponte Chiasso e, quando gli abbiamo raccontato tutto, ha detto: “Dovevi essere là a vedere! Era una cosa incredibile. Quasi quasi non facevano più rientrare neanche i loro svizzerotti che erano usciti: hanno chiamato Tizio, Caio e Sempronio per far rientrare uno svizzero in Svizzera””: testimonianza all’autore di Paolo Bolgeri (n. Como 18/9/1905), Como, 6 febbraio 1990.128 Archivio privato Pieramedeo Baldrati (Como). Questionario a Adolfo Belgeri, s.d.129 Archivio privato Enrico Mariani (Cardano al Campo). La fine di un’era, cit., pp. 4-5, e nella versione a Spampanato: “Installati sulle due macchine in pochi minuti fummo alla frontiera. Notai come Donna Rachele, Annamaria e Romano affrontassero coraggiosamente la situazione per quanto la loro preoccupazione fosse viva. […] Arrivati a Chiasso trovai che sul posto vi era già un Commissario di PS inviato dal Prefetto il quale aveva già parlato con le guardie di frontiera elvetiche. Egli mi riferì che il passaggio era proibito. Io volli parlare col capo posto svizzero e feci presente che si trattava solo di una donna e due bambini. Il capo posto mi rispose in questi termini: “Esiste una lista di persone a cui è proibita l’entrata. Le persone in parola sono su questa lista. Vi consiglio quindi di non tentare neanche la entrata clandestina perché sareste subito scoperti e riaccompagnati alla frontiera come è avvenuto questa mattina con un’altra persona”. Ridicola quindi la scusa da parte svizzera che quelle autorità avevano paura che con la famiglia di Mussolini cercasse di entrare in Svizzera anche qualche autorità del Regime. Le auto alla barriera erano solo due e facilissimo sarebbe stato controllare chi entrava. Né l’entrata era stata chiesta per altri. Ulteriori informazioni mi dicono che questo rifiuto di entrare non può essere stato che iniziativa delle autorità locali ticinesi (tesi plausibile quando si pensi al livore specialmente ticinese contro tutto ciò che riguardava l’Italia e il fascismo) e che il Dipartimento di Stato avvertito avrebbe dato il permesso. Fatto è che fu giocoforza ritornare al più presto fin tanto che la strada era ancora in mani nostre. Al momento di ritornare arrivò un piccolo corteo di macchine con a bordo Buffarini e il seguito. Mi ricordo che Donna Rachele voleva fermarsi perché era convinta che il Buffarini lo avrebbero lasciato entrare e si scagliò con roventi parole contro questi e Ciano che qualificò come il più traditore di tutti. Partimmo e al mattino verso le 5 eravamo a Como dove la famiglia venne sistemata nella casa di un fascista (Corbella) non in vista e tranquilla”: archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera, cit., Bari, 27 Dicembre 1952, e in un’altra relazione: “Verso le 24 partiamo per Chiasso con due o tre macchine. Mi ricordo il coraggioso comportamento di Romano che conforta la madre dicendole “Non aver paura ti difenderemo noi!”. A Chiasso sono avvicinato da un agente della Prefettura di Como che mi dice che gli svizzeri si rifiutano di accogliere la Famiglia del Duce. Parlo personalmente col capoposto svizzero il quale mi conferma ostinatamente il divieto e mi comunica che se entrassimo clandestinamente saremmo stati fermati ricondotti al confine e ricacciati in Italia “Come abbiamo fatto”, dice “poco fa con una persona che aveva varcato il confine”. […] Non tengo conto del suggerimento di un funzionario di frontiera che mi dice “Ma perché si interessa della Famiglia di Mussolini? Entri da solo in Svizzera”. Rientriamo a Como e trovo un rifugio a Donna Rachele e figli presso una famiglia fascista non troppo conosciuta e in vista”: archivio privato Enrico Mariani (Cardano al Campo). Note storiche, cit.130 Archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera, cit., Bari, 27 Dicembre 1952.131) Archivio privato Pieramedeo Baldrati (Como). Questionario a Adolfo Belgeri, cit.132) Appunto del giornalista Ciro Pinto, marito di una cugina di Gina Ruberti, vedova di Bruno Mussolini: “A Ponte Chiasso nessuna difficoltà da parte italiana ma i funzionari svizzeri chiesero di telefonare a Berna per istruzioni. La risposta fu negativa e si dovette fare dietro front. Al bivio di villa Salazar, la macchina si incontrò con quella di Mussolini che prendeva la strada di Cernobbio col seguito, ma nessuno avvertì il fatto. Si tentò più tardi di passare la frontiera dal valico di Brogeda, ma inutilmente. E ancora da Lanzo Intelvi dove qualcuno penso a forzare il passaggio difeso solo da due militi, ma Rachele Mussolini si oppose”: archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Rachele Mussolini.133) C V., Le ultime ore dello pseudo governo di Mussolini, cit., ora in: DAVIDDI-PERRETTA, 25 aprile 1945, cit., p. 62.134) CAPORILLI, Crepuscolo di sangue, cit., pp. 1 78-80.135) CARRADORI, Ricordi 1945, Cit., pp. 30-2.136) Archivio Centrale dello Stato, Roma, carte Graziani, sc. 71, f. 54, stf. 26. Dichiarazione del sottotenente Della Verità, 24 agosto [?].137) Archivio Corpo Guardie di Confine, Lugano. Telegramma al Comando 3° Corpo d’Armata, posta da campo ore 1 5.1 0.138) “Investii Porta davanti a Mussolini, dicendogli che era inutile ingannare ancora il Duce; l’unica soluzione era affrontare la Svizzera e passare la frontiera, per finire prigionieri in un campo d’internamento. Liverani e Romano appoggiarono la mia tesi. Buffarini investì violentemente il Comandante tedesco per non aver assicurato la salvezza attraverso il Brennero, disponendo dei presidi armati lungo tutto il percorso. Il Duce rispose: “Può essere che abbiate ragione, ma prima di tutto, Tarchi, chi è che va a vedere se la strada è libera? Come avrete notato, anche il nostro gruppo si assottiglia: il mio autista è scomparso, siamo soli, isolati, e tutto è ormai nelle mani del destino!”. […] Il Duce si alzò dicendomi: “Andate pure, Tarchi, tentate ancora una volta”. Buffarini si fece avanti e chiese di accompagnarmi”: A. TARCHI, Teste dure, Milano, í967, p. 178, mentre anni prima situando la scena a Menaggio e non a Gràndola, aveva dichiarato: “Si riuscì con molta fatica a ristabilire un po’ di calma e ciò mi consentì di tornare sul tema più urgente: il passaggio in Svizzera del duce. Gli spiegai che, pur escludendo la strada di Chiasso, restava pur sempre quella di Porlezza e Lanzo d’Intelvi. Mi offrii ancora una volta di andare in perlustrazione e Mussolini accettò”: S. BERTOLDI, Parla Tarchi Gli industriali del nord per salvare le fabbriche fecero ciò che vi racconto, in “Oggi”, XVIII (1962), n. 16, pp. 9-12, qui p. 12, e BERTOLDI, La guerra parallela, cit., p. 39.139) Così nel diario: “26 aprile. Alle 4 del mattino, Buffarini-Guidi mi fa sapere che Mussolini sta lasciando la Prefettura [di Como]. “Che cosa ha deciso?” domando. “Ha accettato una mia proposta” dice Buffarini-Guidi “di passare in Svizzera col Governo dal passo di Porlezza. Giunto là, gli farò fare delle dichiarazioni che lo imporranno all’attenzione del mondo”. Raggiungo Mussolini nel cortile. Ha stabilito, per ora, di trasferirsi a Menaggio. Rimango in Prefettura, deciso a raggiungere, non appena giorno, il mio comando. Buffarini-Guidi vorrebbe che anch’io sconfinassi in Svizzera, ma rifiuto, dicendogli: “Finché ci sono miei soldati che combattono sulle Alpi, non posso lasciare il posto senza macchiarmi di una grave colpa”. Acconsento soltanto a raggiungere Mussolini per prendere congedo da lui. Nei pressi di Cadenabbia, incontriamo Porta al quale chiedo se Mussolini abbia veramente accettato di passare in Svizzera. Lo nega”: N. VALENTINI Un documento eccezionale: i diari inediti del “maresciallo d’ltalia”. Io, Mussolini e il cardinale, in “Domenica del Corriere”, LXXXV (1983) n.39, pp. 40-s, qui p. 44.140) La Curti racconta di essersi imbattuta sul piazzale della casermetta “in Buffarini Guidi e Tarchi, che stavano discutendo. Tarchi mi chiese: “Che cosa fate qui, signorina?”. Risposi, non senza una punta di insolenza: “Quello che fate voi…”. Ma io non sapevo che essi stavano concretando l’espatrio in Svizzera”: E. CURTI, Un’amica di Mussolini racconta. In autoblindo col Duce sulla strada di Dongo, in “Oggi”, V (1949), n. 53, pp. 33-4, e afferma: “Sapevo che Gràndola era verso il confine svizzero perché conoscevo bene il lago di Como. Però, non ricordo bene chi abbia pensato che eventualmente volessero espatriare ed andare in Svizzera”, confermando di non aver elementi per giustificare Tarchi: “C’erano Angelo Tarchi e Lando Ferretti che andavano avanti ed indietro, parlottando, sulla strada, ed anch’io, non sapendo cosa fare, andavo avanti ed indietro”, e quanto al tentativo di Buffarini Guidi e Tarchi: “Di questo non ho saputo niente, perché ho preso la bicicletta e sono scesa a Como”: testimonianza all’autore di Elena Curti (n. Milano 19/10/1922), Milano, 4 gennaio 1991.141) “Il primo impulso fu quello di andarli a liberare, Buffarini Guidi e Tarchi, ma non se ne fece nulla. Anzi Mussolini disse: “Vedete: questa è la riprova che non si deve passare in Svizzera””: CARRADORI, Ricordi 1945, cit., D. 38.142) “Ma quello che mi stupì maggiormente fu quando disse tra sé: speriamo che non vi siano altri traditori e che si possa finalmente raggiungere questa benedetta Valtellina”: ZANA-GALLI, Il diario di Montermini cit., p. 49.143) “Buffarini Guidi insiste per andare in Svizzera, e va dal duce (Buffarini non era ben visto dagli altri ministri); con lui ci sono Angelo Tarchi e il questore di Bologna, Marcello Fabiani. In quel momento Buffarini chiede due o tre uomini che lo accompagnino, e con lui vanno Fabiani e Zanon, per vedere se potessero passare tutti in Svizzera”: testimonianza all’autore di Rosario Boccadifuoco, cit.144) “Tarchi è andato due volte verso la frontiera (me l’ha raccontato lui). Tarchi è andato perché voleva constatare se fosse possibile far seguire la stessa strada a Mussolini. L’ultima speranza di Tarchi (secondo me) è stata quella di riuscire a rimanere nell’ambito del “grande capo” per convincerlo che si poteva passare in Svizzera, tant’è vero che Tarchi è quasi riuscito a passare in Svizzera. Tarchi è andato una prima volta verso il confine svizzero e ne è tornato dicendo che c’era la possibilità di passare in Svizzera in quanto là non c’era quasi nessuno; ma Mussolini non ne ha voluto sapere, perché aveva sempre in mente la faccenda della Valtellina”: testimonianza all’autore di Carlo Gallioli (n. Alessandria 4/9/1907), Milano, 18 gennaio 1991.145) Archivio privato Paolo Emilio Castelli (Menaggio). Copia di lettera al direttore della “Nuova Stampa”, Torino,30 aprile 1954.146) Si legge nella relazione di servizio del brigadiere Giorgio Buffelli, dove è riferito il lungo colloquio col duce: “”E la vostra famiglia – chiesi – dove l’avete lasciata? Perché non avete pensato a mandarla in Svizzera mettendola in condizioni di vivere? Ora dove si trova?”. Mi disse: “In una località tra Como e Milano”. Rivoltomi ancora a lui: “E voi perché non avete cercato rifugio nella vicina Svizzera?”. “Ieri, mi dissero – affermò l’ex Duce – che avevo tre ore di tempo per andare in Svizzera, non accettai””: Archivio della Scuola Allievi Guardia di Finanza, Roma, non numerato. Relazione sui fatti insurrezionali del giorno 26/4/1945 e successivi, Dongo, 15 maggio 1945. Dei verbali, l’unico di tenore diverso è del maresciallo capo Francesco Nanci su dichiarazioni di Nicola Bombacci, ex deputato comunista, collaboratore della RSI: “Secondo le confessioni fattemi da Bombacci la fuga di Mussolini dall’Italia era stata studiata minutamente. Dopo i due primi tentativi di passare dalla Svizzera, rimasti infruttuosi, ne fu fatto un terzo a Menaggio. Volendo eludere la vigilanza dei tedeschi Mussolini fece credere a questi che aveva necessità di recarsi da solo, con la complicità della Petacci, in una stanza dalla quale si accedeva su una strada opposta a quella d’ingresso. Così avvenne infatti, ma allorché fu aperta la porta da dove poi doveva allontanarsi, trovò schierati 4 tedeschi col fucile spianato. Bisognava per forza seguirli perché essi avevano l’ordine di portare vivo Mussolini in Germania o di lasciarlo morto in Italia. Durante la sosta a Musso era giunto alla colonna un contrordine secondo il quale Mussolini doveva raggiungere una località prossima a Chiavenna ove era pronta una “Cicogna” che l’avrebbe condotto in Germania mentre il resto della colonna doveva proseguire per Sondrio fino al Brennero”: ivi, n. 270. Fermo di Mussolini a Dongo – Relazione del maresciallo capo Nana Francesco – Al Comando della Legione Guardia Finanza Milano, Rho, li 8 maggio 1945, poco credibile tenuto conto delle inverosimiglianze e del fatto che prima Bombacci avrebbe dichiarato alla sorella del parroco di Musso, Enea Mainetti, che Mussolini “veramente era con noi fino a Menaggio vestito da donna. Che poi si sia travestito o eclissato, questo non so”: archivio parrocchiale (Musso), carte Mainetti. I gerarchi in parrocchiale, s.d.147) In una lettera del 1962, Castelli ribatte a Tarchi che “nella prima mattinata del 26, un mio sottufficiale, comandante il posto di blocco all’estremità del paese verso Cadenabbia, mi telefonò per comunicarmi che aveva fermato una, o due, automobili con a bordo due Ministri (Lei ed il Ministro Buffarini), diretti verso Porlezza. Chiesi allora, attraverso il mio Comandante, avv. Porta, al Duce istruzioni e mi fu risposto di lasciare proseguire”: archivio privato Paolo Emilio Castelli (Menaggio). Copia di lettera, Como, 19 aprile 1962.148) Archivio privato Paolo Emilio Castelli (Menaggio). Copia di lettera raccomandata RR, Como, 7 marzo 1966, Cui Tarchi risponde nebuloso che “esistono ancora documenti e testimoni quali il mio autista Ronchi, il sen. Lando Ferretti, la sig.ra Elena Curti che possono confermare”: ivi, Lettera, Milano, 9/3/1966, attirandosi pochi giorni dopo una secca replica di Castelli: “Intendo chiarirLe subito, visto che non l’ha capito, che il motivo che mi muove a dire la verità su quei giorni a Menaggio è esclusivamente perché sia ben chiaro che Mussolini non scappava in Svizzera, come invece Lei ha tentato di fare… Non Le chiedo quale interesse Lei abbia a raccontare queste favole. Mi sembra comunque ingenuo che Lei voglia modificare la cronaca – che poi diventerà storia – a Suo uso e consumo. Avrebbe fatto meglio, Lei che ha servito in ogni campo il Fascismo con tanta dedizione, a tacere su quei momenti durante i quali, evidentemente, Lei ha avuto delle debolezze”: ivi, Copia di lettera raccomandata, Como, 21 marzo 1966, e scrive a Rachele Mussolini perché “anche Lei sappia come furono veramente le cose in quel di Menaggio in quei giorni dolorosi ed anche Lei conosca come, ancora oggi, molti – anche dei nostri – brighino pur di coprire le loro debolezze (o vigliaccherie) di quei giorni”: ivi, Copia di lettera raccomandata, Como, 21 marzo 1966.149) Uscite le memorie di Tarchi, Castelli gli scrive: “dopo avere attentamente riletto quanto Lei ha scritto da pagina 173 a pagina 187 del Suo libro Teste Dure, mi sono ulteriormente convinto che Lei non è caduto in un equivoco od in un errore, ma mente sapendo di mentire. E una cronaca fatta a suo uso e consumo nella gran parte dei particolari: nell’incontro a Menaggio (incontro che non è mai avvenuto), nella Sua visita a casa mia (che non è mai avvenuta. Lei vuol impudentemente descrivere alcuni particolari della mia casa, particolari che sono tutti diversi dalla realtà di allora!), nella Sua “missione” a Oria… Ma tutto questo non sarebbe niente, se non fosse per tenere in piedi quanto a Lei occorre: coprire la sua fuga (tentata) verso la Svizzera con una “missione” per Mussolini”: archivio privato Paolo Emilio Castelli (Menaggio). Copia di lettera raccomandata RR, Como, 23 giugno 1967, a Giorgio Almirante, poiché continua “da parte di un ex Ministro della RSI oggi esponente nel MSI la storia della… fuga di Mussolini verso la Svizzera” chiede “se non può fare tacere quel signore, come privato, almeno lo faccia tacere come Esponente del Suo Partito”: ivi, Copia di lettera, Como, 24 giugno 1967. Risposta: “la questione Tarchi” è “all’esame dei massimi organi del Partito”: ivi, Lettera del Movimento Sociale Italiano. Direzione Nazionale. Settore propaganda, Roma, 3 ott. 1967. Il libro di Tarchi viene ritirato dalla circolazione.150) Scrive sulla base delle relazioni ufficiali il colonnello della GdF Alfredo Malgeri (già edito del 1947): “I due ex-gerarchi sono scortati da 4 agenti di PS di Brescia. Essi dichiarano che era loro intenzione di raggiungere il territorio elvetico e quindi ripartire per presentarsi al Governo italiano, poiché non intendevano seguire Mussolini in Germania, né potevano dirigersi su Como, già in mano ai partigiani”: A. MALGERI, L’occupazione di Milano e la liberazione, Milano, 1983, pp. 137-8.151) Testimonianza all’autore di Paolo Emilio Castelli (n. Menaggio 27/3/1913 – m. Gravedona 7/3/1992), Menaggio, 13 febbraio 1988.152) ZANA-GALLI, Il diario di Montermini, cit., pp. 47-8.153) PISANÒ, Storia delle forze armate, cit., vol. IV, pp. 2.467-70, qui pp. 2467-8.154) Archivio privato Giuseppe Rocco (Milano). Testimonianze dirette sugli ultimi giorni di Mussolini, raccolte nei mesi successivi al 28/4/1945.155) È la versione di Gianfranco Bianchi, viziata da preconcetti sull’intenzione di Mussolini di espatriare: “Prevarrà invece la circospetta proposta del federale comasco Porta, avvocato di contrabbandieri e organizzatore di un andirivieni, per le “vie del tabacco”, di agenti e di traffici da e per la Svizzera, che suggeriva una furtiva partenza la notte stessa, da Como verso Menaggio lungo la sponda occidentale del lago. Di là, dopo una sicura sosta presso il comandante del 6° Battaglione delle Brigate nere, Castelli, gli itinerari avrebbero potuto condurre o clandestinamente in Svizzera per la mulattiera sovrastante l’albergo Miravalle diventato sede della Milizia confinaria, o, col metodo Buffarini, irrompendo in auto attraverso il valico di Oria Valsolda”: BIANCHI, Antifascismo e resistenza nel Comasco, cit., pp. 458-9, e: “Probabilmente è a questo punto che Porta offre la sua esperienza di conoscitore delle “vie del tabacco” attraverso le quali il Duce potrebbe entrare clandestinamente in Svizzera”: BIANCHI-MEZZETTl, Mussolini, cit., p. 24, tesi fatta propria in modo acritico da gran parte della storiografia successiva.156) Darà la sua versione in due diverse occasioni: “Ormai non aveva più dubbi sul proposito del duce di passare in Svizzera. Intanto arrivavano anche i ministri, Mussolini si era incontrato con Claretta, alle 10,30 del mattino del 26 lasciarono tutti la casa di Castelli, con Birzer sempre all’oscuro, sempre dietro senza sapere dove fossero diretti. Ad un certo punto, la macchina del duce svolta sulla sinistra, prende per una stradina, scompare. Birzer si butta fuori anche lui dalla colonna con il fido Gunther e sei uomini, sale per lo stesso sentiero, si ritrova davanti a una casa a pochi metri dal confine svizzero, la circonda, balza dentro ed ecco là Mussolini in piedi nell’atrio, che ha un moto istintivo di fastidio vedendoselo dinanzi ancora. Poi una sentinella tedesca dà un nuovo allarme. Mussolini tenta una sortita da un’uscita laterale, ma vede le guardie delle ss e rientra”: S. BERTOLDI, lo dissi a Mussolini: “Se volete salvarvi fuggite con me travestito da tedesco, in “Oggi”, XIX (1963), n. 46, pp. 62-8, qui p. 67, e S. BERTOLDI, I tedeschi in Italia, Milano, 1964, pp. 265-6. “A Grandola poi i miei dubbi si fecero più consistenti. Perché Mussolini era salito in quella località, a pochi chilometri dal confine svizzero, abbandonando la litoranea Menaggio – Dongo? E perché aveva mandato Buffarini-Guidi e il ministro Tarchi al confine? Soltanto al ritorno da Grandola verso Menaggio, nella sera del 26, Mussolini mi disse: “Birzer, dica ai suoi uomini di prepararsi; partiamo subito per Merano””: J. P. JOUVET, Birzer: “Feci buttare nel lago le due valigie d’oro e diamanti”, in “L’Arena”, CXV, martedi 3 marzo 1981, n. 52, p. 3, versioni avvallate in malafede da Gianfranco Bianchi, comasco e conoscitore dei luoghi, che scrive: “Poco dopo, il Duce, Claretta e Porta, usciti dall’ingresso posteriore che dà sulla montagna, a poche centinaia di metri dal confine, dalla salvezza, scorgono le SS. Restano un istante a confabulare, poi rientrano”: BIANCHl-MEZZETTl, Mussolini, cit., p. 29, dove la menzogna non sta solo nell’indicazione delle “poche centinaia di metri dal confine” (invece degli effettivi 20 chilometri), ma anche nell’affermazione dell’esistenza all’albergo Belvedere di Gràndola di un “ingresso posteriore che dà sulla montagna”, mentre in realtà ne è l’ingresso principale e l’unico praticabile, dato che altre aperture ridotte danno sulla sottostante strada provinciale Menaggio-Porlezza. I motivi delle ricostruzioni calunniose e di fantasia del Bianchi sono stati chiariti all’autore in maniera convincente dall’ex vicefederale Paolo Emilio Castelli, come risultato di una polemica personale del Bianchi stesso nei confronti del Castelli a seguito del rifiuto di questi a rilasciargli una testimonianza.157) Testimonianza all’autore di Rosario Boccadifuoco, cit.158) Archivio Centrale dello Stato, Roma, archivi privati, Spampanato Bruno, sc. 2, f. “Dal 25 aprile…”. Lettera di Marcello Fabiani a Bruno Spampanato, Fi[renze], 14 aprile 1951, in corsivo quanto sottolineato nell’originale.159) Testimonianza all’autore di Ilario Guarneri (n. Como 23/1/1926), Como, 12 ottobre 1989.160) Il capitano Giuseppe Baviera comandante la 1ª (53ª) compagnia della GNR Confinaria di Gràndola e Uniti, il pomeriggio del 26 impegnato in un’operazione antipartigiana sul monte Angeloga, in Valtellina, ricorda così quanto riferitogli dalla moglie, rimasta alla sede del presidio di Gràndola: “Piuttosto verso sera, mia moglie sentì delle voci. Una donna diceva: “Duce, perché non andate in Svizzera? La strada è aperta”, e Mussolini ripeté proprio queste testuali parole: “Non voglio essere lo zimbello del mondo!”. Ed è una locuzione tipicamente romagnola “lo zimbello”, una locuzione tipicamente romagnola che ancora usano dire: “tu sei lo zimbello!”, ossia “sei ridicolo””: testimonianza all’autore di Giuseppe Baviera (n. Bologna 13/3/1909), Intra, 18 maggio 1988.161) Testimonianza all’autore di Fernando Feliciani (n. Assisi 12/5/1912 – m. Milano 1/7/1995), Milano, 23 febbraio 1988.162) Archivio Centrale dello Stato, Roma, archivi privati, Spampanato Bruno, sc. 2, f. “Dal 25 aprile…”. Lettera di Marcello Fabiani, cit., Fi[renze], 14 aprile 1951, in corsivo quanto sottolineato nell’originale.163) Archivio privato Duilio Susmel (Firenze). Lettera, cit., 29.XI.50.164) Schweizerisches Bundesarchiv, Bern, E 2001 (D) 3 Bd. 270 I f. B.41.21.J. Legazione di Svizzera in Italia. Rif. N. 45.1.C.4, Roma, 1 mai 1945 [dal francese].165) ZANA-GALLI, Il diario di Montermini, Cit., pp. 46 e 49.  da “Nuova Storia Contemporanea” n. 3 2001 Per gentile concessione della Luni Editrice, Corso Concordia, 5, 20129 Milano – Tel. 02/796040, 2001 – Nuova Storia Contemporanea 170 pagine – L. 20.000


Mussolini non pensò mai di fuggire QUELL’AEREO PER LA SPAGNA…Marino ViganòFurono in molti negli ultimi mesi della RSI, a studiare il modo per portare il Duce in salvo. Ma Mussolini rifiutò piani e progetti e respinse, senza discutere, persino le sollecitazioni del figlio Vittorio.Trascritto dal Cyberamanuense Fabrizio.  Milano, 30 aprile 1945, Istituto di medicina legale “Vittorio Emanuele III”. Il dottor Pierluigi Cova, anatomopatologo, compila con scrupolo il verbale di autopsia della salma di Benito Mussolini, che sta eseguendo assieme al professor Caio Mario Cattabeni. Durante la ricognizione, ecco saltar fuori un documento sorprendente: Nella tasca posteriore dei pantaloni si rinviene una busta gialla intestata al “Fascio Repubblicano Sociale di Dongo” senza indirizzo, che contiene un foglio di carta da lettera intestato al Consolato Spagnolo di Milano: il foglio, non sdrucito, porta la data del 14 settembre 1944 ed è scritto a macchina con caratteri scuri, in lingua spagnola: nel complesso sono circa quattro o cinque righe: metà di una di queste porta scritti in matita, con i caratteri della calligrafia spagnola, i nomi di due coniugi “Isabella y Alonso” (segue il cognome che non ricordo). In calce alla lettera, all’angolo superiore destro su tre righe, è scritto con calligrafia minuta, a matita “a macchina in rosso, in inchiostro rosso, poi cancellare”. Il testo della lettera non è ricordato, ma il suo tenore è questo: Si pregano le autorità spagnole di accogliere i Signori (i nomi sono sopracitati) profughi della guerra attuale e cittadini spagnoli che vogliono rientrare in patria. Firmato è, con firma ben chiara, il nome del Con¬ sole Spagnolo a Milano. La lettera viene consegnata al generale medico partigiano perché la depositi alla sede del Comitato nazionale centrale di Liberazione. Tra noi presenti nella Sala Anatomica ci si pone la soluzione del problema riguardante la lettera ritrovata: è una lettera troppo poco sgualcita per essere dello scorso anno: indubbiamente è retrodatata al settembre del 1944 ma è assai recente e i nomi dei personaggi sopra indicati sono i falsi nomi sotto i quali dovevano celarsi Benito Mussolini e Claretta Petacci: i nomi scritti in matita, avrebbero dovuto a suo tempo, secondo le indicazioni date in calce al foglio, essere ricalcati con inchiostro rosso (1) . Reso noto per la prima volta nel settembre del ’94 questo verbale, solo in parte influenzato da emozioni del momento, ma nella sostanza ineccepibile nella sua distaccata cronaca dell’evento, ha dato il via al consueto carosello di voci e illazioni giornalistiche sulla pretesa “fuga” in Spagna “organizzata” da Mussolini attraverso il consolato spagnolo a Milano, compiacente fornitore dei documenti. I viaggi di Marcello Così sotto la solita dicitura “Rivelazioni”, ambiziosa almeno quanto poco documentata, nell’intervista a Cova si legge: “Secondo me era stato retrodatato e doveva servire a Mussolini e alla Petacci per passare dalla Svizzera in Spagna, dove avrebbero trovato protezione. C’era ancora Franco al potere, sicuramente li avrebbe aiutati”. L’ipotesi coincide con alcune circostanze storicamente appurate: anche il fratello della Petacci, Marcello, fermato nelle stesse ore nel Comasco, aveva con sé falsi documenti rilasciati dalla rappresentanza diplomatica spagnola, ma che non gli evitarono di essere smascherato e ucciso” (2). Solo questo particolare, in effetti, è autentico. Marcello Petacci entra in Svizzera il 20 aprile ’45 da Agra, nel Luinese, con la convivente Zita Ritossa e i due figli, munito di due passaporti spagnoli con nomi fasulli (3). Inviato a Bellinzona per accertamenti, si rifiuta di sottostare alle norme per i richiedenti l’asilo ed esige di essere riaccompagnato alla frontiera. Rientra quindi in Italia dal valico di Pallone sopra Luino con i familiari il 23 aprile, lasciando dietro di sé una scia di illazioni sulla vera identità dei componenti il quartetto di sedicenti “spagnoli”. Il colonnello svizzero Antonio Bolzani, del comando territoriale 9b del Canton Ticino, scriverà difatti nel suo libro di ricordi del servizio attivo, pubblicato nel 1946, che sull’identità del “Castillo” non era stato possibile “fare un preciso accertamento”, nonostante i giornali ticinesi avessero ipotizzato trattarsi di Vittorio Mussolini e famiglia: “La famiglia Castillo, composta del padre, Don Giovanni Castillo-Munoz di Giuseppe nato il 3.10.12, commerciante, della madre Maria Castillo-Munoz nata Gonzales y Moreno (14) e dei figli Pietro (39) e Ferdinando (41) comparve sul nostro orizzonte pacifico e neutrale il 20.4.45 e si adagiò con numerosissimo bagaglio a Cassinone di Sessa poco dopo le ore 05.00.Secondo il capo dei Castillo il passaggio clandestino dall’Italia in territorio di Sessa sarebbe avvenuto coll’aiuto di alcuni passatori e portatori ai quali è stato pagato il compenso di un milione di lire. I Castillo non caddero subito nelle mani delle guardie di confine o della polizia, ma, trasportati alla chetichella a Lugano, godettero di qualche interessata protezione e soltanto il giorno 21.4.45 sull’annottare com¬ parvero alla Casa d’Italia di Bellinzona. Qui il Don Giovanni Castillo, che aveva un piccolo pizzo al mento e l’aria discretamente fanfarona, si proclamò cittadino spagnolo, esibendo fior di passaporto rilasciato dal Consolato di Spagna a Milano e dimostrò di essere assillato dalla necessità inderogabile di trasferirsi in Spagna. Però quando ebbe sentore del vento sospettoso e infido che aleggiava intorno a lui capì che non sarebbe stato trattenuto, sollevò obiezioni sulla meschinità dei pagliericci in grembo ai quali avrebbe dovuto riposare la spagnolesca sua maestà e far adagiare la moglie schizzinosa e i due bambini irrequietissimi, che toccavano tutto, anche i fucili mitragliatori della guardia, e chiese – lui che aveva pagato un milione di sia pure lire italiane, per venir qui – di poter ritornare in Italia. Non ce lo lasciammo chiedere una seconda volta e tutti i Castillo-Munoz-Gonzales y Moreno furono riaccompagnati a Cassinone di Sessa nella notte del 23.4.45 e respinti in Italia (4). In realtà i partigiani di Dongo avevano identificato già il 28 aprile ’45 il personaggio per la “superspia” Marcello Petacci, fratello di Clara (5). Il sedicente “Molano” o “Castillo” infatti rientrato a Milano, accodatosi il 26 alla colonna Mussolini in ritirata sul Lario, presenta anche a quei partigiani gli stessi passaporti spagnoli con nomi falsi. Scambiato ancora per “Vittorio Mussolini”, viene infine riconosciuto e fucilato con la sua vera identità assieme ai più alti gerarchi della R.S.I. (6). Ma è pensabile che Mussolini abbia bisogno come i Petacci di passaporti, sia pure falsificati, per tentare un espatrio in Spagna? La sua fisionomia sarebbe forse così comune da poter essere nascosta sotto un nome fasullo? Oppure le autorità spagnole avrebbero necessità di rilasciare documenti contraffatti per consentirgli l’ingresso nel paese? Ipotesi del tutto ridicole. A questo si aggiunga il ritrovamento dei documenti in una busta intestata al “fascio repubblicano” di Dongo: il che significa una loro manipolazione dopo la cattura. Per una volta tanto, anche lo “storico” Silvio Bertoldi azzecca la conclusione più corretta sulla faccenda: Un salvacondotto spagnolo in tasca a Mussolini? È una novità. Ritengo più probabile che a utilizzarlo dovessero essere Claretta e il fratello. Mussolini voleva che tutta la famiglia Petacci riparasse in Spagna, ma Claretta rifiutò, come noto, per restargli vicina. Non volle imbarcarsi sull’aereo in partenza da Ghedi e lo raggiunse a Menaggio. Forse aveva lei, inizialmente, in tasca quel salvacondotto. E nella notte che passarono insieme, dopo essere stati catturati dai partigiani, Claretta passò il documento a Mussolini (7). Insomma, alcuni dei documenti rilasciati a Marcello o a Clara Petacci, sequestrati a Dongo, inseriti nella prima busta capitata sottomano, devono esser finiti poi in tasca a Mussolini. Si tratta forse degli stessi passaporti concessi ai Petacci e ad altri del loro clan già nell’estate del ’44, ricordati dal con¬ sole generale di Spagna a Milano, Fernando Canthal y Giron, dopo l’udienza a Gargnano dell’8 luglio (8). O di altri, rilasciati più tardi, quando il 22 aprile del ’45 l’imbarazzante famiglia si dirige verso la Spagna. La questione passaporti sembra dunque chiara. Ciò non toglie che diversi gerarchi, tenuto conto della piega presa dalla guerra si siano dati davvero da fare tra la fine del ’43 e gli inizi del ’45 per trovare una via di scampo a Mussolini. Tra queste vie, preferita è appunto quella della Spagna, paese ritenuto amico, oltre che “a portata d’aereo”: diverse commissioni si occupano della questione e redigono relazioni, alcune delle quali sottoposte a Mussolini. Una delle prime conferme delle varie iniziative – oltretutto nemmeno fra loro collegate – per tentare di mettere in salvo Mussolini suo malgrado e nei modi più fantasiosi, si ha del ’50 dalle memorie di Antonio Bonino, vicesegretario del P.F.R. per la sede di Maderno dall’ottobre ’44 all’aprile ’45, uscite a Buenos Aires sotto forma di libro e a Milano in versione condensata come serie di articoli (9). Bonino ideatore di un paio di quei progetti di salvataggio, afferma di aver saputo in visita di congedo da Guido Buffarini Guidi, appena sostituito quale ministro degli Interni (21 febbraio ’45), che anch’egli ne era al corrente. Anzi, che Buffarini aveva a sua volta preparato qualcosa del genere con l’aiuto del capo di gabinetto Eugenio Apollonio (arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau quel giorno stesso per rappresaglia al licenziamento di Buffarini Guidi) (10). Il “piano Tamburini” “Mi colpì la sua conoscenza di particolari da me ritenuti riservati alle persone strettamente interessate; infatti stavo in quei giorni predisponendo alcune iniziative per salvare il duce nel caso di un disastro. Avevo preso contatti colla medaglia d’oro Enzo Grossi, con Apollonio funzionario del ministero dell’Interno; col direttore dell’Ala d’Italia e col console Casalinuovo. Era stata prevista la possibilità di un imbarco a Genova su un sottomarino di cui Enzo Grossi avrebbe preso il Comando; si era predisposto un apparecchio a lunga autonomia del tipo che aveva eseguita la crociera Roma-Tokio; un ufficiale della Decima Mas avrebbe preso il comando di un piccolo sottomarino a Trieste ed il colonnello di aviazione Casalinuovo, cugino del console Casalinuovo, era pronto a paracadutarsi nella conca della costa jonica per accogliere, col sottomarino in attesa a Trieste lo sbarco del duce, qualora a suo tempo fosse stata scelta questa decisione. Infine Apollonio, funzionario del ministero degli Interni, aveva rintracciate due ville che davano l’assoluta garanzia di poter occultare il duce per un lungo periodo di tempo e mi doveva accompagnare a visitarle, quando improvvisamente venne arrestato dai tedeschi. Nel colloquio con Buffarini appresi, non senza stupore, che egli era a conoscenza dell’iniziativa Apollonio. Mi espresse infatti il suo rammarico per l’avvenuto arresto che mi veniva a porre nell’impossibilità di effettuare la già predisposta visita alle due ville, visita preventivamente stabilita con Apollonio per il giorno successivo a quello in cui venne arrestato. Confermò che il duce non intendeva lasciar muovere alcun passo per la propria salvezza in caso di disastro; si disse però felice di incoraggiare qualsiasi tentativo in materia, anche in contrasto colla volontà dell’interessato. Probabilmente era anche a conoscenza di tutto il complesso delle iniziative da me prese, ma non ne fece cenno. Io, nel timore volesse indagare su questi da me considerati segreti e come tali scrupolosamente rispettati, mi chiusi nel più impenetrabile mutismo (11)”. Esiste poi una versione resa in terza persona sempre nel ’50 a Ermanno Amicucci da Tullio Tamburini, capo della Polizia della R.S.I. dall’ottobre ’43 al giugno ’44, che fa risalire la sua personale iniziativa di salvataggio addirittura “alla fine di dicembre del 1943 o ai primi di gennaio del 1944”, cioè con largo anticipo sui rovesci militari per un preciso motivo: “la preparazione di esso richiedeva un lungo periodo di tempo, soprattutto nei riguardi della salvezza del duce, dovendosi predisporne tempestivamente i mezzi idonei”. Mussolini però avrebbe respinto l’offerta di Tamburini, secondo il suo racconto, già nella primavera del ’44: Il piano “sommergibile” “Tamburini, che era stato a lungo prefetto di Trieste, conosceva assai bene Augusto Cosulich, l’amministratore dei cantieri dell’Alto Adriatico di Monfalcone dove si fabbricavano non soltanto navi e sommergibili, ma anche aeroplani. Lo fece venire a Maderno e gli disse di aver bisogno urgente per i suoi servizi di polizia di un aeroplano e di un sottomarino di lunga autonomia. Cosulich rispose che nei cantieri esistevano ancora quattro apparecchi “Cant Z”, danneggiati da un bombardamento: uno tuttavia avrebbe potuto essere riparato con una certa sollecitudine e messo in condizioni di servire. Avrebbe avuto un’autonomia di cinque o seimila chilometri, portando non più di dieci o dodici persone. Tamburini gli chiese che vi fosse costruita una cabina con aria condizionata per l’eventualità che dovesse trasportare una persona ammalata di cuore (come egli era). Per il sottomarino, Cosulich disse che era pronto a costruirlo e che gli avrebbe potuto fornire presto un preventivo. Occorrevano tuttavia sei mesi, e bisognava stare attenti che i tedeschi, i quali controllavano i cantieri, non se ne impossessassero appena pronto. Il sommergibile avrebbe potuto avere un’autonomia di un centinaio di giorni di navigazione subacquea, più del doppio in emersione, ed avrebbe avuto una stazza di 120 tonnellate […]. Il comandante Enzo Grossi, interpellato in via riservata da Tamburini, si offerse di guidare il sommergibile e di scegliere l’equipaggio. Per l’aeroplano lo stesso Mussolini avrebbe dovuto scegliere piloti e personale tecnico […]. Gli equipaggi avrebbero dovuto essere in tutto di una ventina di persone: quattordici per il sommergibile, cinque per l’aeroplano. La spesa globale per condurre a termine questo piano si sarebbe aggirata sui due o tre miliardi di lire, che naturalmente, per buona parte occorreva convertire in valuta aurea o pregiata […]. Un giorno del marzo del 1944 Tamburini chiese un’udienza speciale a Musso¬ lini per riferirgli intorno a cose di grande importanza: avrebbe bisogno almeno di due ore di colloquio. Mussolini lo ricevette una mattina alle sette concedendogli di intrattenersi con lui fino alle nove. Tamburini portò al duce carte geografiche, progetti, cifre, disegni e gli espose il suo piano in ogni particolare […]. Mussolini stette ad ascoltarlo, fra l’interessato e il divertito […]. Fatto sta che il piano non lo mise di buon umore. Dopo aver accennato, con riso amaro, a Verne e a Salgari, disse a Tamburini: “Queste faccende non rientrano fra i vostri compiti. Non dovete più occuparvene. Ho il mio piano e provvederò io al momento opportuno. Non me ne parlate mai più” (12)”. Nel ’63 ne parla anche Enzo Grossi, ufficiale sommergibilista, medaglia d’oro della R.S.I., comandante della base di “Betasom” a Bordeaux fra il settembre ’43 e l’aprile ’44, poi della seconda divisione di Fanteria di marina della Decima Mas dal gennaio ’45. Non soltanto conferma le dichiarazioni di Bonino e di Tam¬ burini, ma precisa la data dell’ultimo colloquio sulla questione, avvenuto a Gargnano nel febbraio del ’45. Allora, secondo la sua testimonianza, Mussolini avrebbe respinto di persona il salvataggio prospettatogli ancora una volta: “Qualche giorno dopo chiamò S.E. Tamburini e mi espose un suo piano inteso a porre in salvo la vita del Duce, purché io potessi disporre di un fidato equipaggio di sommergibile. Mi spiegò che con il beneplacito dei Giapponesi sarebbe stato allestito un grosso sommergibile che al mio comando doveva prendere il mare, al momento opportuno, con a bordo la famiglia di Mussolini e i miei con¬ giunti. Tutto era stato previsto per mantenere il segreto e per soddisfare le esigenze dei familiari dell’equipaggio; durata prevista della missione: un anno. Mi impegnai in senso affermativo. Tamburini si propose di parlarne a Mussolini. Qualche giorno dopo lo stesso Tamburini mi comunicava che tutto era andato a monte poiché il Duce si negava perentoriamente a quella che considerava una fuga. In occasione di un colloquio che ebbi nel mese di febbraio del 1945 Mussolini mi ringraziò per quanto ero disposto a fare e mi disse: comprendo perfettamente quali sentimenti hanno indotto Tamburini a progettare la nota missione sotto¬ marina e ringrazio anche voi su cui potrei fare il massimo affidamento, ma io non ho nessun interesse a vivere come un uomo qualunque” (13)”. La proposta “Niccolini” Queste le iniziative della primavera-estate 1944. Un altro tentativo sarebbe stato ideato – con meta la Penisola iberica – verso fine anno, su proposta di Mario Niccolini, ispettore dei Fasci repubblicani in Spagna fra l’aprile e il settembre ’44, quindi segretario generale dei Fasci all’estero e d’oltremare presso la Direzione nazionale del P.F.R. sino al gennaio del ’45. L’idea, anch’essa respinta o almeno non considerata con sufficiente attenzione, sarebbe originata dalla constatazione che il governo di Franco non avrebbe potuto garantire l’asilo a Mussolini e ai suoi gerarchi, sia pure per un periodo determinato di tempo, ma che un rifugio era possibile presso famiglie di combattenti spagnoli della guerra ’36-’39. “Il governo spagnolo assolutamente no: Franco non avrebbe mai permesso un passo del genere, perché Franco aveva svolto una politica troppo realistica, era troppo “spagnolo” per compromettere il paese. Però, io avevo sostenuto una tesi con Renato Ricci: sarebbe stato possibile trovare un asilo provvisorio a Mussolini, ma fuori del controllo del governo spagnolo. Sarebbe dovuto essere tra spagnoli, siccome lo spagnolo è di temperamento molto generoso, molto impulsivo ed ero sicuro che negli ambienti di coloro che avevano combattuto la guerra civile si sarebbe trovato un rifugio con sufficiente facilità. Ma, comunque, in contrasto con le autorità spagnole che, certamente, ufficialmente non avrebbero mai acconsentito ad accogliere Mussolini. Non sarebbe stato difficile. La Spagna è grande, non è sovrappopolata e un rifugio si sarebbe trovato facilmente, se non in Spagna, in un’isola spagnola fuori del continente. Questo è ciò che io avevo suggerito a Renato Ricci: un trasporto aereo in Spagna e la ricerca, là, di un rifugio temporaneo, salvo poi negoziare con gli Alleati o chi per essi. Io ne parlai, appunto a Ricci ed egli prese in considerazione la proposta, parlandone con Vittorio Mussolini che era ispettore dei Fasci in Germania. Poi Ricci mi rispose: “Caro Niccolini, hanno detto che provvederanno loro, che sono sicuri, che hanno già predisposto tutto, che è già tutto previsto”. Questo è accaduto nel dicembre ’44, prima di Natale e dopo la famosa offensiva tedesca di von Rundstedt nelle Ardenne, che abortì. Fu allora che mi resi conto che non c’era più nulla da fare, che andai da Ricci e gli sottoposi quella proposta. Io avevo pensato a due possibili soluzioni: un aereo o un sommergibile. La proposta partì da me personalmente: io chiesi addirittura di andare a parlarne personalmente in Spagna. Conoscevo l’ambiente spagnolo proprio perché avevo partecipato alla guerra civile a fianco di truppe spagnole e quindi avevo tanti amici, là: trovare appoggi non era difficile, anche se non nel governo o fra le autorità. Si era prima del Natale del ’44 e, dopo due o tre settimane, Ricci mi diede una risposta negativa. Mussolini e gli altri, infatti, contavano molto di poter organizzare il “ridotto” in Valtellina (14)”. Sembra dunque che con gli inizi ’45 tutte le proposte si siano arenate. Viene invece allora studiato un altro piano, sempre con meta la Spagna o le colonie spagnole in Atlantico. Ne parla oggi, per la prima volta, Ugo Noceto, capitano dell’Aeronautica, sequestratario delle ditte “Glaxo” e “Tiberghien” di Verona, amico di Vittorio Mussolini e di Orio Ruberti della segreteria particolare del Duce, collaboratore di Piero Cosmin, capo della provincia di Verona dal settembre ’43 e di Venezia dal maggio al luglio ’44. La vicenda prende avvio il 15 febbraio ’45: “Troppe ambulanze” “Il fatto più eclatante, che secondo me avrebbe potuto riuscire, è avvenuto quando Piero Cosmin ha lasciato la prefettura di Venezia ed è stato distaccato al ministero degli Interni. È andato ad abitare a Bodio Lomnago, sul lago di Varese, nella grande villa di Piero Puricelli. Ricordo ancora i due cani esquimesi della villa, perché da Milano ci andavo quasi tutti i giorni, ci dormivo e parlavamo del più e del meno, poi tornavo a Verona. Cosmin aveva la mia Lancia “Aprilia”, io ho avuto una macchina destinata a re Boris di Bulgaria, fabbricata dalla carrozzeria “Garavini”, che Cosmin mi ha fatto avere con dei permessi. Dicevo di quel tentativo che, sono sicuro, sarebbe riuscito. Eravamo ai primi del ’45, Cosmin è stato chiamato da Buffarini Guidi: “Vieni domani a Milano, in corso del Littorio 9 – era un rifugio segreto di Mussolini – e porta anche il tuo amico aviatore”. Cioè, io. Ci siamo andati. Buffarini Guidi ci dice: “Qui le cose si mettono male, oramai non c’è più niente da fare e bisogna cercare di salvare Mussolini in qualche modo. Lui non vuole, ma bisogna cercare in modo assoluto di salvarlo, perché se Mussolini è in salvo, o in Spagna o in Argentina, può far del bene all’Italia. Lui non vuole, ma volente o nolente bisogna portarlo via. Guarda, qui ci sono degli indirizzi dove si può vedere di trovare qualche cosa. L’unica soluzione è l’aereo, perché è troppo conosciuto”. Cosmin ha risposto: “Va bene, ma bisogna che sia d’accordo anche Vittorio”. E Buffarini: “Aspettate, che Vittorio viene subito”. Vittorio è arrivato, ha detto senz’altro di si, ma ha ribadito: “Guardate che però mio padre non vuole. Comunque, interessatevi”. Io avevo un po’ di pratica di aviazione e ho detto: “Nei campi dove si attivano i pochi aeroplani italiani, ci sono anche i tedeschi. Anche a partire, hanno un’autonomia di un’ora e sono aerei da guerra, un affaraccio”. Pensa che ci ripensa, dico: “Lasciami tentare, Piero, vado io perché forse ho la strada”. Quand’ero ufficiale di collegamento, avevo i campi di Novi Ligure, Revaldigi, Sarzana, Genova-Lanterna e Villanova d’Albenga, e li giravo sempre. Mi recavo di frequente anche all’Aeronautica “Piaggio” di Finale Ligure e ho visto che avevano un idrovolante e un anfibio. Collaudatore ufficiale della “Piaggio” era un mio grande amico Aldo Moneti, ufficiale dell’Aeronautica là distaccato, oltre al Genio aeronautico. Ho detto a Cosmin: “Lasciami andare a parlare con Moneti”. Moneti mi ha portato dall’amministratore della “Piaggio”, e abbiamo trovato il mezzo di portar via Mussolini. Forse un mezzo non bello, ma che sicuramente sarebbe riuscito: un’aeroambulanza. Quanto all’autonomia, ce n’erano pochi tipi, uno dei quali partiva da Finale, faceva tutta la Sardegna e poi ritornava. Poteva portare tre persone e l’attrezzatura, per cui levando quest’ultima Moneti – grande pilota, non come me – era sicuro. Il progetto è: pigliamo quest’apparecchio attrezzato, lo portiamo all’Aeronautica Macchi” di Venegono avvertendo il capo della provincia di Varese, Enzo Savorgnan di Montaspro e lo teniamo pronto. Moneti soggiorna a Bodio Lomnago, a villa Puricelli, e al momento opportuno volente o nolente, prendiamo il duce e lo portiamo via. Da Venegono andiamo a Villanova d’Albenga all’hangar, facciamo il pieno di benzina, poi via verso l’isola di Gallinara, poi volo radente con l’apparecchio leggero e l’emblema della Croce Rossa fino a Tolone. Prima di Tolone – la parte più difficile, secondo Moneti – traversiamo il golfo del Leone e andiamo o alle Baleari o alle Canarie. L’autonomia c’era, a patto di non portare scarponi né altro che potesse diminuire la velocità. Il golfo del Leone era molto pericoloso per il vento. Ho battuto a macchina la relazione con disegni e piani. Telefoniamo a Buffarini Guidi: “Bene! bene! Portali a corso del Littorio 9, a Milano”. Ma ho l’impressione che Vittorio Mussolini non abbia mai avuto questa mia relazione, perché ho portato io stesso questa relazione a Milano, poi ho aspettato, ma non è successo niente. Da Finale, sempre telefonate: “Cosa dobbiamo fare?”. Bisognava pagare l’aereo alla “Piaggio” e un piccolo compenso a Moneti, con un soggiorno di almeno un mese in Spagna perché l’aereo non sarebbe più ritornato. Dopo qualche tempo, Cosmin mi dice: “Andiamo da Savorgnan”. Ci andiamo, telefoniamo ma non riusciamo mai a trovare Buffarini Guidi. Poi finalmente parliamo con gli Interni e ci dicono: “Complimenti per questo piano, ma teniamolo in sospeso perché c’è un nuovo ministro, Paolo Zerbino, che ha l’idea che tutto si può accomodare tramite il cardinale Schuster”. Cosmin, testardo, dice: “lo non ci sto!”. Telefona, cerca di mettersi in contatto con Vittorio Mussolini, ma non ci riesce: silenzio da tutte le parti. Allora mi dice: “Vieni, Ugo, andiamo a Milano in corso del Littorio 9, oppure direttamente a Gargnano a villa Orsoline. Qualcosa facciamo: io ho una questione amministrativa da risolvere, tu devi avere il rimborso delle tue spese”. Il mattino dopo lo raggiungo, facciamo colazione, poi scendiamo. Cosmin accarezza i cani, si curva e lo vedo stramazzare. Telefono a Savorgnan, lui è arrivato con un dottore: “Niente da fare, tubercolosi galoppante. Bisogna trovare un posto di ricovero”. I sanatori erano in località pericolose per via dei partigiani, lui voleva stare vicino a noi, abbiamo fatto un po’ di prepotenza e l’abbiamo ricoverato alla clinica “La Quiete” di Varese. Cosi, io che credevo di diventare un piccolo eroe, non ho potuto far niente per Mussolini. Eppure, sono sicuro che il piano sarebbe riuscito, anzitutto per l’abilità come pilota del capitano Aldo Moneti, e poi perché l’aereo sarebbe passato inosservato: lui conosceva tutta la zona, faceva tutta la costiera a volo radente e passava inosservato. Sarebbe stato l’unico modo di metterlo in salvo, studiato da ingegneri dell’Aeronautica. All’epoca c’era un asso di nome Francesco Lombardi, abbiamo interessato anche lui, ed anche lui era d’accordo. Mussolini è stato pri¬ gioniero fino all’ultimo, fin quando i tedeschi hanno levato gli sbarramenti in riva al lago di Garda e le S.S. di guardia (15). Forse Mussolini ne ha abbastanza di ambulanze, dopo l’indigestione di trasferimenti con quel sistema nell’estate del ’43. Ma è più probabile che, come continuerà a ripetere, non intenda dissociarsi dalla sorte degli altri fascisti che l’hanno seguito nell’avventura della R.S.I.: ciò significherebbe un vergognoso abbandono di posto, un vero tradimento della fiducia risposta in lui, il crollo definitivo anche del “mito” Mussolini. Un destino sentito come peggiore della morte. Difatti, quando ancora alla vigilia della fine il generale Ruggero Bonomi, sottosegretario all’Aeronautica presso il ministero delle Forze armate, gli prospetterà una via di salvezza presso la famiglia spagnola della moglie del segretario particolare Luigi Gatti, ne riceverà un ultimo e definitivo rifiuto: “lo avevo fatto preparare da tempo un aeroplano su cui, nel più stretto incognito, Mussolini avrebbe dovuto salire nei giorni immediatamente precedenti il 25 aprile, per sottrarsi alla cattura da parte dei partigiani e degli alleati. L’aeroplano era un Savoia-Marchetti S 79, da me fatto trasferire segretamente presso il campo di aviazione di Ghedi, in provincia di Brescia. Quel campo era infatti uno dei pochi rimasti a disposizione della nostra aeronautica. L’aereo recava a bordo un equipaggio particolarmente addestrato, deciso nell’azione, avvertito dello scopo della missione e francamente votato a condurla a compimento. Quanto alla destinazione, non avevo dubbi: doveva trattarsi della Spagna, paese raggiungibile con poche ore di volo, con una rotta che era quasi del tutto al di fuori dei controlli nemici. Per di più la Spagna era governata da un uomo che doveva molto al fascismo, che era mio personale amico e che manteneva nel conflitto una posizione di neutralità in grazia della quale avrebbe potuto accogliere un esule politico fuggiasco. In Spagna, era previsto, Mussolini sarebbe stato accolto dai parenti della moglie di Gatti, suo segretario particolare poi fucilato a Dongo, che era una spagnola. La signora Gatti era stata da me messa al corrente di ogni cosa ed aveva dato il suo pieno consenso. Nella peggiore delle ipotesi, se la situazione internazionale di quei giorni avesse impedito a Franco di compromettersi, conferendo asilo e protezione all’ospite, Mussolini avrebbe potuto in un secondo tempo essere consegnato agli alleati, sottraendolo però alla tragica fine di Giulino di Mezzegra. Per coprire nel miglior modo possibile l’operazione, e dissipare ogni sospetto tedesco, avevo provveduto a far iscrivere i membri dell’equipaggio all’Aereo club di Ghedi come normali appassionati di volo, mentre erano garantite ad ogni istante le scorte di carburante e la possibilità di immediato decollo. La dimostrazione che il volo avrebbe avuto il cento per cento di successo è data dai fatti. Quel volo ebbe luogo e quell’apparecchio passò realmente e senza ostacoli in Spagna: fu esatta¬ mente il 22 aprile 1945.Sennonché non c’era Mussolini. Nella carlinga dell’S. 79 sedevano quel giorno il professor Francesco Petacci, sua moglie e sua figlia Miriam, la moglie dell’ambasciatore germanico a Lisbona e l’avvocato Mancini, un amico dei Petacci che portava con sé una documentazione dei crediti italiani nei riguardi della Spagna. Atterrarono indenni a Barcellona, furono accolti nel paese come profughi, ebbero salvezza e tranquillità. L’equipaggio venne internato fino alla fine della guerra, l’aeroplano fu naturalmente sequestrato. L’avventura si concluse senza risonanza di sorta. Quanto a Mussolini, egli si rifiutò caparbiamente di lasciare l’Italia e di mettersi in salvo. Mi espresse il suo rifiuto in forma categorica, quando mi recai da lui per sollecitarlo a partire, con queste parole: “lo sono qui e resterò qui fino in fondo. Che cosa volete che mi importi ormai, Bonomi, di questa mia sporca pellaccia?”. Ripeto: avrebbe potuto salvarsi. Non lo fece di proposito, e mi pare un sintomo della rassegnazione al destino che molti avvertirono in lui negli ultimi giorni a Milano (16)”. Il figlio Vittorio ricorda Di questa ostinazione a non voler partire per la Spagna nonostante la praticabilità dell’offerta di Bonomi, il figlio Vittorio Mussolini ha lasciato a sua volta testimonianza in un libro di memorie. L’offerta sarebbe stata da lui rinnovata al padre il 25 aprile, nel primo pomeriggio, alla vigilia del colloquio in arcivescovado con i membri del C.L.N.A.I.: “Il generale Bonomi, capo dell’aviazione repubblicana, mi aveva confermato che sul campo di Ghedi, vicino a Brescia, c’erano ancora dei trimotori “Savoia-Marchetti 79” in grado di prendere il volo. “Ieri ho parlato con il generale Bonomi, a Ghedi ci sono due aerei pronti al decollo… Si potrebbe raggiungere la Spagna, qui siamo alla fine…”. Da molti giorni mio padre era stato, da ogni gerarca che lo avvicinava, tempestato di progetti di fuga e salvezza. Buffarini Guidi, aveva in mente l’uso di un sommergibile atlantico ancorato a Trieste. Renato Ricci un volo verso la Sicilia su un piccolo aereo o un Mas. Ma l’indifferenza di mio padre per qualsiasi piano di salvezza rasentava ormai la più ottusa testardaggine. Già non rispondeva con ironia ma duramente. Mi disse: “È questa di Bonomi la soluzione migliore per risolvere la nostra situazione? E in quale gigantesco velivolo infileresti tutti questi fascisti che sono qui al Nord attorno a me?”. Riuscii a trovare ancor fiato per mormorare “Potremmo dirigerci in Baviera, e continuare la lotta contro i russi…”. “Siamo alla fine, anche per la Germania i giorni sono contati…Gli Dei se ne vanno”. Provai ad insistere e ne ebbi una risposta dura: “Nessuno ti ha pregato di interessarti della mia personale salvezza. Sono in attesa di alcune risposte importanti dalle quali dipende la mia decisione finale” (17). “Lui non vuole, ma bisogna cercare in modo assoluto di salvarlo”, così avrebbe detto Buffarini Guidi a Cosmin e a Noceto nell’invitarli a predisporre il loro progetto di salvataggio. Una conferma, oltre a molte altre, che le iniziative sarebbero partite dall’entourage dei ministri e dei gerarchi, mai su istanza di Mussolini stesso: che anzi avrebbe respinto tutte le proposte arrivate al suo orecchio. È una precisazione doverosa per chi ancora si ostina a propagandare la pretesa “fuga in Spagna” o l’ancor più fantomatica “fuga in Svizzera” di Mussolini. NOTE 1. Archivio del Civico Museo del Risorgimento e di Storia contemporanea (Milano), doc. n. 49.883. Autopsia di Benito Mussolini, eseguita dal dottor Pierluigi Cova, Milano, 30 aprile 1945, ora anche in: P. Cova, Un medico nell’anno primo della liberazione. “Quella divisa grigio-verde sporca di sangue”, in “Corriere della Sera” [Milano] CXIX, sabato 24 settembre 1994, n. 227, p. 31.2. E. Rosaspina, Benito e Claretta. Passaporto per la salvezza. Salvacondotto spagnolo nelle tasche del Duce. Era intestato ad Alonso e Isabella, in “Corriere della Sera” [Milano] CXIX, sabato 24 settembre 1994, n. 227, p. 31.3. Si veda sull’“affair Petacci” la documentazione pubblicata da: M. Viganò, “In transito per la Svizzera”. Militari e civili attraverso il Varesotto verso la Confederazione (1943-45), in: Istituto varesino per la storia dell’Italia contemporanea e del movimento di liberazione (a cura di), Mezzo secolo fa. Guerra e Resistenza in provincia di Varese, Milano, Angeli, 1995, pp. 129- 172, qui pp. 167-169.4. A. Bolzani, Oltre la rete, Bellinzona, Istituto Editoriale Ticinese Grassi e Co., 1946, e Varese, Società Editrice Internazionale, 1946, pp. 195-196.5. Archivio privato Franco Giannantoni (Varese). Raccomandata alla Commissione Provinciale di Epurazione, Agra, 2 giugno 1945.6. Scrive Urbano Lazzaro, vicecommissario politico della 52a brigata Garibaldi di Dongo: “Lei è console spagnolo?”; “Si” risponde “e ho molta fretta”. Parla un italiano puro. “Mi faccia vedere i suoi documenti, per favore”. Parlo con voce sospettosa e imperativa. Voglio vedere se la sua reazione, perché mi piace poco quest’individuo: ha l’aria di uomo superiore che mi urta. Provo soddisfazione a fargli sentire che mi deve ubbidire, anche se mi disprezza. “Li ho già fatti vedere a cento persone!” protesta. “Li faccia vedere anche a me”. “Ma capisce che ho molta fretta, io?”. “E io molta curiosità”. buffa. Estrae da una tasca tre passaporti dalla copertina gialla. C’è stampato: “Consulado Espanol en Milan” e lo stemma nazionale della Spagna. Un passaporto è intestato a Don Juan Munez y Castillo, L’altro a sua moglie e un terzo per marito, moglie e figli. Esamino attentamente i tre passaporti e trovo il falso: nei due passaporti individuali tanto lui che lei erano nati nel 1914, su quello abbinato invece lei risulta essere nata nel 1912. Sulle fotografie inoltre è stampato un timbro a olio e non a secco, come ritengo debba essere sui passaporti. “Questi passaporti sono falsi e lei è in arresto!” dichiaro. Ha uno scatto d’indignazione. La signora al suo fianco impallidisce; quella sul sedile posteriore mi lancia uno sguardo d’implorazione”: U. Lazzaro, Il compagno Bill. Diario dell’uomo che catturò Mussolini, Torino, S.E.I. 1989, pp. 129-130.7. Rosaspina, Benito e Claretta. Passaporto per la salvezza, cit.8. Si legge nel dispaccio a Madrid del console: “Per ultimo arriva il vero motivo della mia chiamata. Mi dice il Duce: devo chiederle un favore; alcuni giorni fa è partita per la Spagna una commissione presieduta dal sig. Bianchi per risolvere questioni relative alla cinematografia; non ho notizie se sono arrivati o se gli è accaduto qualche incidente nel viaggio attraverso la Francia. Gradirei che si interessasse se sono già entrati in Spagna. Effettivamente ho concesso questi visti per un mese ai membri della commissione, per avermelo chiesto con nota firmata e per telefono con la più grande insistenza il sottosegretario del ministero della Cultura popolare, conte Manzoni […] Risulta che le due signore che figurano come spose dei detti Bianchi e Mancini, non sono tali ma le famose sorelle Petacci, che han preferito lasciare qui Mussolini. Vostra eccellenza ricorderà quanto si è parlato delle relazioni illecite che questi teneva con queste due sorelle intriganti e ambiziose e gli scandali ai quali ha dato luogo questo fatto. Una indiscrezione della ragazza che le accompagna nel viaggio mi ha aiutato a provarlo”: Personal y reservada, Milan, 8 de Julio de 1944, in: A Zambarbieri, La repubblica di Salò e Mussolini visti da un osservatore spagnolo, in “Humanitas” [Brescia] XXXVII (1982), n. 2, pp. 288-294, qui p. 290 [mia traduzione dallo spagnolo], e anche in: X Tusell – G. Garcia Queipo de Llano, Franco y Mussolini. La politica espanola durante la segunda guerra mundial, Barcelona, Editorial Planeta, 1985, p. 276.9. Questa la versione sintetica pubblicata in Italia sempre nel ’50: “Che non ci fosse clima di trattative a Gargnano lo dimostrano anche le preoccupazioni di una ristretta cerchia di persone, fra le quali io mi trovavo, per avviare vari progetti diretti a salvare Mussolini. Pavolini, Barracu, Apollonio, Lappo, Casalinuovo, la medaglia d’oro Enzo Grossi e il sottoscritto sono stati i principali protagonisti di questi progetti. Si era pensato in un primo tempo di portare Mussolini in Spagna con un apparecchio dell’Ala Littoria. L’apparecchio era stato anche trovato e non mancavano certo i piloti per effettuare il volo. Naturalmente l’atterraggio sarebbe stato fatto in qualche punto isolato della Spagna, d’accordo col governo di Franco e Mussolini sarebbe “sparito” in qualche castello dell’interno. Si pensò che l’apparecchio poteva essere intercettato, che un guasto improvviso avrebbe anche provocato un atterraggio forzato in territorio nemico e si pensò allora che il sottomarino avrebbe costituito un mezzo di trasporto più sicuro. Ne vennero approntati due: uno a Genova e un altro a Venezia, il comandante Grossi avrebbe pensato a mettere insieme un equipaggio fidatissimo e garantiva in modo assoluto la certezza del successo. Accennai questi progetti a Mussolini e li respinse sdegnosamente”: A. Bonino, Mussolini da Gargnano a Dongo. Sperò di essere processato dai nemici, in: “Tempo” [Milano] XII (1950), n. 12, pp. 16-17, qui p. 17.10. Su questa intricata e a tratti indecifrabile vicenda: M. Viganò, “La guerra fu vinta in Svizzera”. Un documento del Servizio informazioni dell’Esercito elvetico sulla fine della R.S.I., in: “Italia Contemporanea” [Milano] n. 199, giugno 1995, pp. 327-341.11. A. Bonino, Mussolini mi ha detto, Buenos Aires, Edizioni del “Risorgimento”, 1950, pp. 29-30, ora come: A. Bonino, Mussolini mi ha detto. Memorie del vicesegretario del Partito fascista repubblicano 1944/1945 (riedizione critica a cura di Marino Viganò), Roma, Settimo Sigillo, 1995 (in corso di stampa).12. E. Amicucci, Mussolini respinse il piano di Tamburini, in: “Tempo” [Milano] XII (1950),n. 19,p.6.13. E. Grossi, Dal “Barbarigo” a Dongo. Parte 13. Un sommergibile per Mussolini, in: “Il Secolo d’Italia” [Roma] VII, sabato 25 gennaio 1958, n. 23.14. Testimonianza all’autore di Mario Niccolini (n. Firenze 3014/1914), Milano, 8 aprile 1988.15. Testimonianza all’autore di Ugo Noceto (n. Savona 10/4/1905), Milano, 2 giugno 1995.16. S. Bertoldi, Parla Bonomi. Avevo preparato un aereo per la salvezza del duce ma lui non ne volle sapere, in: “Oggi” [Milano] XVIII (1962), n. 17, pp. 9-13, qui pp. 9-10, e: Id., La guerra parallela 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945, Milano, SugarCo, 1963, pp. 60-62.17. V. Mussolini, Il figlio del Duce racconta il “suo” venticinque aprile di 44 anni fa. Mio padre mi diede il memorandum per evitare le stragi del ’45, in: “Controstoria” [Roma] I (1989), n. 2, pp. 5-12, qui p. 11 conforme a quanto scritto già anni prima: “Mi feci animo e gli parlai di un progetto che avevo sinora taciuto: “Papà, ieri sono stato a parlare con il generale Bonomi. All’aeroporto di Ghedi ci sono ancora alcuni ‘S.M. 79’ in grado di decollare. Potremmo raggiungere la Germania o nel caso anche la Spagna. Prima di notte m’impegno a portarti sino a Ghedi e partire. Piloti e benzina sono a disposizione, ma non bisogna indugiare, perché gli angloamericani possono arrivare a Brescia in poche ore…”. Mio padre si alzò di scatto dalla sedia e mi disse rudemente: “Nessuno ti ha pregato di interessarti della mia persona: seguirò il mio destino qui in Italia”. Ero certo che mi avrebbe risposto così, ma le sue parole mi gelarono il sangue. Già Renato Ricci e Buffarini-Guidi che avevano fatto un analogo tentativo al mattino, avevano ricevuto un netto rifiuto”: Id., Vita con mio padre, Milano, Mondadori, 1957, p. 213.

STORIA VERITA’ N. 23-24 Settembre-Dicembre 1995 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

http://www.italia-rsi.it/miscellanea/nuovastoriacontemporaneafugacosiddetta.htm

 

[da “Nuova Storia Contemporanea” n. 3-2001]

Marino Viganò Per gentile concessione della Luni Editrice, Corso Concordia, 5, 20129 Milano – Tel. 02/796040, 2001 – Nuova Storia Contemporanea 170 pagine – L. 20.000 

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